Sicilia, laureati non specializzati e medici in pensione contro la fuga dai pronto soccorso

È la ricetta dell’assessore alla Sanità, Ruggero Razza, sulla scia di quanto già avvenuto in Molise e in Veneto.
Portare nei pronto soccorso siciliani i laureati non specializzati attraverso i contratti di formazione lavoro. Ma soprattutto riportare in corsia i medici già in pensione. All’indomani dell’inchiesta di Repubblica sulla fuga dai pronto soccorso – all’ultimo concorso per 121 posti a tempo indeterminato si sono presentati solo in 101 – l’assessore regionale alla Sanità, Ruggero Razza, dà la sua ricetta contro l’emergenza in corsia.
Razza sta lavorando a una delibera di Giunta per consentire agli ospedali di utilizzare il personale in pensione, attraverso contratti a tempo determinato, come hanno già fatto Molise e Veneto: «Una soluzione che ci consentirebbe di far fronte ai disservizi». L’altra soluzione, quella di utilizzare i laureati non specializzati, passa invece attraverso una legge: «Abbiamo già chiesto, come Conferenza delle Regioni, di inserire una norma urgente nel Decreto Calabria che deve passare al Senato. La commissione ci ha detto che la inserirà nel nuovo Patto per la salute, ma non c’è tempo e torniamo a chiedere una norma d’urgenza».
L’idea di utilizzare medici militari, come in Molise, per il governatore Nello Musumeci, è invece una soluzione «estrema». Meglio puntare su pensionati e giovani laureati. Ma i non specializzati saranno pronti a lavorare in un’area d’emergenza? «Sarebbero affiancati da un medico di esperienza», dice l’assessore, che sottolinea come l’altra strategia per fermare la fuga di camici bianchi sia quella di continuare a bandire concorsi a tempo indeterminato: «Ne stiamo per bandire uno da circa 2mila posti per infermieri e assistenti socio-sanitari».
Ma la Regione chiede anche una rivisitazione del sistema di formazione. «Sono contrario al numero chiuso per Medicina – dice il Musumeci –. Dobbiamo consentire a tutti i giovani di potersi iscrivere, facendo una verifica sul profitto al secondo anno delle materie sostenute». Ma il guaio riguarderebbe soprattutto il post-laurea, con solo 8mila posti in tutta Italia per la specializzazione, a fronte di circa 12mila laureati. «Significa – dice Razza – che in circa 4mila faranno i medici di base, oppure saranno fuori dal mercato del lavoro».
Il guaio starebbe anche nella tipologia di specializzazioni scelte, «non in base alle necessità dell’assistenza», dicono dall’assessorato. E quindi, oltre ai medici di medicina d’urgenza, mancano anche radiologi, anestesisti, pediatri. «Le Regioni devono avere voce in capitolo sulle specializzazioni per le quali servono più borse di studio – dice Pucci Bonsignore, del sindacato Cimo –. Trovo assurdo, per esempio, che a Palermo non ci sia la scuola di specializzazione in Medicina d’urgenza. In tutta Italia le borse sono state 150. Pochissime». Bonsignore, poi, dice di no alla proposta di Musumeci: «Abolire il numero chiuso a Medicina aumenterebbe il numero di laurea ti senza specializzazione».
Se ai concorsi per i pronto soccorso, anche a tempo indeterminato, i candidati non si presentano, secondo il medico e sindacalista Renato Costa, la colpa è invece del sistema di lavoro troppo stressante: «I medici ci sono. Ciò che va cambiato è l’organizzazione. Non è possibile che nelle tre principali aree d’emergenza ci siano 300 pazienti al giorno. L’assessore Razza dovrebbe attivare, come promesso, la medicina territoriale, con ambulatori aperti almeno 12 ore al giorno, che siano una alternativa tra medico di base e ospedale». Se il lavoro nei pronto soccorso fosse meno usurante, sarebbe più ambito: «Ci vuole un filtro che consenta di non affollare gli ospedali. Meno folla significa meno disservizi e una qualità di assistenza più alta».
Redazione Nurse Times
Fonte: la Repubblica
 
L’articolo Sicilia, laureati non specializzati e medici in pensione contro la fuga dai pronto soccorso scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

“Moscati” di Avellino, quante criticità in Terapia intensiva: la protesta di Nursind e la replica del primario

Sovraffollamento e pazienti sulle barelle, infermieri sottodimensionati e demansionati. Botta e risposta al veleno sui (presunti) ricoveri programmati.
Esplode la protesta degli addetti dell’Unità operativa di Terapia intensiva cardiologica (Utic), dell’ospedale “Moscati” di Avellino. È Nursind a denunciare sovraffollamento e criticità della struttura. Romina Iannuzzi, numero uno del sindacato infermieristico, parla di «condizioni lavorative drammatiche». Questo perché i pazienti sarebbero sistematicamente in sovrannumero, mentre gli infermieri sarebbero la metà: «Il reparto dovrebbe ospitare 8 posti letto in Terapia intensiva cardiologica e due in sub-intensiva. Invece il numero dei pazienti è sistematicamente maggiore e si arriva puntualmente a 13». Con un fatto ulteriore che il sindacato sottolinea: «I pazienti in sovrannumero, in Terapia intensiva, finiscono sulle barelle».
Infermieri sottodimensionati, insomma. «Parliamo di 3 infermieri a turno, anche quando i pazienti sono 13 – prosegue Iannuzzi –, sebbene le linee guida regionali dicano che il rapporto tra pazienti e infermieri dovrebbe essere di 1 a 2. Questo rapporto potrebbe essere anche di un infermiere ogni 4 pazienti, ma così non è mai. E gli infermieri dovrebbero essere almeno il doppio di quanti sono».
Non solo. Gli addetti lamentano anche un demansionamento di fatto: «Nel reparto c’è soltanto un operatore socio-sanitario. E così gli infermieri sono costretti a svolgere anche questa mansione». Le criticità esposte dal Nursind nascono dal fatto che per 10 anni la sanità pubblica in Campania ha vissuto il blocco del turnover. Chi andava in pensione non veniva sostituito. Così, oggi, l’Unità operativa di Terapia intensiva cardiologica dovrebbe avere circa 45 infermieri tra Utic e Cardiologia, ma ce ne sarebbero in tutto una trentina.
Gli effetti di queste carenze si riverberano negativamente sull’utenza e sul personale. «È vero – rilancia Iannuzzi –, negli anni c’è stato il blocco del turnover, ma oggi scontiamo anche la lentezza delle assunzioni. Questo reparto è quello che sta soffrendo di più, nonostante l’azienda, a quanto pare, continui in questa fase a svolgere attività che dovrebbero essere ferme per smaltire le liste di attesa».
Il dubbio sollevato da Iannuzzi, infatti, è che, a fronte della situazione esposta, vengano comunque disposti sistematicamente i cosiddetti ricoveri programmati: «Abbiamo segnalato anche questo nella missiva indirizzata al primario Di Lorenzo. Dalle nostre informazioni, quei ricoveri programmati, che poi fanno finire i pazienti sulle barelle, dovrebbero essere sospesi. Avevamo già dichiarato lo stato di agitazione per il Pronto soccorso e ci eravamo fermati dietro la promessa di nuove assunzioni. Ora siamo preoccupati perché parliamo di reparti di emergenza-urgenza e c’è il rischio che, con l’estate e le ferie, la situazione peggiori».
Le condizioni del reparto son ben note al primario Emilio di Lorenzo, che parte però da un chiarimento: «Contesto assolutamente che ci siano ricoveri programmati in Terapia intensiva. È una bestialità e sfido chiunque a dire il contrario. In Unità coronarica va solo l’emergenza e, essendo il nostro un centro hub che riguarda anche Avellino e Benevento, abbiamo come riferimento un territorio vasto e una grande utenza».
Su barelle e carenze di personale, però, Di Lorenzo è consapevole delle difficoltà: «Il problema delle barelle c’è, e nessuno lo nasconde. Ma è decisamente inferiore a quanto avviene nel resto della Campania. Sul punto svolgo un monitoraggio molto attento e posso dire che, dall’inizio dell’anno, la presenza di pazienti sulle barelle si è verificata per circa 20-25 giorni in tutto. Per non più di 5-6 ore per volta».
A sentire il primario, però, non c’è alternativa: «Il problema, purtroppo, è cronico ed è legato ai periodi di iper-afflusso. Ma una cosa è certa: l’alternativa sarebbe erigere un muro e trasferire fuori provincia pazienti ipercritici. E per me, prima di tutto, viene l’etica professionale. Tra l’altro, se anche così non fosse, è la legge che mi obbliga a trattare i pazienti in Terapia intensiva». Considerata la natura del reparto del “Moscati”, che risulta hub regionale per questa specialità, non ci sarebbero quindi molte alternative. Persino aumentare il numero dei posti letto, per il primario, «potrebbe determinare problemi di inappropriatezza delle prestazioni, mentre oggi l’indice del “Moscati” è altissimo».
Quanto al sottodimensionamento del personale, infine, Di Lorenzo si mostra solidale al cento percento con gli operatori: «È vero, lavorano tantissimo, e io sono loro grato per quello che fanno. Del resto, qui siamo quasi a zero per gli operatori socio-assistenziali. Ma non posso mandare fuori i pazienti per questa ragione. Certo, avere più infermieri ci aiuterebbe, e c’è un avviso pubblico per nuove assunzioni. Ma le risorse regionali sono limitate e l’azienda ha difficoltà a incamerare nuovo personale».
Redazione Nurse Times
Fonte: www.orticalab.it
 
L’articolo “Moscati” di Avellino, quante criticità in Terapia intensiva: la protesta di Nursind e la replica del primario scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Il Nursind presenta una proposta contrattuale per valorizzare le competenze infermieristiche

Nursind: presentata a Roma un’innovativa proposta per la valorizzazione delle competenze dell’infermiere basata sulla presa in carico e sulla continuità assistenziale.
 Si è tenuta il 5 giugno a palazzo Faletti una conferenza programmatica dove il principale sindacato infermieristico, il Nursind, ha esposto la propria proposta di valorizzazione delle competenze professionali delle professioni sanitarie. L’iniziativa è propedeutica all’apertura dei tavoli contrattuali per il rinnovo del CCNL 2019-2021 e all’evoluzione legislativa in ambito sanitario.
La fotografia che è stata fatta della professione infermieristica è impietosa. L’infermiere oggi è un professionista laureato ma pagato ancora come se fosse diplomato. Nel frattempo formazione e responsabilità sono notevolmente aumentate. È un professionista che ha una carriera precarizzata e un lavoro disagiato dai turni dove lo sfruttamento è legalizzato da deroghe contrattuali all’orario del lavoro.
“C’è bisogno – afferma il segretario nazionale del Nursind Andrea Bottega – di una proposta innovativa che auspichiamo venga condivisa dalle istituzioni e dalle altre forze sindacali. Quella che oggi abbiamo illustrato e consegnata al dibattito pubblico è fondata sui seguenti capisaldi: dare la possibilità di carriera a un numero più elevato di professionisti e non limitarla a percentuali di una cifra, dare garanzie a chi investe sulla propria formazione, evitare lo sfruttamento del personale turnista, valorizzare le professioni sanitarie nella contrattazione e nella libera professione come avviene per i medici, prevedendo una sezione autonoma di contrattazione e un’indennità di esclusività”.
Tutte queste rivendicazioni hanno un fondamento di valore: l’esercizio professionale dell’assistenza infermieristica non si basa tanto sull’erogazione di prestazioni, come molte altre professioni, ma si caratterizza per la presa in carico del paziente a trecentosessanta gradi. Tale presa in carico comporta maggiore autonomia e responsabilità e pretende maggiori competenze e notevoli flessibilità.
“La presa in carico – continua il segretario Nursind – mette le professioni infermieristiche sullo stesso piano di quella medica. Le nuove responsabilità a garanzia del corretto procedere nel percorso diagnostico terapeutico assistenziale e la necessaria continuità assistenziale, soprattutto in un contesto dove si stanno sviluppando le aree per intensità di cura, devono comportare una valorizzazione che prenda atto di questa evoluzione”.
“Saranno necessari interventi legislativi e rivedere norme contrattuali con i necessari stanziamenti economici. Ciò che auspichiamo – conclude Bottega – è una condivisione dei fondamenti della nostra proposta, presa in carico e continuità assistenziale, per una azione comune su più fronti”.
Alla conferenza hanno presenziato presidenti di associazioni infermieristiche, la presidente dalla Federazione degli ordini degli infermieri con diversi presidenti provinciali, rappresentanti del mondo professionale e sindacale.
 
Redazione NurseTimes
 
Allegato
NURSIND La proposta ex art. 12 CCNL 2018 in merito alla revisione del sistema di classificazione professionale
L’articolo Il Nursind presenta una proposta contrattuale per valorizzare le competenze infermieristiche scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Speciale Pugnochiuso 2019, D’Aloia (Opi Milano-Lodi-Monza e Brianza)”: “Gli infermieri in università? Oggi siamo ancora ospiti”

PUGNOCHIUSO – E’ Pasqualino D’Aloia, presidente dell’Opi di Milano, Lodi, Monza e Brianza l’ospite del quarto appuntamento con gli speciali di Nurse Times realizzati in occasione del congresso infermieristico ospitato a Pugnochiuso dal 2 al 5 giugno scorsi. Anche con il presidente D’Aloia, nell’intervista realizzata dal nostro direttore Salvatore Petrarolo, uno dei temi affrontati è quello del rapporto tra la professione infermieristica e l’università. “Siamo ancora ospiti – spiega D’Aloia – e sono i dati di fatto a confermarlo: nonostante abbiamo tanti studenti in infermieristica, non ci sono i Dipartimenti e solo 20 docenti sono infermieri: è un dato irrilevante. Non è possibile che l’infermieristica la insegni chi non è infermiere” commenta D’Aloia.
L’articolo Speciale Pugnochiuso 2019, D’Aloia (Opi Milano-Lodi-Monza e Brianza)”: “Gli infermieri in università? Oggi siamo ancora ospiti” scritto da Salvatore Petrarolo è online su Nurse Times.

Caso Venturi, si va verso il rinvio a giudizio dei medici che decisero la radiazione

La Procura ha notificato l’avviso di fine indagine al legale dei nove camici bianchi.
Rischiano il processo, i nove camici bianchi che la notte del 30 novembre scorso radiarono dall’Ordine dei medici di Bologna l’assessore regionale alla Sanità, Sergio Venturi. La Procura, che indaga per abuso d’ufficio, nei giorni scorsi ha notificato all’avvocato Alberto Santoli, legale dei medici, un avviso di fine indagine, atto che di solito prelude alla richiesta di rinvio a giudizio.
Sullo sfondo resta la denuncia che il presidente dell’Ordine, Giancario Pizza, ha presentato alla procura di Ancona (competente sui pm di Bologna), atto che accusava il procuratore capo Giuseppe Amato e il magistrato Flavio Lazzarini, titolare del fascicolo, di aver “debordato” rispetto alle loro funzioni. Pizza non è coinvolto nell’inchiesta bolognese perché non era presente durante la riunione che portò alla radiazione di Venturi.
Quella decisione fu presa per punire dal punto di vista deontologico l’assessore regionale, colpevole, secondo l’Ordine dei camici bianchi, di aver avallato la delibera che consente agli infermieri di intervenire da soli a bordo delle ambulanze. Un provvedimento ritenuto inaccettabile dalla commissione disciplinare dell’Ordine. All’indomani della radiazione, la Procura aprì un fascicolo conoscitivo e sequestrò le carte sia in Regione sia nella sede dell’Ordine dei medici.
Quando sono arrivate le motivazioni della radiazione, l’inchiesta ha fatto uno scatto in avanti fino all’avviso di fine indagine notificato in questi giorni agli avvocati. Parallelamente, un altro colpo di scena. Assistito dall’avvocato Giovanni Di Buono, il presidente Pizza si è appellato alla procura di Ancona. “Pur avendo prestato la più ampia e incondizionata disponibilità rispetto alle richieste della procura, ben oltre ogni dovere di collaborazione istituzionale – fu la spiegazione -, l’Ordine constata con rammarico che le indagini, dichiaratamente esplorative, siano confluite nella formulazione di ipotesi di reato, quali l’abuso d’ufficio, inimmaginabili e certo non attribuibili a membri della commissione disciplinare».
Redazione Nurse Times
Fonte: la Repubblica
 
L’articolo Caso Venturi, si va verso il rinvio a giudizio dei medici che decisero la radiazione scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

TAVI (Transcatheter Aortic Valve Implantation): eccellenza al “S.Anna e S.Sebastiano” di Caserta

TAVI (Transcatheter Aortic Valve Implantation): eccellenza al “S.Anna e S.Sebastiano” di Caserta

Il dott. Antonio Savino, infermiere presso l’A.O. “S.Anna e S.Sebastiano” di Caserta racconta la sua esperienza sull’impianto di valvole aortiche transcutanee (TAVI)
La sostituzione della valvola aortica è un delicato intervento chirurgico svolto per rimpiazzare una valvola aortica non più funzionale con una protesi. Quest’ultima può essere meccanica o biologica e la scelta di una o dell’altra dipende dall’età del paziente. L’operazione di sostituzione valvolare è richiesta in due circostanze patologiche: nei casi di stenosi aortica e nei casi di insufficienza aortica.
Esso può essere eseguito “a cuore aperto” oppure con la TAVI (Transcatheter Aortic Valve Implantation).
L’impianto percutaneo della valvola aortica (TAVI) può essere considerato come un’alternativa all’intervento di sostituzione valvolare chirurgico tradizionale in caso di controindicazione e/o alto rischio chirurgico se tale approccio è di pari efficacia clinica e presenta un rischio più basso
Nel nostro centro, Azienda OSPEDALIERA “S. Anna e S. Sebastiano” di Caserta, usiamo questa tecnica dal 2015 con un numero di oltre 140 casi trattati ed una mortalità intraprocedura pressoché vicina allo 0 (zero).
Dal maggio 2016, dopo relativa certificazione al montaggio della valvola, ho partecipato attivamente a 81 come montaggio, dove abbiamo potuto evidenziare che la principale complicanza è dovuta alla artero/atero sclerosi delle arterie femorali.
Questo crea difficoltà sia sel momento di inserzione della valvola montata sul proprio delivery che per la chiusura dell’accesso con i sistemi a “Proglide”, dando origine a sanguinamento o formazione di ematomi nella zona femorale in rari casi!
Nonostante ciò rimane una tecnica oggi più “sicura” rispetto al classico intervento cardiochirurgico di sostituzione valvolare artica.
Si riporta parte dello studio di evidenza scientifica che avalla questa tesi.
L’attesa è finita: i risultati dei due maggiori trials randomizzati di confronto fra TAVI e sostituzione valvolare aortica chirurgica nel paziente a basso rischio, il PARTNER 3 (Sapien 3, Edwards Lifesciences) e l’Evolut Low-Risk Trial (Evolut R ed Evolut PRO, Medtronic), sono stati presentati al congresso dell’American College of Cardiology.
E sono andati ben oltre le aspettative.
Non solo la TAVI ha raggiunto la superiorità rispetto alla sostituzione valvolare chirurgica in termini di mortalità ed incidenza di ictus cerebrale, ma addirittura – nel PARTNER 3 – la TAVI si è dimostrata superiore alla chirurgia per quanto concerne l’incidenza dell’endpoint primario (morte, ictus, re-ospedalizzazione ad un anno).
I risultati di questi trials cambieranno certamente il percorso terapeutico della stragrande maggioranza dei pazienti affetti da stenosi valvolare aortica, il cui trattamento sarà sempre più appannaggio della cardiologia interventistica.
“E’ un momento storico, e tutti noi dovremmo ricordarlo come tale”Eugene Braunwald, cardiologo
Brigham and Women’s Hospital, Boston
Fonte: ACC 2019
“Sulla base di questi risultati, la TAVI dovrebbe essere considerata la terapia di scelta nei pazienti a basso rischio con stenosi valvolare aortica”Martin Leon, cardiologo interventista
Columbia University, New York
Fonte: ACC 2019
“Se fossi un paziente con stenosi aortica, sceglierei di sottopormi a TAVI”Gilbert Tang, cardiochirurgo (non coinvolto nello studio PARNTER 3)
Icahn School of Medicine at Mount Sinai, New York
Fonte: New York Times

 
Redazione NurseTimes
L’articolo TAVI (Transcatheter Aortic Valve Implantation): eccellenza al “S.Anna e S.Sebastiano” di Caserta scritto da Marianna Di Benedetto è online su Nurse Times.

Evento formativo FINCOPP 28 e 29 Giugno 2019 su incontinenza pavimento pelvico

Si terra i prossimi 28 e 29 Giugno 2019 presso la Sala Convegni dell’Istituto Tumori in Via Orazio Flacco  65 a Bari il VII Convegno Nazionale FINCOPP in occasione del Ventennio dalla nascita della Federazione (1999/2019)
La FINCOPP è un’Associazione Certificata UNI ISO 9001:2008 e provider definitivo n° 1417 dal 07/07/2016.
L’associazione pone il paziente incontinente al centro del processo assistenziale favorendo gli strumenti utili al reinserimento sociale e al miglioramento della qualità della vita al paziente incontinente.
A tal proposito, la Federazione Italiana Incontinenti e Disfunzioni del Pavimento Pelvico (FINCOPP), organizza un’offerta formativa per il 2018/2019 per la gestione e la presa in carico delle persone con problemi legati a disfunzione del Pavimento Pelvico ed incontinenza uro/fecale.

La Federazione Italiana Incontinenti e Disfunzioni del Pavimento Pelvico ha tra i suoi obiettivi l’aggregazione, la tutela e il reinserimento sociale delle persone incontinenti, 5 milioni di cittadini, di cui il 60% sono donne.
Ulteriori dati suggeriscono che nella popolazione di età compresa tra i 15 ed i 64 anni la prevalenza di incontinenza urinaria negli uomini varia dall’1,5 al 5% e nelle donne dal 10 al 30%.
La prevalenza aumenta con l’aumentare dell’età: la forma più frequente è quella da sforzo, ma nell’età geriatrica è molto frequente anche la forma da urgenza.
In Italia circa il 40% delle donne tra 31 e 40 anni ha avuto episodi di incontinenza urinaria. A 60 anni, circa il 55% delle donne presenta un’incontinenza transitoria, circa il 25% un’incontinenza significativa (2 episodi al mese), circa il 15% un’incontinenza importante (almeno un episodio di incontinenza al giorno).

Per i soggetti che vivono in famiglia di età superiore ai 60 anni la prevalenza di incontinenza urinaria varia dal 15% al 35%. Tra gli anziani ospedalizzati la prevalenza di incontinenza urinaria è pari almeno al 50%, in particolare per le donne accolte in case di riposo i tassi di prevalenza della patologia raggiungono il 50-58%.
Se consideriamo l’evento gravidanza inoltre, gli studi scientifici mostrano come il 65% delle donne affette da incontinenza urinaria riferisce l’esordio in gravidanza o nel post-partum; le donne con incontinenza urinaria in gravidanza presentano percentuali variabili dal 17-54%, il 31% presenta il sintomo nel post-partum. In gravidanza il sintomo presenta una frequenza che aumenta con il progredire delle settimane ed è massima verso il termine della gravidanza con percentuali di circa il 12%.

CALABRESE Michele

fonte:
Home

https://www.docgenerici.it
L’articolo Evento formativo FINCOPP 28 e 29 Giugno 2019 su incontinenza pavimento pelvico scritto da Michele Calabrese è online su Nurse Times.

Bologna, ASP “Laura Rodriguez”: concorso pubblico per OSS

Bando di concorso pubblico, per soli esami, per la copertura a tempo pieno e indeterminato di n. 12 posti di Operatore Socio Sanitario
Il Direttore rende noto l’indizione di un concorso pubblico, per soli esami, per la copertura di n. 12 posti di Operatore Socio Sanitario con rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato, categoria B3 – CCNL Funzioni Locali.
I candidati partecipanti al concorso devono inoltrare domanda esclusivamente in via telematica utilizzando il servizio disponibile nella sezione Amministrazione Trasparente – Bandi di Concorso raggiungibile dalla homepage del sito www.asplaurarodriguez.it a pena di esclusione, fino alle ore 12.00 del giorno 24/06/2019. Non sono ammesse altre forme di produzione ed invio.
Il bando nella sua stesura integrale è allegato all’articolo.
Per informazioni è possibile rivolgersi all’Ufficio Risorse Umane dell’ASP Laura Rodriguez sito in San Lazzaro di Savena Via Emilia n.36 – tel. 0516270172 – 0516270146, dalle ore 8.30 alle ore 13.00.
Prevista una tassa di concorso di € 10,00.
 
Redazione NurseTimes
 
Allegati
BANDO DI CONCORSO PUBBLICO PER SOLI ESAMI PER LA COPERTURA A TEMPO PIENO E INDETERMINATO DI N°12 POSTI DI OPERATORE SOCIO SANITARIO (Categoria giuridica B3, economica B3 – CCNL Funzioni Locali)
MODULO COMPILAZIONE DOMANDA – Concorso Operatore Socio Sanitario – (esclusivamente online) – Clicca qui 
L’articolo Bologna, ASP “Laura Rodriguez”: concorso pubblico per OSS scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Asl NA 3 Sud: avviso pubblico per OSS. Al via le domande

AZIENDA SANITARIA LOCALE NAPOLI 3 SUD – Avviso Pubblico, per titoli ed esame, a copertura di n. 12 posti a tempo determinato di personale con la qualifica di Operatore Socio Sanitario CAT. BS per R.S.A. di Portici
In esecuzione della deliberazione n. 461 del 16 maggio 2019, esecutiva a norma di legge, in conformità alla vigente normativa concorsuale, al C.C.N.L. dell’Area Comparto Sanità e alle disposizioni regionali, è indetto avviso pubblico, per titoli ed esame, a copertura di n. 12 posti a tempo determinato di personale con la qualifica di OPERATORE SOCIO SANITARIO CAT. BS, per R.S.A. di Portici.
Le domande di partecipazione all’Avviso Pubblico dovranno essere esclusivamente prodotte tramite procedura telematica, con le modalità descritte al punto seguente entro e non oltre le ore 24,00 del quindicesimo giorno successivo alla data di pubblicazione del presente bando SUL BOLLETTINO UFFICIALE REGIONE CAMPANIA. Qualora detto giorno sia festivo, il termine è prorogato al primo giorno successivo non festivo.
Pubblicato sul B.U.R. Campania n. 31 del 3 Giugno 2019, scade il 18/06/2019.
La procedura di presentazione della domanda potrà essere effettuata 24 ore su 24 tramite qualsiasi personal computer collegato alla rete internet e dotato di un browser di navigazione tra quelli di maggiore diffusione (Chrome, Explorer, Firefox, Safari) e di recente versione, salvo sporadiche momentanee interruzioni per interventi di manutenzione tecnica anche non programmati, si consiglia di registrarsi, accedere e procedere alla compilazione della domanda e conferma dell’iscrizione con ragionevole anticipo.
REGISTRAZIONE NEL SITO AZIENDALE
Collegarsi al sito internet: https://aslnapoli3sud.iscrizioneconcorsi.it
Per completare la procedura consultare il bando in allegato.
 
Redazione NurseTimes
 
Allegato
Bando Operatori socio sanitari
 
L’articolo Asl NA 3 Sud: avviso pubblico per OSS. Al via le domande scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Bolzano, non conosce l’italiano: primario rischia cancellazione dall’albo

“Nessuno mi ha mai avvisato di nulla!”, si difende Thomas Müller, medico austriaco in servizio all’ospedale San Maurizio.
La vicenda è delicata. Thomas Müller (foto), classe 1964, austriaco, dal primo marzo 2018 è primario su chiamata diretta del Laboratorio centrale dell’ospedale San Maurizio di Bolzano e, in seguito a una richiesta di verifica di conoscenza dell’italiano avanzata dal ministero della Salute all’Ordine dei medici, ha dimostrato di possedere una conoscenza della lingua solo “passiva”. L’Ordine ne ha già votato l’espulsione, anche se manca ancora il decreto.
Il medico rischia a questo punto di essere cancellato dall’albo – e di essere costretto a fare ricorso al CCEPS, la Commissione centrale della Federazione nazionale degli Ordini – anche se un parere dell’Avvocatura della Provincia, su incarico dell’assessore Thomas Widmann, sostiene la tesi secondo cui, essendo il tedesco equiparato all’italiano in provincia di Bolzano, non esiste alcun problema.
Incredulo il primario: «Nessuno mi ha mai avvisato di nulla!». Duro il direttore dell’Asl, Florian Zerzer: «Così si rischia di fomentare la discussione etnica. Questa faccenda non giova a nessuno! E poi come facciamo con tutti i medici che arrivano da fuori provincia e che non sono perfettamente bilingui?».
Ricostruiamo i fatti. Il 29 aprile i carabinieri del Nas mandati dal ministero effettuano accertamenti presso la sede dell’Ordine in merito alle modalità di iscrizione dei professionisti che non parlano italiano. Si tratta degli strascichi riferiti all’incontro di fine marzo tra Zerzer e la delegazione ministeriale. Il direttore, a Roma, aveva infatti chiesto aiuto per l’assunzione di infermieri che non parlano italiano. Alle perplessità della delegazione, Zerzer aveva ribattuto: «Si può fare perché in Alto Adige sono iscritti all’Ordine medici, anche professionisti, che non parlano italiano».
Dal Ministero era quindi partita una richiesta di chiarimenti: “Sono pervenute a questo ministero segnalazioni concernenti presunte iscrizioni, effettuate da parte di codesto Ordine di medici che non conoscerebbero l’italiano. Considerato che tale situazione, se confermata, potrebbe arrecare un grave danno al cittadino nell’erogazione delle prestazioni sanitarie, si chiede di fornire con urgenza notizie in merito”.
Era quindi intervenuta la presidente dell’Ordine, Monica Oberrauch: «II ministero ha chiesto informazioni sullo stato dell’arte, ma non ci ha certo accusato di inadempienze. Non siamo affatto totalmente inadempienti nella verifica delle conoscenze linguistiche dei medici provenienti dall’estero».
Il 29 aprile, la visita dei Nas e il riscontro delle presunte anomalie riferite al 2017, nelle quali è finito Thomas Müller. II primario racconta, in uno scritto, come sono andate le cose. Ne riportiamo i punti salienti. “Nel 2017 il ministero ha riconosciuto i miei titoli, conseguiti in Austria, e mi ha autorizzato a esercitare in Italia, previa iscrizione all’Ordine territorialmente competente, che era incaricato di provvedere ad accertare le mie conoscenze linguistiche e quindi informare il dicastero dell’avvenuta iscrizione. L’Ordine della Provincia di Bolzano mi ha quindi chiesto di presentare tutta una serie di documenti relativi ai cittadini non italiani e, verso la fine del 2017, mi ha iscritto all’albo. Mi preme puntualizzare che non ho mai detto all’Ordine, nel 2017, di parlare italiano. Al contrario, prima di prendere servizio in ospedale, ho continuato a sottolineare espressamente che non parlo italiano e che, anzi, devo acquisirne in tempi congrui le cognizioni basilari”.
E ancora: “Va anche detto che – prima di iniziare a lavorare al San Maurizio – non sono stato invitato dall’Ordine a nessuna verifica in merito alle mie conoscenze linguistiche. Fatico a parlare italiano, è vero, ma assolvo tutti i miei impegni professionali. Il mio compito consiste nel dirigere il laboratorio e posso dimostrare che nell’anno trascorso ho raggiunto tutti gli obiettivi prefissati e che sono in grado di relazionarmi in maniera efficiente con i miei collaboratori. Nessun problema anche nei contatti con tutte le altre unità organizzative dell’Asl. La realtà dell’Alto Adige, sia dentro che fuori dall’Asl, è infatti bilingue. Consentitemi allora di asserire che la combinazione delle mie cognizioni di tedesco e italiano conferma il mio possesso delle conoscenze linguistiche necessarie – come previste dall’art. 7 del D.lgs. 206/2007 e s.m. – ai fini dello svolgimento del lavoro quotidiano nell’esercizio della mia professione”.
Concludendo: “Premesso che non ho di fatto alcun contatto con i pazienti – non essendo, in quanto medico di laboratorio, direttamente coinvolto nel processo terapeutico -, nel mio particolare caso la verifica delle conoscenze della lingua italiana da parte dell’Ordine non sembra costituire una necessità assoluta. So naturalmente che il mio italiano va migliorato, ma ci sto lavorando. Per questa ragione il mio obiettivo primario è stato, sin qui, l’accrescimento della comprensione (passiva) della lingua italiana nel contesto della Medicina di laboratorio. Fino ad ora pensavo di avere tutto il tempo di approfondire per gradi la mia conoscenza per poterlo poi, dopo un certo periodo, parlare attivamente. Questo è il programma che vorrei seguire in futuro”.
Redazione Nurse Times
Fonte: Alto Adige
 
L’articolo Bolzano, non conosce l’italiano: primario rischia cancellazione dall’albo scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Quanto guadagna un infermiere NHS? Guida (aggiornata) agli stipendi inglesi

Proponiamo un nuovo contributo di Luigi D’Onofrio, nostro collaboratore dal Regno Unito.
Il bello dell’Inghilterra è che, quando si vogliono trovare dati e statistiche ufficiali relativi alla pubblica amministrazione, non serve effettuare ricerche complesse: bastano pochi minuti online e un’adeguata conoscenza dell’inglese. È tutto liberamente consultabile e spesso anche liberamente scaricabile. L’immenso vantaggio che ne deriva è che non vi è molto spazio per l’immaginazione o per le supposizioni.
Da lungo tempo mi capita di leggere cifre contrastanti e spesso esorbitanti sui guadagni degli infermieri inglesi. Ho creduto, pertanto, che fosse utile fare un po’ di chiarezza in materia, attingendo dalle statistiche ufficiali e aggiornate dell’NHS, in modo da orientare chi fosse intenzionato a partire ora per il Regno Unito oppure non fosse ancora abituato a comprendere i livelli salariali degli infermieri inglesi.
La mia, pertanto, sarà una guida piccola, ma il più possibile pratica ed esaustiva. Per inciso, consentitemi una polemica, richiamando l’introduzione: provate a fare la stessa cosa digitando parole come “stipendio infermieri italiani”, e fatemi sapere quanto tempo ci mettete a trovare le informazioni che vi occorrono.
Iniziamo con una brutta notizia: così come in Italia, anche in Gran Bretagna la contrattazione collettiva pubblica vede l’inserimento degli infermieri in un comparto, al pari di altri professionisti sanitari, amministrativi, figure tecniche e di supporto e così via. Per tutti le retribuzioni sono strutturate in pay scales, ovvero scalini o tabelle salariali, aggiornate nel 2018 con l’approvazione del pay deal, ovvero il rinnovo del contratto collettivo pubblico.
Il pay deal ha stabilito aumenti retributivi spalmati su tre anni, ma con meccanismi estremamente complessi e tuttora molto controversi, fonte di numerose polemiche nella categoria. Le pay scales le trovate su diversi siti, ma personalmente vi rimando a quello del sindacato RCN, il Royal College of Nursing: https://www.rcn.org.uk/employment-and-pay/nhs-pay-2018-19.
Elemento strutturale nell’organizzazione delle tabelle è la band, cioè la banda o fascia salariale, che corrisponde ai diversi “scatti di carriera” e agisce anche da “barriera” tra figure professionali e operatori di supporto. In effetti, un Technician (un tecnico radiologo, ad esempio) o un HCA (Health Care Assistant) sono inquadrati generalmente nel band 3, mentre la nuova figura del Nursing Associate, paragonabile al nostro oss specializzato (con formazione complementare) rientra nel band 4. Un infermiere neoassunto sarà inserito nel band 5; l’infermiere senior o specialist potrà essere un band 6 o 7; un matron (figura assimilabile a un coordinatore infermieristico dipartimentale) sarà un band 8, mentre un dirigente infermieristico del Trust potrà essere un band 9, il livello massimo.
All’interno di ogni band sono poi previsti incrementi retributivi (pay points), legati all’anzianità di servizio. Prima del nuovo pay deal, l’aumento era in genere annuale. Le modifiche contrattuali hanno però introdotto accorpamenti di numerosi pay points, con il risultato che ora gli aumenti in busta paga sono tabellati, in molti casi, ogni due anni.
Per comprendere un po’ meglio l’impostazione generale bisogna poi considerare un ultimo presupposto. Gli stipendi NHS, infatti, non sono identici in tutta la Gran Bretagna, toccando – a parità di banda e di anzianità di servizio – i livelli minimi nell’Irlanda del Nord e quelli massimi in Scozia. La differenza è attestabile in 400-500 sterline annue.
Soddisfatte queste premesse, vorrei rispondere alla fatidica domanda: se mi trasferisco nel Regno Unito (consideriamo d’ora in poi, per comodità, solo l’Inghilterra, escludendo Scozia, Galles e Irlanda del Nord), quanto guadagnerò? Non vi è una risposta univoca.
In primo luogo, riuscire ad attestare, al momento dell’assunzione, di aver svolto esperienza lavorativa in Italia comporterà l’inserimento in un livello salariale adeguato agli anni di lavoro maturati. Se un neolaureato, pertanto, guadagnerà poco più di 22.000 sterline nel suo primo anno di assunzione (circa 11 sterline orarie), un infermiere che abbia già svolto 4 anni di lavoro in Italia verrà ugualmente inquadrato come band 5, ma si troverà in un pay point superiore, per cui arriverà a guadagnare immediatamente oltre 25.000 sterline annue, più di 13 orarie.
Per estrapolare il guadagno (lordo!) mensile, le cifre qui indicate devono essere poi necessariamente divise per 12, non esistendo in Gran Bretagna gli istituti della tredicesima e quattordicesima. Ecco, allora, che per il giovane neolaureato di prima la busta paga mensile si aggirerà sulle 2.200 sterline lorde, da cui andranno detratti i contributi pensionistici e le imposte, pari a circa 600-700 pounds.
Dunque, lo stipendio di partenza può essere di solo 1600 pounds? Calma. Non c’è nessun trucco, nessuna delusione. Si tratta, infatti, di una paga base, che non considera le maggiorazioni per l’attività svolta nei weekend, nei giorni festivi (Bank Holidays) e notturna, ovvero le unsocial hours, le ore – letteralmente – sottratte alla socializzazione (il tempo trascorso con famiglia e amici, insomma). Chi lavora nella realtà metropolitana di Londra, inoltre, vedrà nella propria payslip, la busta paga, un’ulteriore voce (denominata High Cost Area Supplement), che compensa il maggior costo della vita nella metropoli e varia a seconda dell’area di residenza.
Prendendo in prestito una metafora dai giochi di carte, un’ulteriore “briscola” in busta paga consiste nel ricevere un’ennesima maggiorazione in caso di overtime, ovvero di sforamento del tetto di 150 ore mensili, previsto contrattualmente.
Un discorso a parte merita sicuramente la prestazione di lavoro straordinario (bank), attraverso società interinali, le agencies: la regolamentazione e le retribuzioni di questa attività sono completamente diverse, variando, per un turno diurno e infrasettimanale, dalle 18 fino alle 22-23 sterline lorde orarie (e oltre, ma dipende dall’esperienza come Agency) per un band 5, a seconda del Trust per cui si presta servizio e della propria capacità di contrattare la tariffa.
In buona sostanza, la payslip può tranquillamente superare, dopo un periodo di permanenza in Uk di due-tre anni, le 2.000 sterline, questa volta nette. Tenete però presente che, per ragioni che ancora in parte mi sfuggono, è meglio che non spargiate troppo la voce su quanto intascate ogni mese, poiché, se da un lato le informazioni ufficiali sono liberamente fruibili e condivisibili, parlare dei guadagni personali, oppure lamentarsi per essi, anche e soprattutto con i propri colleghi, non è un’abitudine vista di buon occhio. Non solo tra i dipendenti NHS.
Luigi D’OnofrioItalian Nurses Society
 
L’articolo Quanto guadagna un infermiere NHS? Guida (aggiornata) agli stipendi inglesi scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Napoli, nessun chirurgo per il turno di notte al Pronto soccorso: arriva la polizia

È accaduto lunedì all’ospedale San Giovanni Bosco. L’Asl avvia un’indagine interna per fare luce sulla vicenda.
Mancano i chirurghi al Pronto soccorso e i medici chiamano le forze dell’ordine. È accaduto all’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli e stavolta la telefonata al 113 non è stata fatta per difendersi da aggressioni o atti vandalici, ma per denunciare un’emergenza causata proprio dai camici bianchi.
I fatti risalgono alla tarda serata di lunedì, quando l’equipe di sanitari n servizio si è ritrovata a fronteggiare l’ennesima nottata di sovraffollamento, con un gran numero di pazienti traumatizzati e, soprattutto, senza i due chirurghi che normalmente affiancano i due medici internisti. La carenza di personale non è certo una novità per il presidio della Doganella, come per tutti gli ospedali dell’Asl Napoli 1. Ma quella sera, a orario di smonto dal pomeriggio, nessun chirurgo si è presentato per dare il cambio ai colleghi.
Erano le 20 e il Pronto soccorso scoppiava di ammalati, che aumentavano ora dopo ora, al punto che diventava sempre più complicato smaltire le visite e gestire i pazienti traumatizzati. Per questo i sanitari non ci hanno pensato due volte e hanno chiesto aiuto alla polizia di Stato. Nel presidio in via Briganti è giunta una volante che ha constatato sia lo stato di sovraffollamento delle medicherie che l’assenza dei chirurghi, emergenza tamponata con la chiamata per reperibilità di un camice bianco preso in “prestito” dal reparto di Chirurgia, per una notte. Quando l’ordine è stato ristabilito, gli agenti sono andati via, ma il vero problema resta ancora da risolvere.
Ciò su cui puntano il dito molti sanitari è l’assenza della programmazione dei turni. Ed è proprio questo il motivo che avrebbe fatto scoppiare il caos lunedì sera, lasciando il Pronto soccorso sguarnito di chirurghi. In pratica, il 3 giugno, sin dal mattino, non era stata programmata l’assegnazione dei medici chirurghi che avrebbero dovuto coprire il turno di mattina, quello pomeridiano e la notte. «Siamo di fronte a un’oggettiva incapacità dirigenziale, se per garantire la normale turnazione in un Pronto soccorso è necessario ricorrere alla polizia», dichiara Mario de Santis, consigliere regionale di Nursing Up Campania.
Se molti infermieri e medici hanno fatto fatica a inquadrare la telefonata alla polizia come un’azione a tutela dei dipendenti, la direzione ospedaliera non ha fatto mistero dell’esistenza di un problema oggettivo. «Si tratta di un problema endemico, che si trascina da tempo e riguarda la difficoltà nel programmare una turnazione dei chirurghi per mancanza di personale – chiarisce Vito Rago, direttore sanitario dell’ospedale San Giovanni Bosco –. Abbiamo sette specialisti assegnati al Pronto soccorso e altri sei distribuiti nel presidio che utilizziamo anche nei turni del Pronto soccorso. La verità è che mancano questi medici e gestiamo la turnazione sempre con sacrifici e spirito di collaborazione dei colleghi».
Aggiunge Rao: «II problema è vero e persiste, ma vanno fatte delle precisazioni. Quel lunedì i turni di mattina e pomeriggio sono stati coperti da una chirurga di 67 anni che avrebbe dovuto farne solo uno, e si è spesa per 12 ore pur di tamponare l’emergenza, oltre al fatto che non è da considerare obbligatoria la presenza di questi specialisti quando ci sono i medici di accettazione, come in questo caso».
La direzione sanitaria, recentemente, ha emanato disposizioni interne per reperire il personale, invitando ogni reparto a fornire almeno tre nomi di medici a disposizione del Pronto soccorso per tutte le specialistiche, inclusa la Chirurgia, ma per vederci chiaro arriverà il nucleo ispettivo dell’Asl. Il commissario Ciro Verdoliva ha infatti avviato un’indagine interna per capire esattamente, ove mai ci fossero, responsabilità e mancanze riguardanti quella sera.
Redazione Nurse Times
Fonte: Il Mattino
 
L’articolo Napoli, nessun chirurgo per il turno di notte al Pronto soccorso: arriva la polizia scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Casarano, infermieri in stato di agitazione per la carenza di personale

“Impossibile garantire assistenza e pulizia adeguate”, sottolinea il responsabile del Dipartimento Contrattazione.
A Casarano (Lecce) è stato proclamato lo stato di agitazione degli infermieri e degli operatori dell’ospedale “Ferrari”. A notificarlo ai vertici della Asl e di Sanitaservice è il responsabile del Dipartimento Contrattazione, Mario Riso, il quale denuncia la «grave carenza di personale per l’assistenza ai degenti». Più precisamente: «Per l’ennesima volta verifico la carenza di organico all’interno del “Ferrari” ed evidenzio l’impossibilità, da parte del personale medico, infermieristico, oss e ausiliario, di garantire non solo un’adeguata assistenza a tutti i pazienti, ma addirittura di garantire i livelli essenziali di assistenza, la pulizia e la sanifìcazione delle unità operative».
Più volte Riso ha segnalato il forte squilibrio tra i carichi di lavoro e il personale, evidenziando come il personale ausiliario messo a disposizione da Sanitaserice non venga utilizzato in tutte le unità operative. All’appello mancano 21 unità per garantire il livello minimo. «Di fatto – continua Riso –, nell’unità operativa di rianimazione, stante la carenza di personale di Sanitaservice, devono assolvere alle pulizie tre ausiliari dipendenti della Asl, i quali sono insufficienti per pulire e sanificare un ambiente ampio e delicato come il servizio di rianimazione. Solo per questa unità Sanitaservice dovrebbe inviare cinque lavoratori pulitori. E poi bisogna provvedere al ripristino immediato della minima dotazione organica con l’invio di almeno 20 infermieri, 25 oss e 20 addetti alle pulizie di Sanitaservice. E bisogna attivarsi con urgenza per dotare l’ospedale di attrezzature medicali nuove in sostituzione di quelle ormai obsolete».
Peraltro la carenza di personale comprometterebbe il diritto alle ferie e i riposi settimanali. La questione, secondo Riso, sarebbe molto delicata e andrebbe immediatamente affrontata per «evitare inutili e costosi conflitti tra le parti e disagi agli utenti».
Redazione Nurse Times
Fonte La Gazzetta del Mezzogiorno
 
L’articolo Casarano, infermieri in stato di agitazione per la carenza di personale scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Speciale Pugnochiuso 2019, Massai (Opi Firenze-Pistoia): “Gli infermieri in Università? In Italia ci sono ancora troppe differenze”

PUGNOCHIUSO – Terzo appuntamento con gli speciale di Nurse Times dedicati al congresso infermieristico ospitato a Pugnochiuso e organizzato dall’Opi di Bari. Sul rapporto tra infermieri e mondo accademico, abbiamo intervistato il presidente della’Opi di Firenze-Pistoia, Danilo Massai. “Dopo vent’anni – dichiara – ci sono ancora università dove gli infermieri sono ospiti e in poche i colleghi hanno un ruolo attivo. Per me – dichiara ancora Massai, intervistato dal nostro direttore, Salvatore Petrarolo – uno dei punti sui quali battersi è quello di sapere dove si formano gli infermieri”.
L’articolo Speciale Pugnochiuso 2019, Massai (Opi Firenze-Pistoia): “Gli infermieri in Università? In Italia ci sono ancora troppe differenze” scritto da Salvatore Petrarolo è online su Nurse Times.

Bolzano, mancano medici e infermieri: deroga alla proporzionale etnica per coprire 88 posti

Vista l’emergenza, la Giunta provinciale corre ai ripari. Si tratta di una soluzione transitoria per garantire l’erogazione dei servizi.
La Giunta provinciale di Bolzano abbatte la proporzionale etnica, liberando 88 posti per porre rimedio alla carenza di medici e infermieri e alla conseguente difficoltà nel garantire alcuni servizi. L’organico dell’Azienda sanitaria, così come quelli di tutto il pubblico impiego, è infatti riservato ai cittadini dei tre gruppi linguistici presenti in Alto Adige, in base alla loro consistenza, stabilita in base alla dichiarazione di appartenenza effettuata nel corso dell’ultimo censimento (2011). Ma per urgenti esigenze legate alla carenza di personale è possibile assegnare posti in deroga alle norme che regolano la proporzionale etnica, previa autorizzazione da parte dell’Esecutivo.
La Giunta provinciale ha appunto approvato tale deroga, garantendo la copertura a tempo determinato o indeterminato di 88 posti a tempo pieno, relativi sia a personale medico che infermieristico e tecnico. Nel dettaglio, si tratta di 20 posti per personale medico e dirigente sanitario, 50 per infermieri, 2 per veterinario – dirigente sanitario, 3 per infermieri pediatrici, 5 per tecnici sanitari di radiologia medica, 6 per tecnici sanitari di laboratorio biomedico, 1 per tecnico della fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare, 1 per assistente sanitario.
Il presidente della Provincia, Arno Kompatscher, ha affermato: «Questa misura non significa l’abbandono della proporzionale nel suo complesso, ma è solamente una soluzione transitoria alla carenza di personale nel settore sanitario. Va inoltre sottolineato che nell’ambito dell’Azienda sanitaria provinciale, dove lavorano quasi 10mila operatori, il numero dei nuovi assunti è comunque maggiore rispetto a quello di coloro che lasciano il lavoro. Resta il fatto che dovremmo poter assumere un numero maggiore di operatori. A tal proposito è in fase di studio un pacchetto di misure da adottare in questo settore che saranno definite nel corso dei prossimi mesi».
Va sottolineato che le deroghe alla proporzionale linguistica sono applicate solo se non sono disponibili aspiranti idonei appartenenti ai gruppi linguistici riservati e, in sede di successive assunzioni, la proporzionale dovrà essere ripristinata.
Redazione Nurse Times
Fonte: www.altoadigeinnovazione.it
 
L’articolo Bolzano, mancano medici e infermieri: deroga alla proporzionale etnica per coprire 88 posti scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Cattolica Eraclea, casa di un infermiere in fiamme: la solidarietà di Opi Agrigento

L’incendio è stato appiccato da ignoti nell’abitazione di campagna del collega Franco Colletti. Il presidente dell’Ordine: “Confidiamo nelle indagini”.
“Massima solidarietà a Franco Colletti, infermiere, presidente dell’Avis di Cattolica Eraclea”. È quanto ha affermato Salvatore Occhipinti (foto), presidente di Opi Agrigento, a seguito della notizia che ignoti hanno appiccato il fuoco all’interno dell’abitazione di campagna di Colletti, dove erano in corso lavori di ristrutturazione, arrecando danni anche alle coltivazioni circostanti.
L’atto intimidatorio è stato subito denunciato ai carabinieri, che hanno avviato le indagini del caso. “Confidiamo nelle indagini dei carabinieri per scoprire gli artefici di tale atto, auspicando che siano assicurati alla giustizia”, ha detto ancora Occhipinti.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Cattolica Eraclea, casa di un infermiere in fiamme: la solidarietà di Opi Agrigento scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Laboratorio di Analisi del Movimento inaugurato al Centro Parkinson ASST Pini-CTO

In data 31 maggio 2019 è stato inaugurato il Laboratorio di Analisi del Movimento dedicato ai pazienti affetti da malattia di Parkinson presso l’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano. Il laboratorio è stato realizzato in collaborazione con l’Ospedale Universitario di Würzburg (Germania) ed il Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano, con il contributo della Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson.
Perché un Laboratorio per l’Analisi del Movimento?
L’esigenza di un laboratorio per l’analisi del movimento nasce dalla necessità di valutare e monitorare con precisione le problematiche motorie, in particolare del cammino e della postura, specifiche del singolo paziente con malattia di Parkinson. Il primo obiettivo è la prevenzione delle cadute, un problema particolarmente importante per i pazienti in quanto può portare a fratture, ospedalizzazione, ridotta autonomia e quindi scarsa qualità di vita del paziente e del suo accompagnatore (caregiver). Attualmente non vi sonno valutazioni cliniche in grado di identificare i pazienti a rischio di caduta ed il principale fattore di rischio rimane un precedente evento di caduta negli ultimi 6 mesi.
 Perché la Fondazione Grigioni ha sponsorizzato questa iniziativa?
La missione della Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson consiste nel reperimento di fondi necessari per finanziare la ricerca scientifica nel campo delle malattie neurodegenerative, e la Fondazione sponsorizza iniziative che mettono a disposizione dei ricercatori i mezzi per condurre ricerca, come il Registro di patologia della Malattia di Parkinson, che contiene i dati di circa 32.000 persone affette dalla malattia di Parkinson o da disturbi neurologici correlati, la Biobanca, estensione della Banca del DNA, in quanto oggi contiene non solo DNA, ma anche campioni di RNA, siero e linee cellulari (biopsie cutanee), nonché la Banca dei Tessuti Nervosi (BTN) a cui i pazienti possono donare il loro encefalo dopo il decesso.
Anche il Laboratorio per l’Analisi del Movimento verrà usato a scopi di ricerca. Si tratta di un Laboratorio sofisticato, innovativo e unico nel suo genere che ha come obiettivo non solo di studiare e comprendere meglio le problematiche del controllo posturale e locomotorio del singolo paziente, ma anche di effettuare analisi approfondite a scopo di ricerca. Gli obiettivi sono:
L’acquisizione di conoscenze più approfondite sui circuiti nervosi che regolano il movimento e sulle alterazioni che sono alla base della sintomatologia parkinsoniana;
L’applicazione di tali conoscenze per proporre e monitorare strategie terapeutiche e riabilitative innovative per ogni tipo di sintomo.
La dimostrazione della validità di questo tipo di laboratorio è la scoperta della perdita funzionale della connettività tra due regioni del cervello alla base del “freezing” della marcia (il fenomeno per cui il paziente si blocca ed ha l’impressione di avere i piedi incollati al pavimento) nel Laboratorio per l’Analisi del Movimento presso l’Università di Würzburg (vedi notizia sul sito)
Redazione Nurse Times
Fonte: parkinson.it
L’articolo Laboratorio di Analisi del Movimento inaugurato al Centro Parkinson ASST Pini-CTO scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Mammì (M5S): “Si chiariscano subito i poteri del commissario straordinario Enpapi”

La deputata grillina torna sulla questione dell’Ente di previdenza degli infermieri.
Con un’interrogazione al ministero del Lavoro e delle politiche sociali e al ministero dell’Economia e delle finanze, la deputata del Movimento 5 Stelle, Stefania Mammì, membro della Commissione Affari sociali alla Camera, torna con fermezza sulla questione Enpapi. In particolare chiede “se i ministri ritengano opportuno intraprendere iniziative volte a chiarire i poteri commissariali del commissario straordinario dell’Ente, procedendo eventualmente all’annullamento delle elezioni ora sospese, con conferimento al commissario anche dei poteri del Cig (Consiglio di indirizzo generale), al fine ulteriore di avallare la modifica sia del regolamento elettorale sia dello statuto, nonché dei regolamenti interni dell’Ente medesimo”.
Lo statuto dell’Ente di previdenza prevedeva per il Cig una durata pari a quattro anni e la naturale decadenza il 13 marzo 2019. “Il mancato commissariamento del Cig – continua la deputata – non ha consentito la sospensione delle relative funzioni di quest’ultimo, che non ha comunque proceduto all’approvazione, entro il 30 aprile 2019, del bilancio relativo all’esercizio 2018. Le elezioni sospese, se non annullate, porterebbero all’elezione dell’unica lista che ha gestito Enpapi dalla sua nascita e non si potranno attuare tutte le modifiche di governance su cui il commissario sta lavorando, necessarie per il futuro buon funzionamento dell’Ente”.
Una interrogazione, quella del Movimento 5 Stelle, volta a chiarire il perimetro d’azione del commissario straordinario, Eugenio D’Amico. “In carenza di una corretta definizione dei poteri conferiti al commissario, ogni iniziativa adottata potrebbe essere oggetto di impugnativa e successivo annullamento”, conclude Mammì.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Mammì (M5S): “Si chiariscano subito i poteri del commissario straordinario Enpapi” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Carenza di infermieri e oss all’Asst Monza: Fials pronta ad azioni di protesta

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa con cui la segreteria territoriale del sindacato torna sulla questione già affrontata nei giorni scorsi.
Apprendiamo con sommo stupore del comunicato apparso sulla intranet aziendale dell’Asst di Monza, dove la direzione generale ribadisce come si sia attuata una politica di assunzioni, e anzi il personale in Azienda risulti in numero maggiore rispetto alla precedente dotazione organica. Tale comunicato ci lascia senza parole perché non riusciamo a comprendere come una direzione generale non riesca a vedere la situazione in cui versano i reparti del presidio ospedaliero San Gerardo di Monza e di quello di Desio.
La situazione reale è ben lontana da quella che descrive l’amministrazione. Ad oggi assistiamo a una carenza cronica di personale nella quasi totalità dei reparti dell’Asst, vediamo personale infermieristico e oss che viene gestito su più unità operative, contingenti minimi che vengono calcolati su norme obsolete, che non rispecchiano minimamente la realtà assistenziale attuale, ma soprattutto carichi di lavoro non più accettabili.
Il personale sanitario delle degenze, ma anche delle unità operative di emergenza/urgenza, è costretto a continui salti riposo e a prestazioni straordinarie che ormai sono diventate all’ordine del giorno. Assistiamo a situazioni in cui non si è più in grado neanche di programmare la propria vita privata, con turni di lavoro massacranti che vengono costantemente stravolti dalle varie vicissitudini a cui la direzione non riesce a far fronte.
L’Asst di Monza, pur avendo una graduatoria di infermieri e di oss, continua a non assumere, ma anzi rinvia la problematica a dopo il periodo estivo. Per questi motivi, a tutela della sicurezza del personale, l’organizzazione sindacale Fials Asst Monza ha indetto uno stato di agitazione, chiedendo un forte intervento di Regione Lombardia sulla carenza di personale nell’Asst di Monza. Come organizzazione sindacale, in caso di mancata inversione di tendenza, saremo costretti ad azioni sindacali più incisive, fino ad arrivare a manifestazioni pubbliche con il coinvolgimento di cittadinanza e operatori dell’Azienda.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Carenza di infermieri e oss all’Asst Monza: Fials pronta ad azioni di protesta scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Atrofia Muscolare Spinale: Tesi Sperimentale infermieristica Italo-Spagnola

L’atrofia muscolare spinale (SMA) è una malattia genetica neuromuscolare con il più alto tasso di mortalità in età infantile
La SMA comporta la perdita progressiva del tono muscolare, la degenerazione dei sintomi e infine alla paralisi totale.
Di seguito le motivazioni del dott. Doronzo che lo hanno guidato nella scelta dell’argomento del lavoro di tesi e le fasi della sua realizzazione:
“Ci￲ò che mi ha spinto a considerare questo argomento di tesi, è stata la mia esperienza di tirocinio presso l’Hospital de La Rioja, Spagna.Ero nell’ U.O. di gastroenterologia pediatrica per svolgere le normali attività di tirocinio, quando incontrai per la prima volta un ragazzo di tredici anni affetto da una patologia piuttosto rara, la SMA.
Gli infermieri del reparto furono colti alla sprovvista, non sapevano bene cosa fare e in che modo trattare il bambino. Molte procedure venivano effettuate sotto indicazione della madre, la quale era dettagliatamente informata sulla patologia di suo figlio. Io quel giorno mi limitai ad ascoltare e a seguire le istruzioni fornitemi dalla donna. Questo episodio mi colpì e scaturì in me una curiosità particolare.Da quel momento in poi cominciai giorno per giorno ad informarmi ricercando nel luogo altri soggetti affetti da questa patologia per capirne di più.Al rientro in Italia decisi di proseguire questo progetto che mi ha portato a svolgere una tesi riguardante il confronto sulla conoscenza e le diverse tipologie di trattamento della patologia SMA tra le nazioni di Spagna e Italia.Il progetto di ricerca condotto nella mia tesi, presentatami dal relatore Federico Ruta (referente donazione organi, direzione sanitaria Ospedale N. Bonomo – Andria ) ha lo scopo di valutare la gestione dei bambini affetti da una patologia rara, con un numero di casi sempre più crescente nonché l’Atrofia Muscolo Spinale.L’idea di base su cui si impronta il mio progetto di tesi è nata dal confronto di due esperienze di tirocinio tra i reparti di Pediatria dell’ospedale Monsignor Dimiccoli di Barletta e Gastroenterologia Pediatrica de l’Hospital San Pedro de La Rioja mettendo a confronto la gestione dei bambini tra due aziende sanitarie di Italia e Spagna, (Azienda Bat – Azienda Logro￱o) attraverso l’applicazione della teoria del Self-care di Barbara Reigel.
Obiettivi focali della ricerca sono:
Gestione dell’Atrofia Muscolo Spinale nell’Asl Bat;
Gestione dell’Atrofia Muscolo Spinale nell’Hospital de la Rioja in Logro￱o;
Valutazione della Teoria del Self-Care applicata ai soggetti affetti da SMA.
Lo studio è stato eseguito per metà presso l’unità operativa di Gastroenterologia Pediatrica de L’Hospital de La Rioja ed è continuato nell’Unità Operativa di Pediatria presso l’Ospedale Mons. Dimiccoli di Barletta.
Per quanto riguarda l’analisi in Spagna ho sostenuto personalmente un incontro in Auditorium nell’Hospital de la Rioja con i genitori dei bambini interessati, nel quale, dopo un colloquio conoscitivo, a cui hanno preso parte anche i bambini, ho somministrato i questionari di valutazione del Self-Care.Successivamente, tornato in Italia, ho somministrato il medesimo questionario nelle stesse modalità, presso l’Unità Operativa di Pediatria nell’Ospedale Mons. Dimiccoli di Barletta.
Dopo attente valutazioni circa i metodi da utilizzare e gli obiettivi da raggiungere è stato organizzato, grazie alla massima disponibilità dei genitori dei bambini SMA e l’associazione “FamiglieSma”, un incontro tenutosi a Barletta, presso Villa Oliva, dove ho potuto somministrare ad altri genitori il questionario di valutazione, sfruttando l’intera giornata per approfondire maggiormente le caratteristiche sulla gestione di questa rara patologia.
Il questionario utilizzato sfrutta i criteri della Teoria del Nursing, in particolare sono state approfondite tre componenti di queste teoria:
MAINTENANCE (mantenimento della stabilità fisiologica);
MONITORING (riconoscimento dei sintomi);
MANAGEMET (gestione delle alterazioni).
Alla luce di quanto riportato, la ricerca sperimentale si compone attraverso una osservazione mista:
Qualitativa: osservazione e analisi e comparazione della popolazione di riferimento attraverso l’utilizzo di specifici parametri per valutare l’andamento terapeutico
Quantitativa: la metodologia utilizzata si basa sulla creazione di un questionario anonimo composto da n.15 domande a risposta multipla sottoposto ai genitori delle bambine/i (madre-padre).
Il campionamento di convenienza utilizzato è giustificato dalla presenza di pochi casi, in quanto la SMA è una malattia rara, con un tasso di incidenza molto basso. Di seguito illustro il questionario sviluppato sula base della teoria di B.Reigel, che indaga sui livelli di Self-Care nei bambini.Possiamo sostenere che i risultati ottenuti avvalorano l’ipotesi di tesi iniziale, e cioè, valutare la gestione della SMA (Atrofia Muscolo Spinale) attraverso lo studio comparativo tra i Paesi di Italia (provincia Bat) e Spagna (provincia di Logro￱o), con lo scopo di applicare la teoria del Self-Care di Dorothea Orem, rielaborata da Barbara Reigel.
La volontà è stata quella di carpire se la teoria del Self-Care, che include i tre livelli di Self Maintenance, Self Monitoring e Self Management, può￲ essere applicata ai bambini affetti da SMA.
Lo strumento elaborato ha messo in evidenza che seppur in condizione patologiche che i bambini di entrambi i paesi evidenziano un punteggio Self-Care soddisfacente e ci￲ dimostra che questi ultimi, possiedono capacità residue di autocura del proprio stato di salute.
Lo studio osservazionale mette in evidenza che , i bambini italiani hanno livelli di Self-Care superiori ai bambini spagnoli. Perci￲ò alcune considerazioni spingono il ricercatore ad asserire che i livelli dei bambini italiani sono più alti perchè i genitori ricevono una educazione sanitaria superiore rispetto alla Spagna (provincia di Logro￱o).
L’addestramento a domicilio è superiore in Italia (provincia Bat) e il supporto multi professionale a domicilio è maggiore.
Questo dimostra che questi tre elementi fondamentali consentono ai bambini italiani di ottenere un livello esauriente di autocura a casa, essendo la SMA (Atrofia Muscolo Spinale) una patologia rara pediatrica altamente invalidante.
Pertanto è necessario che ulteriori studi approfondiscano sempre più gli aspetti relativi alla qualità di vita dei bambini e la misurazione del livello di Self-Care.
E’ importante inoltre educare adeguatamente il personale sanitario in quanto è evidente che le conoscenze sulla complessità delle malattie rare sono insufficienti.La ricerca scientifica, infatti, è fondamentale per migliorare la vita delle persone, fornendo loro risposte e soluzioni, sia dal punto di vista delle cure disponibili sia da quello di una migliore assistenza. Per chi vive con una patologia rara, ogni giorno è una sfida fatta di piccole e grandi preoccupazioni. Avere il supporto della propria comunità può￲ alleviare molto il senso di isolamento delle famiglie che le devono fronteggiare.Il mio auspicio è che l’opinione pubblica capisca l’importanza dell’informazione affinchè possano migliorare le condizioni di vita di tutti i bambini e delle famiglie che si trovano ad affrontare una malattia rara”.
 
DORONZO Michele Giuseppe
CALABRESE Michele
L’articolo Atrofia Muscolare Spinale: Tesi Sperimentale infermieristica Italo-Spagnola scritto da Michele Calabrese è online su Nurse Times.

OPI BAT, infermieri On Air 13.0: il lavaggio delle mani

Il lavaggio delle mani rappresenta da solo il mezzo più importante ed efficace per prevenire la trasmissione delle infezioni. Serve ad allontanare fisicamente lo sporco e la maggior parte della flora transitoria della cute
Si è tenuto lo scorso 28 Maggio 2019 il consueto e ampiamente seguito appuntamento televisivo dell’Ordine degli Infermieri della Bat (OPI BAT) alla trasmissione televisiva “Casa Serena” condotta da Serena SGUERA.
Ospiti in studio in rappresentanza OPI BAT , il dott. Savino PETRUZZELLI e la Collega dott.ssa Lorella MONTERISI.
Il lavaggio delle mani è il mezzo più semplice,  immediato e sicuramente più  importante  per combattere la trasmissione delle infezioni sia in ospedale che a casa.
Il lavaggio delle mani va fatto quando gli operatori devono eseguire delle procedure ; anche più volte durante la giornata lavorativa soprattutto in tutte le situazioni in cui può esserci trasmissione di infezioni al paziente.
In particolare, il lavaggio delle mani:
va  fatto quotidianamente ad inizio e fine turno
dopo il rifacimento del letto
prima e dopo il contatto diretto con utenti e pazienti
prima e dopo la somministrazione di terapie
in tutte le situazioni in cui esiste il dubbio se indossarli o meno
Di questo e tanto altro si è argomentato alla trasmissione “Casa Serena ”in onda sul Canale 14 DDT.
 
CALABRESE Michele
 
L’articolo OPI BAT, infermieri On Air 13.0: il lavaggio delle mani scritto da Michele Calabrese è online su Nurse Times.

Arriva il maxi-scivolo: in pensione 7 anni prima

Misura sperimentale nel 2019 e 2020 per le società con più di mille dipendenti. Costi di uscita a carico delle aziende.
Via dal lavoro sette anni prima con uno scivolo pagato però dall’azienda. Il meccanismo si chiama “contratto di espansione” e prenderebbe il posto degli attuali contratti di solidarietà espansiva. È l’ipotesi contenuta in un emendamento dei relatori al Decreto Crescita che potrebbe favorire il rinnovamento delle aziende. Ma non tutte.
La norma è infatti finalizzata solo alle grandi imprese, con più di mille lavoratori, che all’interno di un ammodernamento tecnologico potrebbero anche favorire l’uscita dei lavoratori più anziani con uno scivolo a proprio carico fino a sette anni dalla pensione. L’azienda pagherebbe l’equivalente della pensione lorda maturata al momento dell’uscita. Il meccanismo, complesso, prevede che le aziende possano anche ridurre l’orario di lavoro degli altri dipendenti e assumere in cambio nuovi lavoratori.
L’emendamento presentato dai relatori, insieme a un pacchetto che ha fatto sollevare la protesta del Pd, visto il poco tempo a disposizione per l’esame, sostituisce per intero la normativa sulla solidarietà espansiva e introduce il nuovo “contratto espansivo”, finanziandolo con 40 milioni per quest’anno e 30 per il prossimo, ma in via sperimentale per due anni, 2019 e 2020. Oltre a dare la possibilità di anticipare le uscite dei più anziani, si prevede anche la riduzione oraria (che può essere concordata, ove necessario, fino al 100%) e potrà essere integrata da Cig e Cigs, ma fino a 18 mesi anziché 24. Nel contratto andrà indicato il numero di nuove assunzioni “a tempo indeterminato” o con il “contratto di apprendistato professionalizzante”.
Le aziende potranno chiedere di stipulare questi contratti di espansione al ministero del Lavoro insieme ai sindacati, “nell’ambito dei processi di reindustrializzazione e riorganizzazione”, se si avvia una “modifica strutturale dei processi aziendali finalizzati al progresso e allo sviluppo tecnologico” che porta con sé “l’esigenza di modificare le competenze professionali in organico”, anche “prevedendo l’assunzione di nuove professionalità”. Per i lavoratori che invece si trovano “a non più di 84 mesi” dalla pensione “il datore di lavoro riconosce per tutto il periodo e fino al raggiungimento del primo diritto a pensione, a fronte della risoluzione del rapporto di lavoro, un’indennità mensile, liquidabile anche in unica soluzione, commisurata al trattamento pensionistico lordo maturato dal lavoratore al momento della cessazione del rapporto di lavoro”.
Se il lavoratore è vicino alla pensione anticipata, “il datore di lavoro versa anche i contributi previdenziali utili al conseguimento del diritto, con esclusione del periodo già coperto dalla contribuzione figurativa a seguito” del licenziamento. Prevista anche una clausola per evitare nuovi esodati, perché si precisa che “leggi e altri atti aventi forza di legge non possono in ogni caso modificare i requisiti per conseguire il diritto” alla pensione “vigenti al momento dell’adesione” all’uscita con scivolo aziendale. Gli elenchi dei lavoratori che “accettano indennità” andranno depositati.
«Nasce il contratto di espansione per favorire nuove assunzioni – hanno spiegato il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, e il viceministro all’Economia, Laura Castelli, parlando dell’emendamento presentato dai relatori al Decreto Crescita –. L’obiettivo è creare uno strumento che superi il contratto di solidarietà, totalmente ignorato dalle imprese. Le imprese che hanno processi di reindustrializzazione e sviluppo tecnologico potranno assumere a tempo indeterminato tutti i lavoratori coerenti con i processi di reindustrializzazione, riqualificare e formare tutto o parte delle professionalità destinate a non essere più utilizzate in modo proficuo. Le imprese potranno anche riconoscere ai lavoratori che si trovino a meno di 84 mesi del raggiungimento del requisito pensionistico un’indennità di prepensionamento con onere interamente a proprio carico. A fronte di questi impegni, lo Stato garantirà a queste imprese la cassa integrazione straordinaria per 18 mesi e chiederà l’avvio dei processi di riqualificazione e formazione».
Redazione Nurse Times
Fonte: Il Messaggero
 
L’articolo Arriva il maxi-scivolo: in pensione 7 anni prima scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Eparina a basso peso molecolare: indicazioni terapeutiche e modalità di somministrazione

Proponiamo un contributo a cura della nostra collaboratrice Morena Allovisio.
Negli ultimi anni le eparine a basso peso molecolare, grazie alla loro migliore biodisponibilità ed emivita, ad un’attività più prevedibile e alla minore tendenza a inibire l’aggregazione piastrinica, hanno sostituito l’uso routinario dell’eparina non frazionata, sia in ambito ospedaliero che territoriale.
L’enoxaparina, insieme alle altre EBPM, costituisce pertanto un tema sanitario rilevante. Parallelamente vi è stata l’immissione in commercio, alla fine del 2017, di farmaci biosimilari, conseguente alla perdita della copertura brevettuale dell’enoxaparina. Le indicazioni da regole regionali 2018 (DGR2017_7600), confermate anche nel 2019 (DGR2018_1046), spingono alla promozione del biosimilare. Inoltre, secondo il Second Position Paper di Aifa del 2018 sui farmacibiosimilari, il rapporto rischio beneficio dei farmaci biosimilari è lo stesso di quello dell’originator di riferimento, come dimostrato durante le fasi del processo regolatorio di autorizzazione.
ENOXAPARINA: INDICAZIONI REGISTRATE
A) Trattamento malattia tromboembolica venosa (TEV)
1 – TROMBOSI VENOSA PROFONDA: posologia 150 UI/Kg (1,5 mg/kg) die (utilizzata in pazienti non complicati con un basso rischio di recidiva di TEV) o 100 UI/kg (1 mg/kg) b.i.d. (utilizzata in tutti gli altri pazienti, quali ad esempio obesi, con EP sintomatica, patologia tumorale, recidiva di TEVo trombosi prossimale – vena iliaca); pazienti con compromissione renale grave, vedere scheda tecnica. Durata trattamento 10 giorni.
2 – EMBOLIA POLMONARE: posologia 150 UI/Kg (1,5 mg/kg) die (utilizzata in pazienti non complicati con un basso rischio di recidiva di TEV) o 100 UI/kg (1 mg/kg) b.i.d. (utilizzata in tutti gli altri pazienti, quali ad esempio obesi, con EP sintomatica, patologia tumorale, recidiva di TEV o trombosi prossimale –vena iliaca-); 100 UI//kg (1 mg/kg) die per pazienti con compromissione renale grave (clearancedella creatinina 15-30 ml/min). Durata trattamento 10 giorni.
B) Profilassi TEV
1 – CHIRURGIA ORTOPEDICA: posologia 2000 U.I. nei pazienti a rischio tromboembolico moderato, 4000 U.I. die nei pazienti ad alto rischio tromboembolico; per pz con insufficienza renale vedere scheda tecnica. Durata trattamento 7-10 giorni(o fino a recupero della sua ridotta mobilità); 35 giorni(per i pazienti sottoposti a chirurgia ortopedica maggiore).
2 – CHIRURGIA GENERALE: posologia 2000 U.I. nei pazienti a rischio tromboembolico moderato/ 4000 U.I. die nei pazienti a rischio tromboembolico moderato; per pz con insufficienza renale vedere scheda tecnica. Durata trattamento 7-10 giorni(o fino a recupero della sua ridotta mobilità); 28 giorni(per i pazienti ad alto rischio di TEV sottoposti ad intervento chirurgico addominale o pelvico per cancro).
3 – PAZIENTI NON CHIRURGICI AFFETTI DA PATOLOGIA ACUTA: posologia 4000 U.I. (40 mg) die s.c. Durata del trattamento 6-14 giorni(indipendentemente dallo stato di recupero, ad es. mobilità).
4 – PAZIENTI DI PERTINENZA MEDICA ALLETTATI A RISCHIO TVP: posologia 4000 U.I. (40 mg); 2000 U.I. (20 mg) die (nei pazienti con insufficienza renale grave ClCr 15-50 ml/min). Durata del trattamento 6-14 giorniIl beneficio di un trattamento superiore a 14 giorni non è stato stabilito.
C) Altre indicazioni
1 – Trattamento dell’angina instabile e dell’infarto delmiocardio senza sopra-slivellamento del tratto ST (NSTEMI): posologia 100 UI/Kg (1 mg/Kg) b.i.d.s.c. in associazione con acido acetilsalicilico orale. Durata del trattamento 2-8 giorni.
2 – Trattamento dell’infarto miocardico acuto con sopra-slivellamento del tratto ST (STEMI):inclusi i pazienti gestiti con la sola terapia farmacologica o da sottoporre a successivo intervento coronarico percutaneo (PCI). Per posologia e durata trattamento vedere scheda tecnica.
3 – Prevenzione della formazione di trombi nella circolazione extracorporea in corso di emodialisi. Per posologia e durata trattamento vederescheda tecnica.
D) Farmaci non registrati (Legge 648/96, art. 1 comma 4)
A) Profilassi TEV in pazienti con trattamento FIVET:
1 – TVP in pazienti oncologici ambulatoriali a rischio (KHORANA >3). Prescrizione a cura dell’ematologo o oncologo.
2 – In gravidanza e puerperio per le pazienti a rischio. Durata trattamento: fino a 41 settimane circa (calcolando dalla positivizzazione del test di gravidanza-circa 5 settimane di età gestazionale- e includendo fino a 6 settimane di puerperio).
B) Trattamento TEV:
Nella sospensione degli anti-vitamina K (AVK) per manovrechirurgiche e/o invasive (bridging). Durata trattamento: 10 giorni .
Criteri inclusione: pazienti a rischio basso, moderato ed elevato di tromboembolismo.
Criteri esclusione: pazienti sottoposti a procedure con minimo rischio di sanguinamento (procedure dermatologiche minori come escissione di tumori basali e squamosi, cheratosi attiniche e nevi, cataratta con anestesia topica non retrobulbare, avulsioni dentarie semplici, detartrasi, biopsie ossee).
C) Trattamento cronico del paziente con fibrillazione atriale
E) Usi OFF-LABEL
A) Profilassi TEV in pazienti con trattamento FIVET
B) trattamento cronico della fibrillazione atriale
POSOLOGIA E SOMMINISTRAZIONE EBPM
1-2 volte/die nel tessuto sottocutaneo.
CONTROINDICAZIONI: sindrome emorragica in atto, piastrinopenia, iperensibilità.
INTERAZIONI
Sconsigliato uso concomitante di farmaci antiaggreganti piastrinici: ASA-FANS-KETOROLAC-DICLOFENE-TICLOPIDINA-CLOPIDROGEL. Precauzioni nell’uso concomitante di anticoagulanti orali  (COUMADIN) e glucocorticoidi.
SOMMINISTRAZIONE DI EBPM: GESTIONE INFERMIERISTICA
L’eparina viene somministrata tramite iniezione nel tessuto sottocutaneo. L’iniezione sottocutanea consiste nell’introduzione di una sostanza terapeutica nel tessuto situato nella zona immediatamente sottostante il DERMA che è Tessuto costituito da ADIPE. ATTenzione poiché non tutti hanno lo stesso strato di  adipe.
L’ASSORBIMENTO È LENTO-SOSTENUTO-COMPLETO.
Non deve essere praticata l’iniezione su:
– Aree ustionate
– Nevi
– Cicatrici
– Lesioni
– Tessuto infiammato
Sedi di iniezione:– Muscolo deltoide
– Addome (esclusa la zona periombelicale) – Perché è da preferire? Di solito vi è abbondanza di tessuto s.c. È più facile da pizzicare rispetto alla coscia o al braccio. Il farmaco viene assorbito in maniera più rapida. Avvertenze: iniettare a una distanza dall’ombelico pari alla larghezza di una mano, le iniezioni laterali rischiano di diventare intramuscolari
– Regione antero-laterale coscia: l’iniezione, specie nei maschi, deve essere fatta nella parte alta anteriore in quanto nella zona laterale il tessuto sottocutaneo è scarso (

Lucca, si suicidò al Pronto soccorso: tre medici indagati per mancata vigilanza

L’uomo aveva già tentato di togliersi la vita poco prima. Secondo l’accusa, un ricovero in Psichiatria avrebbe potuto evitare la tragedia.
Non chiesero una nuova visita che avrebbe potuto concludersi con un ricovero in Psichiatria per un 51enne di Fornaci di Barga, arrivato in ospedale dopo un tentato suicidio. Una soluzione che avrebbe potuto evitare la morte consumata nella solitudine di un bagno del Pronto soccorso, nella notte tra il 15 e il 16 maggio 2018. Accusati di omicidio colposo in concorso, tre medici dell’ospedale San Luca di Lucca, due residenti a Lucca e uno a San Giuliano Terme. Hanno ricevuto l’avviso di chiusura delle indagini, che anticipa la richiesta di rinvio a giudizio.
La Procura di Lucca contesta ai tre, in varie fasi della giornata durante il ricovero del paziente, un comportamento capace di creare le condizioni di una mancata vigilanza della persona che aveva tentato di togliersi la vita tagliandosi le vene ai polsi. Una “finestra” di libertà di movimento con un epilogo tragico. Il paziente prese due sacchetti di plastica e un laccio, andò nel bagno nei pressi della cameretta in cui era ricoverato e, dopo averli calati in testa e stretti intorno al collo, si soffocò alle 3:30 del mattino. Era arrivato in ospedale alle 9:30 circa.
La diagnosi era quella di un tentato suicidio. L’uomo aveva passato tutta la notte al cimitero comunale, sdraiato sulla tomba della madre recentemente scomparsa. Era in ipotermia e aveva delle ferite ai polsi. Lo psichiatra lo aveva visitato e, dopo averlo mandato in reparto per i problemi dovuti alle ferite alle braccia, si era raccomandato di essere ricontattato per una nuova valutazione circa la degenza in Psichiatria. Secondo l’accusa uno dei medici del Pronto soccorso non si preoccupò poi di segnalare il caso al collega psichiatra.
Quando poi il paziente era passato nel reparto di Osservazione breve intensiva, gli altri due medici indagati lo avevano tenuto d’occhio in maniera blanda, senza chiedere l’intervento dello specialista, che, stando all’accusa, avrebbe potuto cogliere il malessere nell’aspirante suicida. E avrebbe impedito che fosse lasciato solo nella camera, dandogli anche la possibilità di reperire il materiale con cui poi si uccise.
La morte del 51enne di Fornaci, conosciuto anche nel mondo della pallavolo locale, ha destato sconcerto tra parenti e amici, ma ha avuto conseguenze anche nell’organizzazione dei reparti ospedalieri. A dicembre l’Azienda sanitaria ha deciso unilateralmente di prendere infermieri e operatori socio-sanitari del dipartimento di Salute mentale e di inviarli, in orario istituzionale, a effettuare il servizio di sorveglianza personalizzata per la prevenzione del suicidio al Pronto soccorso dell’ospedale San Luca.
Redazione Nurse Times
Fonte: Il Tirreno
 
L’articolo Lucca, si suicidò al Pronto soccorso: tre medici indagati per mancata vigilanza scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Cerignola, due episodi di violenza in un giorno: aggrediti un infermiere e un medico

Si tratta di casi distinti, entrambi registrati sabato scorso all’ospedale “Tatarella”. La direzione generale corre ai ripari.
Un infermiere e un medico aggrediti a Cerignola (Foggia). Due distinti episodi, avvenuti entrambi sabato scorso. Il primo al Pronto soccorso dell’ospedale “Giuseppe Tatarella”, dove un infermiere addetto al triage è stato schiaffeggiato dal famigliare di un paziente in attesa di essere visitato. L’aggressione è avvenuta mentre l’operatore stava spiegando le modalità di accettazione dei pazienti e di assegnazione del codice di priorità di accesso alle cure. Sul posto sono intervenuti i militari della guardia di finanza, che hanno presidiato la postazione sino a domenica mattinata. L’infermiere ha riportato lesioni guaribili in cinque giorni.
La seconda aggressione è avvenuta, quasi contemporaneamente, ai danni di un giovane medico di Continuità Assistenziale, inviato dalla centrale operativa del 118 al domicilio di una paziente per un codice di minore gravità. Da una prima ricostruzione dei fatti sembrerebbe che il padre della paziente, vedendo arrivare un medico e non un’ambulanza, abbia preso a pugni il sanitario, che ha riportato lesioni giudicate guaribili in dieci giorni.
“È inaccettabile – dichiara il direttore generale – che personale sanitario chiamato a svolgere una delicata funzione al servizio della tutela della salute debba temere continuamente per la propria incolumità. Non ci sono spiegazioni per violenze di questo tipo, che colpiscono solo i nostri operatori. Creando una pericolosa interruzione di pubblico servizio, danneggiano infatti la stessa utenza, la cui salute viene messa a serio rischio. Il mio ringraziamento va agli uomini della guardia di finanza per l’intervento tempestivo, grazie al quale le attività di assistenza sono state ripristinate, in un contesto di legalità”.
La direzione generale ha da tempo programmato e già avviato una serie di interventi finalizzati alla messa in sicurezza dei presidi aziendali attraverso l’attivazione di misure a tutela dell’incolumità degli operatori sanitari e dell’utenza, nonché la predisposizione di azioni concrete di prevenzione e contenimento degli atti di violenza. È in via di approvazione, infatti, un “Programma operativo per la prevenzione e il contenimento degli atti di maltrattamento e/o aggressione ai danni degli operatori sanitari”, per la cui elaborazione è stata fondamentale la costante interlocuzione con le forze dell’ordine e la prefettura, nell’ambito del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica.
“Il nostro intento – conclude il direttore generale – è rasserenare il personale: stiamo facendo tutto il necessario per scongiurare il ripetersi di tali aggressioni”. L’Azienda, intanto, garantisce agli operatori vittime di aggressione tutte le tutele legali e annuncia che si costituirà parte civile negli eventuali procedimenti a carico degli aggressori.
Redazione Nurse Times
Fonte: Quotidiano di Foggia
 
L’articolo Cerignola, due episodi di violenza in un giorno: aggrediti un infermiere e un medico scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Morta mamma 40enne che rifiutò la chemio per curare il cancro con dieta vegana e integratori

Decise di rifiutare le cure mediche tradizionali optando per combattere il cancro al seno attraverso l’assunzione di una dieta vegana e degli integratori: ecco la scelta di una mamma inglese, morta sabato 25 maggio. A riportare la storia di Katie Britton-Jordan, 40enne originaria del Derbyshire, è il Daily Mail.

La diagnosi di carcinoma mammario le era giunta  circa due anni fa. Nonostante la malattia fosse allo stadio 2, la ragazza decise di non sottoporsi ne a mastectomia, ne a radioterapia o cure chemioterapiche. Questa decisione venne presa sulla base del convincimento che tali trattamenti avrebbero “avvelenato il suo corpo”.
Proprio la scelta di un approccio alternativo ha permesso alla malattia di avere la meglio.
Al regime alimentare vegano, la donna aveva aggiunto l’assunzione di integratori alle alghe marine ricche di iodio, capsule di curcuma cruda e pepe nero. Inoltre, aveva tentato di raccogliere fondi per sottoporsi ad un’alternativa immunoterapia e alla terapia del vischio.
Il marito Neil, 58 anni, ha annunciato la morte dei Katie su Facebook: “Mi si spezza il cuore a scriverlo ma sabato, con la stessa grazia e la stessa forza con cui ha condotto la sua vita terrena, Katie è passata pacificamente alla successiva”. “Sono a corto di risposte quando la nostra bambina piange e chiede ‘perché devo salutare la mamma?’”, ha aggiunto l’uomo.

L’articolo Morta mamma 40enne che rifiutò la chemio per curare il cancro con dieta vegana e integratori scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Brescia, infermieri costretti a saltare i riposi per mesi

La testimonianza di un dipendente degli Spedali Civili. Basta che un collega si ammali per mandare in tilt il calendario delle ferie.
«Se qualcuno dei miei colleghi si ammala, la situazione può diventare critica. Qualche mese fa abbiamo saltato i riposi per tre mesi di fila». Marco Saottini fa l’infermiere agli Spedali Civili di Brescia da oltre 17 anni. Lavora nel reparto di chirurgia toracica e, come accade anche per i colleghi degli altri reparti, è costretto ad affrontare i disagi derivanti dalla carenza di personale: residui di ferie da smaltire, ferie assicurate solo d’estate e riposi saltati.
«Quando una nostra collega è stata costretta a restare a casa per tre mesi in malattia – racconta l’infermiere – è stato pesante saltare i riposi. Si parla sempre di qualità del servizio da offrire all’utenza, ma credo che non la si possa raggiungere se i lavoratori sono stressati». Stesso discorso per il capitolo ferie: «Le ferie estive riusciamo a farle grazie all’accorpamento dei reparti, ma prendere giorni durante l’anno è dura: ci sono i congedi di maternità o chi, come me, beneficia della Legge 104, e quindi per gli altri colleghi diventa difficile prendere dei giorni. Io stesso ho 26 giorni di ferie del 2018 da smaltire».
Se sul fronte infermieri sembra che qualcosa stia migliorando (ne sono appena stati assunti 70), non è così per gli operatori socio-sanitari. «Per reggere la situazione durante l’estate – riferisce Marco Trivelli, direttore dell’Assi Spedali Civili – siamo dovuti ricorrere a una società di lavoro interinale. Il concorso lo faremo a settembre».
La condizione dei lavoratori del comparto sanità pubblica si fa sentire di più negli ospedali con presidi molto distanti l’uno dall’altro. Come l’Assi del Garda. «Dobbiamo garantire in ogni presidio tutte le stesse tipologie di servizi – sottolinea il direttore Carmelo Scarcella –. Tutto ciò rende più complicate le cose. Una situazione particolarmente stressante per noi è quella legata alla difficoltà di reperire infermieri strumentisti».
Redazione Nurse Times
Fonte: Giornale di Brescia
 
L’articolo Brescia, infermieri costretti a saltare i riposi per mesi scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Ricerca, la promessa di Giulia Grillo: “Sosteniamo il made in Italy”

“I giovani ricercatori sono patrimonio del Paese”. Così il ministro della Salute sul sito governativo. Di seguito il testo completo del suo intervento.
“Il Bando della Ricerca finalizzata 2018 ha esaminato oltre 1.700 progetti, assegnando 95 milioni di euro, oltre la metà dei quali a giovani ricercatori. Le nostre menti migliori sono patrimonio del nostro Paese e dobbiamo fare rete per sostenerli. È il nostro ‘made in Italy’ e dobbiamo valorizzarli. Ben 5 milioni vanno a giovanissimi campioni della nostra ricerca che hanno meno di 33 anni.
Il tema della ricerca mi sta particolarmente a cuore, tanto da aver deciso di mettere a disposizione della Direzione generale Ricerca gli avanzi di bilancio del ministero della Salute del 2018. Sono fondi che si aggiungono a quelli che il ministero ha stanziato nella scorsa legge di stabilità. Siamo tornati a investire sulla ricerca in sanità, 60 milioni in tre anni. Per me sono solo un inizio. È il segnale di un’attenzione nuova e concreta al mondo della ricerca sanitaria e ai giovani talenti, che è stato trascurato in passato.
Sulla valorizzazione della ricerca punto molto nel mio lavoro di ministro della Salute, e su questo sento il sostegno di tutto il Governo. È vero che, quando parliamo di progresso scientifico e delle sue applicazioni in campo medico e nelle cure, i fondi non sono mai abbastanza. Possiamo e dobbiamo fare sempre di più. Intanto ho già provato a fare qualcosa anche per assicurare ai giovani ricercatori percorsi professionali sempre più stabili, che possano da un lato valorizzare il loro lavoro e, dall’altro, utilizzare la loro esperienza per migliorare le prestazioni del nostro Servizio sanitario nazionale.
Quella che abbiamo chiamato ‘Piramide della Ricerca’ è un percorso di carriera per i ricercatori che finalmente indica una rotta di futuro per chi dedica la vita allo studio e all’innovazione. Posso dunque assicurare a tutti voi, ricercatori, medici e a tutte le componenti del sistema della ricerca, che il ministro della Salute è dalla vostra parte e che l’attenzione di questo Esecutivo nei confronti del tema è alta e non può che aumentare.
Concludo, quindi, facendo i miei più grandi complimenti ai ricercatori che si sono distinti, aggiudicandosi i riconoscimenti che avrei voluto consegnare personalmente. Spero di avere modo di incontrarvi presto. Allo stesso tempo faccio i miei complimenti a tutti i ricercatori che hanno partecipato al bando della ricerca finalizzata, perché è grazie al lavoro di ciascuno di voi che la ricerca va avanti, ed è su di voi che il progresso scientifico e il Sistema sanitario nazionale fanno affidamento. Buona salute a tutti”.
Redazione Nurse Times
Fonte: www.salute.gov.it
 
L’articolo Ricerca, la promessa di Giulia Grillo: “Sosteniamo il made in Italy” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Stuprata da bambina: 17enne olandese ottiene il consenso all’eutanasia

Noa Pothoven, ragazza olandese di 17 anni, ha vinto la sua battaglia riuscendo ad ottenere il consenso per sottoporsi alla pratica dell’euranasia.
La giovane è deceduta domenica, dopo anni di sofferenze psichiche conseguenza di una violenza sessuale subita da bambina. È morta nella propria casa assistita dal personale medico appartenente ad un’associazione specializzata in questo genere di procedure.
L’adolescente aveva più volte dichiarato di non poter continuare a sopportare la propria vita, caratterizzata da una gravissima forma di depressione insorta dopo lo stupro.
In seguito della violenza subita, aveva sofferto anche di stress post traumatico e di anoressia, come riferito dai media olandesi.
In un ultimo post su Instagram, la ragazza ha scritto “amore è lasciare andare, in questo caso”, chiedendo ai suoi follower di non cercare di farle cambiare idea.
La sua battaglia per ottenere una “dolce morte” è stata molto lunga e dibattuta anche dal punto di vista legale.
Secondo le norme in vigore in Olanda, l’eutanasia può essere accordata a partire dai 12 anni di età, ma solo dopo che un medico abbia certificato che la sofferenza del paziente è insopportabile e senza via di uscita. Nel 2017, 6.585 persone hanno chiesto e ottenuto l’eutanasia in Olanda, circa il 4,4% dei decessi totali nel Paese, secondo quanto riferito dal comitato che si occupa di monitorare il fenomeno.
Noa aveva manifestato il suo disagio a più riprese, fin da giovanissima, scrivendo anche una autobiografia intitolata “Vincere o imparare” in cui descriveva i suoi sforzi per superare i suoi disturbi, insorti dopo una violenza sessuale subita da bambina.
Attraverso il proprio libro, ha voluto aiutare i giovani più vulnerabili a lottare per la vita, lamentando che in Olanda non ci siano strutture specializzate dove gli adolescenti possano ottenere supporto fisico o psicologico in casi simili. Successivamente, aveva espresso sui social il suo desiderio di farla finita, spiegando che non si è trattato “di una scelta impulsiva, ma a lungo meditata”.
Simone Gussoni
Fonte: Ansa
L’articolo Stuprata da bambina: 17enne olandese ottiene il consenso all’eutanasia scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Estar Toscana: concorso pubblico per infermieri. Al via le domande

L’Ente di supporto tecnico-amministrativo regionale della Toscana indice un concorso pubblico per infermieri
L’Estar provvede ad espletare procedure concorsuali e selettive per il reclutamento del personale per conto delle aziende/enti del SSR Toscano.
EMISSIONE DI UN CONCORSO PUBBLICO UNIFICATO PER TITOLI ED ESAMI PER LA COPERTURA DI N. 2 POSTI A TEMPO INDETERMINATO DI COLLABORATORE PROFESSIONALE SANITARIO INFERMIERE (delibera del D.G. n. 204 del 21/05/2019).
IL DIRETTORE GENERALE, su proposta del Direttore UOC Gestione Procedure concorsuali e selettive, delibera di procedere all’emissione del bando di concorso pubblico unificato per titoli ed esami per la copertura di n. 2 posti a tempo indeterminato di Collaboratore Professionale Sanitario – Infermiere (Cat. D), con assegnazione dei vincitori all’Azienda Ospedaliero Universitaria Senese.
La graduatoria sarà utilizzata da tutte le Aziende ed Enti del Servizio sanitario della Regione Toscana secondo il loro fabbisogno nei tre anni di validità della stessa.
MODALITA’ E TERMINI DI PRESENTAZIONE DELLA DOMANDA
Le domande di partecipazione alla selezione, dovranno essere presentate esclusivamente in forma telematica connettendosi al sito Estar: www.estar.toscana.it seguendo il percorso:
concorsi  ⇒ concorsi e selezioni in atto ⇒ concorsi pubblici ⇒ comparto
compilando lo specifico modulo online e seguendo le istruzioni per la compilazione ivi contenute.
Il termine fissato per la presentazione della documentazione è perentorio e pertanto non è ammessa la presentazione di documenti oltre la scadenza del termine utile per l’invio delle domande e con modalità diverse da quella sopra specificata e deve avvenire entro e non oltre le ore 12 del 30° giorno successivo a quello della data di pubblicazione dell’estratto del presente bando sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.
Pubblicato sull’Albo pretorio dell’Estar. Pubblicato sulla G.U. n.44 del 04-06-2019. Scade il 4 luglio 2019.
Seguiteci su www.nursetimes.org per rimanere aggiornati su tutte le proposte lavorative nelle aziende pubbliche.
 
Redazione NurseTimes
 
Allegato
Bando concorso pubblico infermieri Estar
L’articolo Estar Toscana: concorso pubblico per infermieri. Al via le domande scritto da Roberta Di Leo è online su Nurse Times.

ASUR Area Vasta 2 Ancona: concorso pubblico per infermieri. Al via le domande

Concorso pubblico unificato, per titoli ed esami, per la copertura di trentatrè posti di collaboratore professionale sanitario infermiere, categoria D, a tempo pieno ed indeterminato
In esecuzione della determina del direttore generale dell’A.S.U.R. Marche n. 116 del 12 marzo 2019, è indetto il concorso pubblico unificato degli enti del SSR, per titoli ed esami, per la copertura a tempo pieno ed indeterminato di trentatrè posti di collaboratore professionale sanitario infermiere, categoria D, così suddivisi:
A.S.U.R. Marche – venti posti;
A.O.U. Ospedali riuniti di Ancona – dieci posti; A.O.
Ospedali riuniti Marche nord – tre posti.
Il termine per la presentazione della domanda di partecipazione al predetto concorso, che dovrà essere inoltrata esclusivamente tramite procedura telematica, accedendo all’indirizzo web https://asurmarche.selezionieconcorsi.it scade il trentesimo giorno successivo alla data di pubblicazione del presente estratto nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – 4ª Serie speciale «Concorsi ed esami».
Il testo integrale del bando, con l’indicazione dei requisiti e delle modalità procedurali di partecipazione al concorso, è pubblicato nel Bollettino Ufficiale della Regione Marche n. 32 del 2 maggio 2019.
Lo stesso è altresì consultabile nel sito istituzionale dell’Azienda www.asur.marche.it nella sezione Amministrazione Trasparente – Bandi di concorso – Area vasta 2.
Pubblicato sulla GU n.44 del 04-06-2019. Pubblicato sul B.U.R. Marche n. 32 del 2/05/2019. Scade il  4 luglio 2019. 
Si rappresenta ai candidati che hanno presentato domanda di partecipazione al concorso pubblico, per titoli ed esami, di C.P.S. Infermiere (Cat. D) indetto in esecuzione dalla determina n. 681/A1/2 del 25/05/2015, che detta procedura è stata revocata con determina n. 116/DG dei 12/03/2019, pertanto gli interessati sono tenuti a presentare una nuova domanda di partecipazione alla selezione pubblica secondo le modalità indicate nel presente bando.
DOMANDA Di PARTECIPAZIONE
La domanda di partecipazione al concorso pubblico va presentata, a pena di esclusione, unicamente tramite procedura telematica, accedendo al seguente indirizzo web:
https://csurmarche.selezionieconcorsi.it
compilando lo specifico modulo on line secondo le istruzioni riportate nell’ALLEGATO 1 che costituisce parte integrante del presente bando.
È esclusa ogni altra forma di presentazione o trasmissione. Pertanto eventuali domande pervenute con altre modalità non verranno prese in considerazione.
Il candidato dovrà provvedere, obbligatoriamente, al versamento del contributo di partecipazione al concorso pari ad € 10,00 da effettuarsi in modo alternativo con le seguenti modalità:
bonifico bancario utilizzando il codice IRAN intestato ad ASUR Marche – AV2 – IT87 I 03111 02600 000000008172
versamento su Conto Ente esclusivamente presso gli sportelli di UBE Banca 2750150 (conto Ente dell’Asur Marche).
Dovrà altresì essere obbligatoriamente indicata carne causale: “Concorso C.P.S. Infermiere – cognome e nome del candidato”.
 
Redazione NurseTimes
 
Allegato
Bando Concorso Pubblico infermiere (B.U.R. Marche n. 32 pag. 6658)
 
 
L’articolo ASUR Area Vasta 2 Ancona: concorso pubblico per infermieri. Al via le domande scritto da Roberta Di Leo è online su Nurse Times.

Infermieri licenziati a Bologna:”Non dormivano, colpa è dei campanelli malfunzionanti”

Emergono nuovi particolari relativi al caso dei due infermieri e dell’operatore socio sanitario licenziati presso l’ospedale Maggiore di Bologna.
A fornire maggiori dettagli è il legale di due dei tre dipendenti licenziati. Attraverso le proprie dichiarazioni rilasciate al sito “BolognaToday”, ha spiegato come sarebbero andati realmente i fatti, sottolineando come “non ci siano state conseguenze sui pazienti”

«Quella notte fra il 14 e il 15 gennaio, nella quale avrebbero coperto il turno 20.00 – 7.00 il sistema di segnalazione evidentemente non ha funzionato, cosa che era già successa e che aveva richiesto l’intervento degli elettricisti già altre volte. I lavoratori, dopo aver provveduto alla somministrazione delle terapie e alla predisposizione del carrello, si trovavano in una stanza predisposta (e non in un magazzino imboscato ndr) in quei classici tempi di attesa del turno. In mano gli smartphone, stavano seguendo le notizie e in particolare quelle relative a una scossa di terremoto».E quindi in quel lasso di tempo i pazienti avrebbero suonato il campanello senza avere risposta? «Pare che uno dei degenti abbia suonato il campanello senza avere riscontro. A quel punto avrebbe chiamato l’ospedale con il suo telefono cellulare avvisando la guardia che era in attesa di essere raggiunto da qualcuno. A quel punto da un piano diverso del nosocomio si sono spostati degli altri infermieri e hanno avvisato i colleghi delle chiamate senza risposta. Li hanno trovati appunto nella stanza citata».Il paziente ha avuto conseguenze? E’ stato l’unico a lamentare il mancato arrivo degli operatori? «Il paziente era autosufficiente e non ci sono state cnseguenze. Da quel che sappiamo anche altri degenti avrebbero suonato il campanello, che essendo appunto mal funzionante a detta dei nostri assistiti, non avrebbe fatto il suo dovere».
Quali sono stati i tempi del provvedimento? «I fatti risalgono alla metà di gennaio (la notte fra il 14 e il 15), la contestazione è arrivata l’11 febbraio, io li ho accompagnati in commissione disciplina il 22 marzo e venerdì 31 maggio è giunto il provvedimento di licenziamento. Nel frattempo l’infermiere e l’oss hanno continuato a lavorare sottostando ai loro turni».
Hanno altri provvedimenti disciplinari sulle loro spalle? «Assolutamente no, nessun richiamo in tanti anni. Anzi, entrambi hanno collezionato tante lettere di ringraziamento e di affetto da parte dei degenti che hanno assistito e anche dopo la comunicazione della contestazione hanno svolto le loro mansioni con premura».
E adesso che cosa accadrà? Come vi muoverete? «Succede che come loro legale impugnerò il licenziamento chiedendo la reintegra e qualora l’ospedale non rispondesse dovrò fare un ricorso al tribunale del lavoro. Ricordo che nel pubblico impiego, a differenza del privato, per il licenziamento ingiusto è prevista appunto la reintegrazione nel posto di lavoro».
Simone Gussoni
L’articolo Infermieri licenziati a Bologna:”Non dormivano, colpa è dei campanelli malfunzionanti” scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Alzheimer: il nuovo approccio sviluppato da Ebri

L’ente no profit opera per individuare strategie terapeutiche innovative nella lotta alle malattie neurodegenerative.
L’Ebri (European Brain Research Institute) è un ente no profit fondato da Rita Levi-Montalcini con l’obiettivo di individuare nuove strategie terapeutiche per malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer, e per altri gravi disturbi del sistema nervoso. Ed è proprio sulla malattia di Alzheimer che si vuole puntare l’attenzione in quest’articolo
Il presidente Antonino Cattaneo racconta il panorama all’interno del quale si sta muovendo il mondo della ricerca e quello dell’industria farmaceutica per contrastare tale patologia: “L’Alzheimer, a oggi, è un problema medico insoluto, con 600mila pazienti in Italia e oltre 40 milioni nel mondo. La gravità della malattia e il numero di persone colpite determinano un impatto molto elevato sulle famiglie e sulla società. I farmaci oggi disponibili sono stati sviluppati negli anni Novanta. Da allora il deserto. Infatti, dalla fine degli anni Novanta, tutti i farmaci testati dalle aziende farmaceutiche, basati sulla dominante ‘ipotesi dell’amiloide’, che punta a colpire il cosiddetto peptide ABeta, sono falliti.
È di poche settimane fa la notizia dell’interruzione del trial clinico per la sperimentazione di Aducanumab, un anticorpo monoclonale contro l’amiloide, sviluppato da Biogen, sul quale si erano concentrate attenzione e speranza. Negli ultimi vent’anni ogni altra ipotesi è stata sostanzialmente ignorata. Le industrie farmaceutiche, con un incredibile conformismo industriale, hanno puntato in modo compatto su una sola via, e hanno perso, altrettanto compatte, la scommessa. È a causa di tali fallimenti che la ricerca industriale in tema di Alzheimer, come in un Gioco dell’oca, è tornata al punto di partenza, con una prospettiva di dieci anni o più prima che un nuovo farmaco possa entrare sul mercato, con l’ostacolo aggiuntivo che l’industria disinveste.
Ci troviamo quindi di fronte al paradosso di una malattia i cui casi sono destinati a triplicale nel 2050 e che sta diventando, invece, una malattia negletta, sulla quale l’industria farmaceutica non trova la convenienza a investire. È allora necessario pensale a nuovi approcci, e la ricerca preclinica ritorna in primo piano. L’Ebri sta giocando un ruolo di assoluto rilievo in questo scenario, portando avanti un programma Alzheimer competitivo, multidisciplinare e integrato, che coinvolge l’impiego e lo sviluppo di tecnologie avanzate.
Obiettivi del programma Alzheimer di Ebri sono: 1) anticipare la diagnosi, per mezzo della validazione di nuovi biomarcatori scoperti da Ebri; 2) la ricerca su tre candidati farmaci innovativi, in grado di agire su nuovi bersagli della malattia, che vorremmo portare in sperimentazione clinica sull’uomo. Il primo bersaglio innovativo sono gli oligomeri del peptide ABeta, le forme più tossiche di questo peptide, che vogliamo colpire ‘alla sorgente’, laddove si formano inizialmente, con ‘nanobodies’ selettivi anticorpi in miniatura. Un altro bersaglio è la proteina Tau. Abbiamo sviluppato un anticorpo monoclonale che riconosce solo la versione di Tau modificata dalla patologia dell’Alzheimer, senza interferire con la sua forma fisiologica.
Infine un terzo approccio, in questo caso neuroprotettivo. Stiamo sviluppando una proteina particolarmente innovativa, una variante di NGF, il fattore di crescita nervoso che la nostra Rita Levi-Montalcini aveva scoperto negli anni Cinquanta. L’ utilizzo delle proprietà neurotronche e neuroprotettive di NGF come terapia per le malattie neurodegenerative è stato ostacolato dalla sua naturale proprietà di indurre dolore. Per facilitare l’uso di NGF come farmaco, lo abbiamo modificato, mantenendone le proprietà neuroprotettive ed eliminandone la proprietà di indurre dolore”.
Si tratta di un programma di ricerca molto ambizioso con risultati di alto livello già ottenuti. Conoscere l’emergenza sociale rappresentata dalla malattia di Alzheimer e tali ricerche è il punto di partenza per avvicinarsi e rendersi utili a un programma che potrebbe portare nel prossimo futuro concrete soluzioni per sconfiggere questa devastante malattia. Spesso basta poco: il proprio cinque per mille devoluto a Ebri (www.ebri.it – codice fiscale: 97272740586 ). Una donazione: sapere e diffondere per aiutare.
Redazione Nurse Times
Fonte: Il Sole 24 Ore
 
L’articolo Alzheimer: il nuovo approccio sviluppato da Ebri scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

La storia a lieto fine del piccolo Francesco, malato di meningite. La mamma: “Non vaccinarlo fu un grave errore”

Oggi la donna può tirare un sospiro di sollievo perché suo figlio è salvo, ma si pente di una scelta che stava per costargli la vita.
«Sono la mamma di un bimbo che ora ha sette mesi, Francesco. A sei mesi ha contratto la meningite. Ho cominciato a sentire il bambino che piangeva, piangeva, piangeva… con questa febbre altissima. Una febbre che, nonostante mettessi la tachipirina, non si abbassava. Dopo un paio d’ore, sono incominciati a uscire dei puntini rossi sulla pelle. Nella notte mi sono resa conto che questi puntini erano diventati viola, come delle petecchie cutanee. Da lì ho incominciato a preoccuparmi moltissimo».
È la storia, raccolta ieri dall’agenzia Dire, di Orfana, una mamma bolognese che poco più di un mese fa ha dovuto fare i conti con l’improvvisa malattia del figlio. D’accordo con il marito, avevano effettuato tutte le vaccinazioni per il piccolo, sia quelle facoltative che obbligatorie. Ma quando a inizio aprile gli è stata proposta la somministrazione dell’esavalente insieme al vaccino contro il meningococco B, hanno detto no.
«Pensavo – spiega la donna – che tre, quattro, cinque vaccini fatti tutti insieme avessero un impatto troppo forte sul bambino, tant’è che quando mi proposero di prenotarlo per un’altra volta dissi di sì. Fu pensiero ignorantissimo: non sapevo nulla della malattia. Sapevo che era una cosa grave e quindi, quando sono arrivata in ospedale e mi hanno spiegato che era un’infezione dovuta alla membrana che ricopre il cervello e che avrebbe potuto portare dei danni irreversibili, è stato bruttissimo. Ci è crollato il mondo addosso, è stata veramente difficile da superare».
Ora Francesco sta bene, è stato dimesso qualche giorno fa e torna in ospedale solo per alcune visite di controllo. Quella di qualche giorno fa è stata un’occasione per ringraziare le infermiere  che hanno assistito da tutti i punti di vista il bambino, mentre lottava tra la vita e la morte. «Oggi gli farei fare 15 vaccini, tutti in una volta», conclude la mamma.
«Per fortuna possiamo raccontare una storia positiva – commenta Marcello Lanari, direttore della Pediatria d’urgenza del policlinico Sant’Orsola –. Come ha detto la mamma, Francesco è un bambino sano. Apparentemente un patogeno così aggressivo come il meningococco B non ha lasciato tracce». Per il primario questo caso potrebbe essere preso d’esempio: «Forse alcune vaccinazioni che sono state fortemente osteggiate come obbligatorie andrebbero invece previste come tali». Tra queste, ovviamente, c’è anche «la vaccinazione contro il meningococco B, che è offerta gratuitamente, ma non è obbligatoria».
«Francesco – spiega Lanari – è l’esempio tipico che anche il calendario vaccinale immaginato per il meningococco B, ovvero tre dosi tra il secondo e il sesto mese, poi un richiamo nel secondo anno di vita, siano assolutamente ben calibrate e giustificate dal fatto che proprio il rischio maggiore è in questo periodo della vita».
Redazione Nurse Times
Fonte: Corriere di Bologna
 
L’articolo La storia a lieto fine del piccolo Francesco, malato di meningite. La mamma: “Non vaccinarlo fu un grave errore” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Dall’estero al Sud Italia: tasse ridotte al 7% per i pensionati

Il Governo propone uno sconto sulle imposte per attrarre stranieri e richiamare emigrati. Gettito destinato alle università meridionali.
Tasse ridotte al 7% per i pensionati stranieri che decidono di trasferirsi nel Mezzogiorno d’Italia. Il provvedimento varato con l’ultima Legge di Bilancio è diventato operativo in questi giorni con le regole dettate dall’Agenzia delle entrate. L’idea del Governo gialloverde è chiara: rispondere ai Paesi che attirano pensionati italiani con imposte super agevolate, in certi casi anche azzerate. Come il Portogallo, che non fa pagare niente per dieci anni a chi vi fissa la residenza. Una possibilità sfruttata da quasi 2mila italiani, come ricordato anche di recente dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico.
Ma l’obiettivo non è solo richiamare pensionati benestanti del Nord Europa, attratti dal sole, dal cibo e dalla qualità della vita del Belpaese. L’intenzione è anche cercare di far tornare gli emigranti, i connazionali andati all’estero nei decenni passati per lavorare. Gente che magari ora potrebbe rientrare, spinta proprio da uno sconto sulle imposte. «Ci sono migliaia di pensionati italiani che vanno in Spagna e Portogallo per non pagare la tassa sulle pensioni – aveva detto tempo fa il vice premier, Matteo Salvini, perorando un norma da tempo sostenuta dagli economisti leghisti –. Io penso che alcune zone del nostro Paese siano molto più belle, accoglienti e ospitali. Proporrò una zona di esenzione fiscale anche in Italia».
Non ci sono stime ufficiali su quanti pensionati stranieri il Governo conti di far trasferire al sole della Penisola. «Gli impatti della misura saranno quantificati per la prossima Legge di Bilancio, dato che il nuovo regime entrerà in vigore a partire dalla dichiarazione 2020 sui redditi 2019 – sottolinea il senatore leghista Alberto Bagnai, presidente della commissione Finanze di palazzo Madama e uno degli ideatori della norma –. Naturalmente bisognerà aspettare il 2021 per avere dati certi riguardo agli effettivi introiti e pianificare l’impiego delle risorse raccolte».
Il gettito che arriverà dalle imposte versate dai pensionati arrivati in Italia grazie a questo provvedimento sarà infatti utilizzato per finanziare le università meridionali specializzate nelle materie tecnico-scientifiche. Uno strumento immaginato dalla Lega anche per contrastare il fenomeno dell’emigrazione studentesca dal Sud. «Con questo intervento si supera la logica dell’attrazione di consumi sui territori, investendo sul capitale umano di regioni che hanno enormi potenzialità inespresse», aggiunge Bagnai, sottolineando che «anche questa misura conferma la volontà politica della Lega di rivolgersi all’intero Paese».
Come funziona l’agevolazione? Secondo quanto chiarito nei giorni scorsi dall’Agenzia delle entrate, per usufruire dell’aliquota ridotta al 7% sui redditi prodotti all’estero il pensionato deve trasferire la residenza fiscale in un comune con non più di 20mila abitanti di una regione del Sud: Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia. Lo sconto è valido per cinque anni. Più nel dettaglio, puntualizza ancora l’amministrazione, il regime di imposta sostitutiva si perfeziona con la presentazione della dichiarazione dei redditi che dimostri lo status di non residente in Italia da almeno cinque anni. È necessario poi che il Paese in cui il pensionato ha avuto l’ultima residenza fiscale sia tra quelli con cui sono in vigore accordi di cooperazione fiscale con l’Italia.
Resta da vedere se l’incentivo sarà sufficiente per attrarre un numero significativo di contribuenti. Le norme fissano diversi paletti: dalle regioni in cui bisogna stabilire la residenza alla dimensione del comune, che potrebbero frenare qualche anziano straniero interessato all’agevolazione. Qualche osservatore ha poi fatto notare che l’incentivo è meno vantaggioso (e ha una durata inferiore) rispetto, per esempio, a quello del Portogallo, che ha avuto grande successo con gli italiani. Insomma, il rischio è che pochi troveranno allettante la proposta. Il Governo, comunque, ci crede. E pazienza se qualche pensionato italiano, quando vedrà arrivare dall’estero un coetaneo attratto dalle tasse ridotte, storcerà la bocca perché non avrà lo stesso sconto.
Redazione Nurse Times
Fonte: Il Messaggero
 
L’articolo Dall’estero al Sud Italia: tasse ridotte al 7% per i pensionati scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Asl Foggia, “Infermieri con partita Iva: un controsenso in sanità”

La denuncia arriva dall’Usb, che rimarca anche il lento transito dalle associazioni a Sanitaservice per le postazioni del 118.
Le associazioni di volontariato “continuano a gestire gli infermieri inquadrati in servizio sulle ambulanze con la partita Iva”. La denuncia arriva dall’Unione Sindacale di Base (Usb) attraverso una lettera inviata ai vertici di Asl Foggia e Azienda ospedaliero-universitaria, oltre che alla Regione. La lenta trasmigrazione nella Sanitaservice dei lavoratori addetti al servizio sulle ambulanze e incaricati delle pulizie all’interno degli ospedali continua, secondo l’Usb, a replicare uno schema da tempo censurato dall’Asl e finito ripetutamente nel mirino del sindacato autonomo, che di questa battaglia sembra aver fatto una questione di principio.
“Le associazioni di volontariato – denuncia infatti l’Usb – vengono regolarmente rimborsate dall’Azienda sanitaria locale, nonostante le norme regionali non lo prevedano. La Regione non prevede non solo la gestione degli infermieri da parte delle associazioni di volontariato, ma anche i rimborsi per i lavoratori con il metodo della partita Iva. Un obbrobrio, questa modalità di pagamento, che il direttore generale dovrebbe abolire con decisione”. Al fine di accelerare i tempi e consentire a tutto il personale di trasmigrare nei ranghi della Sanitaservice (società in house dell’Asl), la nota sollecita “l’immediato intervento da parte di quanti in indirizzo”.
Il sindacato chiede il migliore inquadramento del personale in servizio presso le associazioni di volontariato. Come? “Utilizzando lo stesso metro adottato per Sanitaservice, e cioè lo scorrimento della graduatoria esistente e portare alla normalità anche queste postazioni”. I precedenti in tal senso non mancano. Il sindacato ricorda, infatti, i tentativi portati avanti dall’Asl e andati a buon fine per rimettere ordine su un argomento che aveva assunto i caratteri dell’ingovernabilità. “Nel dicembre 2018 – ricorda ancora l’Usb – fu emanato un bando di avviso pubblico per reperire infermieri da adibire al servizio ambulanze per il 118. Personale che, già dal 1° gennaio 2019, ha preso servizio nelle postazioni con contratto diretto presso l’Asl Foggia, come peraltro avrebbe dovuto sempre essere anche m passato”.
Resta tuttavia in sospeso il personale ancora in carico alle associazioni: in tutto 20 postazioni su un totale di 45 (le altre 25 sono in carico alla Sanitaservice). “Ad oggi – sottolinea l’Usb – abbiamo l’impressione che ciò che non era possibile per Sanitaservice (ovvero gestire gli infermieri a partita Iva) è invece possibile per le associazioni di volontariato che gestiscono postazioni del 118 nella provincia di Foggia. Queste, infatti, continuano a gestire infermieri a partita Iva, secondo noi e secondo le norme regionali, illegittimamente”.
Altra questione sollevata dall’Usb riguarda il personale dell’ospedale Lastaria di Lucera, che, come da determina regionale approvata il 9 aprile, è passato sotto la diretta giurisdizione dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Foggia. “All’interno dell’ospedale Lastaria – ricorda l’Usb – operano anche lavoratori della Sanitaservice, società in house con socio unico la Asl Foggia. Come da statuto, la società in house Sanitaservice può fornire le sue prestazioni solo all’azienda a cui fa riferimento, che opera il controllo analogo sulla stessa società controllata. Gli Ospedali riuniti fanno gestire il servizio di pulizia dei plessi di sua competenza a una cooperativa. Chiediamo pertanto un incontro a breve con le direzioni generali di Asl e Ospedali riuniti, visto che i tempi per il trasferimento del personale dall’una all’altra azienda sono molto ridotti”.
Redazione Nurse Times
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
 
L’articolo Asl Foggia, “Infermieri con partita Iva: un controsenso in sanità” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Bologna, due infermieri e un oss licenziati per aver dormito durante l’orario di lavoro

Pugno duro dell’Ausl per i tre dipendenti, che non hanno sentito i campanelli suonati dai pazienti. La difesa: “Provvedimento sproporzionato”.
«Sì, è vero, eravamo in un’altra stanza. Ma non stavamo dormendo: stavamo guardando al cellulare le notizie su un terremoto che c’era stato. In quel momento non c’era da fare altro. Non abbiamo sentito i campanelli suonati dai pazienti. Ci siamo stupiti anche noi quando sono venuti a cercarci, tanto che ci siamo precipitati a vedere cos’era successo». Provati per un licenziamento che non si aspettavano, due dei tre lavoratori licenziati dall’Ausl Bologna con l’accusa di aver dormito in corsia durante l’orario di lavoro si sono sfogati con il loro avvocato, Guido Reni, che adesso prepara la battaglia legale: «È un provvedimento sproporzionato, che impugneremo. Non si manda a casa la gente per una cosa del genere».
Un infermiere e un operatore socio-sanitario sono seguiti dalla Cgil e dall’avvocato Reni. Un’altra infermiera, invece, è assistita dalla Fials. Per tutti e tre l’accusa è la stessa: nella notte fra il 14 e il 15 gennaio, all’undicesimo piano dell’Ospedale Maggiore, reparto di Medicina, sono stati sorpresi a dormire in una stanza mentre in pazienti chiedevano assistenza. Un malato, in particolare, ha dovuto chiamare il centralino dell’ospedale, che ha dirottato la chiamata al Pronto soccorso. Gli operatori che sono saliti in reparto hanno scoperto tutto. Ne è nato un procedimento disciplinare di cinque mesi, che si è concluso venerdì con la lettera di licenziamento.
L’Azienda ha scelto di adottare il provvedimento più duro, anche perché l’aver abbandonato i pazienti poteva causare guai ben più gravi dal punto di vista della salute dei malati. Già domenica la direttrice generale Chiara Gibertoni aveva spiegato: «I tre lavoratori coinvolti avevano abbandonato i pazienti. Non ci sono ombre sull’accaduto: agli atti dell’azienda risultano coerenti tutte le testimonianze. Quello che è successo è molto grave».
Ma l’avvocato Reni, come detto, non è d’accordo sul provvedimento: «Già questa settimana lo impugneremo prima in via stragiudiziale. Chiederemo, insomma, una sanzione conservativa, per esempio una sospensione. Altrimenti ci rivolgeremo al tribunale del lavoro. Tra loro c’era chi aveva fatto un mutuo. Inoltre, se vieni licenziato, non puoi più accedere ai concorsi pubblici: è drammatico. Aggiungo che i lavoratori non hanno fatto omissioni di attività programmate. Attorno alle 3 avevano finito tutto quello che c’era da fare e sono andati in una stanza, un locale adibito, per stare lì. Non si sono imboscati. Tra l’altro sono tutte persone benvolute e non strafottenti».
Altro sindacato, stessa musica. Alfredo Sepe, segretario provinciale Fials, annuncia un patrocinio gratuito per la dipendente licenziata, ma anche proteste plateali davanti all’Ospedale Maggiore. Ha pure dichiarato di essere pronto a incatenarsi e iniziare uno sciopero della fame. Secondo lui, «i dipendenti hanno riposato, ma in corsia la gente è oberata e il carico di lavoro è eccessivo, improponibile».
 
Redazione Nurse Times
 
 
L’articolo Bologna, due infermieri e un oss licenziati per aver dormito durante l’orario di lavoro scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Formazione e certificazione delle competenze: Opi Fi-Pt al congresso in Puglia

Le considerazioni di Danilo Massai, presidente dell’Ordine interprovinciale toscano, sull’infungibilità dell’infermieristica.
L’infungibilità dell’infermieristica, cioè la sua specificità peculiare, è stata al centro della giornata di apertura del congresso organizzato dagli Opi di Bari-Barletta-Trani, Brindisi e Caserta in corso sul Gargano, a Pugnochiuso. A introdurre la questione etica e deontologica, Lia Pulimeno, vicepresidente Fnopi, che ha affrontato il tema spiegando come il concetto muova dalla necessità di capire cosa sia e cosa voglia essere l’infermiere. Un ruolo indissolubilmente legato alla normativa, alla deontologia e alla formazione.
La gestione delle competenze avviene in base alle necessità dei cittadini, da incrociare con le competenze acquisite a livello universitario. In questo percorso il primo step è la definizione della figura infermieristica. Di conseguenza va adeguata la formazione in coerenza con l’organizzazione. La formazione deve variare nel suo orientamento in tutti i percorsi, è stato detto, e ciò vale anche per il corso di laurea magistrale, che deve avere un orientamento avanzato di quattro aree: gestionale, assistenziale, formativo e di ricerca.
Sulla questione è intervenuto poi Danilo Massai (in foto con Salvatore Petrarolo, direttore Nurse Times), presidente di Opi Firenze-Pistoia, riprendendo il termine di infungibilità, da confrontare con nuove tecnologie e intelligenza artificiale applicate alla sanità. «C’è bisogno – ha detto Massai – anche di un’università che faccia da contenitore, in modo da poter costruire un pensiero chiaro rispetto alla propria identità. Sarebbe poi opportuno parlare di competenze riservate, saper fare un ragionamento diagnostico e saper fare da leader. Il che implica il sapersi misurare e valutare. Sul ruolo infermieristico vale anche un’altra considerazione: troppo spesso, all’interno dell’organizzazione, l’infermiere non rappresenta un valore, ma un mero operatore; quella infermieristica non è considerata una professione intellettuale che presuppone programmazione, pianificazione, attuazione, misurazione e verifica. Accade così che gli infermieri che si occupano di procedura diventino sostituibili dalla tecnologia. Una percezione sbagliata che si combatte con una formazione costante e con la certificazione continua di tutte le competenze».
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Formazione e certificazione delle competenze: Opi Fi-Pt al congresso in Puglia scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Speciale Pugnochiuso 2019, Cicolini (Opi Chieti): “Per la comunità infermieristica nell’Università c’è ancora tanto da fare”

PUGNOCHIUSO – Il secondo appuntamento con gli speciale di Nurse Times in occasione del congresso infermieristico di Pugnochiuso 2019, dal titolo “Più valore agli infermieri nell’università, nel lavoro, nella ricerca”, è con il presidente dell’Opi Chieti (e componente del Comitato centrale della Fnopi), Giancarlo Cicolini
Anche in questo secondo appuntamento il tema principale, affrontato nell’intervista curata dal nostro direttore, Salvatore Petrarolo, è quello relativo al rapporto tra infermieri e università. Un rapporto non ancora alla pari (“gli studenti di infermieristica si sentono ospiti” è una delle opinioni più ricorrenti) ma che, a giudizio di Cicolini, deve tener conto dei tanti passi in avanti compiuti da quando l’infermieristica è entrata nel mondo accademico. “Ma ancora tanto c’è da fare” ribadisce il presidente dell’Opi Chieti in questa intervista.
L’articolo Speciale Pugnochiuso 2019, Cicolini (Opi Chieti): “Per la comunità infermieristica nell’Università c’è ancora tanto da fare” scritto da Salvatore Petrarolo è online su Nurse Times.

Trasferì infermiere Nursing Up: Asl Teramo condannata per condotta antisindacale

Trasferì infermiere Nursing Up: Asl Teramo condannata per condotta antisindacale

L’Azienda sanitaria dovrà subito reintegrare il lavoratore, spostato dall’ospedale al penitenziario. E il sindacato pensa anche a una causa per risarcimento dei danni.
L’Asl Teramo è stata condannata per condotta antisindacale per aver trasferito in modo illegittimo un infermiere dirigente Nursing Up che svolgeva regolarmente attività sindacale presso l’ospedale di Teramo, dove lavorava. Il giudice del lavoro ha stabilito che l’Azienda dovrà revocare immediatamente il trasferimento del lavoratore per rimuovere gli effetti della propria condotta.
Ma ecco in sintesi la vicenda. Dopo essere stato nominato dirigente sindacale, un infermiere in servizio presso l’Ospedale Civile di Teramo è stato sottoposto, con diversi ordini di servizio, a continui trasferimenti, dapprima all’interno di diversi raparti dello stesso ospedale, e in data 27 ottobre 2018 dall’Unità operativa complessa di Urologia a quella di Medicina penitenziaria (Presidio sanitario intramurario), collocato all’interno dell’Istituto penitenziario di Teramo. Per tale ragione il Nursing Up Abruzzo, assistito dall’avvocato Antonella Nicolucci, del foro di Lanciano, ha fatto ricorso al Tribunale di Teramo.
Con decreto immediatamente esecutivo del 31 maggio 2019, il giudice del lavoro Maria Rosaria Pietropaolo ha dichiarato l’antisindacalità della condotta tenuta dall’Azienda sanitaria, per avere proceduto al trasferimento del dirigente sindacale all’interno dell’Istituto penitenziario di Teramo senza avere preventivamente richiesto il nullaosta all’associazione sindacale di appartenenza (violando così il contenuto dell’art. 22 della Legge n. 300 del 1970, dell’art. 18, n. 4 del Contratto collettivo nazionale quadro del 07.08.1998, rubricato “ Tutela del dirigente sindacale”, e dell’art. 18 n. 5 Ccnl integrativo sanità del 07.04.1999). Pertanto la Asl è stata i condannata a revocare immediatamente il trasferimento del lavoratore, a rimuovere gli effetti della propria condotta, con l’ordine di astenersi per il futuro dal tenere comportamenti analoghi.
Patrizia Bianchi“L’azione di tutela legale promossa con successo dal Nursing Up – commenta Patrizia Bianchi, consigliere regionale dell’Abruzzo – si è resa necessaria per ripristinare l’immagine del sindacato e la nostra rappresentatività all’interno dell’ospedale di Teramo. Non può negarsi che il trasferimento del dirigente in questione dalle sedi ove esercitava attivamente l’attività sindacale abbia prodotto l’effetto di minare il ruolo svolto dal Nursing Up nell’ambito dell’amministrazione ospedaliera. La decisione del tribunale conferma che la scelta del sindacato è stata equilibrata”.
Ma il caso potrebbe non finire qui. “Il Nursing Up – aggiunge Bianchi – ha subito diversi danni a causa dell’illegittimo operato della Asl, considerato che i numerosi lavoratori che, grazie all’opera di proselitismo svolta dal dirigente sindacale all’interno dell’Ospedale Civile di Teramo, si erano avvicinati al Nursing Up ed erano in procinto di formalizzare l’adesione al sindacato, vi hanno rinunciato per timore, proprio successivamente al trasferimento dello stesso all’interno della struttura carceraria di Castrogno. Per tali ragioni, ove l’Azienda sanitaria dovesse perseverare negli atteggiamenti sino ad oggi tenuti, ci riserviamo di chiedere un risarcimento danni per l’atteggiamento antisindacale della Asl e stiamo valutandola la possibilità di proporre azioni legali contro i dirigenti che hanno adottato questo abnorme provvedimento”.
Concludendo, Bianchi spiega: “L’Azienda sanitaria è tenuta da subito ad adempiere l’ordine del giudice di revocare il trasferimento, ricollocando il dirigente sindacale all’interno dello stesso reparto dal quale è stato illegittimamente trasferito. In caso contrario, il Nursing Up provvederà a inoltrare formale denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Teramo ai fini dell’applicazione delle sanzioni penali previste dalla legge”.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Trasferì infermiere Nursing Up: Asl Teramo condannata per condotta antisindacale scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Concorsopoli in Umbria, nuovi dettagli sulle raccomandazioni

“Sì, li aiutiamo, facciamo i salti mortali”, assicurava Gabriella Carnio, componente della commissione, a Emilio Duca, dg dell’Azienda Ospedaliera di Perugia.
“II soglio”. Così Gabriella Carnio, componente della commissione d’esame, chiamava il punteggio minimo da assegnare ai favoriti nel maxi-concorso per infermieri. Cioè al concorso che, secondo la ricostruzione dell’accusa, è stato manipolato dagli indagati nell’inchiesta sulla sanità umbra, i quali hanno fatto piazzare in posizioni buone solo i candidati raccomandati da alcuni politici. In particolare, secondo i pm Paolo Abbritti e Mario Formisano, sarebbe arrivata una lista dell’assessore regionale alla Salute, Luca Barberini, che il direttore generale dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, Emilio Duca, aveva consegnato alla stessa Carnio, attualmente sospesa dalla sua funzione.
“I concorrenti di quella lista che ti avevo dato… Luca… soprattutto quei 19 per il loro test, hanno fatto tutti più o meno bene?”, chiedeva l’ex dg alla dirigente. “Sì, li aiutiamo, facciamo i salti mortali”, assicurava lei, aggiungendo: “Sappiamo che quella lista lì… l’emo (li abbiamo, ndr) tirati su, è questo il concetto”. Quindi Duca chiedeva ancora: “Voi quanti punti c’avete? Da 14 a 20, no?”. Risposta della Carnio: “Li potemo passa’ (li possiamo passare, ndr) su a 18, 19, 20… Questo è il soglio”. E ancora Duca: “Boccia’, non bocciate nessuno di lì… Non serve a un cazzo e non so cosa si meritano questi, però… Mamma mia, Signore, va bene, io… non ti preoccupare, ci mancherebbe altro”.
Redazione Nurse Times
Fonte: Corriere dell’Umbria
 
L’articolo Concorsopoli in Umbria, nuovi dettagli sulle raccomandazioni scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Monza, carenza di personale al San Gerardo: Fials indice lo stato di agitazione

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa con cui il sindacato denuncia una situazione che definisce “grave e cronica”.
Si è svolta in data 03/06/2019, presso il presidio ospedaliero San Gerardo di Monza, la trattativa tra direzione generale, Rsu e organizzazioni sindacali avente come oggetto il fabbisogno di personale.
La trattativa è iniziata con l’amministrazione che ha esposto un documentazione aziendale riguardante la dotazione organica, sostenendo che allo stato attuale ci sia un esubero del 33% circa tra infermieri e oss. Inoltre la direzione ha detto chiaramente di non avere a disposizione nessuna risorsa economica per l’assunzione di personale sanitario e di voler provvedere a sopperire alle eventuali carenze attraverso una ridistribuzione del personale da un presidio all’altro, senza coinvolgere le aree critiche.
La direzione ha provveduto poi a chiarire di non aver ricevuto nessuna autorizzazione da Regione Lombardia per procedere in via immediata ad assumere col concorso oss appena terminato e per procedere a settembre con le assunzioni. Le sostituzioni di personale avverranno solo per i tempi determinati in scadenza e non rinnovati attraverso utilizzo di personale dalle agenzie interinali.
Come organizzazione sindacale Fials, riteniamo veramente inaccettabile questo comportamento da parte della direzione generale. Abbiamo più volte ribadito che la documentazione da loro presentata risulta non veritiera e incompleta rispetto al quadro reale della situazione in Azienda. Abbiamo chiesto garanzie sulla conferma delle ferie previste per il piano estivo. Su questo tema la direzione ha comunicato che garantirà le ferie estive a tutto il personale attraverso una riduzione dei posti letto solo ed esclusivamente per i mesi estivi.
Abbiamo l’impressione che la direzione generale voglia cercare di prendere tempo fino a settembre, senza affrontare concretamente il problema, ma soprattutto senza avere una visione giusta della situazione aziendale. Ad oggi assistiamo a carichi di lavoro nelle corsie ospedaliere non più accettabili, a continui salti riposo e a una situazione di incertezza giornaliera che diventa sempre più difficile da gestire. Motivo per cui l’organizzazione sindacale Fials Asst Monza, nei prossimi giorni, indirà uno stato di agitazione del personale sanitario del comparto. Chiediamo pertanto a tutti i lavoratori la massima collaborazione per dare risalto alla grave situazione aziendale.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Monza, carenza di personale al San Gerardo: Fials indice lo stato di agitazione scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Infermiera del PS di Bra travolta e uccisa da auto mentre prestava aiuto a vittima di incidente stradale

Due persone sono morte e altre quattro sono rimaste ferite i un incidente stradale avvenuto a Foresto di Cavallermaggiore, nel Cuneese, poco dopo la mezzanotte. Le auto coinvolte sono tre.
Secondo una prima ricostruzione, una delle due vittime è Lidia Nejrone, infermiera del Pronto Soccorso di Bra (Cuneo), 47 anni. Sarebbe stata travolta mentre stava soccorrendo un automobilista in panne. Nello schianto è morto anche Gianfranco Alberto, commerciante 49 enne di Carmagnola, in provincia di Torino. Anche lui si era fermato per aiutare. Indagano i carabinieri per ricostruire l’accaduto
Secondo le testimonianze, un primo veicolo condotto dalla vittima carmagnolese (una Opel Frontera) si sarebbe fermato in un tratto curvilineo della Provinciale 195 “Reale” per un problema al carrello appendice (forse finito fuori strada) quando due auto (una Kia guidata da un cittadino di origini marocchine e una Golf condotta dall’infermiera) hanno accostato per fornire supporto al guidatore, un commerciante di gelati (a bordo della Volkswagen si trovava il 25enne guineano ricoverato in codice rosso): poco dopo lo schianto.
Una Maserati Levante condotta da un uomo residente a Cavallermaggiore (a bordo la compagna e la figlia), ha travolto il capannello di persone. L’intervento di 4 autoambulanze dei presidi territoriali di Savigliano, Bra, Sommariva Bosco e Fossano non ha potuto evitare il peggio per le due vittime. Trasferito a Savigliano per la riduzione chirurgica delle fratture il giovane guineano residente a Cavallerleone.
Simone Gussoni
L’articolo Infermiera del PS di Bra travolta e uccisa da auto mentre prestava aiuto a vittima di incidente stradale scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Marco Carta e l’infermiera arrestata, OPI di Cagliari “la donna non risulta essere iscritta all’Albo”

Marco Carta e l’infermiera arrestata, OPI di Cagliari “la donna non risulta essere iscritta all’Albo”

È notizie di queste ore la notizia dell’arresto del famoso cantante Marco Carta per furto aggravato, accompagnato dall’infermiera Fabiana Muscas
Come è oramai noto nella giornata di venerdì, il cantante insieme ad una donna, Fabiana Muscas (infermiera), è stato arrestato per furto aggravato (6 magliette da 1.200 euro). Dopo la mancata convalida dell’arresto da parte del giudice, Carta rimane comunque indagato e a settembre comparirà alla prima udienza del processo. Pur insistendo sulla sua innocenza la testimonianza dell’addetto alla sicurezza della Rinascente raccolta dal nucleo reati predatori dei vigili di Milano non depone a suo favore. L’uomo ha raccontato di aver seguito il cantante e la Muscas perché insospettito dal loro atteggiamento “anomalo”.
Dopo le accuse di furto per il cantante arriva la testimonianza del responsabile della sicurezza della Rinascente.
L’agente ha ricostruito nei particolari la dinamica del furto: dopo aver preso le magliette dagli scaffali i due si sono spostati nei camerini. Il cantante, aiutato dalla donna ha riposto le magliette in una borsa. Prima di uscire i due hanno raggiunto il bagno, dove poi hanno ritrovato i cartellini staccati. Diretti verso l’uscita sono stati bloccati dal suono delle barriere antifurto che, nel caso di capi così costosi prevede un doppio dispositivo.
Davanti al giudice, il cantante ha attribuito tutta la responsabilità alla donna, che ha confermato questa versione.
La Polizia locale ha scaricato i video delle telecamere interne della Rinascente, che saranno fondamentali nel processo per confermare (o smentire) la testimonianza degli addetti alla vigilanza.
Fabiana Muscas è la donna che accompagnava il cantante nello shopping milanese. Si scoprirà successivamente dai media nazionali che la donna è un’ infermiera, e viene riconosciuta dalle immagini dai suoi colleghi dell’ospedale Brotzu di Cagliari.
Nessun profilo social per lei, le uniche tracce sul web riguardano il suo lavoro.
Nata nell’ottobre 1966, sposata, vedova, una figlia, diploma, ottime referenze, carattere non facile.
Della divisione cardiologia è stata coordinatrice infermieristica, partecipando come tutor a numerosi eventi formativi e a congressi scientifici (Delibera in allegato), con relazioni sul ruolo e i compiti del personale infermieristico nei programmi di riabilitazione dopo eventi cardiovascolari.
Ha avuto anche parte attiva nel sindacato, iscritta alla Cisl (ora non più) e nella lista per l’elezione della rappresentanza sindacale aziendale. Vita privata blindata, unica “bizzarria”, ostentata, piercing e tatuaggi. Negli ultimi tempi aveva manifestato il proposito di andare via da Cagliari. Sembra confermarlo anche la partecipazione a una recentissima selezione all’Azienda ospedaliero universitaria Sant’Andrea di Roma. Il suo nome figura nella graduatoria degli idonei a un concorso di mobilità per collaboratori sanitari professionali.
Oltre alle implicazioni legali e deontologiche a cui l’infermiera andrà incontro, quello che tutti gli addetti ai lavori si chiedono:
Come può un’infermiera NON iscritta all’Ordine delle Professioni Infermieristiche possa essere presente in una recente delibera del Brotzu di Cagliari?
La non iscrizione all’OPI provinciale di appartenenza espone l’infermiera e il responsabile a reati penali e civili, il Direttore Generale del Brotzu di Cagliari era  a conoscenza di questa situazione?
Intanto arriva puntuale la nota dell’OPI di Cagliari che riprendiamo
Infermiera arrestata, l’Ordine svolgerà gli opportuni approfondimenti: la donna non risulta infatti essere iscritta all’Albo professionale
“Se tale dato venisse confermato, costei eserciterebbe la professione infermieristica al di fuori delle norme vigenti in materia” spiega Pierpaolo Pateri, presidente dell’Ordine degli Infermieri e delle Professioni Infermieristiche di Cagliari
Cagliari, 3 giugno 2019
“La notizia apparsa sugli organi di stampa di un presunto furto perpetrato da una infermiera cagliaritana in concorso con un noto cantante, impone all’Ordine degli Infermieri di svolgere i doverosi e più opportuni approfondimenti, anche se, a prima vista, non sembra da quanto trapelato che la condotta posta in essere dall’interessata possa in alcun modo essere ricollegata alla sua attività lavorativa”.
Lo afferma Pierpaolo Pateri, presidente dell’Ordine degli Infermieri e delle Professioni Infermieristiche di Cagliari, secondo cui però da un primo controllo, sembrerebbe che la persona in questione non risulti iscritta all’Albo degli Infermieri della provincia di Cagliari. “Se tale dato venisse confermato, costei eserciterebbe la professione infermieristica senza il requisito dell’iscrizione all’Albo e quindi al di fuori delle norme vigenti in materia” spiega Pateri.
La legge 3/2018, infatti, obbliga per l’esercizio della professione di infermiere, come di qualunque altra professione sanitaria all’iscrizione all’Ordine di appartenenza (articolo 5, comma 2: “Per l’esercizio di ciascuna delle professioni sanitarie, in qualunque forma  giuridica  svolta, è necessaria l’iscrizione  al rispettivo albo”).
“Questo Ordine provvederà a svolgere gli approfondimenti dovuti e, qualora le notizie fornite dovessero trovare conferma, a porre in essere ogni più opportuna iniziativa nelle competenti sedi, seguendo la strada che lo stesso ministro della Salute Giulia Grillo ha indicato (“Pugno duro contro l’abusivismo professionale”, sono state le sue recenti parole), sia nei confronti dell’infermiera, sia di chi ha permesso che una persona non in regola con la legge esercitasse e svolgesse ruoli perfino di tutor e di coordinamento” continua Pateri.
“Agli infermieri spettano, oggi, compiti primari nei confronti degli assistiti e a loro la vigente normativa assegna piena responsabilità, anche a livello di colpa lieve e grave, nonché compiti e garanzie sulle quali deve vegliare l’Ordine, ente sussidiario dello Stato. Quest’ultimo non può accettare che sia gettato discredito su una professione di cui fanno parte oltre 450 mila professionisti che quotidianamente assistono le persone che si affidano ai servizi sanitari e che nel farlo tengono alto il nome degli infermieri” conclude il presidente dell’Ordine degli Infermieri di Cagliari.
 
Redazione NurseTimes
L’articolo Marco Carta e l’infermiera arrestata, OPI di Cagliari “la donna non risulta essere iscritta all’Albo” scritto da Giuseppe Papagni è online su Nurse Times.

Pianificazione condivisa delle cure nel fine vita

Riceviamo e pubblichiamo un’intervista realizzata da Opi Firenze-Pistoia a Simona Codevilla, coordinatrice all’assistenza domiciliare.
La Legge 219/2017, sulle DAT e il fine vita, introduce il tema della pianificazione condivisa delle cure tra paziente e medico (Pcc). Una pianificazione alla quale il medico e l’equipe sanitaria devono attenersi nel caso in cui il paziente si trovi in condizione di non poter esprimere il proprio consenso. La Pcc è applicabile in tutti gli ambiti dell’assistenza sanitaria che comportino la presa in carico di persone con patologie croniche, invalidanti o caratterizzate da evoluzione con prognosi infausta, incluse quindi quelle che necessitano di cure palliative.
Con questa consapevolezza Opi Firenze-Pistoia ha voluto tratteggiare un quadro delle problematiche che ricorrono nel portare avanti la Pcc in pazienti sottoposti a cure palliative. Ne abbiamo parlato con Simona Codevilla, infermiera iscritta all’Opi Firenze-Pistoia, per anni coordinatore infermieristico della rete di cure palliative dell’Azienda Usl Toscana Sud Est e oggi coordinatore all’assistenza domiciliare di Poggibonsi (Si).
Simona, in che modo è iniziato il tuo percorso nell’ambito delle cure palliative?«Dal 2012 al 2018 sono stata coordinatrice infermieristica e responsabile professionale della rete di cure palliative dell’Azienda Usl Toscana Sud Est. La mia prima esperienza è stata all’Hospice di Siena, dove è nato l’amore nei confronti delle cure palliative: è il luogo in cui ti rendi davvero conto di cosa queste siano. Ho fatto un percorso formativo intenso, seguendo numerosi corsi sul tema. Nell’Azienda Usl Sud Est l’Hospice è all’interno dell’ospedale di comunità e abbiamo dovuto formare personale che fosse in grado, sotto molti aspetti, di stare con pazienti in fase terminale e cronici. Oggi mi occupo di cure palliative sul setting domiciliare, dove l’organizzazione si sta ancora strutturando».
Perché è importante la presenza di un’equipe dedicata?«La Legge 38/2010 garantisce l’accesso alle cure palliative a tutti i cittadini, ma solo un malato su tre conosce questa possibilità e purtroppo, a volte, neppure gli stessi operatori sanitari che non si occupano di fine vita ne sono a conoscenza. Quindi questa legge ancora è praticata a macchia di leopardo. Basta fare il raffronto fra Toscana e Lombardia, regione in cui esistono equipe dedicate. I professionisti devono essere ben formati: è necessario un percorso su se stessi, la frequenza a corsi formativi per imparare il corretto approccio e acquisire le competenze specifiche in questo ambito, formarsi sulla comunicazione. L’accompagnamento a chi muore è un lavoro impegnativo, anche quando lo si ama e da esso si riceve moltissimo. La parte tecnica è importante, ma non è la cosa prioritaria: la parte relazionale-comunicativa è l’80% nelle cure palliative. C’è bisogno di un team che sia capace di affiancare i colleghi e la famiglia nel processo decisionale, attraverso corsi dedicati e il confronto con uno psicologo, che non serve solo per la famiglia e il malato, ma è anche di supporto all’operatore, per se stesso e per fornire strumenti utili ad aiutare il paziente. La figura che sta 24 ore su 24 a fianco del malato è l’infermiere, e quindi deve avere un bagaglio formativo specifico per poter supportare la persona e la famiglia quando è necessario prendere decisioni difficili, e nel mondo delle cure palliative questo è un fatto quotidiano».
Che tipo di problematiche pone la Pcc nell’ambito delle cure palliative?«Il biotestamento è un grande passo di civiltà per il nostro Paese e, nello specifico, la Pcc è lo strumento che permette alla persona malata di esprimere la propria volontà rispetto a opzioni di cura durante il suo percorso di malattia. Ma alla base di tutto ciò fondamentale è l’attivazione precoce delle cure palliative al fine di consentire un’alleanza terapeutica efficace tra l’equipe di cura, il paziente e i familiari, creando un processo decisionale condiviso e rafforzato nel tempo. Il problema è che non sempre tutto ciò avviene. Quasi tutti i pazienti conoscono la diagnosi ma non la prognosi, e questo è un dato di fatto. Per impostare una Pcc la persona deve essere a consapevole. Solo in questo modo la pianificazione delle cure risulterà corretta e rispettosa delle volontà delle scelte attuali e pregresse del paziente. La Pcc è un percorso in divenire, che i professionisti devono costruire rimanendo sempre dalla parte del paziente. Ciò che conta è la volontà del paziente, ma questo non toglie che anche la famiglia va coinvolta sia nel processo decisionale sia sul piano operativo, comportando per l’equipe un lavoro di mediazione, comunicazione costante, informazione corretta, supporto educativo ed emotivo. Tutto ciò, se ben espletato, evita conflitti e incomprensioni, e noi sappiamo di aver svolto un lavoro completo. In ambito familiare l’aiuto della famiglia è fondamentale: il caregiver va formato e si deve verificare che abbia le abilità e le competenze necessarie a portare avanti trattamenti terapeutici. È importante fornire una formazione efficace e un supporto continuo, senza addossargli responsabilità».
In che modo è possibile portare avanti un lavoro in equipe in contesto domiciliare?«Il paziente deve essere sempre al centro. È con lui che si concorda che sarà un familiare a portare avanti determinate procedure, naturalmente con il nostro supporto e supervisione. Noi lavoriamo tutti insieme per il paziente e con il paziente: i dubbi devono essere sciolti, è necessario essere presenti, come persone e come equipe. I bisogni di cura sono tanti e gli operatori coinvolti hanno competenze diverse che rispondono a esigenze differenti (clinica, psicologica, assistenziale), mantenendo le proprie specificità, che si integrano una con l’altra. E questo è d’aiuto anche per noi, che possiamo condividere la sofferenza e non caricarla tutta su una persona sola. Deve essere un processo positivo, di confronto, tra professionisti, paziente e caregiver».
Qual è il modo migliore, secondo lei, di aiutare la persona e la famiglia?«Nella fase finale, ma anche nella fase che va dalla diagnosi alla prognosi, quello che spesso si rileva è il senso di abbandono. Non bisogna sentirsi soli nel percorso di fine vita: noi dobbiamo rispondere al bisogno di sentirsi accompagnati. Per il malato e per i suoi famigliari è importante sapere che c’è qualcuno che risponde al cambiamento, non solo clinico. Si può fare tutta la pianificazione del caso, ma se poi non si è presenti, è tutto vanificato. A maggior ragione in un contesto familiare, perché nel fine vita cambia l’aspetto sociale dei malati: tendono a isolarsi, c’è un po’ un auto-abbandono e in quel momento tu diventi la loro famiglia. E in quel percorso, sapere che c’è un’equipe competente, pronta a dare una risposta è fondamentale. Non lasciare sole le persone, prendersene cura, condividere la loro fatica alleggerendola è il fulcro dei professionisti che condividono la filosofia delle cure palliative, che vanno oltre l’impegno e la responsabilità, consapevoli che occuparsi di chi muore e dei temi del morire con dignità è un privilegio, con un grande e profondo significato sociale e culturale. Per questo nel fine vita non ci si improvvisa».
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Pianificazione condivisa delle cure nel fine vita scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Colostomia, arriva il mini-dispositivo in formato capsula

Colostomia, arriva il mini-dispositivo in formato capsula

Messo a punto da B. Braun, promette alle persone colostomizzate la possibilità di riprendere il controllo del proprio corpo, migliorandone la vita, anche sociale.
È arrivato anche in Italia il più piccolo dispositivo al mondo per la gestione della continenza nelle persone colostomizzate. Si tratta di una capsula messa a punto da B. Braun, impegnata da 180 anni nel settore della sanità, che consente un maggiore controllo delle funzioni intestinali, assicurando massima sicurezza e discrezione.
La colostomia, temporanea o permanente, è un intervento chirurgico che crea nella parete addominale una via di uscita per il contenuto intestinale, raccolto in appositi dispositivi, ossia le sacche per stomia.“Una colostomia – osserva Mauro Rossi Espagnet, direttore della divisione OPM di B. Braun – comporta uno sconvolgimento nella vita di una persona: dopo la diagnosi e l’intervento, bisogna affrontare nuove sfide quotidiane. Nuove gestualità, nuove abitudini e necessità di cura, che cambiano lo stile di vita e che hanno spesso un grande impatto dal punto di vista psicologico ed emotivo”.
Gli studi mostrano che il 50% delle persone colostomizzate, dopo l’intervento, sente di aver perso il controllo del proprio corpo, prova paura e perde la fiducia in sé e nella vita, arrivando – nel 25% dei casi – a soffrire di ansia o depressione. “I pazienti sono spaventati dal rischio di perdere il controllo del proprio corpo e di avere un’immagine distorta di loro stessi – segnala Maurizio Marrazzo, marketing manager delle linee Wound e Stoma Care –. I disagi che una colostomia comporta possono limitare anche le relazioni sociali, personali e lavorative. Dopo l’intervento, un paziente su tre rinuncia alla propria vita sociale”.
Fattori come i rumori provenienti dallo stoma, i cattivi odori o le evacuazioni incontrollate creano un disagio che, per il 45% dei colostomizzati, limita le attività quotidiane. “La ricerca medica – commenta Mauro Rossi Espagnet – ha il dovere di concentrarsi su nuove soluzioni, che migliorano la qualità di vita delle persone anche dopo la degenza ospedaliera. Siamo felici di annunciare che, per i portatori di colostomia sinistra, è oggi disponibile un nuovo dispositivo, estramemente innovativo, che consente un nuova gestione della contienenza e un recupero nel controllo delle proprie funzioni corporee”.
È la nuova capsula Be1, discreta e compatta, applicabile direttamente allo stoma (attraverso l’apposita placca), che consente di evacuare quando la persona ne avverte la necessità, in intimità, aprendo con un semplice gesto la sacca per la raccolta, che si trova ripiegata all’interno della capsula. Nella stessa capsula è incorporato un pulsante per il degassamento attivo, che permette l’uscita del gas con la massima discrezione, senza rumori né odori.
“Gli studi – commenta Mauro Rossi Espagnet – hanno mostrato un notevole miglioramento nella qualità di vita dei pazienti che hanno già provato la nuova capsula: il 70% si sente molto più sicuro e senza la preoccupazione di fuoriuscite indesiderate; il 79% non avverte rumori; il 60% ritiene di avere migliorato l’immagine del proprio corpo. Ci ha dato grande soddisfazione ascoltare le storie di pazienti che riprendono una vita normale, andando al ristorante o indossando il costume da bagno con serenità, e che hanno recuperato una soddisfacente intimità con il partner. Il tutto grazie a un ritrovato controllo del proprio corpo”.
Per maggiori dettagli: www.bbraun.it/it/Prodotti-e-terapie/gestione-stomie/be1/innovazione-be1
BIBLIOGRAFIA
“Quality of life outcomes in 599 cancer and non-cancer patients with colostomies”, Krouse R & al, J Surg Res. 2007 Mar 138(1): 79-87
“Quality of life in colorectal cancer. Stoma vs non stoma patients”, Sprangers MA & al, Dis Colon Rectum. 1995 Apr; 38(4): 361-369
“The pursuit of colostomy continence”, Roberts DJ, J Wound Ostomy Continence Nur. 1997 Mar 24(2):92-97
“Psychological impact of colostomy pouch change and disposal”, Mc Kenzie F & al, Br J Nurs. 2006 Mar 23-Apr 12;15(6):308-316
“Stoma surgery for colorectal cancer: a population-based study of patient concerns“ Lynch BM, J Woud Ostomy Continence Nurs. 2008 Jul-Aug; 35(4): 424-428
Multicenter, pilot open-label interventional clinical study on 30 colostomates performed in 7 French sites. Ref OPM-G-H-1604
B. BRAUN
Il Gruppo B. Braun, con sede centrale a Melsungen (Germania), è uno dei maggiori produttori globali di dispositivi medici, prodotti farmaceutici e servizi per la sanità. Con 63mila professionisti in 64 Paesi e oltre 5mila gruppi di prodotti, B. Braun sviluppa sistemi di prodotto di alta qualità e soluzioni innovative per pazienti e operatori sanitari in tutto il mondo. Nel 2018 il Gruppo ha registrato un fatturato di circa 6,9 miliardi di euro. Ogni servizio offerto da B. Braun incorpora la sua expertise globale e la profonda conoscenza delle necessità degli utilizzatori, che nasce da 180 anni di esperienza. B. Braun Milano Spa, presente in Italia dal 1922 – prima tra le sedi estere – è un partner di riferimento nel settore della sanità e, con le divisioni Aesculap, Hospital Care e Out Patient Market, sviluppa soluzioni efficaci attraverso il dialogo costruttivo con clienti e partner, al fine di proteggere la salute e migliorare la vita delle persone in modo sostenibile. A queste si aggiungono le divisioni Dental Care e Vet Care, dedicate rispettivamente al mercato dentale e alla medicina veterinaria.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Colostomia, arriva il mini-dispositivo in formato capsula scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Potenza, la delusione degli infermieri esclusi dal concorso al San Carlo: come rimediare alla carenza di personale?

Proponiamo un contributo del collega Salvatore Damiano sulla spinosa vicenda che interessa l’ospedale lucano.
Sono delusi dalle numerose incongruenze e chiedono di bloccare i lavori della commissione in attesa di fare chiarezza e di ricevere risposte celeri, i 176 infermieri esclusi dalla partecipazione alla seconda prova del concorso pubblico, per titoli ed esami, indetto dall’ospedale San Carlo di Potenza, per la copertura di 36 posti di infermiere – collaboratore professionale sanitario – categoria D.
Al bando di partecipazione al concorso, pubblicato il 9 febbraio 2016, avevano fatto domanda ben 9.291 infermieri, dei quali soltanto 376 sono stati ammessi alla prima prova, dopo una fase preselettiva svoltasi nel luglio 2017. Una prova che si è svolta dopo tre anni dalla pubblicazione del bando stesso, ovvero il 10 aprile 2019, e per la quale, a detta dei candidati, non è stata ricevuta nessuna indicazione ufficiale su modalità di svolgimento, le tempistiche e le regole. Inoltre gli infermieri hanno segnalato l’assenza di una metodologia identificativa tra elaborato e candidato, utile a garantire l’imparzialità e l’anonimato durante la correzione delle prove.
Il 24 maggio è stato finalmente appreso l’esito valutativo della commissione, la quale ha selezionato 113 ammessi alla seconda prova, escludendone 176 in base a un criterio di valutazione pubblicato precedentemente sul sito dell’Azienda, ma troppo generico, come denunciato dagli esclusi. Va segnalato che dal 2016 a oggi, nonostante la procedura concorsuale già in atto, è stato indetto un altro bando per un avviso pubblico a tempo determinato per profilo CPS infermiere – categoria D, che ha portato a stilare una graduatoria di 738 idonei per il tempo determinato. Pertanto, dopo le numerose incongruenze e viste le tempistiche, i 176 esclusi chiedono la nomina di una nuova commissione esterna, che riveda e valuti gli elaborati prodotti, sia per l’interesse dei candidati, che per l’autotutela aziendale.
Questa la testimonianza di Salvatore Damiano, partecipante al concorso: “Nonostante la grave carenza che il San Carlo affronta, la commissione ha deciso di escludere buona parte dei partecipanti, giustamente non idonei per la loro valutazione. Visto che buona parte degli ammessi sono già precari dell’Azienda, sorge spontanea la domanda: come avrà intenzione di ricoprire i posti vacanti, l’Azienda? Una prima ipotesi sarebbe utilizzare la graduatoria dell’avviso (che tra l’altro è stata svolta con la stessa modalità del concorso, solo che, a differenza, sono stati ammessi tutti i 780 partecipanti). È giusto ricordare all’Azienda, laddove scelga lo scorrimento della graduatoria a tempo determinato per coprire le carenze, che tale istituto non è consentito  dalla normativa (circolare del Dipartimento della Funzione pubblica n. 5/2013 del 21/11/2013). Molto probabilmente un eventuale scorrimento dell’avviso potrebbe essere  impugnato dagli idonei della graduatoria di Matera, da chi aspetta una mobilità e, soprattutto, da chi è stato escluso dal concorso e aspetta la pubblicazione di uno nuovo per riscattarsi. Quindi, torno a chiedere: come ha intenzione, l’Azienda, di sopperire alle carenze?”.
Salvatore Damiano
 
L’articolo Potenza, la delusione degli infermieri esclusi dal concorso al San Carlo: come rimediare alla carenza di personale? scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

L’infermiere Francesco Falli nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana

Grande soddisfazione per il collega ligure,  dell’Asl 5 e vicepresidente di Opi La Spezia.
L’infermiere Francesco Falli, autore di testi sul rischio clinico ed errori in sanità, è stato insignito del prestigioso titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Nel rivolgere al collega le più sentite congratulazioni, riportiamo di seguito il messaggio di ringraziamento da lui postato su Facebook.
“Allora, oggi (ieri, ndr), fra i nuovi Cavalieri dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (quante maiuscole!), c’ero anche io.
Cosa posso dire? Nulla, sono contento ed emozionato, anche un po’ confuso! Ringrazio tutti quanti mi hanno salutato ed espresso la loro amicizia. Credo di dover dire in questa circostanza qualcosa di ‘serio’: sono contento perché io sono uno che si sente “molto italiano”, e quando ho vissuto all’estero (in quella missione internazionale che la motivazione ricorda) lo facevo sentire sempre, nei miei discorsi, nei miei racconti. Non con arroganza, non con malizia; ma proprio perché credo che ognuno dovrebbe molto amare il proprio Paese.
Anche se sono consapevole che abbiamo ben più di un limite, come italiani. Come diceva Ennio Flaiano, l’italiano non teme l’inferno (le regole…), perché è un posto pieno di donne nude e dove – comunque – coi diavoli potremo trovare un accordo.Ma amare il proprio Paese è un sentimento che potrebbe aiutare a renderlo migliore, come condividevo con un amico inglese che ne rideva con me al Cairo (ci beccavamo sui consueti stereotipi: lui con la pizza e io col maltempo), ma mi capiva, approvava e diceva : ‘Right or wrong, my Country!’. Tutto qua. Grazie!
PS: mentre scrivo queste parole penso ai miei genitori e a Nando, che sarebbero stati felici, oggi in piazza. E anche a due veri amici che non ci sono più: Ugo, che in spezzino mi avrebbe detto di tutto, e il vecchio Gigi, un ‘italiano d’Egitto’. Lui avrebbe meritato questo riconoscimento molto più di me e ne sarebbe stato follemente felice. Oggi lo ricordo con grande affetto. Ciao, Gigi, e grazie per avermi insegnato a volere bene all’Italia. Infine, e poi non vi stresso ulteriormente, grazie a Rosa, ai miei ragazzi e a tutti gli amici che mi hanno raggiunto oggi: l’ho apprezzato molto, anche se non sono riuscito a salutare tutti. E un saluto speciale al ‘mio’ sindaco, che insieme al sig. prefetto mi ha dato la pergamena: per me, un doppio piacere, caro Pierluigi…”.
La storia di Gigi che amava l’Italia senza averla mai vista
 
Redazione Nurse Times
 
L’articolo L’infermiere Francesco Falli nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Nursing Up Sardegna: “Ats inefficiente. Negato agli infermieri il sussidio di disoccupazione Inps”

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato a firma del dirigente territoriale Diego Murracino (foto), inviato anche alla direzione generale Ats e alla segreteria dell’assessore alla Sanità.
Da tempi non sospetti il sindacato degli infermieri Nursing Up denuncia le conseguenze nefaste dell’aver accorpato tutte le funzioni amministrative delle ex Asl sarde nell’Ats. Denunciamo una grave situazione, che sta danneggiando diversi infermieri, i quali alla scadenza naturale dei contratti a tempo determinato nei mesi di aprile e maggio 2019, trovandosi disoccupati, hanno presentato all’Istituto nazionale di previdenza sociale le richieste di sostegno alla disoccupazione ordinaria.
Le pratiche non sono andate a buon fine poiché le verifiche del caso hanno certificato l’impossibilità dell’Inps al riconoscimento del sussidio di disoccupazione a causa del mancato versamento dei contributi spettanti agli infermieri da parte di Ats Sardegna. Il problema si è presentato nel Sassarese, dove oltre venti infermieri, alla visione dell’estratto conto Inps della gestione periodi lavorativi, si sono resi conto che i versamenti dell’Ats Sardegna sono fermi per tutti al maggio 2018.
La rabbia è tanta, il sindacato Nursing Up chiede alla direzione generale Ats di assumersi le proprie responsabilità nei confronti di questi infermieri. Le verifiche presso l’Inps hanno evidenziato che il problema non riguarda solo Sassari, ma i dipendenti Ats di tutta la Sardegna e, senza un intervento risolutivo e tempestivo, il numero degli interessati è destinato ad aumentare alla scadenza dei prossimi contratti. Il Nursing Up non tollera che ancora una volta siano gli infermieri a pagare il prezzo delle evidenti incapacità organizzative derivanti dall’Ats.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Nursing Up Sardegna: “Ats inefficiente. Negato agli infermieri il sussidio di disoccupazione Inps” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Pugnochiuso 2019, speciale “Faccia a faccia” con la vice presidente Fnopi, Lia Pulimeno. “Ecco come immagini la professione infermieristica tra dieci anni”

PUGNOCHIUSO – Il presente e il futuro della professione infermieristica si incontrano a Pugnochiuso nel tradizionale appuntamento organizzato dall’Ordine delle professioni infermieristiche della provincia di Bari
Una professione, quella infermieristica, che chiede più valore anche e soprattutto nel mondo universitario. Il rapporto tra infermieri e università è stato il tema della prima giornata di lavori del congresso ospitato nel centro garganico. Quella che vi proponiamo è la prima di una serie di interviste “faccia a faccia” con alcuni dei relatori presenti a Pugnochiuso. Ospite del primo speciale è la vice presidente della Fnopi, Lia Pulimeno. Tra i temi affrontati dal nostro direttore, Salvatore Petrarolo, non solo quello relativo al rapporto tra gli infermieri e l’università, ma anche quello sul futuro della professione, proiettata ai prossimi dieci anni.
 
 
L’articolo Pugnochiuso 2019, speciale “Faccia a faccia” con la vice presidente Fnopi, Lia Pulimeno. “Ecco come immagini la professione infermieristica tra dieci anni” scritto da Salvatore Petrarolo è online su Nurse Times.

Regioni, nuovi modelli per un’assistenza a misura di cittadino: infermiere di famiglia e comunità in pole position

È quanto emerso dalla XI Conferenza sulle politiche della professione infermieristica, tenutasi a Firenze.
Patto per la salute come nodo essenziale della politica e della riorganizzazione sanitaria nelle Regioni. In questo va rivolta particolare attenzione al territorio, che è il luogo dove si manifesta la nuova epidemiologia (più anziani, non autosufficienti, malati cronici ecc.). E per l’assistenza sul territorio, proprio nel Patto, l’asso nella manica è l’infermiere di famiglia e comunità.
Sono state tutte d’accordo, le Regioni presenti all’XI Conferenza sulle politiche della professione infermieristica, tenutasi a Firenze. Emilia Romagna, Toscana, Lombardia, Liguria e Piemonte sono tutte sulla stessa lunghezza d’onda: se cambia la società, se c’è bisogno di prendersi cura (assistenza) della nuova epidemiologia, bisogna ragionare non solo in termini economici, ma soprattutto di organizzazione. L’obiettivo è dare ai cittadini ciò di cui hanno veramente bisogno, disegnando i nuovi modelli su quello che segue la diagnosi e la terapia: assistenza continua e continuità tra ospedale e territorio.
Come ha sottolineato Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini degli infermieri, il maggiore d’Italia con oltre 450 mila iscritti, bisogna spostarsi a domicilio dell’assistito. E non come singola professione, ma in un disegno che metta in moto vere equipe multiprofessionali sociosanitarie, dove tutti i professionisti devono lavorare insieme, ognuno secondo le proprie caratteristiche, ma tutti sullo stesso piano.
Kyriakoula Petropulacos, direttore generale Cura alla persona, salute e welfare dell’Emilia Romagna, Carlo Rinaldi Tommasini, direttore del Servizio diritti di cittadinanza e coesione sociale della Toscana, Marco Salmoiraghi, del Dipartimento Salute e servizi sociali della Lombardia, Francesco Quaglia, direttore del Dipartimento Salute e servizi sociali della Liguria, Danilo Bono, direttore della Direzione sanità del Piemonte, hanno ribadito ciò che nelle premesse aveva già affermato Stefania Saccardi, assessore al Diritto alla salute, al welfare e all’integrazione socio-sanitaria e vicepresidente della Toscana: quella dell’infermieri è la professione cresciuta di più in questi anni; per questo le Regioni hanno voluto dare una forte spinta alla professione per assegnare loro maggiori responsabilità in un sistema in cui oggi è necessaria una presa in carico multidisciplinare.
La scommessa di queste Regioni, tutte benchmark rispetto al quadro nazionale, è stata quella di istituire l’infermiere di famiglia e di comunità. Che, secondo Saccardi, “ha dato risultati straordinari, anche rispetto alla percezione dei cittadini di sentirsi davvero assistiti”.
Secondo Petropulacos, l’infermiere di comunità “è una grande sfida e rappresenta un passo necessario, nonostante i problemi e i vincoli di spesa, attenuati dal Decreto Calabria, ma che ancora esistono, per dare ai cittadini quel livello di servizio che ormai può crescere solo con la crescita delle professioni sanitarie”.
“La collaborazione tra professionisti – ha detto Tommasini – è una questione di ‘allenamento’, che in Toscana è già partito da circa nove anni. L’effetto dell’innovazione è stata una riduzione della mortalità per una serie di patologie croniche, dimostrando che la strada è quella giusta e che la soluzione è in nuove competenze e nuove aree da dedicare alla professione infermieristica, con un modello non più ospedalocentrico, ma indirizzato ai servizi territoriali secondo il Chronic Care Model (un modello che prevede per il miglioramento della condizione dei malati cronici un approccio ‘proattivo’ tra il personale sanitario  e una medicina di iniziativa, ndr)”.
“In Lombardia – ha sottolineato Salmoiraghi – la nuova legge sanitaria si muove su due cardini: la presa in carico del paziente fragile e la continuità assistenziale. Obiettivi che possono essere realizzati solo con un’organizzazione multidisciplinare e multiprofessionale, senza corporativismi”.
“Quale Regione più della Liguria – ha dichiarato Quaglia –, dove il 29% degli abitanti sono anziani, ha bisogno di utilizzare il Chronic Care model? E l’infermiere di famiglia è una delle direzioni verso cui andare per realizzare il nuovo modello”.
Un modello che il Piemonte ha già sperimentato e introdotto da tempo, ha spiegato Bono, con risultati eccellenti che descrivono da soli importanza e ruolo della multidisciplinarità e dell’infermiere di famiglia. E Bono è andato oltre, in un terreno “che qualcuno strumentalizza per creare divario tra professionisti, invece che coesione e multiprofessionalità: l’emergenza”.
Bono ha sottolineato che quello attuale, quasi uguale in tutte le Regioni presenti all’incontro, dove i risultati sono tangibili e i migliori possibili dal punto di vista degli effetti positivi sui cittadini, è un buon modello e funziona e per questo deve restare così com’è. Anche per l’ospedale, ha sottolineato ancora, il Piemonte ha sviluppato il primary nursing, che si fonda sull’attribuzione, dall’ingresso alla dimissione, di uno o più pazienti a un infermiere: una presa in carico analoga tra ospedale e territorio.
“Il massaggio è chiaro – ha detto Mangiacavalli –: i percorsi vanno disegnati insieme. Bisogna costruire processi, modelli, percorsi e progettazioni, e chi si occupa di formazione deve dare un continuum a tutti i professionisti, perché management (più o meno complesso) e clinica (anche con le specializzazioni infermieristiche) non siano disgiunti, e perché il percorso sia aderente al panorama epidemiologico e di salute in cui oggi e nei prossimi anni ci troviamo e ci troveremo”.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Regioni, nuovi modelli per un’assistenza a misura di cittadino: infermiere di famiglia e comunità in pole position scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Piano nazionale sulla medicina di genere, Fnopi: “In sintonia con l’agire degli infermieri e col Codice deontologico”

La presidente Mangiacavalli valuta positivamente l’ufficializzazione emersa dall’intesa Stato-Regioni. Anche perché quasi l’80% degli iscritti agli Opi sono donne.
“Il 78% degli infermieri in servizio (quasi 300mila) sono donne. E lo sono quasi l’80% degli iscritti agli Ordini delle professioni infermieristiche. La medicina di genere per la nostra categoria professionale non è importante solo dal punto di vista di personalizzazione delle cure, ma anche per le differenze legate al mondo del lavoro e all’organizzazione dello stesso, con tutte le diverse conseguenze che queste situazioni hanno nella differenza di genere. Le infermiere sono professioniste che hanno affrontato un lungo e severo percorso di studi universitari, completato da stage e perfezionamenti. Ma sono anche donne che molto spesso devono affrontare, oltre al normale peso dell’attività lavorativa, anche una responsabilità familiare e domestica che questa società, e la cultura del nostro paese, tende purtroppo ancora oggi a delegare eccessivamente alla donna. Il valore aggiunto e quello sociale per la nostra professione sono quindi evidenti. E questo dovrebbe valere anche per i percorsi di carriera”.
Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), il maggiore d’Italia con i suoi oltre 450mila iscritti, per la maggior parte donne, valuta positivamente l’intesa Stato-Regioni che prevede l’ufficializzazione della medicina di genere nel nostro Paese con un Piano nazionale ad hoc, ma sottolinea e ricorda che gli infermieri non sono solo responsabili dell’assistenza ai cittadini, prestando quindi particolare attenzione al genere, ma sono anche in gran parte donne.
E i numeri seguono le differenze geografiche: analizzando i dati per singola Regione, si scopre che in tutte quelle dove ad esempio è più sviluppato il concetto di continuità assistenziale, di strutture infermieristiche autonome e di assistenza territoriale (praticamente tutto il Nord con la Toscana per il Centro e unica eccezione la Sardegna per il Sud), la percentuale di presenza femminile supera sempre l’80% ed è quasi sempre sopra l’86-87% nelle Regioni a statuto speciale (sempre del Nord). Al contrario, le percentuali più basse sono nelle Regioni del Sud e in piano di rientro: 58,6% in Sicilia, 56,1 in Campania, 63,6 in Calabria. Dove cioè l’assistenza è praticamente “ferma” all’ospedale.
“Con il nuovo Piano nazionale ci si adegua finalmente alle definizioni internazionali, Oms in testa – sottolinea Mangiacavalli –, che valutano l’influenza delle differenze biologiche (definite dal sesso) e socio-economiche (definite dal genere) sullo stato di salute e di malattia di ogni persona: uomini e donne presentano spesso, secondo l’Oms, differente incidenza, sintomatologia e anche risposta alle terapie e hanno diverse reazioni anche in base all’accesso alle cure con disuguaglianze rilevanti legate al genere. Ma del resto noi infermieri abbiamo insita nella nostra professione, che risponde ai bisogni personalizzati della persona e non alla patologia, ben chiaro il tema della personalizzazione delle cure. Questo Piano si incontra quindi con assoluta coerenza al nostro agire professionale specifico”.
“Nel piano – aggiunge – c’è un obiettivo specifico: la nostra Federazione, assieme ad altre, ha il compito di proporre raccomandazioni e documenti per specifici percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (Pdta). Anche considerando il ruolo che gli infermieri hanno da sempre nell’assistenza, proprio in questo tipo di percorsi rivestono compiti fondamentali, sia in ospedale, ma soprattutto nel momento in cui l’assistito esce dalle strutture e torna alla sua vita di tutti i giorni. Per gli infermieri, la cui maggioranza è donna, questo ragionamento vale ancora di più, e per questo è importante che la nostra professione sia inserita a pieno titolo anche in altri aspetti del Piano, come la Rete italiana per la medicina di genere o quelle che il Piano prevede come reti specialistiche multidisciplinari per garantire la continuità assistenziale”.
“La medicina di genere – conclude la presidente Fnopi – fa parte del nostro Dna. Anche il nostro nuovo Codice deontologico lo dimostra quando prevede in uno specifico articolo che ‘l’infermiere cura e si prende cura della persona assistita, nel rispetto della dignità, della libertà, dell’eguaglianza, delle sue scelte di vita e concezione di salute e benessere, senza alcuna distinzione sociale, di genere, di orientamento della sessualità, etnica, religiosa e culturale; si astiene da ogni forma di discriminazione e colpevolizzazione nei confronti di tutti coloro che incontra nel suo operare’. Non è una questione solo di essere uomini o donne quindi, ma di rispetto e considerazione della persona assistita. La prima caratteristica della nostra professione, quella che identifica l’essere infermieri”.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Piano nazionale sulla medicina di genere, Fnopi: “In sintonia con l’agire degli infermieri e col Codice deontologico” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Sanità Molise, reparti a rischio chiusura: si chiede aiuto ai medici militari

Il commissario ad acta Angelo Giustini lancia un Sos per evitare il peggio a Termoli e Isernia. Mancano ortopedici, ginecologi, anestesisti e infermieri.
In Molise è corsa contro il tempo per evitare la chiusura di reparti nevralgici in cui mancano ortopedici, ginecologi, anestesisti e infermieri. L’evidente contrazione di risorse mette sempre più a rischio il mantenimento dei livelli essenziali di assistenza, e con l’arrivo dell’estate la situazione è destinata a peggiorare. Per i cittadini molisani, dunque, si profilano ancora viaggi della speranza.
Le cause che sembrano segnare il destino dell’offerta sanitaria in Molise sono note: blocco del turnover, che ha fermato le nuove assunzioni; grave responsabilità della politica regionale, lunga 12 anni; relazione dei conti del 2018, che ha messo in mostra debiti per 22 milioni di euro. Senza dimenticare l’inappropriata programmazione sanitaria del passato, che ha creato concorsi deserti e carenza oggettiva di specialisti nel Sistema sanitario regionale.
“Carenza questa – scrive in una nota il commissario ad acta Angelo Giustini, che da due settimane sta facendo il possibile per scongiurare ogni rischio – , che già dal prossimo mercoledì potrebbe portare alla chiusura dei reparti di Ortopedia e Traumatologia dell’ospedale di Isernia e Termoli e a seguire investire le altre specialità. L’incubo della chiusura di altri reparti potrebbe diventare presto realtà”.
Il generale Giustini è al lavoro – in coordinamento continuo con il gabinetto del ministero della Salute (con il sottosegretario Luca Coletto e con lo stesso gabinetto del ministro Giulia Grillo), con il ministero della Difesa e anche con il parlamentare molisano Antonio Federico – e ha richiesto per gli ospedali dell’Asrem il supporto dei medici militari in “ausiliaria” (specialisti), da impiegare per almeno 5 mesi. Termine necessario affinché il Decreto Calabria possa essere definitivamente approvato. Nel contempo si espleteranno i concorsi. “Tutto questo – si legge ancora nella nota – consentirà di superare questo agonico stallo nella governance del Servizio sanitario regionale e del diritto all’equità e universalità di accesso dei cittadini”.
Anche mercoledì scorso – Giustini è intervenuto all’università di Chieti quale presidente di una sessione nella conferenza della Commissione nazionale maxi-emergenze e grandi rischi – è stato fatto un esplicito appello per soccorrere la sanità del Molise. Alla presenza di autorità militari, civili, forze di polizia e tantissimi universitari, Giustini ha ripetuto e ha lanciato una richiesta di aiuto per il Molise e i molisani, coinvolgendo nella nobile causa tutti i componenti del Comitato. Poi lo ha fatto il giorno dopo alla Camera dei Deputati, dove ha riaffermato il medesimo bisogno di aiuto.
Il nodo della questione è, dunque, come uscire dal vortice che sta mettendo a repentaglio il diritto, costituzionalmente sancito, della tutela della salute come fondamentale diritto dei cittadini. Così, sempre giovedì scorso, dopo un primo appella alla Camera, Giustini ha tenuto una riunione di Gabinetto al ministero della Difesa, con commissario Antonello Arabia, individuando soluzioni urgenti e concrete di aiuto per il Molise: un elenco di 105 camici bianchi che operano nella sanità militare e che possono essere selezionati per essere impiegati nella sanità civile.
“I professionisti – spiega il commissario Giustini – hanno le specializzazioni utili al Molise: ortopedici (ne sono stati richiesti almeno due per evitare la chiusura del reparto di Ortopedia a Termoli; altri due, invece, serviranno a Isernia, dove ad oggi non esiste un’adeguata turnazione), ginecologi, chirurghi e anestesisti”. Oggi sono previste nuove riunioni, prima al ministero della Salute e poi a quello della Difesa, “nella speranza di offrire respiro alla situazione soffocante”.
“C’è necessità – conclude Giustini – che ognuno faccia la propria parte, ognuno per le proprie competenze, per scongiurare il rischio di razionamento dell’offerta sanitaria e dei servizi per il soddisfacimento dei bisogni di salute dei cittadini. Questo è il prioritario impegno e interesse per una responsabilità di governo, di etica pubblica per un Sistema sanitario regionale che risponda ai bisogni di salute con un’offerta sanitaria che riduca le liste di attesa, con servizi appropriati e innovativi sul territorio molisano”.
Redazione Nurse Times
Fonte: www.primonumero.it
 
L’articolo Sanità Molise, reparti a rischio chiusura: si chiede aiuto ai medici militari scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

L’autovalutazione del rischio di caduta: validazione italiana del Fall Risk Questionnaire

L’autovalutazione del rischio di caduta: validazione italiana del Fall Risk Questionnaire

Riprendiamo dal sito della Fnopi un interessante elaborato a cura di: Cristina Caldara (infermiere coordinatore Gruppo aziendale dedicato cadute, responsabile Dipartimento di Oncologia e ematologia, UOC Direzione Professioni Sanitarie e Sociali, ASST Papa Giovanni XXIII); Rossella Dell’Aquila (infermiere libero-professionista, UOC Ematologia, ASST Papa Giovanni XXIII); Sara Pacchiani (studente corso di laurea in Infermieristica, Centro Formazione Universitaria, Sezione di Corso ASST Papa Giovanni XXIII, Università degli Studi di Milano Bicocca); Stefano Maestrini (infermiere tutor professionale, corso di laurea in Infermieristica, Centro Formazione Universitaria, Sezione di Corso ASST Papa Giovanni XXIII, Università degli Studi di Milano Bicocca); Ramona Pellegrini (infermiere staff Ricerca Formazione e Sviluppo, UOC Direzione Professioni Sanitarie e Sociali, ASST Papa Giovanni XXIII); Monica Casati (infermiere dirigente responsabile Ricerca Formazione e Sviluppo, UOC Direzione Professioni Sanitarie e Sociali, ASST Papa Giovanni XXIII); Simonetta Cesa (infermiere direttore, UOC Direzione Professioni Sanitarie e Sociali, ASST Papa Giovanni XXIII).
INTRODUZIONE
In Italia la morte o grave danno causato da una caduta è al primo posto tra gli eventi sentinella con 471 eventi pari al 24.6% del totale degli eventi (n=1918) (Ghirardini A et al., 2013). Le cadute in età senile rappresentano un evento avverso non trascurabile ed un’autentica sfida per la sanità pubblica a causa della loro frequenza e gravità (World Health Organization WHO, 2007). Secondo l’ISTAT in Italia nel 2014 più di una persona su due è stata vittima di una caduta (54.8%) e il 76.9% sono over74; si riscontra anche una decisiva predominanza di cadute tra le donne anziane, tra le persone sole e tra gli ospiti di case di cura o di ospedali. Qui l’incidenza delle cadute è due-tre volte superiore rispetto a quella nelle abitazioni e con complicanze maggiori (Ministero della Salute, 2014).
Le persone anziane pensano che cadere sia inevitabile con l’avanzare dell’età. Difatti i dati ad oggi disponibili evidenziano come le persone anziane sottostimino il proprio rischio di cadute perché non conoscono i propri fattori di rischio (Stevens JA et al., 2010) o perché non discutono con il medico di famiglia le misure di prevenzione che potrebbero essere messe in atto (Stevens JA et al., 2012).
Secondo le evidenze scientifiche i programmi di educazione per gli anziani sono importanti per ridurre i tassi di cadute; un presupposto necessario perché si realizzino è che gli anziani stessi vengano aiutati a riconoscere i propri fattori di rischio e siano coinvolti attivamente all’interno del proprio percorso di cura (Butcher L, 2013).
In letteratura non esiste un gold standard per l’accertamento del rischio di cadute delle persone con età superiore a 65 anni (Hill E et al., 2014), tuttavia negli ultimi anni si sta consolidando l’utilizzo di scale di autovalutazione del rischio che possano migliorare la motivazione interna favorendo la compliance e l’empowerment delle persone anziane in un’ottica di cura e prevenzione che pone al centro la persona assistita (person-centred care) (Maurer M et al., 2012). I Centers for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta promuovono la partecipazione, la responsabilizzazione e il coinvolgimento della popolazione anziana, la più fragile e di conseguenza quella più esposta al rischio di cadute (Rubenstein LZ et al., 2011), al fine di mantenere ottimali livelli di salute, ma soprattutto per raggiungere il più alto livello di indipendenza possibile (Tzeng HM et al., 2015).
Tra marzo e aprile 2016, in Italia è stata condotta un’approfondita revisione della letteratura (Caldara C et al., 2017) con l’obiettivo di individuare e tradurre in italiano una scala di autovalutazione.
La Fall Risk Questionnaire, proposta dal CDC di Atlanta, è stata considerata la check-list di autovalutazione più idonea poiché valida, comprensibile a soggetti di età superiore a 65 anni e di facile e veloce compilazione (Caldara C et al., 2017).
La Fall Risk Questionnaire è una check-list composta da 12 affermazioni, corrispondenti a fattori di rischio, formulate sotto forma di domanda, a ciascuna delle quali corrisponde una descrizione.
Il punteggio finale può andare da un minimo di 0 punti a un massimo di 14 e la soglia per considerare una persona a rischio di cadute è 4.
Nel 2011 Rubenstein e collaboratori, su commissione dei CDC, hanno effettuato la validazione della scala FRQ su un campione di 40 volontari presso il Veterans Affairs Greater Los Angeles Healthcare System.
Le valutazioni effettuate con la FRQ sono state confrontate con le valutazioni cliniche eseguite indipendentemente da due geriatri, riscontrando una forte concordanza (kappa=0.875).
L’analisi della sensibilità e della specificità (rispettivamente 100% e 83.3%) ha evidenziato la capacità dello strumento di agire efficacemente nella prevenzione delle cadute.
Nel 2016, dopo aver ottenuto il consenso dai CDC, è stata effettuata la forward-backward translation di FRQ (Figura 1).

La traduzione dello strumento ha avuto come primo obiettivo quello di individuare, a partire dalla lingua originale, il significato culturale equivalente nella lingua desiderata, evitando la traduzione letterale (Sperber AD, 2004).
Per la traduzione dello strumento si è utilizzata la metodologia proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, 2013) con l’aggiunta di alcuni passaggi della metodologia di traduzione “simmetrica” (Sousa VD et al., 2011).
Tutte le traduzioni sono state redatte attenendosi alla versione originale e si è prestata attenzione all’utilizzo di una terminologia più adeguata possibile e di un lessico piuttosto semplice e comprensibile per risultare di facile impiego nella popolazione anziana. L’obiettivo dello studio è valutare la validità e l’affidabilità di FRQ nella versione italiana.
MATERIALI E METODI
Validazione di contenuto
La validità di contenuto è stata valutata da un gruppo di esperti, tutti componenti del Gruppo Aziendale Dedicato (GAD) alle cadute dell’ASST Papa Giovanni XXIII (due infermieri, un medico, un fisioterapista, un’ostetrica e il risk manager), ai quali è stato chiesto di valutare ciascun item in termini di “rilevanza” (pertinenza rispetto all’obiettivo che lo strumento si pone). I professionisti hanno utilizzato una scala di Likert con punteggio da 1 a 4 (da 1: non rilevante a 4: molto rilevante).
Attraverso i giudizi del team è stato calcolato il Content Validity Index (CVI) utilizzando le linee di indirizzo proposte da Polit e Tatano Beck (2006).
Sono stati calcolati I-CVI (Item Content Validity Index) e S-CVI (Scale Content Validity Index:
la validità di contenuto per ciascun item (I-CVI) è definita come la proporzione di esperti in accordo sul contenuto dei singoli item. Per ciascun item l’I-CVI è stato perciò calcolato considerando il numero di esperti che hanno attribuito una valutazione pari a 3 o 4, quindi dicotomizzando la scala ordinale in “non rilevanti” (punteggio 1 o 2) e “rilevanti” (punteggio 3 e 4), diviso per il numero totale di esperti;
la validità di contenuto totale della scala (S-CVI), definita come la validità di contenuto della singola scala, è stata calcolata attraverso il calcolo di due misurazioni: S-CVI/Ave che rappresenta la media dei punteggi I-CVI attribuiti dagli esperti per tutti gli item della scala e S-CVI/UA che indica l’unanimità degli esperti per ogni singolo item.
Analisi dell’affidabilità e valutazione del livello di percezione del rischio
Nell’agosto 2017 è stato condotto uno studio di validazione della scala FRQ a carattere monocentrico che ha coinvolto l’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Il campione non probabilistico consecutivo è stato di almeno 150 persone anziane, secondo le linee guida dell’EORTC Quality of life group (2011) e tenendo in considerazione che lo studio di validazione originale della scala aveva un campione di 40 volontari (Rubenstein LZ et al., 2011).
L’indagine è avvenuta in tre settori: l’emodialisi per persone assistite in regime ambulatoriale affette da insufficienza renale cronica; l’ambulatorio a bassa complessità chirurgica (BIC) dedicato all’ipovisione (pre e post operatorio di interventi di facoemulsificazione ed iniezioni intravitreali) e la macroattività ambulatoriale complessa (MAC) di oncologia.
I criteri di inclusione sono stati:
età uguale o superiore a 65 anni;
capacità di deambulazione anche con eventuali ausili (carrozzina, stampelle, deambulatore ecc.);
buona comprensione della lingua italiana.
I criteri di esclusione sono stati:
persone con decadimento cognitive;
persone con malattie psichiatriche.
L’affidabilità è stata considerata in due aspetti: la stabilità dello strumento e la consistenza interna:
la stabilità dello strumento è stata verificata attraverso il test-retest. Questo comporta la doppia somministrazione della scala alle persone assistite in momenti ravvicinati (da un minimo di un giorno ad un massimo di sette giorni) e il successivo confronto dei punteggi. La correlazione è stata espressa tramite l’indice di correlazione lineare di Pearson. Secondo Polit e Tatano Beck per interpretare questo coefficiente non si possono dare regole fisse, ma per il settore biomedico consigliano di considerare un valore compreso tra .0 e .2 “trascurabile”, tra .2 e .5 “debole”, tra .5 e .8 “buona”, tra .8 e 1 “forte” (Polit e Tatano Beck, 2014);
la consistenza interna è stata verificata attraverso il calcolo del coefficiente Alpha di Cronbach. Polit e Tatano Beck affermano che più alto è il valore e più la misura è accurata e che i coefficienti di affidabilità superiori a .7 sono spesso considerati adeguati (Polit e Tatano Beck, 2014).
A ogni soggetto incluso nello studio è stato chiesto di esprimere il proprio giudizio rispetto alla percezione del rischio di cadere attraverso una scala likert da 1 a 4, in cui 1 si considera “non a rischio” e 4 “molto rischio”.
Successivamente il valore espresso è stato comparato con il punteggio finale della scala di autovalutazione FRQ calcolando il coefficiente di correlazione di Pearson (Polit e Tatano Beck, 2014; Fowler et al., 2002; LoBiondo-Wood e Haber, 2014).
La descrizione del campione e delle risposte agli item è stata presentata attraverso misure di statistica descrittiva. I software utilizzati per l’analisi statistica sono “R” (versione 3.4.1, 2017) e Statistical Package for Social Science (SPSS, versione 24.0, 2016).
Autorizzazioni e considerazioni etiche
Prima di procedere allo studio di validazione è stato richiesto il consenso al CDC di Atlanta, che si è pronunciato positivamente in data 10 maggio 2017, tramite e-mail.
Il disegno di studio è stato approvato dal Comitato Etico Provinciale di Bergamo e in seguito è stata concessa l’autorizzazione da parte dei direttori delle strutture dell’ASST Papa Giovanni XXIII.
Successivamente alla consegna dell’informativa predisposta per le finalità dello studio, è stato acquisito dai partecipanti il consenso informato. La partecipazione ha assicurato, inoltre, il trattamento dei dati in forma anonima.
RISULTATI
Validazione di contenuto
Tutti gli item hanno ottenuto un valore di I-CVI pari a 1.00, tranne il numero 6 (“Ho bisogno di spingermi con le mani per alzarmi dalla sedia”) che ha raggiunto un valore di 0.66. Il S-CVI e il S-CVI/UA sono risultati, rispettivamente, pari a 0.97 e 0.92 (Tabella 1).

Analisi dell’affidabilità e valutazione del livello di percezione del rischio
Il campione in studio è stato di 184 persone, 2 delle quali escluse per errori di reclutamento e 6 perché non hanno compilato il retest. Pertanto, 176 persone hanno partecipato alle 2 fasi dello studio: 140 (79.5%) assistiti e 36 (20.5%) visitatori/accompagnatori. Le caratteristiche del campione sono descritte in tabella 2.
La stabilità di FRQ è stata valutata calcolando l’indice di correlazione di Pearson (0.67) che, nel complesso, ha evidenziato una buona correlazione.
La consistenza interna dello strumento è risultata adeguata in quanto il valore dell’Alpha di Cronbach, calcolato sui 12 item di FRQ (test), è risultato di 0.737 (intervallo di confidenza 95%= 0.676-0.791), mentre se calcolato su 24 item (test e retest) è risultato pari a 0.866 (intervallo di confidenza 95%= 0.836-0.893).
La correlazione tra il rischio calcolato con la FRQ e quello percepito dai soggetti è risultata buona (coefficiente di correlazione di Pearson = 0.66).
Le persone risultate a rischio secondo la scala FRQ sono state 95 (53.98%): 65 (68.4%) di queste si sono dichiarate a rischio anche nell’autovalutazione, mentre 30 (31.6%) non si percepivano a rischio di cadute. Le persone non a rischio secondo FRQ sono state 81 (46.02%): 67 (82.7%) di queste si sono dichiarate non a rischio nell’autovalutazione, al contrario 14 (17.3%) si percepivano a rischio di cadute.
Il rischio di caduta, sia percepito soggettivamente che valutato con FRQ, è più elevato tra le donne, tra le persone con età superiore a 80 anni e tra le persone assistite emodializzate del campione.
Si è rilevato che tra i pazienti emodializzati il 42% (n= 21) è caduto nell’ultimo anno, mentre le restanti specialità raggiungono solamente il 22% (n= 28). I pazienti emodializzati hanno anche in maggior numero problemi di equilibrio (Q=Question/domanda. Q3=82%, n=41 e Q4=60%, n=30) e mobilità (Q6=68%, n=34 e Q7=56%, n=28), sono i maggiori utilizzatori di ausili per la deambulazione (Q2=46%, n=23) e sono in maggior numero ad aver paura di cadere (Q5=54%, n=27) rispetto ai pazienti della chirurgia oculistica, dell’oncologia e al totale degli accompagnatori/visitatori.
I principali fattori di rischio delle cadute nel campione analizzato sono stati l’instabilità nella deambulazione (54%, n=95) e la sensazione di tristezza e/o depressione (49%, n=86).
DISCUSSIONE E CONCLUSIONI
La scala di autovalutazione FRQ ha dimostrato avere ottima validità di contenuto; a parere degli esperti, la check-list misura in modo ottimale i fattori di rischio di caduta. La stabilità dello strumento è risultata essere adeguata, così pure la consistenza interna.
Il rischio percepito soggettivamente dai 176 partecipanti e quello oggettivato dallo strumento sono risultati direttamente correlati.
Anche se lo scostamento fosse risultato più ampio o “non accettabile”, il valore dell’auto-compilazione non sarebbe sminuito. Infatti, potrebbe comunque generare una riflessione che potrebbe portare ad un comportamento di prevenzione. Ai fini dell’interpretazione dei dati dello studio, è utile considerare che le diverse risposte fornite dai partecipanti agli items dello strumento, in alcuni casi, sono state condizionate dalla patologia clinica.
Ad esempio la domanda riguardante l’urgenza ad affrettarsi al bagno tra i pazienti emodializzati, che riscontrano una riduzione della minzione, ha portato a risposte prevalentemente negative. Oppure, si pensi all’item sull’assunzione di farmaci che causano vertigini o stanchezza al quale gran parte dei pazienti oncologici hanno risposto affermativamente essendo l’astenia un comune effetto collaterale dei farmaci chemioterapici.
A questo proposito, va evidenziato che i farmaci chemioterapici potrebbero essere considerati un importante fattore di rischio per le cadute, nonostante spesso non vengano riportati in letteratura scientifica tra le terapie che causano cadute.
È bene sottolineare che in letteratura, per l’accertamento del rischio di cadute delle persone al domicilio o in regime ambulatoriale, sono state identificate sei scale di autovalutazione e di queste, nessuna prima d’ora è mai stata riadattata per un eventuale utilizzo in Italia. Le scale di autovalutazione individuate sono state:
The CAREFALL Triage Instrument (CTI), (Boele Van Hensbroek P et al., 2009; Van Nieuwenhuizen RC et al., 2009);
Fall Risk Questionnaire (FRQ), (Vivrette L et al., 2011; Rubenstein LZ et al., 2011);
Fall Risk Assessment & Screening Tool (FRAST), (Oxman Renfro M et al., 2011);
Fall Risk Screening Tool, (Fielding et al., 2013);
Falls Screening and Referral Algorithm (FSRA), (Lawson SN et al., 2013);
Self-Assessment of Fall Risk (SAFR), (Sitzer, 2016).
La maggior parte delle scale non sono sempre applicabili in ogni circostanza a causa del tempo necessario per la compilazione, spesso molto lungo, della complessità con cui sono strutturate e delle peculiarità che caratterizzano alcune di loro.
Ad esempio, la scala CTI è stata costruita per essere somministrata esclusivamente alle persone anziane dopo che si sono recate presso un Pronto Soccorso in seguito ad una caduta. Oppure, la scala FRAST e la scala FSRA utilizzano strumenti specifici, quali, il test “Timed Up and Go”, “Home Safety Checklist”, “Mood Scale”, “Modified Falls Efficacy Scale” e “Elderly Fall Screening Test”.
Ugualmente, la scala SAFR risulta di difficile impiego poiché ideata per essere compilata tramite computer e/o tablet, condizione difficilmente realizzabile. Inoltre, alcune condizioni particolari, come il decadimento cognitivo, potrebbero ostacolare l’autovalutazione.
La FRQ risulta uno strumento maneggevole, appropriato e di semplice utilizzo nella popolazione anziana assistita nel contesto territoriale (Rubenstein LZ et al., 2011). I dati del nostro studio sembrano sostenere la sua validità e affidabilità, anche nella versione italiana.
Lo studio effettuato presenta alcuni limiti:
la natura monocentrica, caratterizzata dal coinvolgimento solo di soggetti assistiti o che si sono recati presso un polo ospedaliero. Lo svolgimento dello studio presso diversi setting avrebbe potuto garantire una maggior generalizzazione dei risultati;
l’arruolamento di soggetti, in reparti in cui alcune volte l’attività è molto frenetica, può aver comportato una compilazione non sempre adeguata della check-list;
la scelta di somministrare la scala in contesti sensibili, si pensi all’oncologia o all’emodialisi spesso correlate a cronicità e sofferenza, ha mostrato ulteriori difficoltà nella richiesta di collaborazione ai partecipanti: chiedere la collaborazione di persone che vivono importanti sofferenze non è risultato particolarmente semplice.
La scala di autovalutazione FRQ è uno strumento che può essere utilizzato per aumentare la consapevolezza del rischio di caduta. La versione italiana si propone come un valido strumento di screening utilizzabile nei soggetti anziani (Rubenstein LZ et al., 2011).
La FRQ non rappresenta uno strumento a sé stante, ma è parte integrante del metodo STEADI (Stopping Elderly Accidents, Deaths and Injuries) ideato dai CDC di Atlanta nel 2013 che prevede l’utilizzo di più strumenti per promuovere la prevenzione del rischio di cadute, per mettere in atto nella pratica clinica interventi il più possibile personalizzati e per aumentare la percezione che le persone anziane hanno riguardo al proprio rischio di cadere; in quanto tale sarà necessario integrarlo in progetti volti a sensibilizzare le persone anziane sull’argomento.
Il percorso di coinvolgimento delle persone anziane nella prevenzione delle cadute e di incoraggiamento attivo all’autonomia nelle attività di vita quotidiane, può essere supportato da strumenti strutturati come la FRQ (Rubenstein LZ et al., 2011) congiuntamente alla disponibilità di materiale informativo.
Presso l’ASST Papa Giovanni XXIII si è iniziato ad utilizzare lo strumento congiuntamente a del materiale utile per informare/educare il paziente (Allegato 1). L’approccio proposto potrebbe stimolare il dibattito e la riflessione inter ed intraprofessionale relativamente al patient engagement quale necessità sempre più contingente di coinvolgere la persona assistita nei processi di presa in carico. Un terzo degli anziani che cadono non riconoscono o non sono consapevoli del proprio rischio personale di cadere (Stevens et al., 2010); questa realtà potrebbe essere modificata perché le cadute, in generale, sono eventi prevenibili.
La scala di autovalutazione FRQ dunque potrebbe essere utilizzata per aumentare la consapevolezza del rischio di caduta, ma anche semplicemente per iniziare una conversazione su questo argomento con i professionisti sanitari, gli amici e la famiglia (Rubenstein et al., 2011). Infatti, molto frequentemente durante la somministrazione di FRQ, i partecipanti allo studio sembravano più motivati a trasmettere al ricercatore la loro storia personale di cadute e creavano spontaneamente uno scambio intellettuale e quindi anche relazionale.
Nonostante l’associazione dei geriatri americani e inglesi abbiano sviluppato delle linee guida sulla prevenzione delle cadute (AGS/BGS, 2011), molti professionisti esitano a parlare di questo con gli anziani e quindi non forniscono nemmeno consigli per la prevenzione.
La check list sviluppata, ed ora tradotta e validata anche in lingua italiana (Caldara et al., 2017), potrebbe invece essere uno stimolo per proporre agli anziani uno strumento di screening valido e per identificare così le persone a rischio (Rubenstein et al., 2011).
Conflitto di interessi
Si dichiara l’assenza di conflitto di interessi.
Finanziamenti
Il progetto di ricerca si è autofinanziato.

BIBLIOGRAFIA
– American Geriatrics Society/British Geriatrics Society (AGS/BGS). (2011) Panel on Prevention of Falls in Older Persons. Summary of the Update American Geriatrics Society/British Geriatrics Society clinical practice guideline for prevention of falls in older persons. Journal of the American Geriatric Society. 59(1):148-15.
– Boele Van Hensbroek P, Van Dijk N, Van Breda GF, Scheffer AC, Van der Cammen TJ, Lips P, Goslings JC, de Rooij SE (2009) The CAREFALL Triage instrument identifying risk factors for recurrent falls in elderly patients. The American Journal of Emergency Medicine. 27(1):23-36.
– Butcher L (2013) The no-fall zone. Hospital & Health Networks, 87(6), 26-30.
– Caldara C, Dell’Aquila R, Maestrini S, Casati M (2017) La traduzione in italiano del Fall Risk Questionnaire per l’autovalutazione del rischio cadute. L’Infermiere, 54(3), e47-e54.
– Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Stopping Elderly Accidents, Deaths & Injuries. https://www.cdc.gov/steadi/index.html.
– Fielding SJ, McKay M, Hyrkas K (2013) Testing the reliability of the Fall Risk Screening Tool in an elderly ambulatory population. Journal of Nursing Management. 21(8):1008-1015.
– Fowler J, Jarvis P, Chevannes M (2002) Pratical Statistics for Nursing and Health Care, Jhon Wiley & Sons Ltd.
– Ghirardini A, Andrioli Stagno R, Bruno V, Cardone R, Carnevale G, Ciampalini S, De Feo A, Furlan D, Guidotti L, Leomporra G, Seraschi C, Veltri F (2013) Protocollo di monitoraggio degli eventi sentinella, 5° rapporto (settembre 2005 – dicembre 2012), Ministero della Salute. www.salute.gov.it.
– Hill E, Fauerbach LA (2014) Falls and Fall Prevention in Older Adults. Journal of Legal Nurse Consulting, 25(2), 24-29.
– Istituto nazionale di Statistica (ISTAT) (2014) Gli incidenti domestici, Statistiche Report.
– Johnson C, Aaronson N, Blazeby JM, Bottomley A, Fayers P, Koller M, Kuliś D, Ramage J, Sprangers M, Velikova G, Young T (2011) Guidelines for Developing Questionnaire Modules. EORTC Quality of life group, Fourth Edition.
– Lawson SN, Zaluski N, Petrie A, Arnold C, Basran J, Dal Bello-Haas V (2013) Validation of the Saskatoon Falls Prevention Consortium’s Falls Screening and Referral Algorithm. Physiotherapy Canada. 65(1):31-39.
– LoBiondo-Wood G, Haber J (2014) Nursing research. Methods and Critical Appraisal for Evidence Based Practice. Elsevier Mosby, 8th edition.
– Maurer M, Dardess P, Carman KL, Frazier K, Smeeding L (2012) Guide to patient and family engagement: environmental scan report. Agency for Healthcare Research and Quality (AHRQ).
– Ministero della Salute (2014). Prevenzione delle cadute da incidente domestico negli anziani. https://goo.gl/GFqN6H.
– Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) (2013) Process of translation and adaptation of instruments. https://goo.gl/4ySBP.
– Oxman Renfro M, Feher S (2011) Multifactorial Screening for Fall Risk in Community-Dwelling Older Adults in the Primary Care Office: Development of the Fall Risk Assessment & Screening Tool. Journal of Geriatric Physical Therapy. 34(4):174-183.
– Polit DF, Tatano Beck C (2006) The content validity index: are you sure you know what’s being reported? Critique and recommendations. Research in nursing & health, 29(5), 489-497.
– Rubenstein LZ, Vivrette R, Harker JO, Stevens JA, Josea Kramer B (2011) Validating an evidence-based, self-rated fall risk questionnaire (FRQ) for older adults. Journal of Safety Research, 42(6), 493-499.
– Sitzer V (2016) Development of an Automated Self-assessment of Fall Risk Questionnaire for Hospitalized Patients. Journal of Nursing care quality. 31(1):46-53.
– Sousa VD, Rojjanasrirat W (2011) Translation, adaptation and validation of instruments or scales for use in cross-cultural health care research: a clear and user- friendly guideline. Journal of Evaluation in Clinical Practice, 17(2), 268-274.
– Sperber AD (2004) Translation and validation of study instruments for cross-cultural research. Gastroenterology, 126(1), 124-128.
– Stevens JA, Ballesteros MF, Mack KA, Rudd RA, DeCaro E, Adler G (2012) Gender differences in seeking care for falls in the aged Medicare population. American journal of preventive medicine, 43(1), 59-62.
– Stevens JA, Noonan RK, Rubenstein LZ (2010) Older adult fall prevention: perceptions, beliefs and behaviors. American Journal of Lifestyle Medicine, 4(1), 16-20.
– Tavakol M, Dennik R (2011) Making sense of Cronbach’s alpha. International journal of medical education, 2,53.
– Tzeng HM, Yin CY (2015) Patient Engagement in Hospital Fall Prevention. Nursing Economic, 33(6), 326-334.
– Van Nieuwenhuizen RC, Van Dijk N, Van Breda GF, Scheffer AC, Korevaar JC, Van der Cammen TJ, Lips P, Goslings JC, De Rooij SE (2009) Assessing the prevalence of modifiable risk factors in older patients visiting an ED due to a fall using the CAREFALL Triage instrument. American Journal of Emergency Medicine. 28(9):994-100.
– Vivrette L, Rubenstein LZ, Martin JL, Josephson KR, Kramer BJ (2011) Development of a Fall-Risk Self-Assessment for Community-Dwelling Seniors. Journal of Aging and Physical Activity. 19(1):16-29.
Cristina Caldara
Rossella Dell’Aquila
Sara Pacchiani
Stefano Maestrini
Ramona Pellegrini
Monica Casati
Simonetta Cesa
Fonte: www.fnopi.it
 
L’articolo L’autovalutazione del rischio di caduta: validazione italiana del Fall Risk Questionnaire scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Firenze: pronta la riforma delle ambulanze. A bordo medici e infermieri del Pronto Soccorso

Le automediche partiranno direttamente dagli ospedali con personale sanitario appartenente all’équipe dei pronto soccorso; il numero delle ambulanze con medico a bordo diminuirà mentre crescerà quello delle ambulanze con infermiere. In aggiunta verrà potenziato il numero di defibrillatori semiautomatici a bordo dei mezzi di soccorso.
Nonostante manchi ancora la delibera, la cornice della riforma regionale del sistema dell’emergenza sanitaria 118 ormai è quasi definita. Si basa sull’obbiettivo di rafforzare il servizio, avvicinando ai cittadini la presenza di mezzi di soccorso, secondo il modello internazionale del 911 nordamericano, gestito interamente da personale tecnico e non da medici.
In sostanza la novità di base è la volontà di dotare tutti i mezzi in servizio di defibrillatori semiautomatici che, entro dieci minuti, possano raggiungere tutti i centri abitati con mille abitanti e la valorizzazione delle professionalità infermieristiche. Oggi la Toscana, rispetto a quanto prevede il decreto ministeriale in materia, conta un numero maggiore di ambulanze con medico a bordo (49 in tutta la regione) rispetto a quelle infermieristiche (in totale 24): tale rapporto, nella riforma del sistema dell’emergenza territoriale, sarà ribaltato in favore dei mezzi con infermiere a bordo. Non solo perché è sempre più difficile trovare personale medico disponibile a lavorare nei servizi di emergenza territoriale (crisi che si estende anche ai pronto soccorso), ma anche per un’ottimizzazione del sistema: perché il modello privilegiato sarà quello che prevede la partenza di automediche (che sul territorio regionale sono in tutto 42 in servizio sulle 24 ore) in ausilio delle ambulanze. Con l’obiettivo di liberare velocemente i mezzi di soccorso che non hanno necessità di trasportare i pazienti in ospedale e poter subito dirottare le ambulanze ad altre emergenze.
In quest’ottica, le automediche dovranno partire necessariamente dai pronto soccorso, sfruttando anche il personale che lavora nell’équipe dell’emergenza-urgenza ospedaliera. Insomma la riforma dell’emergenza territoriale prevede anche una riorganizzazione dell’emergenza ospedaliera con cui andrà ad integrarsi in un sottile gioco di equilibri che dovranno essere resi necessariamente resi più solidi.
In tutto, dai dati aggiornati al febbraio scorso, le ambulanze che prestano servizio ogni giorno garantendo il sistema di soccorso in Toscana sono 250 di cui 135 di primo soccorso in stand by, ovvero quelle formate da solo personale volontario (che sono 68 nell’Asl Toscana Centro, 30 nella Nord Ovest, 37 nella Sud Est), 49 ambulanze medicalizzate (17,5 Asl Toscana Centro, 18,5 Nord Ovest, 12 Sud Est), 42 automediche (15 Asl Toscana Centro, 11 Nord Ovest, 16 Sud Est), 24 ambulanze infermieristiche (12,5 Asl Toscana Centro, 2 Toscana Ovest, 9,5 Sud Est).
Redazione Nurse Times
Fonte: La Nazione
L’articolo Firenze: pronta la riforma delle ambulanze. A bordo medici e infermieri del Pronto Soccorso scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Tumore pancreas, Olaparib dimezza progressione malattia

Per la prima volta una terapia innovativa migliora la sopravvivenza dei pazienti con tumore del pancreas metastatico. Si chiama olaparib, e nei pazienti con mutazione dei geni BRCA1 e/o BRCA2 – soprannominati geni ‘Jolie’, dal nome dell’attrice Angelina portatrice della mutazione – ha ridotto del 47% il rischio di progressione della malattia, ‘rallentandola’ e in pratica stabilizzandola.
A due anni, il 22% dei pazienti trattati con olaparib risulta libero da progressione di malattia (rispetto al 9,6% di quelli trattati con placebo). Sono i dati principali dello studio e pubblicati sul New England Journal of Medicine Il nuovo farmaco, dunque, di fatto dimezza il rischio di progressione della malattia per questi pazienti, che presentano alcune specifiche mutazioni genetiche già riscontrate nei tumori dell’ovaio e della mammella.
Ad oggi, trattamenti per migliorare la sopravvivenza di questi malati non si erano mai dimostrati efficaci. Lo studio ha coinvolto pazienti con tumore del pancreas e con la mutazione genica che avevano seguito per almeno 16 settimane chemioterapia di prima linea con derivati del platino senza progressione di malattia. I pazienti sono stati suddivisi: 92 sono stati trattati con olaparib e 62 con placebo.
L’attuale standard di terapia nella malattia metastatica “offre una sopravvivenza libera da progressione di malattia in media di soli 6 mesi – spiega Giampaolo Tortora, direttore del Comprehensive Cancer della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e coautore dello studio -. Fino a oggi, nessun trattamento di mantenimento nel tumore del pancreas aveva migliorato la sopravvivenza libera da progressione”. POLO, afferma Tortora, “è quindi il primo studio che, nei tumori del pancreas, stabilisce un vantaggio con un nuovo farmaco biologico sulla base di una mutazione genetica-molecolare. Inoltre, si stanno, studiando altre alterazioni molecolari in piccoli sottogruppi di pazienti. Si apre così, finalmente anche in questa malattia, una strada già percorsa con successo in altri tipi di neoplasie come quelle del polmone, mammella, colon e melanoma, in cui i pazienti ricevono terapie in base alle rispettive mutazioni nel profilo genico-molecolare del tumore”.
Nel 2018, in Italia, sono stati stimati 13.300 nuovi casi di tumore del pancreas, con una sopravvivenza a 5 anni pari all’8,1%. Circa il 7,5% dei pazienti con tumore del pancreas ha queste mutazioni e quindi è candidabile alla terapia con olaparib, che si assume per bocca ed è già in uso per altri tumori. “Si apre oggi la strada ad una nuova era di medicina personalizzata per questo tipo di tumore molto difficile da trattare”, sottolinea il primo autore dello studio Hedy Kindler dell’Università di Chicago.
Redazione Nurse Times
Fonte: Ansa
L’articolo Tumore pancreas, Olaparib dimezza progressione malattia scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Osp. Maggiore di Bologna: 2 Infermieri ed un Oss scoperti a dormire durante il turno di notte. Licenziati in tronco

Due infermieri dipendenti dell’ospedale Maggiore di Bologna ed un operatore sociosanitario appartenente alla stesa Ausl sono stati licenziati in tronco per essere stati scoperti a dormire durante il turno di notte.
Al termine dell’inchiesta interna, durata oltre cinque mesi, è stata presa la decisione più severa per i due uomini e per la donna.
La pesante accusa mossa nei confronti dei tre dipendenti sarebbe quella di aver dormito di notte mentre avrebbero dovuto essere di guardia in un reparto di Medicina.
Sarebbero stati scoperti chiusi in una stanza assopiti, invece che prestare assistenza ai pazienti, che nel frattempo suonavano insistentemente i campanelli presenti all’interno delle stanze per chiedere il soddisfacimento dei loro bisogni.
A trovare i tre professionisti tra le braccia di Morfeo sarebbero stati alcuni colleghi appartenenti ad un altro reparto, che hanno immediatamente riportato l’episodio in direzione, facendo infuriare i vertici dell’azienda e creando un grande scompiglio fra i lavoratori. Il procedimento disciplinare è stato aperto proprio grazie alla segnalazione di alcuni dipendenti.
Il provvedimento è arrivato dopo un’inchiesta interna di cinque mesi.
Nella notte tra il 14 e 15 gennaio alcuni pazienti furono costretti a chiamare utilizzando il proprio smartphone il centralino dell’ospedale, per richiedere assistenza. Altri operatori andarono a vedere e trovarono i tre, tutti fra i 30 e i 40 anni che dormivano.
“Non ci sono ombre sull’accaduto, agli atti dell’azienda risultano coerenti tutte le testimonianze”, ha detto la direttrice Chiara Gibertoni.
Secondo i sindacati, invece, il provvedimento è sproporzionato. “Devono essere sanzionati – dice Gaetano Alessi, segretario Fp-Cgil – ma buttarli in mezzo a una strada è un provvedimento eccessivo”.
Simone Gussoni
L’articolo Osp. Maggiore di Bologna: 2 Infermieri ed un Oss scoperti a dormire durante il turno di notte. Licenziati in tronco scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Selfie e video con le vittime dell’incidente: la lezione dell’agente di Polizia è esemplare

Il video che ha visto protagonisti un agente di Polizia tedesco ed un conducente di furgone è diventato virale nel giro di poche ore sui social network
Il guidatore originario della Repubblica Ceca, intento a riprendere con lo smartphone la vittima di un drammatico incidente stradale, è stato fermato dall’agente della Polizia Stradale Stefan Pfeiffer.
Il pubblico ufficiale ha notato che alcune persone in coda, oltre a rallentare il traffico per “curiosare” morbosamente come spesso purtroppo accade, stavano anche scattando delle foto e video con lo smartphone.
L’agente ha ordinato al conducente del furgone e ad altre persone che stavano scattando selfie presenti su alcune vetture di scendere immediatamente portandoli nei pressi del luogo in cui si trovava il corpo senza vita dell’uomo, invitandoli provocatoriamente a scattare le foto da lì.
Successivamente intervistato, l’agente Pfeiffer ha poi spiegato il suo comportamento: “Queste persone devono essere messe di fronte alla propria inciviltà. Non basta far loro una multa, per quanto salata. L’effetto purtroppo non sarebbe lo stesso. Queste persone devono vergognarsi. E probabilmente non lo faranno mai più.”
 
Simone Gussoni
L’articolo Selfie e video con le vittime dell’incidente: la lezione dell’agente di Polizia è esemplare scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Criticano la coordinatrice su whatsapp, due infermiere sospese per dieci giorni

Una conversazione intercorsa tra due infermiere su Whatsapp è costata cara a due infermiere dipendenti di una clinica privata riminese.
Le due donne hanno difatti criticato il coordinatore infermieristico in una chat venendo successivamente sospese per dieci giorni dopo che un collega avrebbe riportato gli screenshot ed i messaggi vocali al diretto interessato.
Ma le due professioniste non hanno voluto in alcun modo accettare tale provvedimento, dichiarandosi intenzionate a ricorrere contro tale “punizione”.
A finire molto peggio è stato il collega “spione”, ora sotto inchiesta dei magistrati della Dda. Divulgare conversazioni apparse su Whatsapp rappresenterebbe una violazione della privacy altrui, configurando per i giudici un reato da Distrettuale antimafia.
«Io non ho nessuna intenzione di assogettarmi alla sospensione – dice una delle due infermiere, rappresentata dall’avvocato Piero Venturi – è un’ingiustizia. Ho parlato in privato con una collega fuori dall’orario di lavoro e ci è stata rubata la conversazione».
I fatti risalgono al 2017, quando le due colleghe nel mirino si scambiano appunto una serie di messaggini audio sulla coordinatrice del reparto con cui non hanno rapporti idilliaci. Parlano scherzando di darle la «mazzata finale» creando una «bambola» (wodoo) e via così.
Tutti gli infermieri, appena arrivano al lavoro, vengono costretti a riporre il cellulare in una stanza accessibile a tutti. E ben presto si accorgono che qualcuno ha copiato quei messaggi e li ha mostrati all’oggetto delle loro frecciate.
La coordinatrice monta un pandemonio e le due vengono sospese per dieci giorni. A quel punto le infermiere passano al contrattacco e vanno a denunciare tutto in Procura. Le indagini portano dritte ad un collega della struttura, che però nega ad oltranza sostenendo di non avere colpe. Sarebbe soltanto uno dei destinatari di quei messaggi arrivati a lui per caso da un numero sconosciuto.
La Dda chiede così l’archiviazione per l’indagato, ma gli avvocati delle due infermiere hanno già presentato opposizione. «Il fatto ancora più grave – commenta l’avvocato Venturi – è che la clinica non abbia collaborato in alcun modo».
Simone Gussoni
L’articolo Criticano la coordinatrice su whatsapp, due infermiere sospese per dieci giorni scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Foligno: oculista ordina ad infermiera del centro prelievi di posteggiargli l’auto. La scena diventa virale su Facebook

Il post di un utente che si è recato presso uno dei tanti ospedali italiani per ricevere assistenza Sanitaria ha messo ancora una volta in evidenza le manie di grandezza che spesso alcuni medici hanno nei confronti di alcuni infermieri
Riportiamo in versione integrale le parole di un paziente che ha osservato una scena a dir poco grottesca.
Ore 8.30, poliambulatorio vecchio Ospedale. Sala Prelievi. Persone presenti, ed arrivate prima della sottoscritta: 22. Vecchietti, vecchiette, due suorine, varia umanità in attesa. Dal portone principale entra a passo di carica un tizio alto e grosso, che si ferma al centro della stanza ed inizia a chiamare qualcuno con voce stentorea.
Quel qualcuno, scopriremo di lì a poco, è nello specifico l’infermiera dei prelievi. La stessa che sulla carta è lì per provvedere ad almeno 22 punture. Proprio a lei, come se fosse nella hall del Ritz Carlton invece che nel centro salute di via dell’Ospedale 6, ed avesse di fronte l’ultimo dei concierge invece che una professionista in servizio, il tizio chiede bruscamente di andare a parcheggiargli meglio la macchina, che evidentemente lui non ė riuscito a piazzare come si deve.
La scena è talmente rapida, la richiesta talmente autoritaria e naturale, che la poveretta non ha neanche il coraggio di dirgli un no secco. Un chessò: “ma che sta dicendo lei, mi scusi…è matto per caso? Non vede che sono una collega con il camice bianco, sto dietro al banco dei prelievi ed ho 22 persone che attendono di essere bucherellate?”
Niente di tutto questo. La signora lamenta qualcosa del tipo…”Ma dopo le chiavi… dall’altra parte dell’ospedale…ma ho da fare..ma non posso….” et similia. Il tipo, irritato, inframmezza qualche comando ancor più autoritario e sbrigativo, qualcosa che pur non distinguendosi chiaramente suona come un monito, e si allontana in tutta fretta.
Ora, c’è da dire che in effetti la signora dei prelievi nella mezz’ora successiva non si è di fatto allontanata dal servizio. Però al mio turno, curiosa come una faina, le chiedo “scusi tanto…. ma chi era quel signore che pretendeva che lei gli parchegiasse la macchina?”. E l’infermiera, un po’ imbarazzata, mi risponde: ” ha visto che roba? Era l’oculista! Come se io co tutta sta gente che aspetta, potessi annàjie a parcheggià la machina!”. Richiesta in effetti imbarazzante. Ma tant’è….
Ora: che la subalterna non sia uscita, è già consolatorio. Ma io mi domando e dico: Barnard, alla vigilia di un intervento a cuore aperto, avrebbe chiesto ad un’infermiera impegnata a fare prelievi “Ahò, vamme a parcheggià la machina, che tra un pò se libera quel posto”? Non credo proprio. Quindi è da stamattina che mi interrogo sul motivo che possa aver spinto un oculista di turno ai poliambulatori di Foligno, a permettersi un lusso simile.
Ci sarà, non ne dubito. Ma proprio non mi viene in mente niente. E comunque, cara infermiera: non so se sei dovuta andare fare il concierge finito il tuo turno di lavoro. Però, è stato già brutto che te lo abbiano chiesto così, davanti a 22 persone in attesa….
È difficile commentare un episodio simile. Sicuramente le dinamiche esistenti in realtà ospedaliere simili consentiranno a qualche camice bianco di poter pretendere qualsiasi cosa da un infermiere. Il mio augurio è che episodi simili vengano regolarmente denunciati e che gli organi competenti prendano I provvedimenti del caso.
Simone Gussoni
L’articolo Foligno: oculista ordina ad infermiera del centro prelievi di posteggiargli l’auto. La scena diventa virale su Facebook scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Firenze: fegato di un 97enne donato ad un 60enne in attesa di trapianto

Il fegato di un paziente di 97 anni, deceduto presso l’ospedale Santa Maria Nuova di Firenze, è stato donato ad un sessantenne che da tempo era in attesa di trapianto.
Dopo essere stato ritenuto idoneo al prelievo di organo, i famigliari, rispettando la volontà del proprio congiunto, hanno acconsentito al trapianto.
«Vorrei complimentarmi – afferma Alessandro Pacini, coordinatore locale donazione e trapianti dell’Azienda sanitaria Toscana Centro – con i coordinamenti locali ospedalieri e tutti i referenti delle rianimazioni, Dea e reparti di medicina, che con umanità e professionalità affrontano quotidianamente l’assistenza clinica di pazienti affetti anche da gravi malattie che possono portare, sia a guarigione, ma anche alla morte. In questo ultimo caso è importante considerare che una donazione di organi e tessuti, secondo una volontà espressa in vita dal deceduto o nulla osta dei congiunti aventi diritto, può salvare la vita di molti pazienti la cui unica speranza è un trapianto».
L’Azienda sanitaria ricorda che «non esistono limiti di età per donare». L’unico limite riguarda il trapianto di cuore: in tal caso l’età massima del donatore non dovrebbe superare i sessant’anni.
Simone Gussoni
L’articolo Firenze: fegato di un 97enne donato ad un 60enne in attesa di trapianto scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

95enne muore lasciando 3 milioni di euro all’Asl di Lecce: “Un ospedale intitolato a mio fratello”

Vita Carrapa, anziana signora di 95 anni, ha lasciato in eredità all’Asl di Lecce un vero e proprio patrimonio. Deceduta lo scorso febbraio a 95 anni, non aveva alcun erede a cui lasciare il capitale accumulato durante la vita. Era  sola, i suoi fratelli e sorelle sono morti molti anni fa senza lasciarle nipoti.
Pertanto lei ha lasciato un testamento chiaro: la sua eredità sarebbe andata in dono alla Asl di Lecce affinchè realizzi a Maglie, città di origine della donna, un ospedale.
A rendere note le volontà dalla pensionata, è stato un consigliere comunale di Maglie, Antonio Giannuzzi, bancario nella vita e custode dei desideri della donna.
“La signora vita dispone, con atto pubblico, davanti al notaio Giovanni De Donno, quale erede universale l’Azienda sanitaria locale Lecce 1, per la realizzazione, sul territorio di Maglie, di una struttura di cura ed assistenza che dovrà essere intitolata a Carrapa Paolo e sorelle. Evidentemente, l’eredità può contribuire alla realizzazione di una struttura più grande e complessa quale la realizzazione del nuovo ospedale, della quale si incominciava già a parlare nel momento della stesura del testamento, avvenuta nel dicembre 2009”, rende noto Giannuzzi e spiega che la 95enne “ricordando anche la volontà delle sorelle Maria Antonietta e Maria Nicolina e del fratello Paolo si rivolse a me per assisterla. Esprimeva così il desiderio di utilizzare l’intero patrimonio per aiutare chi aveva più bisogno ricordando i tempi difficili della loro giovinezza e demandando a me il come adempiere a questo desiderio in modo sicuro e discreto”.
Da qui, sono iniziati i contatti con la direzione generale della Asl di Lecce. “La consistenza dell’importo, ci obbliga a una vigilanza accorta affinchè le volontà di vita e dei suoi fratelli abbia un concreto soddisfacimento”, annuncia il consigliere che ricorda che “i fratelli Carrapa non hanno vissuto di lussi e hanno scelto come loro veri eredi i cittadini di Maglie affinchè potessero godere al posto di quei figli che non hanno potuto avere”. “Speriamo che con questa disponibilità sulla quale può da subito disporre l’azienda sanitaria possa consentire quanto prima l’inizio dei lavori per la realizzazione del nuovo ospedale”, si augura Giannuzzi.
Simone Gussoni
L’articolo 95enne muore lasciando 3 milioni di euro all’Asl di Lecce: “Un ospedale intitolato a mio fratello” scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Fermo, aggredì medici e infermieri: tossicodipendente condannato

L’uomo, un 26enne di origine marocchina, era giunto al Pronto soccorso in crisi di astinenza. Ha patteggiato una pena di un anno e otto mesi per resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamenti.
FERMO – Trasportato in ospedale in crisi d’astinenza, aveva aggredito a calci e pugni medici e infermieri, danneggiando pure la struttura. Fino a quando non erano intervenuti la polizia e gli agenti della sicurezza privata dell’ospedale “Murri”, che lo avevano bloccato e immobilizzato. Era stata una notte di terrore, al Pronto soccorso, per il personale e gli utenti, che si erano trovati a dover fronteggiare Y.H., un tossicodipendente 27enne di Montegranaro, originario del Marocco.
Il giovane ha patteggiato una pena di un anno e otto mesi per resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamenti. La sua scorribanda era iniziata attorno all’una nella cittadina calzaturiera, dove stava vagando in piena crisi d’astinenza. A un certo punto, verso le 3, aveva accusato un malore e aveva avvisato i sanitari del 118, che erano giunti sul posto, lo avevano caricato in ambulanza e trasportato al Pronto soccorso di Fermo. Qui, in evidente stato di alterazione, aveva dichiarato ai paramedici di essere in trattamento con il metadone al Servizio per le tossicodipendenze e di essere in crisi di astinenza.
Quando però la triagista del “Murri” aveva chiesto le sue generalità, lui aveva fornito un nome non corretto, che non era risultato nel terminale. Il giovane, colto da un raptus, era passato dalle parole ai fatti, lanciandosi contro gli operatori del Pronto soccorso per aggredirli a calci e pugni. Era subito intervenuto l’agente privato, che aveva cercato di immobilizzare il 26enne. I medici avevano allertato anche gli uomini del commissariato. Questi ultimi, giunti sul posto, avevano bloccato definitivamente il giovane, che era stato sottoposto a un trattamento sedativo. C’erano volute ben sette iniezioni di tranquillante per renderlo inoffensivo.
Redazione Nurse Times
Fonte: il Resto del Carlino
 
L’articolo Fermo, aggredì medici e infermieri: tossicodipendente condannato scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Ausl Romagna, superato il problema stipendi

L’Azienda spiega le ragioni del ritardo nel pagamento ai dipendenti. Si è trattato di un disguido informatico.
Per un problema di natura informatica gli stipendi dei dipendenti dell’Ausl Romagna sono stati accreditati ieri 28 maggio, invece che lunedì 27, come è consuetudine aziendale. Va detto che per questo ritardo nessuna responsabilità può essere posta in capo all’Azienda, che ha comunicato all’istituto tesoriere, già dal 20 maggio, le indicazioni per l’invio dei bonifici stipendiali.
Appena si è venuti a conoscenza dell’errore, si è richiesto al tesoriere, con specifica diffida e sulla base della convenzione in essere, il corretto ripristino della valuta al 27 del mese di maggio 2019. Ovviamente non vi è stato modo di avvisare in anticipo il personale dipendente, in quanto si è appreso dell’accaduto nella tarda mattinata del 27 maggio. Alcune comunicazioni sindacali hanno colto l’occasione per lanciare pesanti critiche sul tema dell’esonero dal periodo di prova, in una fase in cui l’Azienda della Romagna sta assumendo oltre 300 infermieri e 70 operatori socio-sanitari a tempo indeterminato.
Su questo tema, l’Ausl Romagna, come altre aziende sanitarie della Regione, ha ritenuto già da tempo, di far effettuare il periodo di prova al momento della costituzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, anche se preceduto da un tempo determinato. Ciò consente di porre la massima attenzione alla valutazione del dipendente in termini di autonomia professionale e di miglior inserimento nei diversi contesti organizzativi.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Ausl Romagna, superato il problema stipendi scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Genova, è allarme droghe tra i giovani: danni alla psiche già a 13 anni

Dossier choc del Dipartimento di Salute mentale e dipendenze di Asl 3. Un ragazzo su quattro fa uso di sostanze stupefacenti alle scuole superiori.
II punto non è (solo) che i consumatori di sostanze stupefacenti sono sempre più giovani, ma che assumerle in modo continuativo li conduce a sviluppare patologie psichiatriche, come psicosi o depressione. Il giorno dopo l’allarme lanciato dal procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, che ha sottolineato la diffusione di dosi a 1 euro per agganciare nuovi consumatori in una città crocevia di traffici di droga, i numeri che spaventano arrivano dal Dipartimento di Salute mentale e dipendenze di Asl 3.
«I Sert, a Genova, hanno la momento 5mila persone in trattamento per problemi di dipendenza – spiega il direttore del Dipartimento, Marco Vaggi – e la presa in carico avviene dai quattordici anni in su». Non solo: «Per chi consuma in modo continuativo cannabinoidi di ultima generazione come lo skunk, da sei a dieci volte più concentrata rispetto a quella di origine naturale, dopo cinque anni aumenta da due a cinque volte il rischio di psicosi. Noi ci troviamo ad affrontare casi di ragazzini che a tredici anni vedono insorgere problemi psichiatrici. Allo stesso tempo, l’uso di stimolanti come l’ecstasy può far emergere stati depressivi latenti».
Nell’area metropolitana di Genova, in un anno duecento ragazzi sotto i venticinque anni vengono ricoverati in reparti psichiatrici. Un terzo di loro non ha ancora compiuto diciotto anni. «Negli ultimi cinque anni – rimarca Vaggi – l’età media si è abbassata: da diciotto a sedici anni e buona parte di questi ricoveri sono legati all’uso di sostanze stupefacenti». Uno studente su quattro, alle superiori, ha fatto uso di cannabis nell’ultimo anno.
Il 32,9% di loro ha riferito di aver utilizzato almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita, mentre il 25,9% ha specificato di averlo fatto durante lo scorso anno scolastico. Tra questi, la stragrande maggioranza (86%) ha fatto uso di un solo tipo di sostanza, mentre il 14% è un “policonsumatore”. Eccola, la fotografia choc che viene fuori dalla Relazione annuale al Parlamento 2017 sullo stato delle dipendenze in Italia su studenti e consumo di droghe.
Per combattere quella che in Asl 3 chiamano “una diffusione massiva di oppiacei, cocaina, anfetamine e nuove droghe, sdoganate dal cliché di un contesto degradato”, diventa fondamentale potenziare la prevenzione. «Abbiamo avviato un progetto che permette di lavorare in maniera integrata – continua Vaggi – attraverso equipe multiprofessionali all’interno del Dipartimento di Salute mentale: con medici, infermieri, neuropsichiatri, assistenti sociali. Questo ci permette di intercettare precocemente soggetti giovani con questi problemi».
Giorgio Schiappacasse, già direttore dei Sert ed esperto sul tema delle dipendenze, sottolinea come sarebbe necessario uno scatto culturale: «A Genova è molto attiva l’associazione Genitori insieme, perché l’educazione è fondamentale: bisogna saper porre dei limiti con calma e determinazione. Questo allarme richiede un’alleanza da parte di tutti. Ma quando interessi economici e di salute entrano in conflitto, quello economico vince. Pensiamo al gioco d’azzardo. O all’alcol: sarebbe necessaria una legge che obblighi a dotarsi di un etilometro monouso in auto. Costa meno di un euro, e avrebbe un effetto deterrente, come un monito».
Eppure, nonostante gli allarmi, in Liguria una comunità residenziale dedicata agli adolescenti affetti da dipendenze ancora non esiste. Per curare i tossicodipendenti non restano che le briciole: a Genova appena 5 milioni di euro all’anno. Degli oltre 3 miliardi di euro stanziati per tutta la sanità ligure, infatti, 220 milioni sono destinati alle residenze, comprese le comunità, i centri per anziani e per i disabili. Di questi, 13 milioni in Liguria sono riservati specificamente alla cura delle dipendenze. E al capoluogo ligure non resta che una fettina.
Redazione Nurse Times
Fonte: la Repubblica
 
L’articolo Genova, è allarme droghe tra i giovani: danni alla psiche già a 13 anni scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Torino, carenza di personale alla Città della Salute: la solidarietà di Nursing Up agli infermieri

Il presidente del sindacato, Antonio De Palma, si unisce all’appello della segreteria provinciale, chiedendo l’intervento del governatore piemontese.
“Apprendiamo dalla delegazione del Piemonte la grave situazione che si sta configurando presso la Città della Salute di Torino, dove sarebbe imminente la chiusura di alcuni reparti a causa della carenza di personale. Un fiore all’occhiello della Sanità pubblica rischia così di andare in malora grazie a una visone miope ed ottusa della politica, che non ha messo in atto nessuna contromisura per evitare il peggio. Esprimiamo la nostra massima solidarietà ai colleghi infermieri che stanno assistendo impotenti all’imminente sfacelo di un’eccellenza italiana. Facciamo altresì appello agli amministratori che hanno il potere di intervenire e ci auguriamo che il neopresidente Cirio si attivi immediatamente per difendere il diritto a curarsi dei cittadini”. Così Antonio De Palma, presidente di Nursing Up, commenta ciò che sta avvenendo in Piemonte.
“Bisogna sbloccare le assunzioni e permettere l’arrivo di nuovi infermieri e oss”, è la richiesta della delegazione Nursing Up Piemonte, che ha inviato una lettera al nuovo presidente della Regione, Alberto Cirio, e al futuro assessore alla sanità per chiedere un incontro urgente sulla questione assunzioni alla Città della Salute.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Torino, carenza di personale alla Città della Salute: la solidarietà di Nursing Up agli infermieri scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Straordinario a Cremona: donna in emodialisi diventa mamma

Si tratta di un evento più unico che raro: le statistiche parlano di soli tre casi su mille nel mondo.
Una notizia straordinaria, diffusa con i canoni di massima riservatezza e tutela della privacy, arriva dall’Asst Cremona:  una giovane donna emodializzata è diventata mamma. La nascita è avvenuta al Centro dialisi diretto da Fabio Alberti e rappresenta un evento storico. Statistiche mondiali alla mano, infatti, su mille donne dializzate che rimangono incinta solo tre portano a termine con successo la gravidanza.
“La nascita del bambino – spiega Paola Pecchini, specialista nefrologa del Centro emodialisi cremonese – è stata una grande gioia per mamma e papà, e per infermieri e medici dell’Emodialisi. Nella nostra città non era mai successo che una donna dializzata rimanesse incinta e oltretutto portasse a termine la gravidanza con successo. Sono stati fondamentali gli infermieri dell’Emodialisi, che hanno dializzato la futura mamma tutti i giorni, supportandola anche psicologicamente, in collaborazione con i medici ginecologi e le ostetriche. Ma anche successivamente, collaborando con la Terapia intensiva neonatale, dove medici e infermieri si sono presi cura del bambino nato prematuro. I complimenti vanno soprattutto alla mamma, che ha accettato di essere sottoposta a dialisi quotidiane di almeno cinque ore per mesi”.
Un lavoro molto delicato, testimoniato anche dai dati presenti al riguardo. “Portare a termine una gravidanza per una donna in emodialisi è circostanza rara – conclude Pecchini –. Al momento ci sono circa mille segnalazioni nel mondo e la letteratura parla di 3.3 gravidanze per mille pazienti all’anno. Uno studio canadese ha mostrato un miglioramento nella statistica riguardante i bimbi nati vivi con dialisi intensiva. Per questo i medici hanno deciso di sottoporre la signora a dialisi lunghe quotidiane”.
Redazione Nurse Times
Fonte: www.ilgiorno.it
 
L’articolo Straordinario a Cremona: donna in emodialisi diventa mamma scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Fnomceo sull’eutanasia: “La morte è nemica della medicina”

La Federazione dei medici ritiene che le risposte a un tema così delicato vadano trovate nel Codice deontologico e ribadisce il valore delle cure palliative.
Quando si tratta di accompagnare il cittadino nelle scelte che riguardano la sua salute, anche in quelle “di frontiera”, come il nascere, il morire, il curare l’inguaribile, il medico trova tutte le risposte nei principi della deontologia e nelle disposizioni vigenti. È questo il senso di quanto riferito dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo), chiamata in audizione presso le Commissioni riunite Giustizia e Affari sociali della Camera.
Argomento: le tre proposte di legge, attualmente all’esame delle Commissioni, in materia di eutanasia e rifiuto dei trattamenti sanitari. A rappresentare i medici, Pierantonio Muzzetto, coordinatore della Consulta deontologica Fnomceo. Proprio su un parere elaborato dalla Consulta, poi fatto proprio dal Comitato centrale (l’organo di governo della Federazione) e già presentato al Comitato nazionale per la bioetica, era incentrato infatti il testo dell’audizione.
“La professione medica non è tecnicismo – ha affermato Muzzetto –: è nutrita del valore della libertà di agire in scienza e coscienza per il bene del paziente. Fnomceo ritiene che il Codice deontologico continui ad avere le risposte adeguate ai bisogni di salute del cittadino. Le cure palliative sono la soluzione che può mantenere intatto il rispetto della dignità della persona malata”.
Il portavoce della Federazione ha aggiunto: “La professione del medico segue da millenni un paradigma che vieta di procurare la morte del paziente. Se viene capovolto, occorre che ne discuta l’intera società, perché le conseguenze non si limitano all’agire del medico, del quale non può comunque essere limitata la libertà di coscienza. Da sempre i medici hanno visto nella morte un nemico e nella malattia un’anomalia da sanare. Mai si è pensato che la morte potesse diventare un alleato, che potesse risolvere le sofferenze della persona. Se fosse approvata la legalizzazione all’aiuto al suicidio, verrebbe capovolto questo paradigma. Se ne deve discutere in profondità, perché le ripercussioni non riguardano solo i medici e le altre professioni sanitarie. Il meccanismo che porta ad accompagnare una persona verso il suicidio coinvolge l’intera società”.
Inoltre: “Consideriamo il dialogo sul suicidio assistito utile e necessario. Crediamo che debba essere scevro da pregiudiziali ideologiche o politiche, animato solo da sensibilità intellettuale e disponibilità a comprendere sino in fondo le ragioni di determinate scelte. Ma anche dalla volontà di valutare le possibili conseguenze del cambiamento del paradigma che vede la malattia come il male e la morte come il nemico da sconfiggere. Paradigma che sinora ha caratterizzato l’esercizio della professione medica”.
E ancora: “Le condotte agevolative che spianino la strada a scelte suicide non possono ricadere solo sul medico. Anzi, al medico deve essere attribuito il ruolo di colui che tutela i soggetti più fragili. Il divieto di favorire o procurare la morte ha sempre protetto la professione medica e i cittadini, come insegna la storia. Fnomceo ribadisce che i principi del nostro Codice sono esaustivi dell’esercizio della professione e che il paradigma che l’ha ispirato continua a essere valido. Per il rispetto della dignità della persona che soffre, grazie alla Legge 38/2010, abbiamo strumenti adeguati che sono le cure palliative, la terapia del dolore fino alla sedazione profonda. Occorre applicare meglio queste terapie, che possono essere lo strumento migliore per evitare lesioni della dignità delle persone e prevenire richieste di suicidio. In ogni caso il Codice di deontologia medica è ispirato ai principi contenuti nella Carta costituzionale e sarà sempre coerente con i valori da essa richiamati”.
In conclusione, Muzzetto ha richiamato proprio la Costituzione, insieme alla legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale, quali portatrice di principi che non possono essere elusi nell’ottica di un’evoluzione normativa: “Le proposte di legge in esame debbono correlarsi con i principi affermati dal dettato della carta costituzionale (art. 32) e della Legge 23 dicembre 1978 n. 833 (“Istituzione del Servizio sanitario nazionale”), la quale prevede all’art. 1 che la tutela della salute fisica e psichica debba avvenire nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana”.
Per il medico, in definitiva, restano validi e altrettanto ineludibili i principi del Codice deontologico: “Il Codice di deontologia medica, nella sua formulazione attuale, impedisce al medico di effettuare e/o favorire atti finalizzati a provocare la morte del paziente. Nel contempo impone al medico di rispettare la dignità del paziente, evitando ogni forma di accanimento terapeutico. In ottemperanza dell’autodeterminazione del paziente da un lato, e nel rispetto della clausola di coscienza del medico dall’altro, l’attuazione della volontà del paziente nel rifiutare le cure, pone il ricorso alla sedazione profonda medicalmente indotta come attività consentita al medico in coerenza e nel rispetto dei precetti deontologici. Tutto ciò nel rispetto della dignità del morente”.
Redazione Nurse Times
Fonte: Dire
 
L’articolo Fnomceo sull’eutanasia: “La morte è nemica della medicina” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Catania, la denuncia di Fsi-Usae: “Operatore Seus del 118 aggredito al Pronto soccorso del Garibaldi”

Mentre assisteva un paziente, un altro lo ha colpito con un pugno, procurandogli un trauma facciale. È l’ennesimo episodio di violenza ai danni degli operatori sanitari in Sicilia.
Un altro caso di aggressione ai danni di personale sanitario. Vittima dell’episodio, avvenuto ieri mattina al Pronto soccorso dell’ospedale Garibaldi di Catania, un operatore Seus del 118. “Un paziente in codice giallo per problemi respiratori è stato trasportato al Pronto soccorso – racconta Calogero Coniglio, segretario regionale Fsi-Usae –. L’operatore del 118, mentre stava sbarellando un paziente, è stato colpito in pieno viso con un pugno da un altro paziente, riportando un trauma facciale”.
Aggiunge Renzo Spada, coordinatore regionale Fsi-Usae Seus 118: “L’autista soccorritore C.S., nostro associato, è solo l’ultimo operatore in ordine di tempo che ha dovuto patire le conseguenze di un comportamento violento. Bisogna aggiungere anche le aggressioni fisiche e verbali quando svolgono un intervento per strada e presso le abitazioni private. Andando a ritroso, si trovano parecchi episodi di autisti soccorritori della Seus, infermieri e medici nelle ambulanze presi a pugni in strada o nei vari Pronto soccorso. In ambulanza, queste tre figure sono operatori sanitari insostituibili, in prima linea nell’assistenza, dove ogni intervento può nascondere insidie peggiori per la propria incolumità fisica. Ormai quella delle aggressioni agli operatori del 118 sta diventando una vera e propria emergenza in Sicilia, come quelle che avvengono nei Pronto soccorso”.
Conclude Coniglio: “La solidarietà alla vittima dell’aggressione da parte di tutta la segreteria è sincera, ma non basta. Come organizzazione sindacale, abbiamo il dovere di denunciare sempre le criticità per rendere più sicuri i posti di primo intervento. Un dovere al quale si somma quello di proporre una mobilitazione perché agli autisti soccorritori del 118 sia riconosciuta l’indennità di rischio”.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Catania, la denuncia di Fsi-Usae: “Operatore Seus del 118 aggredito al Pronto soccorso del Garibaldi” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Cannabis light, arriva lo stop della Cassazione: centinaia di negozi a rischio chiusura

Via libera solo ai prodotti “privi di efficacia drogante”, ma i parametri per definirli tali non sono stati ancora definiti. Esulta Salvini: “Bene così. Mi piace il divertimento sano”.
La Corte di Cassazione ha deciso: è reato commercializzare i prodotti derivati della cannabis sativa e, in particolare, di foglie, infiorescenze, olio e resina. Ma poi ha aggiunto: “Salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”. Quali siano i parametri per definire “l’efficacia drogante”, però, gli ermellini non lo hanno esplicitato. Non ancora, almeno.
Quella depositata ieri dai giudici della Cassazione a sezioni unite è un’informazione provvisoria e bisognerà aspettare le motivazioni per definire i contorni di questa vicenda, riguardante circa 800 negozi che commercializzano la cosiddetta cannabis light e che adesso sono a rischio chiusura. Agli inizi di febbraio sempre la Cassazione aveva stabilito che la cannabis light era lecita e, per definire cosa significhi “light” aveva fissato come parametro il Thc entro lo 0,6%. Adesso bisognerà aspettare per capire cosa succede.
Nell’informazione di ieri gli ermellini hanno scritto che saranno i giudici di merito, caso per caso, a stabilire se sequestrare o meno i prodotti. Un’incertezza che già durante l’udienza aveva spinto il Pg della Cassazione, Maria Giuseppina Fodaroni, a sollevare dubbi sulla materia: «Le indicazioni fomite dal legislatore non sono chiare. Pertanto non vi è la prevedibilità, da parte del cittadino e del commerciante, sulle condizioni suscettibili di essere sanzionate».
Per questo Maria Giuseppina Fodaroni si era espressa per l’invio degli atti alla Consulta. Sono ormai centinaia i negozi che vendono cannabis light, un business che ha risvolti a livello industriale, oltre che a livello agricolo, ed è questo l’unico uso previsto dalla Legge 242 del 2016, lì dove si permette in maniera esplicita la coltivazione della canapa per fini medici.
La sentenza è stata commentata in modo molto favorevole dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini: «Siamo contro qualsiasi droga, senza se e senza ma. A noi piace il divertimento sano». Era stato proprio il vicepremier ad annunciare di voler chiudere tutti i negozi di cannabis light sparsi sul territorio e ad emanare, il 9 maggio, una direttiva ai prefetti con un giro di vite sui controlli.
Ieri lo ha appoggiato anche un altro ministro della Lega, quello della Famiglia, Lorenzo Fontana: «Siamo molto soddisfatti». Secondo lui, che tra le sue deleghe ha anche quella sugli stupefacenti, nel verdetto della Suprema Corte si può leggere «una conferma delle preoccupazioni che abbiamo sempre manifestato in relazione alla vendita di questo tipo di prodotti e della bontà delle posizioni espresse e delle scelte da noi adottate».
I radicali, invece, sollevano un dubbio: «Che questa sia una sentenza politica in linea col volere di un ministro che ha annunciato un’offensiva contro la cannabis light?». E Benedetto Della Vedova, segretario di +Europa afferma: «La decisione della Cassazione è paradossale: si vietano i prodotti a base di cannabis light, prodotti cioè con un bassissimo contenuto di principio attivo. Così si cancella o si condanna al mercato nero un settore in espansione. E in tutta la filiera si cancellano decine di migliaia di imprese e posti di lavoro regolari».
Esulta invece il popolo del Family Day, con in testa Massimo Gandolfíni. E si unisce a loro Annagrazia Calabria, deputata di Forza Italia: «E impossibile tollerare zone d’ombra che in qualche modo legittimino la subcultura dello sballo». Intanto Google, come Apple, mette al bando nel suo Play Store le app che vendono o “facilitano la vendita” di marijuana e prodotti derivati, indipendentemente dal fatto che in alcuni Stati la cannabis sia legale.
Redazione Nurse Times
Fonte: Corriere della Sera
 
L’articolo Cannabis light, arriva lo stop della Cassazione: centinaia di negozi a rischio chiusura scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Scandalo Enpapi, 50 infermieri si dichiarano con forza estranei ai fatti

Si tratta di soggetti eletti per il rinnovo degli organi dell’ente previdenziale. Il loro avvocato chiede che non siano accomunati alle persone coinvolte nel procedimento legale.
Attraverso una nota indirizzata a vari soggetti (ministri del Lavoro e dell’Economia, commissario straordinario Enpapi, presidenti della Fnopi e degli Opi, nonché Adepp e organi di stampa), l’avvocato Andrea Pettini ha voluto fare qualche precisazione in merito allo scandalo che ha recentemente travolto l’Enpapi. In particolare, con riferimento alla posizione dei suoi assistiti. Questi ultimi sono 50 infermieri, tutti delegati provinciali eletti quali futuri componenti del Consiglio di indirizzo generale e, in alcuni casi, del consiglio di amministrazione dell’ente previdenziale.
Nella nota (vedi allegato) il legale fa presente come costoro, non coinvolti nel procedimento penale ed estranei all’attività amministrativa dell’Ente, stiano subendo gravi attacchi personali, soprattutto sui social network, a seguito degli articoli giornalistici che parlano di un sistema corruttivo caratterizzato da tangenti di vario genere (da ultimo sono emerse anche numerose cene in compagnia di escort). Per questo ribadisce la loro totale estraneità ai fatti e chiede che di ciò si tenga conto d’ora in poi nel trattare la vicenda, evitando generici riferimenti all’Enpapi nel suo complesso. In caso contrario, e qualora l’iter elettorale non sia completato quanto prima nel rispetto della normativa vigente, i 50 infermieri assistiti dallo studio legale Pettini valuteranno la possibilità di adire le vie legali a tutela dei propri diritti.
Redazione Nurse Times
ALLEGATO: Lettera dell’avvocato Pettini
 
L’articolo Scandalo Enpapi, 50 infermieri si dichiarano con forza estranei ai fatti scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Conferenza Firenze, Salmoiraghi (AREU Lombardia): “Gli infermieri più pronti al cambiamento”

Nella prima sessione si continua con la discussione con gli autorevoli relatori moderati dal giornalista Pancani
Il consigliere nazionale Fnopi, Franco Vallicella, pone l’accento sulle resistenze che persistono in vecchi modelli organizzativi: “Alcuni contratti, come quello dei Mmg, sono ancorati a esigenze e scenari oramai mutati. Perchè dobbiamo discutere se sull’ambulanza c’è bisogno dell’infermiere o del medico? La leva fondamentale è il bene del pazienti, se si ragiona su altre logiche si ottiene un effetto contrario”.
Parla C. R. Tomassini, Direttore Generale Dipartimento Salute della regione Toscana “L’infermiere di famiglia esalta le funzioni del professionista, diventa una nuova figura, nuove competenze a cui adeguare tutta la formazione. Il fatto di adattare il percorso formativo che cambi l’approccio culturale a questa nuova figura. In regione abbiamo posto un nuovo percorso formativo per queste figure. Stiamo superando le resistenze dei MMG”.
M. Salmoiraghi (Direttore sanitario di AREU Lombardia) espone il Chronic Care Model introdotto sul territorio, puntando su team multidisciplinari e multiprofessionali “sono uno tra quelli che è stato deferito all’odm perchè avevo proposto gli algoritmi infermieristici avanzati per gli infermieri: ma mi è andata molto meglio dei colleghi dell’Emilia Romagna. Non comprendevo queste logiche corporativistiche che è però presente in tutte le professioni. La collaborazione tra le professioni è importante. Nella nostra regione stiamo collaborando con gli ordini degli infermieri…vorremmo cercare di portare nuove modalità di gestione cercando di coinvolgere più infermieri con maggiore autonomia, cercando di rinforzare le competenze dell’infermiere di famiglia. Gli infermieri più aperti al cambiamento verso i bisogni di salute dei cittadini”. 
F. Quaglia (Direttore dell’ARS, l’agenzia regionale della sanità Liguria) illustra i progetti avviati su reparti a direzione infermieristica e infermieri di famiglia e comunità “Non sono un medico quindi non rischio la radiazione…L’infermiere di famiglia ci consente di arrivare in alcune aree interne in cui non è possibile portare la struttura sanitaria. Abbiamo istituito la direzione infermieristica  che ci consente di riorganizzare tutta l’assistenza sanitaria. 
Sulle resistenze dei medici all’evoluzione della sanità ed integrare le competenze infermieristiche Quaglia specifica “E’ lo Stato che deve evitare le storture di un sistema, vanno evitati gli scontri tra professionisti”.
Partecipa al dibattito il D.Bono, dirigente responsabile del settore programmazione sanitaria della Regione Piemonte, uscita dal piano di rientro. “Ho iniziato il mio lavoro di medico da un infermiere – chiosa Bono – di sala operatoria. Bisogna vedere lungo e programmare il futuro della sanità. Il modello che si sta perseguendo in Piemonte è il nucleo ospedaliero della continuità delle cure primarie, infermieri di comunità su cui stiamo investendo, con la presa in carico del paziente dal territorio all’ospedale e dall’ospedale al territorio in perfetta simbiosi. Continuando con gli ospedali di comunità a conduzione infermieristica. Nel 2018 abbiamo assunto 1000 infermieri, fino al 2020 abbiamo ancora deciso di investire sugli infermieri. Direttore interaziendali che governino sistema più ampio, fatto da ospedali e territorio. La multidisciplinarietà è utile e gli scontri tra professioni non servono. L’emergenza funziona in tutte le regioni in modo ineccepibili, qualcuno utilizza i dati per strumentalizzarli a favore di alcune professioni. La primary nursing  è stata avviata in Piemonte con risultati importanti”.
Chiude la sessione la presidente B. Mangiacavalli che auspica che le specializzazioni cliniche e manageriali siano aderenti con le necessità epidemiologiche e i bisogni di salute dei cittadini “Orientare la nostra formazione sulle necessità di salute richieste. Non è più la gerarchia che può orientare certi processi”.
 
Redazione NurseTimes
 
L’articolo Conferenza Firenze, Salmoiraghi (AREU Lombardia): “Gli infermieri più pronti al cambiamento” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Conferenza Firenze, Saccardi “Investire di più sugli infermieri di famiglia e comunità”

Conferenza Firenze, Saccardi “Investire di più sugli infermieri di famiglia e comunità”

Modera la prima sessione il giornalista A. Pancani
Apre la conferenza l’assessore sanità della regione Toscana S. Saccardi “Io credo sia doveroso essere qua a dire un grazie ad una professione che è cresciuta di più in questi anni…abbiamo cercato di dare un impulso a questa professione, abbiamo istituito ilo dipartimento delle professioni infermieristiche. Oggi il ruolo delle professioni infermieristiche è sempre più fondamentale. Gli infermieri dovranno fare un salto di qualità per raggiungere una dimensione dirigenziale utile alla crescita del sistema sanitario….Siamo l’unica regione ad aver istituito gli infermieri di famiglia e comunità. Stiamo avendo dei risultati straordinari! Abbiamo assegnato all’infermiere di famiglia, non un medico di medicina generale, ma un’area geografica ben definita in modo tale che la popolazione abbia un riferimento del SSR. 
Il cittadino sente di essere presa in carico dal sistema, evitando l’accesso improprio alle strutture ospedaliere, andando incontro ai problemi della cronicità. Il ruolo dell’infermiere di famiglia e comunità è un riferimento cardine di questo nostro sistema, che vogliamo ancora rafforzare”.

I saluti del presidente Opi Firenze – Pistoia D. Massai rilancia “In ogni azienda serve un centro di ricerca infermieristica”.

La presidente della FNOPI B. Mangiacavalli “Noi siamo propositivi e costruttivi e vogliamo dare risposte ai cittadini, per garantire coerenza e appropriatezza ai bisogni di salute che si stanno spostando dal territorio al domicilio…Non ci arrocchiamo in posizioni difensive. Gli infermieri ragionano in equipe multiprofessionali, entro il quale ognuno porta il suo punto di vista, per il bene del paziente”.
SEGUI LA DIRETTA STREAMING

 
Redazione NurseTimes
L’articolo Conferenza Firenze, Saccardi “Investire di più sugli infermieri di famiglia e comunità” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

L’infermieristica italiana si incontra a Pugnochiuso: più VALORE alla professione nell’Università, Lavoro e Ricerca

Si terrà presso il Centro Congressi di PUGNOCHIUSO a VIESTE (FG) il canonico appuntamento annuale degli ordini delle Professioni Infermieristiche, organizzato quest’anno dall’ OPI Bari, BAT, Brindisi e Caserta
Il titolo dell’evento è “PIÙ VALORE alla professione infermieristica nell’Università, nel lavoro e nella Ricerca”
Interessanti gli spunti di riflessione che daranno dibattito ai partecipanti per confrontarsi sulle tematiche della Professione Infermieristica e sulle dicotomiche sfide che oggigiorno ogni infermiere è costretto ad affrontare durante l’esercizio delle sue funzioni.
Interverranno la Presidente Nazionale, B. Mangiacavalli, ed i rispettivi presidenti degli Ordini Professionali, seguiti da un pool di relatori qualificati e con elevate competenze nei settori di disquisizione assegnati.
La professione infermieristica, in quest’ultimo periodo è riuscita a rafforzare la propria identità professionale, soprattutto nell’ambito del profilo di autonomia e responsabilità con l’intervenuta legge 8 marzo 2017, n. 24, meglio nota come “legge Gelli”.
Un altro traguardo raggiunto, consegue alla “conquista” del rango di Professione Sanitaria con la legge 11 gennaio 2018 n. 3 di trasformazione del proprio Ente di rappresentanza professionale da Collegio a Ordine. Ciò nonostante, la nostra professione stenta a identificarsi nella nuova soggettività giuridica che il “nuovo” ordinamento impone manifestando criticità evidenti nel declamare, un ruolo da protagonista nel complesso panorama della sanità italiana.
Ancora oggi, la formazione infermieristica, ospitata negli Atenei d’Italia, è consegnata alla libera interpretazione degli ordinamenti didattici di pertinenza, alle scuole/facoltà di medicina che sottovalutano il contributo infungibile loro concesso dagli Infermieri nel ruolo di Direttore attività formative, Docente discipline infermieristiche e Tutor professionale.
La questione insoluta che attiene allo sviluppo delle competenze professionali,  affrontata nel rinnovo contrattuale intervenuto, senza nessuna forma di  riconoscimento giuridico e remunerativo e senza indicazioni di prospettiva futura cui si aggiunge la perenne deriva conflittuale con la professione medica sugli ambiti di competenza professionale accentuata dalla difficoltà di costruire sinergie politiche di rappresentanza adeguate al processo di crescita professionale.
Non va dimenticata altresì, la mancata piena attuazione della legge n.43 del lontano 2006 sull’Infermiere “specialista”, declinata esclusivamente nell’ordinamento accademico senza produrre, in coerenza con i contenuti, provvedimenti legislativi di integrazione e modifiche ai modelli organizzativi del sistema sanitario.
Altro argomento degno di nota riguarda la sostenibilità economica del sistema sanitario con la revisione delle dotazioni organiche, oggi declinate nel nuovo termine: I  “fabbisogni” di personale, la cui definizione è sempre improntata a criteri  prevalentemente di natura economica, con ricadute negative nella implementazione di “modelli organizzativi” capaci di soddisfare i bisogni di salute che i cittadini esprimono. Tanto premesso, oggi si avverte una marcata “preoccupazione” per il futuro incerto per le nuove generazioni di Infermieri a cui gli Organismi di rappresentanza professionale devono dedicare particolare attenzione con azioni di coinvolgimento e partecipazione alle proprie “politiche istituzionali”.
In sintonia con questo “malessere” sono in movimento nuove forme di rappresentanza professionale dedicate ai giovani Infermieri. Infatti, la FNOPI e molti OPI hanno aperto un laboratorio permanente (consulta giovani) finalizzato a capitalizzare nuove energie a sostegno dello sviluppo e della valorizzazione della professione infermieristica.
Queste alcune delle premesse che hanno indotto gli Ordini Professionali di Bari, Barletta Andria Trani, Brindisi e Caserta, (uniti da una amicizia storica) a promuovere con la fattiva collaborazione, in particolare della Presidenza della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bari e della Presidenza; del C.dL in Infermieristica Università della Campania “L. Vanvitelli e del Cdl di Infermieristica del Polo didattico Frattaminore della Università degli Studi di Napoli “Federico II”, un’iniziativa formativa di approfondimento e confronto di esperienze, sugli argomenti in programma per delinearne gli scenari futuri.
Di seguito il programma dell’evento formativo che durerà tre giorni e che è accreditato ECM.
 
CALABRESE Michele
 
Allegato
pieghevole PUGNOCHIUSO
 
L’articolo L’infermieristica italiana si incontra a Pugnochiuso: più VALORE alla professione nell’Università, Lavoro e Ricerca scritto da Michele Calabrese è online su Nurse Times.

Conferenza nazionale delle politiche della professione infermieristica in diretta streaming

La FNOPI avvia l’unidicesima edizione della Conferenza nazionale delle politiche della professione infermieristica
L’evento si tiene a Firenze, oggi 31 maggio, dalle 9 alle 17, a Firenze e sarà visibile a partire dalle 9:30 in diretta streaming.

L’occasione sarà importante per dibattere sull’organizzazione dei sistemi sanitari di alcune Regioni che si sono distinte per saper offrire le migliori performance in termini di garanzia dei Lea e per fare il punto su alcuni strumenti importanti già disegnati e nelle disponibilità dei gestori e altri in via di definizione con chi ha la responsabilità di disegnare e declinare nella realtà i modelli organizzativi dei sistemi sanitari regionali.
 
Redazione NurseTimes
 
Allegato
FNOPI PROGRAMMA CONFERENZA SULLE POLITICHE -5-.pdf (45 KB)
 
L’articolo Conferenza nazionale delle politiche della professione infermieristica in diretta streaming scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Tecnologia 5G, la rivoluzione che sta cambiando le cure mediche

Ospedali e pazienti sempre più connessi in tempo reale. Al via i primi progetti di telemedicina e teleassistenza in Italia.
Recuperare le funzionalità dopo un ictus attraverso la realtà virtuale. Interagire con i neonati ospitati nelle incubatrici. Monitorare il periodo di convalescenza con dispositivi indossabili intelligenti. Questo è solo un assaggio di quanto promette la rete mobile di quinta generazione. È infatti l’assistenza sanitaria uno dei settori che più beneficerà della tecnologia 5G, eclissando i predecessori in almeno tre caratteristiche: capacità, latenza e personalizzazione. Con impatti positivi sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale, i cui costi tendono a crescere a causa dell’aumento dell’età media della popolazione, ma anche dell’incidenza delle malattie croniche.
Con la telemedicina si potrebbero invece tenere sotto controllo da remoto i pazienti a rischio, perché con l’infrastruttura 5G è molto più facile e affidabile l’utilizzo di software di intelligenza artificiale che analizzano i dati dei pazienti in tempo reale. Sensori di salute, dispositivi indossabili, dispositivi connessi e algoritmi intelligenti basati su grandi set di dati non possono infatti dipendere dalla natura fragile delle reti 4G o dalla larghezza di banda domestica. Soprattutto quando si tratta di dispositivi elettronici collegati ai dati dei pazienti. Ecco perché la tecnologia 5G potrebbe essere un punto di svolta in ambito sanitario: non solo garantirà molta più banda e maggiore velocità rispetto a oggi, ma sarà in grado anche di gestire servizi molto più complessi.
Secondo uno studio di Market Research Future, il mercato della telemedicina dovrebbe crescere a un tasso annuale del 16,5% da qui al 2023. Inoltre, secondo gli esperti, la maggiore capacità di penetrazione del 5G rispetto alle attuali reti wireless consentirà di realizzare davvero la telechiurugia, grazie alla bassissima latenza. I primi a cimentarsi sono stati i cinesi, secondo fonti locali. Lo scorso gennaio un chirurgo ha rimosso il fegato di un animale da laboratorio a circa 50 chilometri di distanza, usando il robot da Vinci e la rete 5G. Poi, a marzo, il dottor Ling Zhipei, dell’ospedale Pla di Pechino, avrebbe eseguito un intervento chirurgico al cervello su un paziente a 3mila chilometri di distanza (la prima telechirurgia sull’uomo senza fili segnalata). «La rete 5G ha risolto problemi come il ritardo dell’immagine e del telecomando sperimentato con la rete 4G, garantendo un funzionamento quasi in tempo reale», aveva commentato il chirurgo.
In effetti il grande vantaggio della ridotta latenza è che limita la possibilità di errori e consente al chirurgo di lavorare come se fosse effettivamente presente nella stessa stanza. La tecnologia non solo migliora la chirurgia a distanza, ma apre anche la porta al trasferimento delle competenze, creando l’Internet of skills. E poi c’è il grande campo della diagnostica. La risonanza magnetica, la Pet e le altre tecniche di imaging generano file di grandi dimensioni: un problema, se devono essere inviate a uno specialista per una revisione o un teleconsulto. L’aggiunta di una rete 5G ad alta velocità alle architetture esistenti può aiutare a trasportare in modo rapido e affidabile enormi file di dati di immagini mediche, che possono migliorare sia l’accesso all’assistenza che la qualità dell’assistenza.
In Texas, presso l’Austin Cancer Center, l’introduzione della rete 5G ha permesso di trasmettere tanti dati da una parte all’altra della atta in tempo reale. «Eravamo abituati a ricevere i file dopo ore – afferma Jason Lindgren, Cio dell’Austin Cancer Center –. Ora, non appena il paziente termina l’esame, l’analisi diagnostica è già in corso».
E in Italia? Tra i primi servizi disponibili ci saranno proprio l’assistenza medica a domicilio e la telemedicina. Secondo l’Agenda digitale italiana, i servizi di e-Health vedranno infatti incrementare i finanziamenti pubblici da 2 a 7,8 miliardi di euro, per arrivare nel 2020 a un impegno complessivo stimato che sfiora i 10,2 miliardi.
Una prima sperimentazione di telemedicina per la diagnosi remota e il monitoraggio a di stanza dei parametri vitali dei pazienti onco-ematologici è stata avviata nel reparto di Ematologia e terapia cellulare dell’Ircss Giovanni Paolo II di Bari. Un modello di home care che riduce al minimo o elimina gli accessi in ospedale, realizzato insieme a Fastweb. E per i controlli è stata allestita un’unità mobile su un furgone attrezzato e connesso in 5G: gli infermieri portano a casa del paziente gli strumenti medici per le visite necessarie e poi, dal furgone stesso, trasmettono i risultati all’ospedale.
A Milano, Vodafone, insieme all’ospedale San Raffaele, Croce Rossa e Azienda regionale emergenza urgenza (Areu) è in sperimentazione un’ambulanza connessa 5G, dotata di smart glasses e intelligenza artificiale, pensata soprattutto per le persone colpite da ictus, per garantire loro il soccorso nel minor tempo possibile. La rete ultraveloce, infatti, permette un’interazione in tempo reale tra il medico in ospedale, il paziente e il soccorritore.
E sempre a Milano, per i pazienti affetti da scompenso cardiaco, Vodafone, con l’Istituto Humanitas, la startup L.I.F.E. e l’azienda tecnologica Exprivia Italtel, ha lanciato un progetto di Iomt (Internet of Medial Things) per monitorare lo stato di salute in tempo reale da casa, grazie al 5G e indumenti dotati di sensori continuamente attivi.
Redazione Nurse Times
Fonte: Il Sole 24 Ore
 
L’articolo Tecnologia 5G, la rivoluzione che sta cambiando le cure mediche scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Como, medici e infermieri in fuga verso la Svizzera

Il fenomeno, spiegabile soprattutto con la differenza di stipendio, è in costante aumento. La testimonianza di una giovane infermiera: “In Ticino guadagno più del doppio e lavoro part-time”.
Medici e infermieri in fuga da Como. E la meta più ambita è la vicina Svizzera. L’Associazione medici di origine straniera in Italia ha pubblicato uno studio, rilanciando il tema dei trasferimenti all’estero: sono 400 i dottori lombardi di Amsi che dal 2018 hanno fatto le valigie.
Quel che più interessa è la destinazione. «Nel vecchio continente la destinazione più ambita è la Svizzera – spiega Foad Aodi, fondatore di Amsi –. Le posizioni oltre la frontiera di Chiasso sono più gradite anche rispetto all’Inghilterra, un polo che di recente attrae molto del nostro capitale umano. Il 25% delle domande di trasferimento dei nostri operatori salutari guarda all’Europa, al netto del rientro forte nei Paesi d’origine di molti colleghi, per il 10% verso i Paesi dell’Est e per il 30% verso i Paesi arabi».
Sono 5mila, secondo Amsi, i medici italiani (per il 65% giovani) espatriati in cinque anni, e mille gli infermieri, con un aumento del 40% nel 2018. La fuga dei medici dalla Lombardia tocca in particolare le aree dell’emergenza, dell’ortopedia, della neonatalogia, dell’anestesia e della radiologia. Il frontalierato dei medici comaschi e varesini in Ticino è così marcato? «Il corpo medico del Ticino – spiega Franco Denti, presidente dell’Ordine dei medici del Ticino – è passato in vent’anni da circa 650 professionisti a 500, più che raddoppiato. Il frontalierato ha certo inciso, oggi negli ospedali più che nella libera professione. Per la Svizzera le zone di confine, Como e Varese per Lugano (foto, ndr), ma anche la Francia per Ginevra, sono una sorta di riserva».
Secondo l’Ente ospedaliero cantonale del Ticino, in dieci anni il numero degli italiani negli ospedali ticinesi è passato dal 20 al 40%. L’ultimo rapporto Eurispes Enpam del 2019 dice che sono 10mila i medici che hanno lasciato l’Italia per andare all’estero in dieci anni. Anche queste stime dicono che i dottori under 40 sono stati attratti in gran parte dalla Svizzera, peri il 26%, superata solo dall’Inghilterra col 33%.
«L’emigrazione c’è, anche dei medici ormai anziani, stanchi del super lavoro e delle paghe basse – dice Gianluigi Spata, presidente dell’Ordine dei medici di Como –. Ma quel che più dispiace sono i sempre più numerosi medici neolaureati che vanno a specializzarsi all’estero e non tornano indietro. Li formiamo noi, ma fuggono verso altri Paesi economicamente più vantaggiosi».
Più volte i rappresentanti dei medici nostrani hanno spiegato che è in corso una desertificazione della presenza dei dottori e degli specialisti. Anche a Como e provincia. Mancano le nuove leve, le borse di studio, i bandi d’assunzione vanno a vuoto. «La Svizzera paga di più ed è vicina – dice Dario Cremonesi, presidente dell’Ordine degli infermieri di Como –. Permette ad almeno un centinaio di colleghi di continuare ad abitare a Como, lavorando oltre confine. La qualità della sanità svizzera è persino minore della nostra, ma i trasferimenti hanno solo una ragione economica».
A proposito di ragioni economiche, portiamo l’esempio di una giovane mamma infermiera che, lavorando al Sant’Anna di Como a tempo pieno, poteva contare su una busta paga di 1.379 euro. Ora, in Ticino, con un part-time ne guadagna 2.900. «Con il rimborso spese – conferma la comasca Irene Vaticano, 31 anni –, un part-time al 60% e due bambini a carico, porto a casa poco meno di 3mila euro al mese. Prima, con il tempo pieno al Sant’Anna, al netto delle notti, la somma sulla busta paga era di 1.379 euro. La differenza si sente. In Svizzera lavoro a domicilio, arrivo anche a Bellinzona. È un bell’impegno, ma certo non mi lamento. Le mie colleghe impiegate in ospedale a Lugano mi raccontano che si lavora bene, gli organici sono al completo e non mancano le risorse».
Qualche rimpianto? «Rimpiango la mia esperienza in Pediatria al Sant’Anna: mi trovavo molto bene. La qualità professionale in Italia credo sia superiore. Certo in Svizzera lo stipendio è ben diverso. Quanto al fenomeno dell’emigrazione italiana delle professioni sanitarie, faccio notare che il Ticino non forma affatto nuovi infermieri specializzati nella pediatria. Dunque, per coprire le posizione, va a pescare altrove. Qui siamo quasi tutti italiani».
Redazione Nurse Times
Fonte: La Provincia
 
L’articolo Como, medici e infermieri in fuga verso la Svizzera scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Malattie professionali, infermieri e oss sono i più esposti in ambito sanitario

Come rivela un report di Fp Cgil, Inca e Fondazione Di Vittorio (Fdv), le condizioni di lavoro influiscono sulla salute. Particolarmente diffusi i disturbi muscolo-scheletrici.
Gli infermieri e gli operatori socio-sanitari sono le professioni più esposte alle patologie professionali nel comparto sanità. È quanto emerge dal report “Le condizioni di lavoro e di salute nel settore sanitario”, a cura di Fp Cgil, Inca e Fondazione Di Vittorio (Fdv). Un’inchiesta che ha coinvolto oltre 900 lavoratrici e lavoratori del sistema sanitario, con un’anzianità elevata e per lo più infermieri. Il report sottolinea la “diffusa presenza di rischi per la salute e la sicurezza dovuti sia all’organizzazione del lavoro, considerando il lavoro notturno e gli straordinari, sia di rischi fisici e ambientali, come quelli dovuti al sollevamento di pesi e pazienti”.
In particolare, si rileva nel rapporto presentato a Roma da Serena Sorrentino, segretaria generale Fp Cgil, e da Silvino Candeloro, dell’Inca Cgil nazionale, il lavoro notturno interessa attualmente circa un lavoratore su tre, ma nell’arco della complessiva storia lavorativa del campione di riferimento ha riguardato addirittura il 76,5% dei lavoratori. Il lavoro straordinario, invece, è svolto da poco più della metà dei rispondenti e la gran parte degli intervistati svolge mansioni che prevedono la movimentazione di pazienti o di altri pesi, anche con carrelli. Considerando l’insieme di questi fattori di rischio, gli infermieri e gli operatori socio-sanitari sono le professioni più esposte.
In linea con questi risultati, a condizioni di lavoro più dure corrisponde un giudizio più negativo sul rapporto tra salute e lavoro da parte degli intervistati. L’84,5% degli infermieri e il 79,7% degli operatori socio-sanitari dichiara infatti che le condizioni di lavoro hanno avuto un impatto sulla propria salute. I problemi fisici e psicologici per la salute sono comunque diffusi trasversalmente tra le professioni, e solo il 21,9% non ha indicato alcuna sintomatologia dolorosa a fine turno.
Emerge soprattutto la rilevanza dei disturbi muscolo-scheletrici, in particolare con problemi alla schiena, alle spalle, alla testa e al collo, che sono presenti in maniera significativa tra le varie professioni, seppure con diversa intensità. Considerando la presenza di patologie di lunga durata, ovvero superiori a un anno, i disturbi lombo-sacrali e quelli lombari interessano rispettivamente il 18,7% e 18,2% dei rispondenti, le cervicali il 15,9%, i dolori alle spalle l’11% circa, i dolori dorsali il 9,5%. Nel dettaglio, considerando i disturbi di lunga durata insieme ad altri rilevati alla fine dei turni, gli infermieri e assimilati sono il gruppo professionale che dichiara più problemi muscolo-scheletrici, con un insieme differenziato di patologie: dolori dorsali, lombari e lombo-sacrali, cervicali e alle spalle. Tra le professioni ad alta specializzazione si segnala, oltre ai dolori alla schiena e alle spalle, una presenza più elevata della media per i dolori ai gomiti e alle braccia.
Per gli operatori socio-sanitari, gli ausiliari e i tecnici si rilevano problemi simili (patologie alla schiena e alle spalle), con una maggiore incidenza di problemi alle spalle per gli operatori. Il personale amministrativo registra dolori alla schiena e al collo, con una presenza più diffusa di cervicali e un’incidenza elevata di casi di addormentamento delle mani. I medici sono un gruppo professionale che, pur manifestando come gli altri rischi di problemi alla schiena, registra una presenza diffusa di problematiche alle mani, con dolore ai movimenti. Considerando infine i casi denunciati e riconosciuti, dal rapporto della Cgil emerge che il 40,9% degli intervistati afferma di avere subito un infortunio e il 6,9% una malattia professionale.
Redazione Nurse Times
Fonte: AdnKronos
 
L’articolo Malattie professionali, infermieri e oss sono i più esposti in ambito sanitario scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

San Severo (Foggia), scandalo assenteismo: dipendente Asl minacciata di morte

Per Annalisa Tardio la vita è diventata un inferno: “Qualcuno pensa che ci sia io dietro l’esposto anonimo dal quale sono partite le indagini. Ormai non dormo più a casa mia”.
Da una settimana a questa parte, la vita di Annalisa Tardio, dipendente della Asl Foggia, è diventata un inferno. Da quando, cioè, è scoppiato lo scandalo assenteismo all’ospedale di San Severo, con conseguente arresto di otto dipendenti Asl (tutti ai domiciliari, poi revocati). L’accusa, con diversi profili di responsabilità, è di truffa ai danni di ente pubblico. Ma non per Tardio, la cui posizione è risultata regolare. Per lei i problemi sono di altra natura: dagli insulti per strada si è passati alle minacce di morte, arrivate direttamente a casa, nel cuore della notte, attraverso il citofono.
“Evidentemente qualcuno pensa che possa esserci io dietro l’esposto anonimo dal quale sono partite le indagini – spiega la donna –. Ho lavorato in quell’ufficio (Rilevazioni presenze e assenze, ndr) fino a due anni fa, ma di questa storia non ne sapevo niente. Non potevo sapere, né avere contezza dei fatti, sia perché relativi a personale dipendente in carico ad altri dipendenti addetti all’ufficio, sia perché non avrei potuto avere cognizione dei loro movimenti e dei loro spostamenti, giacché ero fisicamente lontana dai luoghi di lavoro e di marcatempo dei dipendenti indagati”.
Tardio, che da due anni presta servizio al Sian (Servizio igiene degli alimenti e della nutrizione), dice di avere paura: “Ormai non dormo più a casa mia. Qualche pomeriggio fa mi hanno raggiunto per strada con uno scooter e mi hanno insultato: ‘Infamona! Ti è piaciuto andare dalla Finanza?’. Poi mi hanno citofonato nel cuore della notte. Erano le 2:30 quando una voce maschile mi ha detto: ‘Devi morire! Devi fare una brutta fine!’ È diventato un mondo bruttissimo. Ti mettono nelle condizioni di andare via”. La vicenda è all’attenzione di magistratura e forze dell’ordine.
Redazione Nurse times
Fonte: www.foggiatoday.it
 
L’articolo San Severo (Foggia), scandalo assenteismo: dipendente Asl minacciata di morte scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Udine, piove nel reparto di rianimazione: infermieri costretti ad evacuare dieci pazienti

Un vero e proprio diluvio universale si è verificato nel reparto di Anestesia e rianimazione 2 dell’ospedale di Udine.
Il grave episodio si è verificato nella notte compresa tra martedì 28 e mercoledì 29 maggio a causa del maltempo che per diversi giorni si è abbattuto su tutta la regione.
Sopra al tetto del padiglione centrale del Santa Maria della Misericordia, situato al quarto piano, un grosso quantitativo di acqua piovana che si è accumulato, ha messo a dura prova la tenuta impermeabile del soffitto della struttura causando abbondanti infiltrazioni nei piani inferiori.
Il personale sanitario è stato pertanto costretto a trasferire frettolosamente dieci pazienti ricoverati in rianimazione, destinandoli ad altre unità operative.
Le apparecchiature elettromedicali sono state a lungo esposte a contatto diretto con l’acqua, rendendo necessarie verifiche approfondite sul funzionamento dei dispositivi e dell’intero impianto elettrico, eseguite dal personale tecnico specializzato.
Non appena terminerà il check up, l’azienda provvederà al ripristino degli ambienti per poi tornare alla normale attività.
Simone Gussoni
L’articolo Udine, piove nel reparto di rianimazione: infermieri costretti ad evacuare dieci pazienti scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Esercizio abusivo della professione: Opi La Spezia smaschera infermiere non iscritto all’Ordine

Il soggetto in questione millantava il possesso del titolo sulla base di una documentazione fasulla.
Opi La Spezia ha recentemente ricevuto una segnalazione relativa a un infermiere in servizio da pochi giorni in una residenza protetta per anziani convenzionata del territorio. “Questo signore – spiegano dall’Ordine -, contando sulla norma dell’autodichiarazione, aveva assicurato di essere in possesso di entrambi i requisiti per l’esercizio della professione sanitaria di infermiere in Italia, cioè il titolo di laurea (o titolo equipollente, rilasciato fino al 1995 dalle scuole autorizzate regionali) e l’iscrizione all’Ordine professionale”.
Tuttavia, a seguito di una rapida verifica sul database nazionale degli Ordini, la sua iscrizione del soggetto in questione a uno degli albi professionali italiani è risultato assente. In risposta alla conseguente richiesta di procedere subito all’iscrizione, il soggetto in questione ha consegnato all’Ordine una serie di documenti, tra i quali spiccava una fotocopia di un “diploma da infermiere professionale” (titolo rilasciato fino al 1995 e oggi valido per l’esercizio professionale, ovviamente secondo i dettati della norma sulla equipollenza, DM Sanità 27/7/2000).
“Ma la copia – continuano dall’Ordine spezzino -, relativa a un’attestazione dei primissimi anni Novanta del XX secolo, è risultata decisamente differente da quelle del tempo, al punto che riportava nell’intestazione un’impossibile, per l’epoca, ‘Asl 5 Spezzino’ : in quegli anni era infatti ancora viva e vegeta la Usl 19. La persona non è stata iscritta all’Ordine; nel frattempo la struttura che lo aveva assunto lo ha allontanato dal servizio, e una segnalazione è stata inoltrata, in base al dovere dell’Ente sussidiario dello Stato, ai Nas della Regione Liguria”.
“Con questa nota – concludono dall’Ordine – non si vuole rimarcare ciò che è normale routine e dovere istituzionale dell’Ordine professionale degli infermieri, ma ancora una volta ricordiamo che si rischia molto a utilizzare persone di dubbia qualifica, perché le attività da parte di un sanitario abusivo sono sempre pericolose, poco professionali e, ovviamente, a rischio complicanze. In questa circostanza l’assunzione è certamente avvenuta senza i doverosi accertamenti, ma anche i normali cittadini corrono rischi a non verificare, nei casi di assistenza privata a domicilio, se chi offre le sue prestazioni infermieristiche è davvero competente e autorizzato all’esercizio professionale. Esiste un modo estremamente semplice per verificare se la persona che vi ha appena dichiarato di essere un infermiere lo sia effettivamente, ed è quello di cercarlo sulle pagine dei siti istituzionali dell’Ordine, sia sull’albo nazionale (www.fnopi.it) sia su quello provinciale (nel nostro territorio, www.opi.laspezia.net)”.
Opi La Spezia ribadisce che questo è il solo modo per verificare la reale appartenenza alla categoria professionale, e invita a diffidare di chi millanta titoli, magari adducendo foto presenti sui profili social. Il soggetto in questione, ad esempio, afferma sul proprio profilo Facebook di avere frequentato un corso per infermiere.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Esercizio abusivo della professione: Opi La Spezia smaschera infermiere non iscritto all’Ordine scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Nursing Up Piemonte: “Città della Salute pronta a chiudere interi reparti per carenza di personale”

Il sindacato chiede un incontro urgente al neopresidente Cirio: “Bisogna sbloccare le assunzioni di nuovi infermieri e oss”.
Il Nursing Up Piemonte ha inviato una lettera al nuovo Presidente della Regione, Alberto Cirio, e al futuro assessore alla Sanità per chiedere un incontro urgente sulla questione assunzioni alla Città della Salute.
La questione è semplice: il 24 maggio, dopo un comunicato in cui manifestavamo tutta la nostra preoccupazione per il blocco delle assunzioni che, a quanto ci risulta, era stato messo in atto alla Città della Salute, l’assessorato alla Sanità rispondeva con una nota polemica nella quale tentava di smentire la circostanza, sminuendo la nostra segnalazione. È un fatto, però, che alla Città della Salute, già a partire dai prossimi giorni, verranno chiusi interi reparti di degenza a causa della forte carenza di personale e per la garanzia del diritto alle ferie dei lavoratori del comparto sanità. E allora dove sono le assunzioni di lavoratori, se alla Città della Salute devono chiudere interi reparti per la carenza di personale?
“Siamo spiacenti che l’assessore uscente abbia preso come un’offesa o un attacco personale la nostra segnalazione sulla questione assunzioni alla Città della Salute – spiega il segretario regionale del Nursing Up, Claudio Delli Carri –. E siamo dispiaciuti della sua risposta, lontana dalla realtà. I fatti dicono che la nostra preoccupazione era fondata, e la chiusura dei reparti che inizierà nei prossimi giorni dimostra quanto abbiamo preannunciato. Semplicemente, alla Città della Salute vi è una carenza di personale tale che, all’arrivo delle ferie previste dal contratto, è necessario chiudere dei reparti, causando una ricaduta negativa sulla cittadinanza che fruisce dei servizi”.
Precisa ancora Delli Carri: “La carenza di personale è dovuta al fatto che le assunzioni non possono più essere fatte perché sono stati raggiunti i tetti previsti, e l’assessorato lo sa bene. Chiediamo dunque un incontro urgente con il nuovo assessore o con il presidente della Regione, che speriamo aperto al confronto (al contrario del suo predecessore sulla questione demansionamento), perché il problema va risolto subito. Le ferie incombono e i reparti verranno chiusi. L’unica via è sbloccare le assunzioni in modo da reperire il personale necessario a coprire i servizi. Se non saranno assunti nuovi infermieri e nuovi oss, nemmeno per sostituire i pensionamenti, garantendo il normale turnover, il risultato sarà quello, come più volte abbiamo denunciato, del collasso del sistema”.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Nursing Up Piemonte: “Città della Salute pronta a chiudere interi reparti per carenza di personale” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Decreto Calabria, è bagarre sulla nomina di Scaffidi a direttore della Asl Vibo Valentia

Decreto Calabria, è bagarre sulla nomina di Scaffidi a direttore della Asl Vibo Valentia

Discussione assai concitata alla Camera. L’opposizione invoca il conflitto di interessi. Grillo costretta a fare marcia indietro.
Gianluigi ScaffidiSi è discusso ieri alla Camera il cosiddetto Decreto Calabria, contenente misure che cambiano lo schema del commissariamento della Regione e altre norme sanitarie di vario genere. Discussione assai concitata, nata allorché si è scoperto che, tra i nomi dei direttori Asl proposti dal commissario straordinario nominato dal ministero della Salute al presidente della Regione, e pubblicati alcuni giorni fa dalla stampa locale, figurava quello di Gianlugi Scaffidi, un sindacalista in pensione.
A stupire l’opposizione non è stato tanto l’incarico ricoperto in passato, quanto il fatto che Scaffidi è un collaboratore della parlamentare grillina relatrice dello stesso Decreto Calabria, cioè Dalila Nesci. Come quest’ultima, l’ex medico ed ex sindacalista è di Vibo Valentia, proprio la città di cui quella città avrebbe dovuto dirigere la Asl. Ma non basta. Il decreto prevede che nelle Aziende sanitarie della Regione si possano nominare persone non presenti nell’elenco ministeriale degli abilitati a essere direttori generali. Ebbene, proprio il nome di Scaffidi non figura in quella lista. Una circostanza che, secondo l’opposizione, stride con l’intento sbandierato dal M5S di escludere la politica dalle nomine e di promuovere nuove regole meritocratiche per la scelta dei direttori generali, puntando su albi e sistemi “terzi” di valutazione del curriculum.
Da qui la richiesta al Governo di promettere che Scaffidi non sarebbe stato nominato a Vibo Valentia: “Proprio voi che parlavate di politica fuori dalle Asl state nominando un vostro collaboratore”. Poco convincente la replica di Nesci, la quale si è difesa spiegando che l’ex medico è stato sì un suo collaboratore, ma a titolo gratuito. “Ecco, adesso finalmente lo pagate, ma con i soldi degli italiani”, hanno ironizzato nei loro interventi i parlamentari di Pd, Forza Italia e Fratelli d’Italia. E la Lega? Silenzio assordante. Praticamente nessuno esponente del partito alleato dei Cinque Stelle ha mosso un dito per difendere le posizione del ministero.
Alla fine, chiamata a gran voce, è arrivato in aula Giulia Grillo. Intervento rabbioso, il suo. Il ministro della Salute ha gridato di non essere lei a scegliere i commissari della Asl, giacché il primo che li propone al governatore è il commissario regionale. Solo se i due non trovano l’accordo, se ne occupa il Governo centrale. Ma è proprio questo il punto, ribadito sempre dall’opposizione: l’accodo tra il commissario regionale e il governatore Mario Oliverio non c’è. Quindi la palla passa davvero al ministero.
In un clima sempre più rovente, Giulia Grillo ha perso le staffe, anche perché interrotta più volte dal coro “Onestà! Onestà!”, urlato dall’opposizione: “Dobbiamo dircele, le cose – sbottato –. La Calabria non l’abbiamo guidata noi, ma Forza Italia e il Pd, che sono riusciti a nominare manager capaci di far fallire tutte le Asl. Siete stati voi. Mi urlate ‘Onestà!’, ma pare che il presidente della Regione, membro del Pd, abbia qualche problemino con la giustizia. O mi sbaglio?”.
Dai banchi del Pd, Graziano Delrio, ha duramente criticato il ministro, invitandola a mantenere un contegno istituzionale: “In Parlamento non si fanno comizi. Qui una parlamentare di Vibo Valentia, relatrice di una legge sul sistema sanitario calabrese, vuole nominare un suo collaboratore di Vibo Valentia alla Asl di Vibo Valentia”. È solo uno degli interventi al vetriolo contro Grillo, che alla fine, riprendendo la parola, ha cercato di abbassare i toni, dicendosi disponibile a fare marcia indietro: “Mi scuso se ho mancato di rispetto al Parlamento. Ci tengo a questo provvedimento, fondamentale per i cittadini calabresi. Noi riteniamo che non ci siano conflitti di interessi, ma se questo elemento diventa fondamentale per proseguire la discussione in aula sulla legge, potremmo rinunciare a questa nomina”.
Redazione Nurse Times
Fonte: www.repubblica.it
 
L’articolo Decreto Calabria, è bagarre sulla nomina di Scaffidi a direttore della Asl Vibo Valentia scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Medici con il doppio lavoro, 5 denunciati a Bergamo: danno da 950mila euro

Le Fiamme gialle hanno ricostruito visite e prestazioni effettuate dai medici nei confronti di singoli pazienti in strutture sanitarie private, all’insaputa delle amministrazioni pubbliche di rispettiva appartenenza e incassando ulteriori compensi ricostruiti dai militari in 750mila euro

Pur avendo scelto di lavorare in regime libero-professionale all’interno di ospedali pubblici – ovvero il cosiddetto regime ‘intramoenia’ -, assicurandosi così un’indennità di esclusività pari complessivamente a 200mila euro in aggiunta agli stipendi, in realtà esercitavano la professione sanitaria anche all’esterno. Per questo cinque dirigenti medici delle aziende socio sanitarie Bergamo Ovest (Treviglio) e Bergamo Est (Seriate) sono stati denunciati per frode ai danni del Servizio sanitario regionale lombardo dalla Guardia di finanza di Bergamo.Le Fiamme gialle, coordinate dal sostituto procuratore Fabrizio Gaverini, hanno ricostruito visite e prestazioni effettuate dai medici nei confronti di singoli pazienti in strutture sanitarie private, all’insaputa delle amministrazioni pubbliche di rispettiva appartenenza e incassando ulteriori compensi ricostruiti dai militari in 750mila euro. Il danno al Servizio sanitario regionale ammonta a 950mila euro.

Oltre che alla procura di Bergamo per truffa ai danni del Servizio sanitario regionale lombardo, i cinque medici sono stati anche denunciati alla Corte dei Conti di Milano. Nei loro confronti la Guardia di Finanza ha eseguito il sequestro di beni e valori per 200mila euro, disposto dal gip del Tribunale di Bergamo, Ilaria Sanesi. 

Come previsto dalla legge, i fatti riscontrati sono stati comunicati all’Ispettorato della Funzione pubblica, alla Presidenza del Consiglio dei ministri e alla Direzione generale welfare di Regione Lombardia per l’avvio delle azioni di recupero delle somme indebitamente percepite, stando alle accuse, e per l’adozione dei connessi provvedimenti disciplinari.  Nel mirino dei controlli anche le strutture sanitarie private che hanno usufruito irregolarmente delle prestazioni dei medici responsabili delle violazioni: contestate alle strutture sanzioni per 367mila euro, in parte già regolarizzate. 

Redazione Nurse Times

Fonte: Il Fatto Quotidiano
L’articolo Medici con il doppio lavoro, 5 denunciati a Bergamo: danno da 950mila euro scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Politiche della professione infermieristica, tutto pronto per la Conferenza nazionale

Politiche della professione infermieristica, tutto pronto per la Conferenza nazionale

L’evento, in programma domani a Firenze, potrà essere seguito in streaming sul portale della Fnopi.
La Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), la più numerosa d’Italia con oltre 450mila iscritti, ha organizzato l’undicesima edizione della Conferenza nazionale delle politiche della professione infermieristica. L’evento si terrà domani, venerdì 31 maggio, dalle 9 alle 17, a Firenze, presso l’FH Grand Hotel Mediterraneo (Lungarno del Tempio, 44) e sarà visibile a partire dalle 9:30 in diretta streaming a QUESTO LINK.
La Fnopi, con la Conferenza, ha voluto promuovere una riflessione sugli aspetti che coinvolgono la programmazione dell’assistenza, la classe dirigente della professione, i massimi livelli della formazione universitaria nel contribuire a ridisegnare non solo l’organizzazione delle realtà socio-sanitarie, ma dell’infermieristica tutta, che mai come negli anni futuri sarà capace di influenzare un nuovo sistema di produzione ed erogazione di servizi alla persona o di farsi influenzare passivamente, se non si metteranno in campo azioni sinergiche e condivise.
Alla prima sessione, venerdì mattina, interverranno i direttori generali della Sanità di Emilia Romagna, Toscana, Lombardia, Piemonte e Liguria, che si confronteranno sull’organizzazione possibile della sanità. Ha assicurato la sua presenza il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi. In questa occasione si dibatterà sull’organizzazione dei sistemi sanitari di alcune Regioni benchmark, quelle cioè che hanno saputo rispettare gli adempimenti previsti dai livelli essenziali di assistenza e che si sono distinte per saper offrire le migliori performance. Si farà il punto su alcuni strumenti importanti già disegnati, e nella disponibilità dei gestori, e su altri in via di definizione.
Redazione Nurse Times
ALLEGATO: Programma della Conferenza
 
L’articolo Politiche della professione infermieristica, tutto pronto per la Conferenza nazionale scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Sla, sono sicuri i trapianti di staminali cerebrali

Lo rivelano i test effettuati su 18 pazienti. Ora via alla fase 2.
Sono sicuri i trapianti di staminali umane cerebrali contro la sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Ora c’è l’ok alla fase 2 dei test per le risposte sull’efficacia. I dati sono stati pubblicati su Stem Cells Translational Medicine, a cinque anni dai test di fase 1, condotti tra il 2012 e il 2015 da Angelo Vescovi e Letizia Mazzini negli ospedali Maggiore della Carità di Novara e Santa Maria di Terni, all’Università di Padova e nell’Istituto Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo.
Si tratta del “primo esempio in Europa del trapianto chirurgico di un vero farmaco cellulare”, rileva in una nota la Fondazione Revert. Un farmaco cellulare permette di trapiantare le stesse cellule in tutti i pazienti, con effetti riproducibili in modo “altamente standardizzato e prodotto in regime farmaceutico di Good Clinical Practice”, in grado pertanto di rispettare i criteri di sterilità e sicurezza imposti dagli enti di controllo. Diciotto i pazienti arruolati: dopo il trattamento, la malattia non si è aggravata.
Redazione Nurse Times
Fonte: Il Mattino
 
L’articolo Sla, sono sicuri i trapianti di staminali cerebrali scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Maddalena, dal tumore da bambina al sogno di diventare oncologa pediatrica

A venti anni studia Medicina a Perugia. Le cure e le operazione dai 7 ai 9 anni sono solo un ricordo: «Mi hanno sempre aiutato tutti, adesso voglio aiutare io i bambini malati come lo ero io»

Maddalena ha venti anni, lunghi capelli castani, occhi azzurri, e un sogno: diventare oncologa pediatrica al Bambin Gesù di Roma. Dopo aver tentato l’esame di accesso a Medicina lo scorso anno, e aver fallito, è andata avanti con la tenacia che la caratterizza: ha frequentato Biotecnologie e a settembre scorso ci ha riprovato. «Stavolta è andata bene, sono entrata, e ora sono a Perugia a studiare», ride felice. Ma sono in pochi a sapere cosa significhi per lei, questo ingresso in facoltà e soprattutto quell’obiettivo di cui parla con tanto orgoglio. Nasce tanti anni fa, quando Maddalena Vannicelli aveva solo sette anni. Era in seconda elementare quando la madre si è accorta di un ingrossamento al braccio sinistro. Pensava ad una contusione mal curata, ad una piccola infezione, ad un ematoma non assorbito. «E invece era un cancro», racconta ormai con tranquillità Maddalena. Che ricorda ogni istante di quei due anni passati dentro e fuori l’ospedale Bambin Gesù di Roma per curarsi quel maledetto rabdomiosarcoma alveolare. «La seconda elementare l’ho passata quasi tutta in ospedale, ricoverata: sono stata operata più volte, ho fatto chemio e radioterapia. Ma grazie alle insegnanti che venivano da me sono riuscita a mantenermi al passo. La scuola ospedaliera mi ha aiutato molto, studiavo italiano, matematica, inglese: ovviamente in base a come mi sentivo riuscivo a fare di più o di meno. Se stavo male non riuscivo neanche a leggere. Ma studiare era una finestra sul mondo, mi aiutava a distogliere l’attenzione da ciò che stava succedendo».

La ricaduta
Con la madre sempre accanto a lei, Maddalena a giugno, alla fine della seconda elementare, era riuscita a tornare al suo banco. I compagni l’avevano accolta entusiasti. Sembrava la fine di un incubo: il ritorno alla vita, alla normalità, ai capelli, ai giochi, ai libri, alle lezioni. E invece il sarcoma si è ripresentato poco prima del suo nono compleanno, a ottobre 2007, quando stava iniziando la quarta elementare. E la battaglia è ricominciata. Eppure alla fine Maddalena ce l’ha fatta, e ora ritorna a quei giorni senza tristezza: «Mi sono stati molto vicini, tutti: lo staff dell’ospedale, i medici straordinari, i clown, gli insegnanti. Non mi sono mai sentita abbandonata. E quando sono tornata a scuola ero a posto col programma, non ho dovuto recuperare. È per questo che voglio fare l’oncologa pediatrica, e proprio in quel reparto, se possibile. Perché voglio restituire col mio lavoro quello che mi hanno dato, far tornare il sorriso ai bambini come loro hanno fatto con me anni fa». Nessun rifiuto, nessuna repulsione, per Maddalena: per lei tornare in quel reparto non è rivivere un angolo buio della sua esistenza, non rappresenta una forzata immersione nel dolore. Ma anzi, un riscatto: «Mi piacerebbe, sulla base della mia esperienza, fare le stesse cose che hanno fatto con me. Vorrei tornare proprio laddove ho imparato a superare la malattia».
Valentina Santaripa
Fonte: Corriere

L’articolo Maddalena, dal tumore da bambina al sogno di diventare oncologa pediatrica scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Uranio impoverito nel midollo: il caso Sorrentino resta aperto

I famigliari del militare suicida, al quale fu negato il risarcimento per malattia da causa di servizio, proseguono la battaglia legale.
Nel suo midollo osseo sono state trovate tracce di metalli pesanti e soprattutto di uranio impoverito, U238. Potrebbe essere stata questa la causa della malattia, una leucemia linfoblastica acuta, che ha colpito Luigi Sorrentino, caporal maggiore di 40 anni che lo scorso 23 ottobre si è ucciso nel suo appartamento di Torino. Lo rivela un’analisi condotta su due campioni dal professor Claudio Medana, del dipartimento di Biotecnologie molecolari e scienze per la salute dell’Università di Torino, insieme a Rita Celli, medico legale ed ex consulente della commissione parlamentare di indagine sull’uranio impoverito. I dati sono stati rivelati ieri da Domenico Leggiero, dell’Osservatorio Militare, insieme ai familiari di Sorrentino.
“È una svolta storica del caso uranio – spiega Leggiero – e sgombra il campo da ogni dubbio sia sull’esposizione sia sulla nocività di questo materiale”. Sono già 366 i militari italiani morti e 7.500 quelli malati. Sorrentino aveva chiesto il risarcimento per malattia da causa di servizio. “Abbiamo ricevuto soltanto dinieghi”, ricorda la vedova, Federica Gaspardone. Suo marito è stato in missione in Kossovo, Albania e Afghanistan, e aveva preso parte a esercitazioni nell’area di Capo Teulada (contaminata). Si era ammalato nel 2015.
“Pensava di essere una macchina guasta – prosegue la vedova –. Lui era uno operativo, non si sarebbe mai fermato. Ha lavorato fino a dieci giorni prima del ricovero”. Il caporal maggiore ha lottato per tornare al lavoro al secondo reggimento degli alpini di Cuneo, ma non c’è stato verso. Ora i famigliari portano avanti, insieme all’avvocato Angelo Tartaglia e all’Osservatorio Militare, la battaglia giudiziaria: “Vogliamo che Luigi sia riconosciuto come una vittima e che migliorino le condizioni degli altri soldati”.
Redazione Nurse Times
Fonte: il Fatto Quotidiano
 
L’articolo Uranio impoverito nel midollo: il caso Sorrentino resta aperto scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Paesi arabi, è boom di medici e infermieri italiani

Stipendi d’oro, regime fiscale benevolo e tante altre agevolazioni attraggono sempre più professionisti della nostra sanità verso il Golfo.
Fino a ieri erano i calciatori a fine carriera che andavano a farsi coprire d’oro nei ricchi Paesi arabi. Ora, a fare le valige, puntando verso Oriente, sono i nostri medici e infermieri. Attratti da stipendi da sogno e benefit impensabili in Italia, dove gli ospedali continuano ad assumere col contagocce e chi ha la fortuna di lavorarci lo fa con turni massacranti, stipendi bloccati da un decennio e prospettive di carriera ridotte al lumicino.
Così sempre più professionisti della sanità espatriano e a sorpresa. La maggioranza di loro, uno su tre, sceglie proprio i Paesi arabi: Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi, Dubai e Kuwait in testa. A rilevarlo è un’indagine condotta dall’Amsi, l’Associazione dei medici stranieri in Italia, che in cinque anni ha contato più di 5mila richieste di trasferimento all’estero da parte dei nostri medici e mille domande presentate da infermieri professionali, con un’impennata del 40% nel 2018. E il 30% di chi decide di fare fortuna all’estero punta deciso verso la penisola arabica, da dove è partita già la caccia ai nostri professionisti della salute, bistrattati in patria, ma richiestissimi all’estero per la loro buona formazione.
Alla Asl Padova i dirigenti stanno facendo i salti mortali per convincere a restare i loro medici, contattati da società di cacciatori di teste che, su incarico degli Emirati Arabi, offrono stipendi che vanno dai 14 ai 20mila euro al mese, più interprete, casa, scuola e autista a disposizione. Tempo fa, in un hotel di Bologna, più di 400 sanitari si sono messi in fila per partecipare alle selezioni indette da una società leader per il reclutamento di professionisti, che cercava oltre cento tra medici, infermieri e ostetriche, richiesti dai nuovi super ospedali di Dubai, Abu Dhabi e Dhoa.
Ma il reclutamento avviene anche online. Il sito Medical Careers Global riporta 180 posizioni aperte per medici disposti a proseguire la carriera a Dubai, dove svetta imponente il modernissimo Healthcare City, il più grande polo ospedaliero mai realizzato nella regione e uno dei più grandi del mondo. Dentro le sue mura ospita reparti gestiti da istituti prestigiosi, come l’Harvard Medical School e il Boston University Institute.
Perché, mentre da noi esportiamo medici, ma anche pazienti, gli emiri hanno deciso da tempo di affrancarsi dalla dipendenza dal petrolio, puntando sul ricco business del turismo sanitario. Che sempre più attira da queste parti malati facoltosi, provenienti dall’Europa come dall’America. Per non parlare delle donne arabe, che si copriranno pure con burka e chador, ma che sempre più spesso ricorrono alla chirurgia estetica per modificare il proprio aspetto alla moda occidentale.
E poi c’è anche una domanda di salute che sta esplodendo. Secondo gli esperti della Oxford Economics, entro il prossimo anno solo l’Arabia Saudita avrà bisogno di 10mila nuovi medici, e di altri 20mila entro il 2030. Perché da qui a metà secolo nasceranno 21 milioni di bambini, che richiederanno assunzioni in massa di ostetriche, ginecologi e pediatri. Mentre l’allungamento dell’aspettativa di vita richiede sempre più geriatri e oncologi. Insomma porte aperte per i nostri medici d’Arabia. Attratti non solo da stipendi d’oro, ma anche da un regime fiscale quanto mai benevolo. A Dubai non solo gli stipendi sono esentasse, ma anche le attività libero professionali e le plusvalenze di qualsiasi provenienza.
E la Mecca è anche per gli infermieri. «Qui in Qatar – racconta Simonetta Dalbon, che da cinque anni esercita qui la professione di infermiera – guadagno tre volte di più che in Italia, con un ritmo di crescita salariale del 10% l’anno. E in più ho alloggio, trasporto, assicurazione medica, volo di ritorno a casa pagato una volta l’anno e 42 giorni di ferie, in aggiunta alle festività nazionali». Sia a lei che ai suoi colleghi medici è richiesta una buona conoscenza dell’inglese e il riconoscimento della laurea da parte della autorità sanitarie locali, che solitamente si ottiene in tre mesi. Poi il gioco è fatto. Peccato che, per formare un medico, lo Stato italiano spenda 150mila euro. Quanto una Ferrari che regaliamo a chi, non pago dei petroldollari, ha trasformato anche la sanità in un business.
Redazione Nurse Times
Fonte: La Stampa
 
L’articolo Paesi arabi, è boom di medici e infermieri italiani scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Abusi sessuali alla Sapienza e al Policlinico Umberto I: professore sospeso

Le indagini sono scattate dopo la denuncia di due specializzande. Molestie anche al San Filippo Neri: vittime due infermiere.
Abusi sessuali all’Università La Sapienza e al Policlinico Umberto I di Roma. Sono al centro di un’indagine della procura le condotte di un professore aggregato e medico esperto in ginecologia e ostetricia di 67 anni. L’uomo è accusato di molestie da parte di due dottoresse specializzande. Per questo motivo il pubblico ministero Vittorio Pilla ha iscritto il professionista per violenza sessuale. L’inchiesta volge ormai verso la chiusura. Intanto lo stesso Ateneo ha deciso di sospendere l’uomo dalle attività accademiche in attesa che la giustizia faccia il suo corso.
Le vittime accusano il loro insegnate di averle pesantemente molestate in più occasioni durante la scorsa estate. Sarebbero stati mesi terribili per i due giovani medici, le quali hanno raccontato agli inquirenti lo stress, il terrore che provavano quando andavano al lavoro al Policlinico. Il 67enne, infatti, avrebbe in diverse occasioni, tentato un approccio. Le donne ne hanno sempre respinto le attenzioni, ma questo non è stato sufficiente. Anzi, il ginecologo avrebbe continuato: avance spinte, frasi volgari, apprezzamenti sempre rifiutati.
Nonostante la loro fermezza, il 67enne avrebbe continuato in un’escalation senza fine. Fino ad arrivare ad allungare le mani. Le dottoresse, a questo punto, hanno subito segnalato gli episodi ai vertici dell’Umberto I, che non hanno perso tempo nel comunicare il caso alle forze dell’ordine. La denuncia delle ragazze ha poi trovato dei riscontri investigativi. Ed è per questo motivo che la magistratura inquirente ha deciso di andare verso la chiusura delle indagini.
Non sarebbe questo l’ultimo caso di abusi da parte di medici nei confronti di personale a loro sottoposto. Un’inchiesta minuziosa, condotta dai carabinieri e dal pm Antonio Calaresu, ha riscontrato vari episodi, andati in scena tra i corridoi e le sale operatorie di Urologia dell’ospedale San Filippo Neri tra il giugno del 2017 e l’aprile del 2018. In questo caso due dottori avrebbero abusato di due infermiere. Le donne, esauste dopo mesi di soprusi, hanno denunciato tutto, dando così inizio all’indagine.
Redazione Nurse Times
Fonte: Cronaca di Roma
 
L’articolo Abusi sessuali alla Sapienza e al Policlinico Umberto I: professore sospeso scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Napoli, personale sanitario aggredito al Pellegrini dopo il flash mob

A neanche 24 dalla manifestazione di lunedì si sono verificati due nuovi episodi di violenza nello stesso ospedale.
«Siamo medici e siamo sotto attacco», aveva detto il presidente dell’Ordine dei medici, Silvestro Scotti, chiamando a raccolta tutti i sanitari per il flash mob di lunedì mattina all’Ospedale dei Pellegrini di Napoli. Non sono passate nemmeno 24 ore che proprio nella struttura della Pignasecca si sono verificati altri due casi di aggressione, il numero 40 e il numero 41 dall’inizio dell’anno. A darne notizia l’associazione Nessuno tocchi Ippocrate, che sulla sua pagina social ha riportato i due episodi.
Il primo, la sera di lunedì, poco dopo le 23. Un paziente, al Pronto soccorso, ha aggredito verbalmente e minacciato infermieri e medici, che hanno allertato le forze dell’ordine. L’uomo si era recato in ospedale per un mal di stomaco che durava da giorni e, nonostante fosse passato al triage e fosse stato già sottoposto ad alcuni esami diagnostici, ha iniziato a dare in escandescenze perché non voleva attendere il proprio turno per la visita medica.
Stesso iter per una donna che ieri mattina, sempre al Pronto soccorso del Pellegrini, insieme con i parenti che l’avevano accompagnata, ha inveito contro i medici che, a suo parere, ritardavano la visita. Anche in questo caso gli agenti di polizia hanno identificato le persone coinvolte nell’alterco. I medici e i sanitari aggrediti sono stati refertati allo stesso Pronto soccorso. Per tutti la diagnosi è di un forte stato d’ansia, accusato non solo dai sei fra medici e infermieri curati ieri dai colleghi, ma molti altri che lamentano di dover lavorare con la continua preoccupazione di essere aggrediti e minacciati.
«Facciamo in modo che il flash mob di lunedì non sia una manifestazione degli ospedalieri o di chi lavora nell’emergenza-urgenza – ha detto Scotti –. Prima di qualunque specializzazione, noi siamo medici e siamo sotto attacco. Se un paziente aggredisce un medico in un ambulatorio, in uno studio o in un pronto soccorso significa che non esiste più limite alla certezza di impunità nel compiere un gesto simile. Aggredire un medico con la certezza di essere identificati e non curarsi minimamente delle conseguenze significa essere ben oltre il limite».
Scotti sta promuovendo da anni campagne contro questa ondata di violenza nei confronti di medici e infermieri, tanto che lo scorso anno aveva provocatoriamente girato per nosocomi con addosso un giubbotto antiproiettili. Immagini forti, che non si vedono nemmeno in territori di guerra, dove le strutture sanitarie sono canonicamente tenute fuori da combattimenti e aggressioni. «Il problema è enorme – ha dichiarato Scotti – e riguarda tutti, medici e cittadini perbene. Nessuno escluso. Un medico aggredito è un soccorso mancato, un paziente che non potrà essere salvato».
Redazione Nurse Times
Fonte: Roma
 
L’articolo Napoli, personale sanitario aggredito al Pellegrini dopo il flash mob scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Pordenone: primo innesto osseo ad una mano da donatore cadavere

E’ stato eseguito, per la prima volta, presso la Struttura Complessa di Chirurgia della mano dell’Ospedale di Pordenone (Azienda per l’Assistenza Sanitaria n. 5 “Friuli Occidentale”), diretta dal Dr. Alberto De Mas, l’innesto osseo di un articolazione completa di capsula e legamenti provenienti da donatore cadavere.
Il paziente sottoposto alla procedura chirurgica era stato vittima alcuni mesi fa di un grave trauma da schiacciamento con amputazione non recuperabile del 5° dito, una decapitazione del 4° raggio a livello dell’articolazione metacarpo falangea, con un’estesa perdita di sostanza ossea non ricostruibile. L’intervento è stato eseguito dal dr. Giorgio Udali appartenente all’equipeq di Chirurgia della mano di Pordenone, che ha preso in carico il paziente a partire dal del trauma.
Per oltre quattro mesi al paziente è stato posizionato uno spaziatore di cemento opportunamente modellato. La banca dei tessuti ha poi reperito un’articolazione del piede e, dopo averla modellata adeguandola alle superfici ossee, è stata fissata con alcune viti.
Adesso il recupero della mobilità dell’articolazione sarà strettamente correlata con il recupero funzionale dei tendini, dalla prevenzione dell’edema post chirurgico e dalla riabilitazione.
«L’innesto da donatore cadavere- ha spiegato il dott. De Mas – è stata una strada inevitabile da percorrere in quanto nulla di commerciale era in grado di riparare la lesione. L’esito dell’operazione potrà dare segni di consolidazione non prima di 4 – 6 mesi. Nel migliore dei risultati sarà possibile restituire un movimento valido, quasi completo, al 2° raggio della mano destra del paziente – ha concluso il direttore della SC di Chirurgia della mano di Pordenone –. Seguiremo l’evoluzione della consolidazione con delle radiografie a distanza di 40 – 90 giorni».
Simone Gussoni
L’articolo Pordenone: primo innesto osseo ad una mano da donatore cadavere scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Rovigo, impiantati tre sensori sottocutanei per misurare la glicemia

Faciliteranno la vita di altrettanti, giovani pazienti affetti da diabete di tipo 1.
Nell’Unità dipartimentale di Malattie endocrine, metaboliche e della nutrizione della Ulss 5 Polesana sono stati impiantati i primi tre sensori sottocutanei per la misurazione continua della glicemia. A beneficiarne sono stati altrettanti, giovani pazienti affetti da diabete tipo 1 e afferenti alla Diabetologia dell’ospedale di Rovigo. A eseguire l’intervento ambulatoriale, in anestesia locale, ha provveduto l’equipe medico-infermieristica guidata dal dottor Francesco Mollo.
I dispositivi, di forma cilindrica, larghi 3,5 millimetri e lunghi 18 millimetri, sono stati posizionati a livello dell’avambraccio. Sono del modello Eversense XL, prodotti da Senseonics e distribuiti in esclusiva da Roche Diabetes Care Italy, e rappresentano un sistema innovativo sotto molti aspetti. Ma soprattutto si tratta dei primi sensori completamente impiantabili a disposizione delle persone diabetiche. Possonodurare fino a 180 giorni e permettono un accurato monitoraggio glicemico, realmente continuativo per tutto il periodo di utilizzo.
I dati raccolti sono visualizzati sullo smartphone in modo molto semplice e intuitivo, consentendo di raccogliere le informazioni necessarie per migliorare la gestione del proprio diabete. Eversense XL è inoltre dotato di allarmi predittivi che permettono di anticipare la gestione e ridurre i rischi associati al mancato controllo di episodi gravi di ipo/iperglicemia. Ma la grande novità è rappresentata dalla possibilità di monitorare costantemente i livelli glicemici per un periodo di 90 giorni. Molto di più rispetto ai 7 o 14 giorni dei sistemi Cgm non impiantabili, sin qui sul mercato.
L’altra grande novità è che il sensore è sottocutaneo e non necessita di alcun ago che lo colleghi al trasmettitore ricaricabile, che è interamente rimovibile in modo semplice e senza rischi. I dati e l’andamento glicemico sono poi visibili sull’app di Eversense. Il trasmettitore, attraverso suoni e/o vibrazioni, avvisa l’utilizzatore quando i livelli di glucosio raggiungono valori troppo elevati o troppo bassi. Questo è un aspetto fondamentale, soprattutto per coloro che soffrono di ipoglicemia inavvertita, poiché contribuisce a evitare complicanze acute gravi e aiuta i famigliari ad acquisire uno stato di maggiore serenità nella gestione quotidiana della malattia.
“Si tratta di un’evoluzione molto interessante nella cura della malattia diabetica – ha affermato il direttore generale Antonio Compostella –, poiché lo strumento è molto preciso e, essendo sotto cute, non rischia di staccarsi come i sistemi tradizionali, permettendo di svolgere ogni tipo di attività. A mio avviso, l’evoluzione di questi sistemi permetterà, in un prossimo futuro, di condurre una vita sempre migliore, avvicinandoci ulteriormente al controllo fisiologico del metabolismo glucidico”.
Redazione Nurse Times
Fonte: www.rovigooggi.it
 
L’articolo Rovigo, impiantati tre sensori sottocutanei per misurare la glicemia scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Opi Fi-Pt: “L’autonomia della professione infermieristica è un valore irrinunciabile”

Opi Fi-Pt: “L’autonomia della professione infermieristica è un valore irrinunciabile”

La riflessione di Alessandro Singali, referente della Commissione etica dell’Ordine interprovinciale toscano.
Alessandro SingaliL’autonomia nella professione infermieristica è un valore irrinunciabile nella quotidianità professionale. Il dato di partenza si desume dalle normative esistenti, che indicano come necessaria l’autonomia in ogni professione sanitaria, e dal nuovo Codice deontologico degli infermieri, recentemente approvato, che all’articolo 1 recita: “L’infermiere è il professionista sanitario, iscritto all’Ordine delle Professioni Infermieristiche, che agisce in modo consapevole, autonomo e responsabile. È sostenuto da un insieme di valori e di saperi scientifici. Si pone come agente attivo nel contesto sociale a cui appartiene e in cui esercita, promuovendo la cultura del prendersi cura e della sicurezza”.
Da queste basi muove l’analisi di Alessandro Singali, referente Commissione etica di Opi Firenze-Pistoia e membro dell’Istituto italiano di bioetica per la Toscana: «A fronte di quelle che sono le definizioni standard di autonomia, ossia la possibilità per un soggetto di svolgere le proprie funzioni senza ingerenze o condizionamenti da parte di terzi, la domanda da porsi è: come raggiungerla nella quotidianità professionale e nei processi relazionali? Occorre costruire un patrimonio culturale che sia comprensivo delle trasformazioni in corso all’interno della professione e consapevole dell’identità dell’infermiere e delle sue competenze».
Per Singali il senso comune dell’autonomia professionale è direttamente proporzionale alla cultura della professione stessa. È determinante che una definizione di autonomia abbia carattere positivo, centrata sulle caratteristiche proprie della professione, valorizzando i fattori caratterizzanti di detta autonomia.
L’azione degli organismi di categoria, dunque, deve essere decisa. «Bisogna impegnare tutte le forze per affermare l’autonomia culturale – sostiene il referente della Commissione etica di Opi Fi-Pt –, la nostra irriducibile differenza, sul terreno del senso comune dei cittadini e dei colleghi, cominciando a spiegare a tutti, ostinatamente, chi siamo e quali sono le nostre mission e vision. Non si tratta di un compito facile, ma possiamo e dobbiamo provarci, attraverso i nostri strumenti di comunicazione, di informazione e formazione. Dobbiamo interrogarci sulla produttività “culturale”, sui contenuti culturali come materia prima delle proprie catene del valore, assumendo un continuo atteggiamento valutativo».
Conclude Singali: «In questo quadro il terreno della valutazione (qui intesa come etica del render conto) può rappresentare l’occasione per migliorare un rapporto positivo intra ed extra professionale. La ratio di molte attività di questi ultimi anni sembra implicare uno scambio virtuoso tra un possibile aumento della consapevolezza etico/deontologica (culturale) e una migliore affidabilità (rendicontazione) degli esiti. È fondamentale la conquista di una centralità sociale che, attraverso il raggiungimento dell’autonomia culturale, può offrire grandi opportunità nella nostra realtà. Se non si interviene su questa dimensione, sarà oggettivamente difficile rivitalizzare il nostro sistema culturale e professionale, e il suo potenziale di sviluppo futuro».
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Opi Fi-Pt: “L’autonomia della professione infermieristica è un valore irrinunciabile” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Puglia, Oncologico, il D.G. Delvino e Losacco & “Gli amici degli amici”: ecco perché

Puglia, Emiliano con i suoi DG si fa beffa degli Infermieri: favoriti gli amici degli amici…vi spieghiamo perchè
Un nostro lettore ci scrive:
Gentile Direttore, ho letto con interesse gli articoli relativi alla “discutibile” trasformazione del rapporto di lavoro del Collega D.G. …determinato dalla delibera n. 363 del 26/04/2019 dell’IRCCS “Istituto Tumori Giovanni Paolo II” di “Assunzione a tempo indeterminato del sig. D.G. in qualità di Collaboratore Professionale Sanitario — Infermiere cat. D, mediante l’utilizzo della graduatoria di merito del Concorso pubblico per CPS — Infermiere approvata dall’ULSS 5 Polesana di Rovigo con delibera n. 103 del 01.02.2018″.
Poiché sono anche io in graduatoria nella delibera n. 103 del 01.02.2018 utilizzata dall’Oncologico che in copia allego (VEDI DELIBERA) e in una posizione di merito migliore di quella cui è collocato il Collega di Foggia rientrato in Puglia, mi chiedo se posso anche io essere assunto dall’Oncologico Tumori, visto che ho ricevuto anche io la comunicazione di scorrimento della graduatoria dalla ULSS 9 in Veneto per utilizzo della medesima.
In attesa di sapere il vostro parere  vi saluto.
Carissimo lettore, la ringraziamo per la preziosa testimonianza che ci rende. La nostra redazione, ha eseguito ulteriori approfondimenti ed è pervenuta a concludere che l’attività amministrativa posta in essere dal D.G. Dell’Oncologico di Bari A.Delvino, a quanto pare in sinergia con un illuminato sindacalista o “pseudo tale”, non solo è illegittima sul piano giuridico, come ha dettagliatamente motivato lo Studio Legale Toscano (VEDI parere legale) poiché prioritaria la procedura di reclutamento per mobilità, ma presenta ampi spazi di assoluta opacità che il D.G. A.Delvino dovrebbe illuminare per farsi leggere in trasparenza nelle sue azioni di amministratore pubblico.
Alcuni dettagli che il D.G. A.Delvino conosce perfettamente:
L’Infermiere assunto è collocato in graduatoria (pubblicata in chiaro dalla ULSS 5 di Polesana di Rovigo) al 348° posto;
La graduatoria, che contempla 352 Infermieri idonei, fa riferimento ad un concorso per un (1) posto di Infermieri;
La ULSS 5 di Polesana di Rovigo a tutt’oggi ha utilizzato la graduatoria sino al 228 classificato.
Il DG Delvino a motivare e a giustificare il provvedimento adottato, fa espresso richiamo sia  nelle delibera 363/2019 che nella replica (VEDI) agli articoli seguenti che integra con i periodi lessicali di convenienza:
art. 35 del D.Lvo n. 165 del 30.03.2001;
art.3, comma 61, legge 24 dicembre 2003, n. 350, il quale prevede che “le amministrazioni pubbliche .…., nel rispetto delle limitazioni e delle procedure di cui ai commi da 53 a 71, possono effettuare assunzioni anche utilizzando le graduatorie di pubblici concorsi approvate da altre amministrazioni, previo accordo tra le amministrazioni interessate”; – gli artt. 24 e 25 del CCNL del 21.05.2018 — Comparto Sanità;
Al Dott. A. Delvino si fa sommessamente osservare che le norme citate prevedono:
All’art. 35 co. 3  …che le procedure di reclutamento cui al (D.lg 30 marzo 2001, n. 165 Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche (G.U. 9 maggio 2001, n. 106 – aggiornato al decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 75) devono essere orientate a principi di trasparenza con adeguata pubblicità della selezione e modalità di svolgimento che garantiscano l’imparzialità e assicurino economicità e celerità di espletamento;
All’art. 3, comma 61, legge 24 dicembre 2003, n. 350 …si aggiunge il richiamato articolo 36, comma 2, del Dlgs n. 165/2001 che mediante il rinvio normativo operato, consente, alle amministrazioni, per rafforzare l’impianto deflattivo del precariato quale finalità prioritaria della disposizione, di avvalersi di graduatorie formate, per assunzioni a tempo indeterminato, da altre pubbliche amministrazioni, nella salvaguardia, comunque, della posizione acquisita in graduatoria dai vincitori e dagli idonei per le assunzioni a tempo indeterminato.
A tal riguardo, la prescrizione legislativa ancora oggi di riferimento è costituita dall’articolo 3, comma 61, della legge 24.12.2003, n. 350, come sopra riportato, il quale dispone, al fine dell’avvalimento di graduatorie di altre amministrazioni, l’intervento preventivo di uno specifico accordo tra le amministrazioni interessate.
Atteso la norma,  la questione del momento temporale di intervento della citata intesa tra enti, ovvero se la stessa debba intervenire preliminarmente all’indizione concorsuale o in momento anche successivo (come è avvenuto all’Oncologico), nella specie dopo la formazione della graduatoria operata dall’amministrazione che ne risulta titolare.
All’uopo soccorrono, in materia, i fondamentali principi di imparzialità e trasparenza che debbono assistere ogni procedura di scelta della parte contraente nell’ambito del rapporto di lavoro da parte di tutte le amministrazioni pubbliche, principi che discendono direttamente dalle previsioni dell’articolo 97 Costituzione e che sono recati, quali corollari di questa previsione costituzionale, dall’articolo 35 del Dlgs n. 65/2001, segnatamente per quanto attiene alle prescrizioni di principio dettate dal comma 3 di tale disposizione, ai sensi della quale, “Le procedure di reclutamento nelle pubbliche amministrazioni si conformano ai seguenti principi : a) adeguata pubblicità della selezione e modalità di svolgimento che garantiscano l’imparzialità e assicurino economicità e celerità di espletamento (…);”.
Proprio i precetti di imparzialità e trasparenza, pertanto, dovrebbero suggerire l’adozione di atti convenzionali preliminari all’indizione concorsuale, al fine di non consentire, all’amministrazione convenzionata, qualsiasi comportamento distorsivo conseguente alla previa conoscenza dei soggetti collocati nella graduatoria, (Come è avvenuto per l’Oncologico) di talché l’indizione convenzionata e congiunta della selezione possa costituire utile strumento di prevenzione anche di fenomeni corruttivi, data l’attualità della tematica.
Né varrebbe sostenere che, in ogni caso, l’utilizzo di procedure concorsuali realizzate da altre amministrazioni, anche se intervenuto successivamente alla formazione della graduatoria, sia in grado di assicurare l’economicità dell’azione pubblica, atteso che il principio invocato appare strumentale e complementare a quello, preminente, dell’imparzialità e trasparenza dell’agire dell’amministrazione pubblica, non potendone, pertanto, giustificare preliminarmente la pretermissione.
La predeterminazione di criteri generali che orientino, in modo trasparente ed imparziale, l’individuazione della graduatoria concorsuale da impiegare ad opera dell’amministrazione utilizzatrice, infatti, rappresenterebbe quello scudo di protezione dalle azioni arbitrarie ed illegittime che l’ordinamento ha inteso scongiurare, rendendo il processo di scelta maggiormente leggibile e trasparente.
Si ricorda, in vero, che la violazione di disposizioni fondamentali o di criteri generali del nostro ordinamento giuridico, quali quelli di derivazione costituzionale, potrebbe determinare non solo l’illegittimità della procedura di assunzione mediante attingimento da graduatorie formate da altre amministrazioni pubbliche, quanto, in modo molto più radicale, la nullità della conseguente costituzione del rapporto di lavoro per violazione di norme imperative ed inderogabili di legge, con conseguenti effetti sia sulle sorti del rapporto di lavoro così costituito, che sul sistema di responsabilità, anche di tipo patrimoniale per danno, a carico del dirigente e del personale tutto che abbia assunto o concorso all’adozione di tali determinazioni (Fonte Sole 24 ore).
Tanto premesso caro lettore, la risposta alla domanda che ci pone, arricchita delle nostre, e dalle valutazioni dei nostri esperti, la giriamo al D.G. A.Delvino e al Sindacalista Losacco (con la S maiuscola) che ha tanto a cuore gli interessi dei lavoratori (sempre quelli con la L maiuscola).
Alla prossima…
 
Redazione NurseTimes
 
 
Allegati
Delibera n. 363 del 26/04/2019 dell’IRCCS “Istituto Tumori Giovanni Paolo II”
Graduatoria di merito del Concorso pubblico per CPS — Infermiere approvata dall’ULSS 5 Polesana di Rovigo (delibera n. 103 del 01.02.2018)
Parere legale Prof. Nicola Roberto Toscano Oncologico Bari
 
 
Articoli correlati
Puglia, Emiliano con i suoi DG si fa beffa degli Infermieri: favoriti gli amici degli amici
Dott. Vito Antonio Delfino – richiesta di rettifica: Riceviamo e pubblichiamo
 
L’articolo Puglia, Oncologico, il D.G. Delvino e Losacco & “Gli amici degli amici”: ecco perché scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Cometa di Halley

Cometa di Halley

La cometa di Halley [HAL-lee] è conosciuta dal 240 aC circa e probabilmente dal 1059 aC. La sua apparizione più famosa fu nel 1066 d.C.,

quando fu visto proprio prima della Battaglia di Hastings.

Prende il nome da Edmund Halley , che ha calcolato la sua orbita. Determinò che le comete viste nel 1531 e nel 1607 erano lo stesso oggetto che seguì un’orbita di 76 anni.

Sfortunatamente, Halley morì nel 1742, senza mai vivere per vedere la sua previsione diventare realtà quando la cometa ritornò la vigilia di Natale del 1758.

 

La cometa di Halley realizzò spettacoli luminosi nel 1835 e nel 1910. Poi nel 1984 e nel 1985 furono lanciati cinque veicoli spazialidall’URSS,

dal Giappone e dall’Europa per fare un incontro con la cometa di Halley nel 1986. Uno dei satelliti spaziali della NASA fu reindirizzato per monitorare il vento solare a monte di Halley.

Solo tre comete sono state studiate da un veicolo spaziale. La cometa Giacobini-Zinner è stata studiata nel 1985, la cometa Halley nel 1986, e CometGrigg-Skjellerup il 10 luglio 1992.

Il nucleo di Halley è di forma ellissoidale e misura circa 16 per 8 per 8 chilometri (10 per 5 per 5 miglia).

Statistiche della cometa di Halley

  • Distanza del perielio : 0,587 AU
  • Eccentricità orbitale: 0,967
  • Inclinazione orbitale: 162,24 °
  • Periodo orbitale: 76,0 anni
  • Prossimo perielio: 2061
  • Diametro: 16 x 8 x 8 km

 

La struttura della coda ben sviluppata della cometa di Halley è stata catturata in questa immagine scattata il 5 marzo 1986.

A questo punto della sua orbita, Halley aveva recentemente superato il perielio il 9 febbraio 1986 ed era più attivo.

Questa esposizione di 10 minuti è stata registrata all’Osservatorio Mauna Kea sull’emulsione IIIa-J senza filtri.

 

Uno dei cambiamenti più spettacolari registrati per Halley durante un’apparizione è stato l’evento di distacco che si è verificato il 12 aprile 1986.

Questa esposizione di 3 minuti è stata effettuata utilizzando il telescopio Michigan Schmidt presso l’Osservatorio interamericano di Cerro Tololo.

 

In questo periodo, l’orientamento della cometa è tale che la coda è scorciata, con il vettore del raggio prolungato che punta a ovest del nord.

Un esempio della struttura a raggi di Halley fu catturato il 19 marzo 1986, presso gli osservatori Mount Wilson / Las Campanas.

 

Questa esposizione di 10 minuti è stata registrata al centro del telescopio da 100 pollici su Las Camapanas in Cile.

L’immagine ravvicinata, che copre l’interno di 1 grado della cometa, mostra un raggio prolungato che si estende verso sinistra

Questa immagine è una mappa in rilievo ombreggiata del nucleo di Comet 1 / P Halley.

 

È la stessa mappa dell’immagine precedente, ma è riproiettata alla proiezione Cilindrica semplice.

Come con tutte le mappe, è l’interpretazione del cartografo e non tutte le funzionalità sono necessariamente certe, dati i dati limitati disponibili.

Questa interpretazione allunga i dati per quanto è fattibile. Halley è un oggetto particolarmente difficile da mappare, data la natura dei dati disponibili.

 

Molte altre interpretazioni potrebbero essere possibili. Questo disegno in rilievo rappresenta un tentativo di mostrare

le caratteristiche visibili sul disco in varie immagini di veicoli spaziali e le varie creste e cavità suggerite dalla topografia degli arti.

 

Come con tutte le mappe, è l’interpretazione del cartografo e non tutte le funzionalità sono necessariamente certe, dati i dati limitati disponibili.

Questa interpretazione allunga i dati per quanto è fattibile. Halley è un oggetto particolarmente difficile da mappare, data la natura dei dati disponibili.

Molte altre interpretazioni potrebbero essere possibili. Questo disegno in rilievo rappresenta un tentativo di mostrare le caratteristiche

visibili sul disco in varie immagini di veicoli spaziali e le varie creste e cavità suggerite dalla topografia degli arti.

 

Farmaci, Oms approva risoluzione sulla trasparenza dei prezzi: Grillo esulta

Il ministro della Salute su Facebook: “Finalmente nuovi standard per aiutare ogni Paese nella contrattazione”.
Giulia Grillo, attraverso un post su Facebook, ha espresso grande soddisfazione per la risoluzione con cui l’Organizzazione mondiale della sanità ha approvato una risoluzione che dovrebbe garantire maggior trasparenza nei negoziati sui prezzi dei farmaci. Di seguito il commento social pubblicato dal ministro della Salute.
“Oggi è una giornata storica: l’Oms ha approvato la nostra risoluzione sulla trasparenza del prezzo dei farmaci con il sì di 194 Paesi. Una rivoluzione che aprirà scenari di maggiore equità nell’accesso alle cure.
Fino a oggi mettere in discussione i criteri dei prezzi dei medicinali è stato un tabù, ma adesso qualcosa è cambiato. La decisione dell’Oms apre una nuova rotta nei negoziati sui prezzi dei farmaci, ponendo un principio di trasparenza da cui non si torna indietro.
Quando abbiamo iniziato lavorare al testo della risoluzione, pochissimi hanno creduto che saremmo arrivati fino in fondo. E molti ci hanno chiamato visionari, sognatori. Oggi, però, dico forte e chiaro che senza un sogno, senza una visione, nessun cambiamento è possibile.
Il MONDO INTERO ha creduto alla nostra proposta di risoluzione, che rappresenta una sfida per una maggiore equità nell’acceso alle cure, e ora gli Stati si impegneranno ad adottare i principi che abbiamo portato avanti perché non vi siano più barriere al diritto alla salute.
Finalmente nuovi standard per la trasparenza aiuteranno ogni Paese nella contrattazione dei prezzi dei farmaci: da quelli “di base” alle terapie più innovative, che solo in pochi oggi possono permettersi. Lo scenario deve cambiare, il mondo chiede la rivoluzione della trasparenza perché tutti, anche le persone in difficoltà, possano avere diritto a curarsi e a dare un futuro diverso ai propri figli”.
Redazione Nurse Times
 
L’articolo Farmaci, Oms approva risoluzione sulla trasparenza dei prezzi: Grillo esulta scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Amministrative 2019, ecco gli infermieri eletti sindaco

Erano diversi gli infermieri candidati alle recenti elezioni comunali. La Federazione Nazionale Ordini delle Professioni Infermieristiche ha voluto dedicare loro un articolo sulla loro pagina ufficiale, che riportiamo di seguito:
28/05/2019 – In dieci Comuni, a prevalere nel voto del 26 maggio sono stati nove infermieri in servizio e un collega in pensione. Auguri di buon lavoro dalla Federazione nazionale, che aveva messo a disposizione una sezione del portale agli infermieri candidati. 
Da Nord a Sud, la tornata elettorale delle Amministrative 2019 premia l’impegno politico e civico di numerosi infermieri candidati a vario titolo nei propri comuni di appartenenza, promuovendo quattro di essi alla carica di sindaco. Non è la prima volta che un professionista sanitario venga indicato alla guida di una comunità locale, ma le elezioni del 26 maggio scorso fanno notizia per la contemporaneità del successo alle urne di numerosi colleghi (eletti in altri casi anche come consiglieri comunali).
La Fnopi, del resto, durante il mese di maggio, aveva dato ampio spazio, come sempre sul proprio portale, ai programmi degli infermieri iscritti all’Albo che avesso comunicato alla Federazione la propria candidatura a una carica elettiva.
A Omignano Cilento (Salerno) è l’infermiere Raffaele Mondelli il nuovo primo cittadino.
A Tavenna (Campobasso), a prevalere è stato il collega Paolo Cirulli.
A Villa Castelli (Brindisi) vince Giovanni Barletta .A Roccagorga (Latina), diventa sindaco Annunziata Piccaro, presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Latina.
Risalendo lo Stivale, a Papozze, riconfermato per la seconda volta alla guida del Comune in provincia di Rovigo l’infermiere Pierluigi Mosca.
Ancora in Veneto, a Bressanvido (Vicenza), la fascia tricolore va all’infermiere Luca Franzè.
A Susa, in provincia di Torino, il nuovo sindaco è Pier Giuseppe Genovese.
A Monticelli Brusati (Brescia), riconfermato come primo cittadino anche Paolo Musatti.
In Calabria, a vestire la fascia tricolore a Pizzoni (Vibo Valentia) sarà Vincenzo Caurso, infermiere 118.
Un collega in pensione, Bruno Bartolo, è infine il nuovo sindaco di San Luca, piccolo centro aspromontano tornato alle urne per le elezioni comunali dopo 11 anni. Ha avuto la meglio sul noto massmediologo e volto della tv, Klaus Davi.
Il turno di ballottaggio, previsto per domenica 9 giugno, vedrà in più Comuni gareggiare infermieri per la carica più alta: è il caso, in Piemonte, di Piossasco, con Pasquale Giuliano.
Dalla Federazione Nazionale delle Professioni Infermieristiche le più vive congratulazioni a tutti gli eletti, con tanti auguri di buon lavoro.
Ci uniamo agli auguri della Federazione, con l’auspicio che possano esercitare l’attività politica con serenità.
Simone Gussoni
Fonte: FNOPI
L’articolo Amministrative 2019, ecco gli infermieri eletti sindaco scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.