NurSIMCUP 2019: gli studenti di Infermieristica protagonisti della formazione

NurSIMCUP 2019: gli studenti di Infermieristica protagonisti della formazione

A Novara si è svolto in questi giorni il più importante contest accademico italiano di simulazione in medicina per studenti, specializzandi e professionisti.
L’Università del Piemonte Orientale (UPO) e il Centro SIMNOVA (Centro di didattica e simulazione in medicina e professioni sanitarie UPO), hanno ospitato tra il 4 e il 6 aprile la quinta edizione di SIMCUP® Italia, un evento formativo e culturale di simulazione per studenti, specializzandi e professionisti in medicina e infermieristica. NurSIMCUP 2019, giunta alla seconda edizione, è la competizione a squadre riservata agli studenti di Infermieristica del terzo anno.
I partecipanti si sono cimentati nella gestione di situazioni critiche ospedaliere e pre-ospedaliere che coinvolgevano pazienti adulti, pediatrici, neonatali e donne in gravidanza. Hanno partecipato complessivamente più di 400 persone, suddivise tra concorrenti, tutor, osservatori e staff organizzativo, con una rappresentanza che tocca quasi tutte le regioni italiane. Infermieri e medici, infatti, provenivano dalle Università di Piemonte Orientale, Pavia, Insubria (Varese), Firenze, Cattolica (Roma), Milano, Catania, Verona, Brescia, Parma, Padova, Torino, Udine, Foggia, San Raffaele (Milano), Modena-Reggio Emilia, Palermo, Humanitas (Milano), Roma “Tor Vergata” e Ferrara.
Alla vigilia della cerimonia inaugurale il rettore di UPO, il prof. Gian Carlo Avanzi risponde.
La pratica infermieristica avanzata è riconosciuta a livello internazionale come risposta all’evoluzione dei bisogni di salute dei cittadini, che negli ultimi anni sono diventati sempre più complessi. Dall’inizio del suo mandato rettorale, in più occasioni, ha richiamato il concetto di “contagio delle idee”. Quanto è importante l’integrazione multiprofessionale per le buone pratiche professionali e organizzative?Prof. Avanzi: “È fondamentale. Oggigiorno non si può più affrontare una situazione complessa senza avere a che fare con un’equipe; all’interno di questa equipe ci devono essere competenze diverse, ovviamente, a seconda delle professionalità e del percorso di studi ma l’interazione è fondamentale. Io penso che il contagio delle idee sia proprio quello che consente ad un gruppo di scambiare la propria esperienza e le proprie competenze in modo fruttuoso. È un win-win: l’infermiere può apprendere dal medico e il medico può apprendere dall’infermiere. Quindi, io questo concetto lo estenderei a tutte le professioni in cui si debba agire in equipe”.
Come nasce SIMCUP?Dott. Ingrassia: “SIMCUP nasce come un evento di formazione che mira a sviluppare abilità competenze tecniche e non tecniche nei professionisti della salute e lo fa “camuffando” l’evento in una competizione fra team che riprende quelle che sono le caratteristiche del gioco di squadra e dell’equipe sanitaria. Da due anni abbiamo voluto fortemente includere la componente infermieristica all’interno della gara integrando i due circuiti, quello dei medici in formazione specialistica (SIMCUP) e quello degli studenti di infermieristica (NurSIMCUP), proprio con l’obiettivo di dare un chiaro messaggio ai giovani professionisti: la multidisciplinarietà, la cooperazione, la collaborazione e il team. Noi vogliamo sensibilizzare e promuovere l’apprendimento in sicurezza e vogliamo farlo con i giovani attraverso il linguaggio del gaming. Lo slogan che vogliamo portare avanti è “mai la prima volta sul paziente”; le nuove tecnologie oggi ci permettono di creare scenari altamente realistici in cui immergere i partecipanti e fargli provare l’esperienza così come fosse la realtà, ma con la differenza che l’errore diventa un’opportunità di apprendimento senza nessuna conseguenza. L’atmosfera che si realizza è molto coinvolgente, tra pari, e nell’ottica di lavorare tutti insieme allo sviluppo della professione”.
Le nuove tecnologie disponibili hanno ampliato le opportunità formative per gli studenti e la simulazione ha realmente innovato il settore della formazione. Quale contributo didattico può dare la simulazione nella formazione dei futuri infermieri?Prof.ssa Follenzie – Dott. Dal Molin: “La simulazione nella formazione degli studenti in infermieristica ci offre alcune opportunità di apprendimento che la formazione tradizionale non riesce a garantirci. La simulazione aumenta anche la sicurezza del paziente in quanto lo studente può svolgere alcune attività assistenziali sul manichino o sul paziente simulato in un ambiente protetto.In questi mesi stiamo lavorando sull’attivazione di un’attività didattica avente come focus di attenzione l’educazione terapeutica, che vede il coinvolgimento sia di studenti in infermieristica sia studenti in medicina e che prevede anche l’utilizzo di tecniche avanzate di simulazione. Parallelamente al progetto formativo si prevede lo svolgimento di uno studio di ricerca per valutarne l’impatto sulla pratica nel trattamento del paziente”.
Avete utilizzato un sistema di valutazione delle prove che ha permesso di vedere in tempo reale l’andamento della gara. Come funziona?Jeffrey M. Franc: “Con il software STAT59 noi applichiamo un sistema di scoring specifico per questo tipo di formazione. Per ogni stazione ci sono due tipi di valutazione: per il 50% una valutazione degli aspetti tecnici e per il 50% una valutazione di abilità non tecniche, come ad esempio la capacità lavorare come una squadra e la comunicazione. Durante la finale, mischiamo medici e infermieri e tutta la squadra prende un unico voto”.

Come si è svolto il contest
Durante la giornata del 4 aprile i concorrenti hanno affrontato i test preliminari di qualificazione SIMCUP: le squadre di medici in formazione – ben 25, composte da 4 medici più un tutor – hanno dovuto dare dimostrazione di conoscere i protocolli di emergenza internazionalmente riconosciuti in stazioni di simulazione tradizionali e su modelli virtuali, ma anche di sapere risolvere situazioni impreviste, lavorando in team al di fuori del contesto clinico.
5 aprile – Le qualificazioni. Le squadre di studenti in Infermieristica (NurSIMCUP) hanno affrontato una serie di stazioni di simulazione a rotazione e in contemporanea hanno gestito diverse tipologie di casi clinico-assistenziali. Dopo lo svolgimento di ogni scenario è stato eseguito un debriefing per rivalutare le azioni svolte e le decisioni prese. Al termine della giornata, è stata stilata una graduatoria e le due migliori squadre classificate accedono alla fase finale.
6 aprile – La finale. I partecipanti delle migliori squadre classificate sono stati assegnati, sulla base di un sorteggio, alle migliori squadre di medici della SIMCUP, in modo da ricostruire team interprofessionali nella gestione dei casi clinici. I team risultanti, composti da 4 medici specializzandi e 2 studenti di infermieristica, si sono sfidati su un modello modificato delle SimWar1, ovvero una alla volta di fronte al pubblico e alla giuria. La somma dei punteggi attribuiti ai componenti della squadra sulla base della prestazione dei team interprofessionali ha determinato la squadra vincente.

I vincitori
La quinta edizione della SIMCUP Italia è stata vinta dal team dell’Università dell’Insubria denominato “Le Mandrille del Frova”. Per NurSIMCUP i vincitori sono stati “Le catecolamine” dell’Università del Piemonte Orientale di Novara. Secondi classificati “Gli adrenalinici” (UPO Alessandria).
I formatori raccontano
Nel vostro ruolo di tutor e di co-organizzatrici, che cosa vi ha restituito questo evento?Alessia Bolamperti e Rosaria Lea: “Siamo stanche ma soddisfatte, miriamo sempre di più al lavoro di squadra e alla cooperazione tra professionisti già dalla fase di formazione. La competizione è stata un momento di collaborazione con altri professionisti e con altri centri italiani per fare rete e diffondere la cultura della simulazione in ambito infermieristico. Stiamo già macinando nuove idee per la prossima edizione ma soprattutto per aumentare le occasioni di simulazione per i nostri studenti”.
Quali sono stati gli aspetti positivi di questo coaching?Luca: “Siamo riusciti a limare la distanza tra studente e docente. Abbiamo coltivato l’aspetto relazionale oltre a quello meramente tecnico, che secondo me è quello che ha fatto la differenza. Il coaching è supporto, non solo conoscitivo. L’aspetto positivo è essere stato parte della loro squadra, che dal lato emozionale è importante al 100%; ma dal lato professionale ha fatto crescere anche me. Ho imparato cose che non sapevo. È stato positivo l’essere rivalutato io stesso, perché quando i giudici formulavano il punteggio, la valutazione, di rebound, era anche rivolta al mio ruolo. Esperienza assolutamente da rifare e da riproporre, sviluppando un percorso di formazione anche al di fuori del contest”.
Gli studenti raccontano
Cosa vi è piaciuto della gara?Elisa N.: “Mi è piaciuto tutto l’evento, come è stato organizzato, e il fatto di potersi mettere alla prova anche su situazioni che magari, durante i 3 anni, non si riescono a vivere”.Francesco: “Il bello della NurSIMCUP è provare a gestire delle situazioni in un’ambiente protetto che normalmente non gestiresti da solo. Secondo me l’organizzazione è stata ottima, anche se avremmo voluto più consigli e materiale specifico infermieristico, soprattutto per la finale. Direi nel complesso: esperienza più che positiva”.
Cosa vi ha messo più in difficoltà?Christian: “In difficoltà ci ha messo il fatto di non conoscere prima gli scenari in cui dovevamo cimentarci. Questo ci ha spronato ancora di più a fare meglio, a cercare di ritrovare le nozioni teoriche che avevamo imparato in università e a metterle in pratica in questi scenari”.Elisa S.: “Il fatto di andare sul palco stamattina e mettersi in gioco davanti a persone che non conoscono il nostro percorso formativo e il saper gestire situazioni che in tirocinio non avevo mai visto e che non mi erano mai capitate, come le emergenze extraospedaliere. E la gestione dell’ansia…”Francesco: “È stato difficoltoso affrontare 10 stazioni avendo pochissimo tempo di reset tra l’una e l’altra, e gestire una grande varietà di casistica, che però è anche il bello, in un timing così stretto.
Consigliereste questa esperienza ad altri studenti?Francesco: “Sicuramente sì. È un modo per mettersi in gioco, per crescere e per conoscersi”.
Elisa N.: “Assolutamente sì, anche per il fatto di collaborare con colleghi sconosciuti, incontrati solo pochi minuti prima. È una cosa che nella realtà potrebbe capitare spesso”.Elisa S.: “Anche se è solo un gioco, la voglia di arrivare in finale sale man mano che scorrono gli scenari. Io lo proporrei per gli studenti di tutti gli anni di corso, non solo come competizione”.Christian: “Assolutamente, esperienza consigliata. Ti permette di metterti in gioco e capire quali sono i tuoi limiti e di gestirti in base a questo. La simulazione, anche al di fuori della competizione, ti permette di sperimentare e prendere in mano la situazione senza avere l’ansia di agire su una persona reale né l’ansia di una gara”.
Dopo questa esperienza di simulazione, cosa significa tornare alla realtà?Francesco: “Tornare alla normalità è strano… sono state settimane intense e divertenti. Torniamo alla normalità con la consapevolezza di essere sulla strada giusta, sappiamo che questo è solo l’inizio di un percorso che adoriamo e in cui mettiamo il cuore e le notti insonni. Abbiamo imparato che vorremmo essere come il nostro coach, che se sbagliamo e ci riflettiamo non commetteremo di nuovo l’errore, che non sappiamo tante cose ma abbiamo la voglia di impararle tutte, che il gioco di squadra fa la differenza, che ognuno di noi ha paure e sicurezze, che in fondo non facciamo così schifo. La SIMCUP 2019 è stata un’esperienza straordinaria, ci ha portato dove, un po’ per ridere e un po’ no, speravamo davvero di arrivare. Grazie a tutti! A chi ha organizzato, a chi ha detto sì e si è messo in gioco, a chi ci ha seguito per passione, dedicandoci giorni e giorni in cambio di nulla, a chi ha seguito durante la gara facendo il tifo e confortandoci in momenti di sconforto, a chi è arrivato da tutta Italia per partecipare, ai poveri manichini a cui abbiamo fatto di tutto e di più. Simulare e sbagliare credo sia la forma di apprendimento più efficace. Io non so bene cos’abbia provato, ma so che è stata una delle soddisfazioni più belle che mi sia mai capitata”.
Daiana Campani
 
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Autismo, ecco il comunicatore digitale che aiuta i bambini

Si chiama PECSBook ed è frutto del lavoro di due giovani campani.
Si chiamano Antonio Passero (al centro, nella foto) e Domenico Taffuri (a sinistra), hanno rispettivamente 30 e 25 anni, e hanno introdotto un’innovazione in grado di aiutare i bambini affetti da spettro autistico. Si tratta del comunicatore digitale PECSBook, che si avvale del metodo PECS già esistente, implementato dallo strumento digitale, che risolve e velocizza le criticità individuate nella versione cartacea.
I due ragazzi campani – Passero è originario di Calvizzano (Napoli), Domenico di Sparanise (Caserta) – hanno lavorato per mesi alla nascita di una startup presso lo 012 Factory di Caserta, un incubatore che sostiene e accompagna lo sviluppo di nuove imprese con alto potenziale di crescita. Al loro fianco ci sono l’esperienza e la professionalità di Vincenzo Abate (a destra, nella foto), padre di due ragazzi autistici e fondatore dell’associazione onlus La Forza del Silenzio, che si propone di migliorare la qualità della vita dei ragazzi con disturbo autistico.
Ecco i passaggi preliminari:
si fa una lista di cose che piacciono al bambino;
si producono delle tessere plastificate che raffigurano le cose individuate;
si guida il bambino nella scelta della carta raffigurante l’oggetto che desidera in quel momento e, se la sua scelta è corretta, gli si consegna l’oggetto.
Ed ecco come funziona il PECSBook:
all’accensione del dispositivo, si accede all’area riservata dove si programmano le tessere;
successivamente, dall’interfaccia utente inizia il training con il bambino;
selezionando le varie azioni programmate a sua disposizione e grazie alla funzione di riproduzione vocale, il bambino riesce a esprimersi e a farsi comprendere.
Tale metodo è identico a quello in uso, ma nella nuova versione ne digitalizza l’esecuzione, rendendo più agevole il lavoro del tutore e più divertente l’intero processo di apprendimento per il bambino. Ma i veri punti di forza risiedono nella facilità di programmazione e nella ricerca web integrata. Inoltre, grazie a un’interfaccia user friendly, il dispositivo può essere usato con semplicità, per le funzioni di base, anche dai non terapisti.
“La nostra avventura parte nell’ottobre del 2018 – spiega Passero –. Avevamo un’idea diversa per quanto concerne la realizzazione alla startup da mettere su, che riguardava il settore Travel& Tourism, ma mancavano i tempi di sviluppo per arrivare alla finale dell’Academy. Così Domenico mi ha proposto di portare avanti un progetto che lui precedentemente stava sviluppando e si è presentata la possibilità di terminarlo e convertirlo. Sarà un dispositivo a uso terapeutico, acquistabile solo presso i rivenditori autorizzati come Asl o associazioni, e sarà utilizzato dalle mani di professionisti del settore. L’obiettivo, inoltre, è quello di renderlo disponibile gratuitamente tramite le Asl. La startup sarà un’impresa innovativa sociale: non prevede la redistribuzione dell’utile tra i soci, ma sarà impiegato per il bene comune”.
Il dispositivo è attualmente in prova nell’associazione presieduta da Vincenzo Abate, che ha sede a Casal di Principe in una struttura sottratta ai Casalesi: “Ho due figli autistici e, in mancanza di servizi, mi sono rimboccato le maniche creando l’associazione e la cooperativa. Oggi noi offriamo dei servizi fondamentali per i ragazzi che presentano il problema autistico. L’utilizzo del PECSBook sta procedendo in sinergia con le famiglie e le scuole. I ragazzi migliorano e si divertono anche. Questo non è un software come tutti gli altri: serve competenza, avendo uno scopo terapeutico”.
Redazione Nurse Times
Fonte: www.vesuviolive.it
 
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Una dieta sana può aiutare a prevenire la demenza? Secondo uno nuovo studio sembrerebbe di no [Neuro]

Nonostante quanto emerso in precedenza, un recente studio prospettico non ha rilevato un’associazione tra un’alimentazione sana durante la mezza età e un minor rischio di sviluppare demenza, anche se i potenziali limiti della ricerca suggeriscono che siano necessari ulteriori approfondimenti. I risultati sono stati pubblicati su JAMA.

Steroidi topici associati a insorgenza di diabete di tipo 2 negli adulti [Diabete]

Negli adulti con patologie cutanee croniche, l’uso prolungato di corticosterodi topici sembra essere in grado di provocare cambiamenti metabolici sistemici ed è stato associato in modo significativo al rischio di sviluppare il diabete di tipo 2, secondo quanto emerso da uno studio su pazienti danesi e inglesi pubblicato di recente sulla rivista Diabetes Care.

Mucositi orali intrattabili, sciacqui con blu di metilene efficaci e sicuri [Dolore]

Per alleviare il dolore intrattabile associato alla mucosite orale causata dalla terapia antitumorale, un team di ricerca texano avrebbe identificato negli sciacqui orali con blu di metilene, una soluzione semplice e sicura. Nel loro studio presentato al congresso annuale della American Society of Anesthesiologists 2018, hanno riscontrato una drastica riduzione dei punteggi medi del dolore tra i partecipanti, con pochi effetti collaterali.

Puglia, concorso per 2445 OSS. La Fials chiede la rivalutazione dei titoli di servizio

Il Segretario Generale Fials Puglia, Massimo Mincuzzi invia una nota urgente al  Direttore Generale degli “Ospedali Riuniti” di Foggia ed alla Presidente della commissione esaminatrice del concorso per 2445 operatori socio sanitari
La nota Fials chiede agli organizzatori del concorsone per 2445 Oss di rivedere la valutazione dei titoli di servizio, viste le numerosissime richieste pervenute da parte dei candidati su alcuni presunti errori.
Di seguito la nota di Mincuzzi:
“A seguito della pubblicazione lo scorso giorno 5, da parte della Commissione Esaminatrice del Concorso in oggetto, dell’elenco degli ammessi alla prova successiva del concorso per n. 2445 OSS, con indicazione anche del punteggio dei titoli di servizio è emerso che sia pure in via provvisoria, è stato attribuito un punteggio anche per servizi diversi da quelli previsti e valutabili in base all’art. 8 del bando di concorso e dell’allegata tabella di valutazione dei titoli.
Inoltre è emerso che molti lavoratori dipendenti in possesso di titoli di servizio di cui alla lettera c) della tabella di valutazione dei titoli allegata al bando di concorso, hanno per errore omesso di indicare i predetti servizi ai fini della corretta valutazione.
Per quanto sopra esposto sono a richiedere che venga concessa ai lavoratori dipendenti, che erroneamente non hanno indicato i titoli di servizio relativi al lavoro prestato nel corrispondente profilo della categoria inferiore presso Aziende Sanitarie Locali, Aziende Ospedaliere, Pubbliche Amministrazioni ed Enti di cui agli artt.  21 e 22 del D.P.R. 220/2001, la possibilità di integrare la domanda di ammissione, al fine di ottenere la valutazione dei predetti titoli di servizio”.
 
Redazione NurseTimes
 
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Tumori, calano incidenza e mortalità in Italia. Le differenze tra le regioni

Secondo gli esperti, al Nord ci si ammala di più, ma al Centro-Sud si migliora meno (dal Corriere della Sera).
L’incidenza dei tumori in Italia è in calo sia negli uomini che nelle donne, e così pure la mortalità. Tuttavia ci sono differenze tra le varie Regioni, con un numero notevolmente maggiore di casi e di decessi nelle aree settentrionali. Gli stili di vita “migliori” (primo fra tutti la dieta mediterranea) proteggono chi vive al Sud, dove però sono meno diffusi gli screening per la diagnosi precoce. Ecco la prima fotografia scattata dal volume I tumori in Italia: trend 2003-2014, dell’Associazione italiana dei Registri tumori.
«In Italia, tra i maschi, l’incidenza di tutti i tumori ha mostrato nel periodo 2003-2014 un calo significativo (-0,9% l’anno), con una riduzione maggiore nel Nord-Ovest (-1,3% l’anno) e nel Nord-Est (dal 2006: -2,0% l’anno) rispetto alle aree centrali (-0,7% l’anno) e del Sud (-0,4% l’anno) – dice Lucia Mangone, presidente di AIRTUM, che presenta la nuova monografia durante il congresso dell’Associazione tenutosi nei giorni scorsi a Trapani –. Tra le donne, nel complesso, è stata rilevata una riduzione debole ma significativa (-0,1% l’anno), con una diminuzione più marcata nel Nord-Ovest (-0,5% l’anno). L’incidenza aumenta tra le donne del Sud (0,3% l’anno) in Italia. La mortalità è diminuita in entrambi i sessi (-0,9% l’anno tra i maschi e -0,5% l’anno tra le femmine), ma con una tendenza stabile nel Sud».
Perché si dice spesso che i casi di cancro sono in crescita?«Nel rispondere a questa domanda bisogna tener presente molti fattori, fra i quali l’invecchiamento della popolazione (e il cancro è tipico dell’età che avanza) e la sempre maggior diffusione degli esami di screening, che portano a diagnosticare più casi in fase iniziale – chiarisce Mangone –. Complessivamente in Italia nel 2017 sono stati diagnosticati 369.000 nuovi casi di tumore mentre nel 2018 i casi sono stati 373.300. In particolare sono aumentati i tumori della prostata (da 34.800 a 35.300) e della mammella (da 50.500 a 52.300). Tuttavia l’aumento è legato solo all’invecchiamento della popolazione perché quando si osservano i tassi di incidenza (numero di casi, divisi per la popolazione correggendo per età) l’incidenza appare in calo».
Quali tumori sono in aumento nel nostro Paese?In Italia sono in lieve aumento i tumori del pancreas in tutti e due i generi mentre il tumore del polmone continua a mostrare un netto aumento solo nel sesso femminile (+2.2%), legato prevalentemente al fumo di tabacco. Anche la mammella mostra un lieve aumento dell’incidenza in Italia (+0,3%) soprattutto nelle aree del Centro-Nord per l’estensione dei programmi di screening e della popolazione target (da 50-69 anni a 45-74 anni), ma presenta un trend in crescita anche in alcune regioni del Sud. In aumento anche melanomi, sia per l’eccessiva esposizione alla luce solare che per la disponibilità di tecniche diagnostiche sempre più accurate, negli uomini (+3,4%) e nelle donne (+2,8), soprattutto nelle regioni del Sud (+9,1%): aumentano pure i casi di cancro alla tiroide per l’affinamento delle tecniche diagnostiche e una sorta di screening opportunistico sia negli uomini (+4%) che nelle donne (+2,5%), in particolare nelle regioni del Centro-Sud.
Quali tumori sono in calo?In entrambi i generi sono in diminuzione i tumori dello stomaco e del fegato. Dopo l’introduzione dello screening del colon-retto su scala nazionale, l’incidenza di questi tumori appare in forte calo in Italia sia negli uomini (-1,3%) che nelle donne (-1,1%): nei maschi è più evidente in Emilia-Romagna (-8,8%), Umbria (-5,9%) e Toscana (-4,1%); nelle femmine in Emilia-Romagna (-4%), Lombardia (-3%) e Alto Adige (-2,5%). Solo il Sud mostra una inversione di tendenza con valori stabili o in lieve aumento in Sardegna, Sicilia, Puglia e Campania (ma solo nelle donne). Il tumore del polmone mostra un trend in calo negli uomini (-1,6%), più evidente nelle regioni del Nord-Ovest (-1,8%), del Nord-Est (negli ultimi anni -3,4%) e del Centro (-1,3%); anche al Sud i valori sono in diminuzione, fatta eccezione per la Calabria. Il tumore della prostata mostra un netto calo dell’incidenza in Italia (-1,4% annuo) legato soprattutto al minor utilizzo del PSA come test di screening.
In quali regioni ci si ammala di più?«Negli uomini i tassi di incidenza più elevati in Italia si registrano nelle regioni del Nord, in particolare Friuli Venezia Giulia (698 casi per 100mila abitanti) ed Emilia Romagna (657) – spiega Mangone –. E anche per le donne sono Emilia Romagna e Friuli a presentare i tassi di incidenza più elevati. Il tumore della mammella presenta il tasso più elevato in Friuli (171 casi per 100mila abitanti), mentre quello del polmone è più frequente in Campania (120) e Puglia (98) ma solo nel sesso maschile, certamente legato alla forte abitudine tabagica. Nella donne infatti è l’Emilia Romagna a far registrare l’incidenza più alta d’Italia (46 casi per 100mila abitanti). Il tumore della prostata mostra l’incidenza più alta in Umbria (140 casi per 100mila abitanti), mentre per il colon retto l’incidenza più elevata si registra in Friuli Venezia Giulia sia negli uomini che nelle donne».
In quali regioni ci si ammala meno?«Negli uomini l’incidenza più bassa si registra nelle regioni del sud Italia e in particolare in Sicilia (577 casi per 100mila abitanti), mentre nelle donne i valori più bassi si registrano in Calabria (398) – risponde l’esperta –. Il tumore della mammella registra il tasso più basso in Basilicata (113), mentre il polmone registra i valori più bassi in Trentino negli uomini (63) e Basilicata nelle donne (16). Per la prostata la Sardegna mostra l’incidenza più bassa d’Italia (91 casi per 100mila abitanti), mentre il colon retto presenta i valori più bassi in Campania negli uomini e in Valle d’Aosta nelle donne».
Quali regioni sono peggiorate di più nel tempo?«Sono le regioni centro-meridionali che mostrano meno tendenza alla diminuzione dei casi oncologici – dice Mangone –. Al Sud i tumori sono in calo in Campania e Sicilia negli uomini, ma aumentano in Puglia e Sardegna nelle donne. Il tumore del polmone femminile cresce in alcune regioni del Nord (Piemonte, Lombardia e Alto Adige), ma è sempre al Centro-Sud ci sono gli aumenti più spiccati: Umbria (+3,2% per anno), Sicilia (+3,1), Sardegna (+2%). L’incidenza del cancro del colon-retto appare stabile in molte regioni centro-meridionali, ma in Sardegna è addirittura in aumento negli uomini (+2% annuo). I casi di cancro al seno salgono in Sardegna, Sicilia, Umbria e  Campania, mentre quelli alla prostata sono in calo in tutta Italia, eccetto la Campania».
Quali regioni sono migliorate nel tempo?«Nel corso degli anni sono migliorate tutte le regioni del Nord che hanno fatto intense campagne di disassuefazione dal fumo di sigaretta – sottolinea l’esperta –: negli uomini questo ha avuto un effetto importante sull’incidenza e sulla mortalità per tumore del polmone. Le campagne di screening del cancro del colon-retto hanno contribuito al calo dell’incidenza di questo tumore in Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, dove più alta è stata l’adesione agli screening. Per la mammella e per lo stesso motivo l’incidenza è stabile o in lieve calo al Nord, dove è calata fortemente anche l’incidenza e la mortalità per tumore della prostata. L’adesione agli screening oncologici, la presenza di percorsi che prendono in carico il paziente sin dalla diagnosi di malattia rendono ragione delle migliori sopravvivenze nelle aree settentrionali. La sopravvivenza più alta in Italia si registra per gli uomini in Valle D’Aosta (61%), Emilia Romagna (56%) e per le donne in Emilia Romagna e Toscana (65%). L’Emilia Romagna mostra la miglior sopravvivenza in Italia per il tumore del colon retto (69%), mammella (89%) e polmone (18% insieme alla Lombardia). Il Friuli mostra la miglior sopravvivenza per il tumore della prostata (95%) e del testicolo (98%), mentre l’Umbria mostra i valori più elevati di sopravvivenza per stomaco (37%) e cervice (76%). La Lombardia mostra i dati più alti per cancro dell’utero (80%, insieme alla Calabria) e del fegato (23%). La sopravvivenza più elevata per il melanoma si registra in Trentino Alto Adige (92%), Piemonte e Veneto (90%). La Sardegna mostra la miglior sopravvivenza per la tiroide (97%), mentre la Puglia per le leucemie (53%)».
Prevenire il cancro si può e si deveGli esperti lo ripetono da anni, ormai: ognuno di noi può e deve fare la sua parte per prevenire il cancro: 4 casi di tumore su 10 possono essere evitato seguendo uno stile di vita sano. E molto può essere fatto aumentando la consapevolezza sulla malattia in modo che le persone riconoscano meglio i sintomi, facciano prevenzione, stiano alla larga dai comportamenti a rischio. «Nel nuovo Millennio – afferma Antonio Russo, tra i curatori del Rapporto – si vede ancora l’effetto sulle malattie neoplastiche delle forti differenze tra regioni italiane in termini di stili di vita, con incidenze e mortalità molto più alte al Nord. Si iniziano ad apprezzare anche gli effetti dei programmi di prevenzione primaria, in particolare nei maschi si osserva una netta diminuzione dei tumori legati al fumo di tabacco, ma restano gruppi di popolazione in cui non si sono ottenuti gli esiti sperati (giovani e donne, innanzitutto). In questo senso, le informazioni contenute del Rapporto dovrebbero sollecitare rinnovati sforzi tesi a promuovere stili di vita che riducano il rischio di ammalarsi di tumore».
A cosa servono questi numeri?«Le informazioni sulle variazioni nel tempo e nello spazio delle malattie neoplastiche sono importanti per valutare le strategie di prevenzione e cura dei tumori in Italia», dice Stefano Guzzinati, estensore della monografia. «Seguire gli andamenti dei tumori in Italia, attraverso i dati dei Registri tumori accreditati presso la Banca dati nazionale dell’Associazione, consente consultazioni e approfondimenti che nessun altro archivio può garantire – conclude Carlotta Buzzoni, curatrice del lavoro –. La banca dati costituisce una fonte cui attingere per specifici approfondimenti scientifici e per supportare l’organizzazione sanitaria nelle regioni».
Redazione Nurse Times
Fonte: www.corriere.it
 
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Antibiotici chinolonici e fluorochinolonici, Aifa lancia l’allarme

L’Agenzia italiana del farmaco ha stabilito restrizioni d’uso e ritiro dal commercio per reazioni avverse.
“Sono state segnalate reazioni avverse con antibiotici chinolonici e fluorochinolonici, invalidanti, di lunga durata e potenzialmente permanenti. Per questo sono stati rivalutati benefici, rischi e indicazioni, e alcuni in particolare (cinoxacina, flumechina, acido nalidixico e acido pipemidico) saranno ritirati dal commercio”. Lo comunica l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) in una nota informativa importante, in collaborazione con l’Ema e i titolari dell’Aic degli antibiotici in questione, assunti per uso sistemico e inalatorio.
Gli eventi avversi sono principalmente a carico del sistema muscoloscheletrico e del sistema nervoso e ai prescrittori viene chiesto di “non prescrivere questi medicinali per il trattamento di infezioni non gravi o autolimitanti (faringite, tonsillite e bronchite acuta); per la prevenzione della diarrea del viaggiatore o delle infezioni ricorrenti delle vie urinarie inferiori; per infezioni non batteriche, per esempio la prostatite non batterica (cronica); per le infezioni da lievi a moderate (incluse la cistite non complicata, l’esacerbazione acuta della bronchite cronica e della broncopneumopatia cronica ostruttiva, la rinosinusite batterica acuta e l’otite media acuta), a meno che altri antibiotici comunemente raccomandati per queste infezioni siano ritenuti inappropriati; ai pazienti che in passato abbiano manifestato reazioni avverse gravi ad un antibiotico chinolonico o fluorochinolonico”.
Vanno prescritti “con particolare prudenza agli anziani, ai pazienti con compromissione renale, ai pazienti sottoposti a trapianto d’organo solido ed a quelli trattati contemporaneamente con corticosteroidi, poiché il rischio di tendinite e rottura di tendine indotte dai fluorochinoloni può essere maggiore in questi pazienti”. Inoltre “deve essere evitato l’uso concomitante di corticosteroidi con fluorochinoloni”.
Per quanto riguarda la comunicazione ai pazienti, va detto loro di “interrompere il trattamento ai primi segni di reazione avversa grave, quale tendinite e rottura del tendine, dolore muscolare, debolezza muscolare, dolore articolare, gonfiore articolare, neuropatia periferica ed effetti a carico del sistema nervoso centrale, e di consultare il proprio medico per ulteriori consigli”.
Gli effetti gravi a carico del sistema nervoso periferico e centrale includono neuropatia periferica, insonnia, depressione, affaticamento e disturbi della memoria, oltre che compromissione della vista, dell’udito, dell’olfatto e del gusto. Sono stati segnalati soltanto pochi casi di queste reazioni avverse invalidanti e potenzialmente permanenti, ma è verosimile una sotto-segnalazione.
A causa della gravità di tali reazioni in soggetti fino ad allora sani, la decisione di prescrivere chinoloni e fluorochinoloni deve essere presa dopo un’attenta valutazione dei benefici e dei rischi in ogni singolo caso. Le informazioni sul prodotto dei medicinali contenenti fluorochinoloni saranno aggiornate con queste nuove informazioni. Le informazioni sui prodotti contenenti fluorochinoloni sono state recentemente aggiornate anche con l’aggiunta del rischio di aneurisma aortico e di dissezione aortica.
Redazione Nurse Times
Fonte: www.farmacista33.it
 
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Asl Teramo, seminario di studi: “La mancanza di medici nel Servizio sanitario – Gli effetti di Quota 100”

Riceviamo e pubblichiamo un resoconto dell’evento che si è svolto ieri nell’aula convegni dell’ospedale “Mazzini”.
Apre i lavori il Direttore Generale Avv. Roberto Fagnano rappresentando un quadro puntuale sul fabbisogno di personale, stante il fenomeno di grave carenza di personale e la carenza di medici specialisti con l’ulteriore impatto dei pensionamenti a “Quota 100” e del blocco del turn over. In questi ultimi anni le Aziende Sanitarie sono state chiamate a trovare soluzioni organizzative per rispondere ai cambiamenti in corso del contesto economico, politico e demografico, nel rispetto delle indicazioni e della normativa Nazionale e Regionale nell’ambito della gestione delle risorse umane e dell’offerta delle cure. Un appello alla responsabilità etica e alla valorizzazione della formazione universitaria arriva nel saluto del Vescovo di Teramo Mons. Lorenzo Leuzzi.
Il Direttore Generale FIASO  Dr. Nicola Pinelli presenta lo studio FIASO: dal fabbisogno specialistico del personale SSN allo sviluppo organizzativo delle competenze, che stima in 54.000 i medici che usciranno dal SSN entro il 2022. Non tutto il personale medico perso dal sistema sarà reintegrato, perché frutto delle riorganizzazioni della offerta sanitaria con la necessità di adeguarsi al parametro dei 3 posti letto per 1000 abitanti. Fiaso dopo il laboratorio sul benessere organizzativo sulla gestione delle risorse umane, esamina i possibili rimedi e formula proposte da mettere a disposizione delle istituzioni per la tenuta del Sistema, il SSN non riuscirà a mantenere gli attuali livelli di servizio se le attuali condizioni di contesto restano invariate: Organizzazione dei servizi – Mix di competenze fra Professioni Sanitarie e sul rapporto infermieri /Medici in linea con l’OCSE – Regole di assunzione di personale – Condizioni Contrattuali – Sistema delle specialità – riduzione della disomogeneità dell’offerta.
La formazione universitaria dei futuri medici e le scuole di specializzazione, il Prof. Eugenio Gaudio Rettore Univ. La Sapienza, evidenzia il problema della programmazione formativa come un problema storicamente noto e annunciato già negli ultimi 10 anni. Tanti giovani su cui abbiamo investito sono oggi costretti a fuggire in quei Paesi per via dell’imbuto formativo e proprio lì iniziano a lavorare e formarsi, giustamente valorizzati e retribuiti, come i loro colleghi stranieri, una riflessione va fatta sulle borse di studio a favore della formazione dei giovani medici nell’ambito della medicina generale e delle specializzazioni.
Il Dr. Michele Caporossi DG AO universitaria Ospedali Riuniti di AN. Interviene sulla necessaria revisione del ruolo del Mmg, sulla riorganizzazione e razionalizzazione della rete ospedaliera, sul taglio dei doppioni dell’offerta. Un investimento strategico sulla comunicazione e sulla promozione dei centri di eccellenza, ha comportato la conseguente mobilità attiva dei pazienti. Un management innovativo, deve investire sulla formazione specialistica accademica con master in infermieristica di famiglia per rispondere alla nuova domanda della cronicità e della fragilità.
Prosegue il DG AUSL Pescara Dr. Armando Mancini, sulla inderogabile necessità degli ospedali del Sud di tornare a bandire concorsi per assumere personale, finora privo di prospettive al Mezzogiorno e di valutare il reimpiego di personale collocato in pensione.
Il Dr. Cosimo Napoletano componente del Comitato Centrale FNOMCEO, interviene con la premessa di non cadere nella retorica del provincialismo, evidenzia il ruolo del privato più competitivo oggi anche per i giovani medici, anche l’ente ordinistico chiede una maggiore attenzione per i medici, la proposta di valorizzare la formazione dei giovani medici con l’affiancamento dei medici senior. La speranza è che non muoia il sogno del SSN, coprire il fabbisogno con la programmazione di sistema.
Il Dr. Franco Gianfelice segretario Regionale ANAO ribadisce che assumere i pensionati non è la soluzione che può rientrare nella politica di programmazione sanitaria regionale.
La Dr.ssa Rossella Di Marzio responsabile della UOC Gestione del personale, ha illustrato le fasi orientate alla individuazione dei relativi fabbisogni e i tempi tecnici per l’espletamento delle procedure concorsuali.
La posizione della Direzione delle Professioni Sanitarie, è stata riportata da uno dei due dirigenti, Dr. Giovanni Muttillo ha evidenziato come le carenze di personale del SSN negli ultimi dieci anni, soprattutto nell’area del “Comparto” restano un fenomeno grave che impatta sulla salute dei cittadini, sulla sicurezza delle prestazioni erogate e non mette in condizione i professionisti di esercitare appieno il proprio ruolo.  Oltre alla letteratura scientifica, anche i dati OCSE evidenzia come 1 infermiere ogni 6 pazienti possa abbattere del 20% la mortalità, oggi anche con la Quota 100 rischiamo di passare a 1 infermiere per 18 pazienti. In Abruzzo tra pensionamenti ordinari e quota 100 si registra una carenza di personali infermieristico di circa 2500 unità, pertanto urgono iniziative efficaci a livello regionale, sbloccando il turn over con assunzioni a tempo indeterminato.  Per garantire la sostenibilità del sistema salute e lo sviluppo delle competenze, la Direzione continua il suo impegno nell’innovazione dei modelli organizzativi come potenziamento del Nucleo Assistenziale di Integrazione Ospedale Territorio NAIOT per la tempestiva presa in carico del paziente in condizione di cronicità e di fragilità con la dimissione protetta gestita dall’Infermiere Case Manager. L’auspicio è che il Governo possa intervenire sulla spesa del personale per superare il limite di spesa sostenuta nel 2004 ridotta dell’ulteriore 1,4%. Ci rendiamo disponibili a lavorare con la nuova Giunta Regionale per potenziare insieme l’assistenza domiciliare con l’infermiere di Famiglia e gli ambulatori infermieristici.
Il Dr. Maurizio Di Giosia Direttore Amministrativo ha evidenziato l’impegno aziendale strategico di favorire le politiche del personale come obiettivo imprescindibile di mantenere i parametri previsti dalla legislazione vigente e di completare i processi di assunzione del personale.
Chiude i lavori neo Assessore Dr.ssa Nicoletta Verí, ringrazia il Vescovo come supervisione della tutela della salute di noi cittadini e al Direttore Generale per aver organizzato questo seminario di grande attualità. Riferisce di essere appena rientrata dal tavolo tecnico svoltosi a Roma, in un clima costruttivo assolutamente positivo. Sta a noi proporre un’ipotesi di riordino per condividere il nuovo Piano Regionale, condiviso con il territorio, con i professionisti, e i cittadini i portatori di interessi. Siamo una Regione sulla quale ricadono grandi attenzioni nazionali come modello di riferimento, che esce dal Commissariamento per passare nel piano di rientro. Siamo sempre attenzionati, siamo impegnati nel far rientrare la mobilità passiva. Abbiamo adottato provvedimenti, dato lo stralcio di firmare le richieste di assunzione per le professioni sanitarie. Anche nella nostra regione potremmo avere ancora più possibilità di assumere. Altra ipotesi in corso di valutazione sul perché non creiamo con una Delibera che possa valorizzare anche i professionisti che sono già in pensione, per particolari esigenze di affiancamento e tutoraggio nelle cure. Sono delle ipotesi, per quanto riguarda le nuove specializzazioni valutiamo la fattibilità di un tavolo confronto concreto anche con le università. Valutare ed  adeguare anche la formazione e i curricula dei professionisti non comunitari può essere un’ipotesi per assumere nuove professionalità. Lavorerò con strumenti tecnici e organizzativi, sui punti critici, nel rispetto della orografia della nostra regione. Quindi soluzioni rapide ed efficaci anche con un tavolo Regionale per assicurare i livelli essenziali di assistenza uniformare sul nostro territorio.
Redazione Nurse Times
 
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M5S: “Basta con De Luca. Lega segua la nostra linea per la rinascita della sanità campana”

I parlamentari pentastellati di Camera e Senato hanno diffuso una nota per sollecitare la nomina di un nuovo commissario.
“Finalmente c’è la possibilità di dire addio alla catastrofica era De Luca nella sanità campana con la nomina di un nuovo commissario che possa liberare la regione dalla cattiva gestione di questi anni. Per questo ci aspettiamo che la Lega sostenga insieme a noi la revoca di Vincenzo De Luca e la nomina del nuovo commissario. Nel rispetto della Campania e di tutti i suoi cittadini, che meritano più di quanto visto in questi anni”. Così, in una nota, i parlamentari campani del Movimento 5 Stelle di Camera e Senato.
“È evidente – prosegue la nota – che chi continua a difendere la gestione di Vincenzo De Luca, o non vuole il bene della Campania, o è in malafede. I cittadini campani meritano di più di casi di malasanità, sprechi, nomine clientelari e servizi tutt’altro che efficienti. Le strutture ospedaliere in condizioni disastrose che abbiamo visto negli anni sono riuscite ad andare avanti solo grazie all’impegno e alla professionalità di tutti i medici e gli operatori sanitari, che continuano il loro lavoro nonostante tutto. Ma ora serve una nuova strada, lontana anni luce da De Luca. La Lega campana, attraverso le dichiarazioni del deputato Gianluca Cantalamessa, ha già condiviso le posizioni del Movimento 5 Stelle. Ci auguriamo che tutta la Lega sostenga il commissariamento della sanità campana per il bene dei cittadini”.
Redazione Nurse Times
 
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Vive 99 anni con gli organi invertiti: un raro caso di Situs Inversus

Rose Marie Bentley, morta per cause naturali all’età di 99 anni, aveva deciso da tempo di donare i propri organi alla ricerca scientifica.

Proprio grazie a questa sua scelta, gli studenti della University of Science and Health di Portland (Oregon) studiando i suoi organi, avrebbero scoperto come fosse affetta da Situs Inversus con levocardia.

La sua è una condizione congenita nella quale gli organi sono invertiti in modo speculare rispetto alla loro usuale posizione, definita invece situs solitus, ed è generalmente caratterizzata da destrocardia, fegato situato a sinistra e milza a destra.

La dineina è la proteina determinante per l’induzione della lateralizzazione: essa è infatti costituente dei flagelli che creano, nell’embrione, le correnti attraverso le quali gli ormoni inerenti allo sviluppo dell’individuo vengono direzionati secondo un ordine preciso.
Qualora il gene codificante la proteina, e la proteina stessa, sono funzionanti, l’organismo sarà “destro”. Altrimenti si ha il situs inversus, che può essere globale, speculare (situs viscerum inversus), o parziale (situs ambiguus).
La prevalenza del situs inversus varia all’interno delle diverse popolazioni, ma è comunque meno di 1 caso ogni 10.000 abitanti.
Nonostante le previsioni di breve vita che generalmente chi è affetto da questa condizione ha, Rose Mary avrebbe sempre goduto di ottima salute, non rendendosi conto della propria condizione fino all’esame autoptico.
“Se lo avesse saputo – racconta la figlia Ginger Robbins – ci avrebbe riso sopra.”
La donna però ha trascorso una vita lunga e lieta in un piccolo paese dell’Oregon, passando a miglior vita nel 2017. L’anziana avrebbe sempre goduto di ottima salute, non avendo mai bisogno di recarsi in ospedale nel corso della vita. Aveva sempre pensato di godere di ottima salute, a parte un leggero bruciore di stomaco che le capitava di tanto in tanto, decidendo pertanto di donare il proprio corpo alla scienza, in modo da poter scoprire cosa le avesse permesso di trascorrere una vita sempre priva di patologie di rilievo.
Secondo i docenti universitari che hanno esaminato i suoi organi, un caso similare al suo si verificherebbe ad una persona ogni 50 milioni.

Simone Gussoni
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“Lazio leader per assunzioni in sanità”: parola di Zingaretti

Il presidente della Regione sottolinea i traguardi già tagliati e fissa gli obiettivi per il futuro.
“Mentre le altre Regioni italiane devono richiamare i pensionati negli ospedali dove c’è un vuoto di organico, noi facciamo i concorsi per assumere una nuova generazione e coprire la carenza di personale”. Così il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, nel corso dell’evento “Il Lazio va avanti”.
“Questo significa avere finalmente il modello Lazio – ha aggiunto – finanziato dalle infrastrutture e sostenuto dalle nuove 5mila assunzioni. Ora che giro un po’ più l’Italia posso dire che, dal punto di vista della Pa, siamo la più grande centrale appaltante di lavoro pubblico in Italia in questo momento. Con il Piano sociale si aprirà una nuova stagione del welfare. Il lavoro che ora dobbiamo fare è l’assistenza domiciliare e la cura. Così come possiamo raccontare che l’ultimo tavolo di rientro della sanità ha avuto un esito più che soddisfacente”.
E ancora: “Il nocciolo della questione non è più la risoluzione dei problemi del commissariamento, ma la costruzione del nuovo modello. È finita la stagione della mobilità passiva della Regione. Questo è l’effetto di aver rimesso a posto i conti e innalzato i Lea. L’inizio è stato il coraggio di destrutturare il disavanzo finanziario, che oggi è di 490 milioni. Nel 2012 erano 13 miliardi. È poi l’anno dei cantieri sanitari: abbiamo un miliardo di investimenti in dieci anni. Penso all’Umberto I e alle nuove Case della Salute”.
Redazione Nurse Times
Fonte: Ansa
 
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Epidemia di morbillo a New York, dichiarato lo stato di emergenza sanitaria

È scoppiata una vera e propria emergenza morbillo nella città di New York. Il sindaco Bill De Blasio è stato pertanto costretto a dichiarare lo stato di emergenza in seguito ai numerosi casi che si sono verificati a Brooklyn.
Il primo cittadino della “Grande Mela” è stato costretto ad obbligare alla vaccinazione migliaia di cittadini residenti nelle quattro aree più a rischio. Chi non si sottoporrà al vaccino sarà sanzionato con una multa di mille dollari.

Sono stati oltre 250 i casi pazienti contagiati dal virus del morbillo dal mese di settembre. Grande allarme soprattutto tra la comunità ebraico ortodossa di Williamsburg.
Secondo quanto stabilito dal sindaco de Blasio, tutte le persone non vaccinate delle quattro aree di Brooklyn dovranno al più presto farlo, compresi i bambini oltre i sei mesi di età.
De Blasio ha anche imposto a tutte le scuole religiose e agli asili nido della comunità ebraico ortodossa di non permettere ad alunni e studenti non vaccinati di frequentare le lezioni, pena la chiusura degli istituti.

Simone Gussoni
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Trapianto cardiaco e polmonare da donatore HCV positivo

La normativa italiana sulla Donazione di Organi e Tessuti definisce i livelli di rischio accettabili/non accettabili sia per il donatore che per il ricevente, stabilendo le modalità operative di processo di valutazione del rischio
Il processo che porta alla valutazione dell’idoneità del donatore di organi è un processo multifasico e multidisciplinare.
Queste procedure sono fortemente dinamiche infatti tutte le informazioni che modifichino lo stato di rischio del donatore, o del ricevente, devono essere tempestivamente comunicate ai Centri Regionali e ai Centri Interregionali.
La valutazione si correda id esami strumentali e semeiotica su paziente.
Della visita assume particolare importanza una corretta raccolta dell’anamnesi: per poter considerare idoneo il donatore, sarà necessario eseguire esami ed indagini volti ad identificare l’eventuale esistenza di uno dei fattori di esclusione (esami infettivologici biomolecolari per le infezioni da HIV, HCV, HBV.
Se tali accertamenti risultano negativi il donatore può essere considerato a rischio standard. Se non è possibile farli, l’utilizzo del donatore deve essere valutato caso per caso in funzione delle situazioni di urgenza o di particolari condizioni dei riceventi, avvalendosi anche del parere degli esperti della second opinion.
In ogni caso, ove possibile, previo consenso informato.
Nel caso di donatore con infezione da HCV – Il trapianto da donatore positivo per gli anticorpi anti-HCV a ricevente negativo per gli anticorpi anti – HCV (rischio aumentato ma accettabile) può venire effettuato, previo consenso informato, solo in situazione di urgenza clinica comprovata.
Uno studio pubblicato su Journal of Hepatology, ha evidenziato che i pazienti con genotipo da 1 a 4 dell’epatite C sottoposti a trapianto di fegato mostrano tassi significativamente elevati di risposta virologica sostenuta dopo il trattamento con sofosbuvir/velpatasvir per 12 settimane, indipendentemente dallo stato di cirrosi.
Sofosbuvir/velpatasvir rappresentano un nuovo trattamento antivirale per curare l’infezione cronica da virus dell’epatite C in pazienti adulti.
Bloccando la replicazione del virus, l’eventuale associazione tra Ribavirina e Sofosbuvir/velpatasvir porterebbe ad eradicazione del virus.
In un ulteriore e recentissimo studi riportato di seguito, dal titolo “Heart and Lung Transplants from HCV-Infected Donors to Uninfected Recipients” si va oltre il sunto poc’anzi enunciato: solitamente cuore e polmoni di donatori con viremia positiva ad epatite C non vengono trapiantati. Dallo studio si evince che la somministrazione preventiva di Sofosbuvir/velpatasvira a pazienti riceventi candidati ad organo HCV+ , per 4 settimane, ha azione preventiva sulla positivizzazione ad  invezione HCV-Correlata.
Nello studio erano stati arruolati 44 pazienti di cui 36 hanno ricevuto trapianti di polmone e 8 hanno ricevuto trapianto di cuore.
 
 
CALABRESE Michele
Fonte:
https://www.nejm.org
https://www.epac.it
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Strisce blu in zona ospedali a Torino, Nursing Up: “Bene il dialogo, ma è assurdo rifiutare le proposte sindacali”

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa firmato dal segretario regionale del sindacato, Claudio Delli Carri.
TORINO – Questa mattina si è svolto un incontro tra le parti sindacali, l’assessore comunale Lapietra e i responsabili di Gtt sul grave problema dell’allargamento delle strisce blu a pagamento in tutta la zona ospedali. Un provvedimento che tra dipendenti degli ospedali – tra cui vi sono i lavoratori – i famigliari dei pazienti, coloro che necessitano degli ospedali, i commercianti e gli studenti, potrebbe incidere su più di 60mila persone al giorno. Il Nursing Up, ribadendo la propria contrarietà a tale proposta di allargamento della sosta a pagamento, rileva che oggi qualche passo avanti nel dialogo tra le parti è stato fatto.
“Pur se le posizioni rimangono distanti, e a queste condizioni non si può avere un accordo – dichiarano il segretario provinciale del Nursing Up, Roberto Aleo, e i dirigenti sindacali Nursing up della Città della Salute e della Scienza, Andrea Pici e Francesca Labate –, va riconosciuto che qualche piccolo spiraglio si inizia a vedere. Dobbiamo anzitutto sottolineare che sono state respinte quasi tutte le proposte sindacali che puntavano a forti sconti nella fruizione dei parcheggi in struttura utili alla zona ospedali, dove operano migliaia di infermieri, e a collegamenti verso altri posteggi gratuiti. È stata invece presa in considerazione la creazione di un servizio navetta con cadenza ogni dieci minuti, negli orari dei turni, che colleghi con il parcheggio dell’Oval-Lingotto. Peccato, però, che per noi tale collegamento e il relativo posteggio andrebbero realizzati non a pagamento, mentre per l’assessore e Gtt va fatto pagare con biglietti annuali o mensili, o con corsa semplice”.
Proseguono Aleo, Pici e Labate: “Abbiamo rilevato anche una disponibilità al dialogo per creare carnet di abbonamento settimanale o orario per il posteggio nelle eventuali strisce blu, anche di 25 ore, ma a prezzi che per noi sono ancora decisamente troppo alti, pari a 0,30 centesimi l’ora. Insomma, se la sensazione è che la strada del dialogo sia quella giusta, permane un’assurda chiusura sulle agevolazioni da praticare alle persone che vengono a lavorare in questa zona, a coloro che devono frequentare gli ospedali, che a dire la verità appare assai più forte da parte di Gtt che dall’assessore Lapietra. Inoltre, di tutto ciò che è stato detto non esiste traccia materiale, visto che non ci è stata consegnata nemmeno una bozza di proposta da parte del Comune”.
Concludendo: “Vorremmo ricordare che il provvedimento per allargare le strisce blu, più volte spacciato come importante in rapporto all’inquinamento, in realtà serve solo a rimpinguare le asfittiche casse del Comune e di Gtt. Questo è un provvedimento ingiusto per gli oltre 9mila dipendenti che si recano giornalmente al lavoro, senza contare studenti, fornitori e addetti ai servizi, e migliaia di accessi da parte dei pazienti e delle loro famiglie. E le proposte sindacali che sono state fatte, e oggi non sono state ascoltate, tendevano appunto ad agevolare queste persone. Attendiamo il prossimo incontro per capire se esiste una vera volontà di trovare un accordo su questa situazione, oppure se le parole di oggi rimarranno solo tali”.
Redazione Nurse Times
 
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TBC resistente alla rifampicina, pregi e difetti nuovo regime terapeutico di breve durata [Orto-Reuma]

Pubblicati, sulla rivista NEJM, i risultati di un altro trial, noto con l’acronimo STREAM (The Standard Treatment Regimen of Anti-Tuberculosis Drugs for Patients with MDR-TB), che hanno dimostrato la possibilità che il trattamento della TBC resistente alla rifampicina possa essere abbreviato nel tempo rispetto allo standard corrente. I risultati dello studio sono incoraggianti, anche se, nell’editoriale di accompagnamento al lavoro, sono emerse alcune riserve che suggeriscono cautela nell’implementazione immediata di quanto emerge dallo studio in questione

Lotta alla mortalità materno infantile, al via in Etiopia un progetto CUAMM sostenuto da MSD [Varie]

Perché proteggere una madre significa salvare una famiglia e dare concretezza alla parola ‘futuro’ di un intero paese:è il “mom effect”
Ridurre la mortalità materna è uno degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’onu ma dobbiamo raddoppiare gli sforzi.
A Wolisso, in Etiopia, medici con l’Africa CUAMM fa ‘nascere il futuro’ con un progetto a tutela della salute materno infantile, reso possibile grazie al contributo non condizionante di MSD attraverso MSD for mothers

“Back to Basic”: voler tornare all’assistenza di base è un’offesa per gli infermieri che vogliono evolvere

“Back to Basic”: voler tornare all’assistenza di base è un’offesa per gli infermieri che vogliono evolvere

La notizia della nascita di un movimento infermieristico da molti giudicato pro-demansionamento ha suscitato grosso clamore nella comunità professionale del web.
Migliaia di sanitari si sono dichiarati favorevoli al ritorno all’infermieristica di base, qualora in alcune realtà l’infermiere l’avesse mai abbandonata, mentre altri ritengono questa idea una trovata demenziale quanto grottesca.
Riportiamo di seguito la lettera inviata alla nostra relazione da un collega che ha preferito mantenere l’anonimato.
“Facendo un paragone molto esagerato (lo dico da subito) ritengo che chi abbia avuto un’idea simile sia paragonabile a quei nostalgici del ventennio che vorrebbero il ritorno al fascismo.
Tra tutti gli aspetti negativi c’è anche l’offesa ai partigiani dell’epoca. Oggigiorno, a volere che si torni al passato può essere solo chi è rimasto indietro e/o non si è rassegnato al fatto che si è andati avanti.
Chi pensa a un “Back to Basic” tra le tante cose offende tutte le generazioni passate di infermieri che hanno fatto sacrifici per portare l’Infermiere dall’essere un missionario con formazione religiosa a diventare un professionista intellettuale con formazione accademica.

La parte che mi ha colpito maggiormente dell’articolo relativo allo studio è stato il “paragrafo a)”.

I rappresentanti di tale movimento credono che rinominare l’assistenza di base possa renderla più appetibile eliminando ogni allusione ad attività che non richiedono particolari competenze.

Ma non è così.  Non è che cambiando il nome alle mansioni domestico alberghiere esse diventino complesse. Trattasi sempre di attività che il 90% della popolazione è in grado di svolgere senza alcuna particolare preparazione.

Ringraziamo il collega per aver voluto condividere il proprio pensiero invitando chiunque volesse commentare tale iniziativa a contattarci.
Simone Gussoni
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Ipoglicemia nel diabete, scoperta nuova proteina con azione protettiva

Il trattamento farmacologico dei pazienti con diabete di tipo 1 e 2 aumenta notevolmente il rischio che si verifichi uno stato di ipoglicemia, che può avere conseguenze anche gravi. La recente scoperta di una nuova proteina, la neuronostatina, potrebbe portare a nuovi trattamenti per prevenirla.

Diabete, il paracetamolo può aumentare il rischio di ictus nei pazienti anziani [Diabete]

Il paracetamolo è l’analgesico oggi più utilizzato e quasi 60 anni di esperienza ne hanno fatto un farmaco di uso comune e quindi anche nei soggetti diabetici. In questi soggetti, tuttavia, l’uso di paracetamolo ha evidenziato un aumento o del rischio di ictus. E’ quanto emerso da un ampio studio prospettico francese condotto sugli anziani pubblicato sul Journal of American Geriatrics Society.

Corso Fad Gratuito per operatori di programmi trapianto di cellule staminali emopoietiche

Sul portale dell’Istituto Superiore della Sanità EDUISS è disponibile un corso Fad gratuito
Il corso è disponibile per Biologo, Chimico, Farmacista, Infermiere, Infermiere pediatrico, Tslb. Il corso è destinato esclusivamente agli operatori dei programmi trapianto di Cellule Staminali Emopoietiche che lavorano presso le unità di raccolta e di processazione (istituti dei tessuti).
ID Provider 2224, Evento n° 255940. Data inizio corso 01/04/2019 (Iscrizioni aperte fino al 30/04/2019). Data fine corso 02/07/2019. Durata del corso 16 ore, Crediti assegnati 16 ECM. Posti Disponibili 500.
Per potersi iscrivere al corso Fad Cliccare QUI 
Se non avete un account, ecco come crearne uno
Per accedere al sito, puoi creare facilmente il tuo account in pochi minuti. L’accesso ai corsi può essere regolato da chiavi di accesso, necessarie solo all’atto dell’iscrizione. Per creare l’account:

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Ti verrà spedita una email all’indirizzo da te fornito.
Leggi l’email e clicca sul link presente nel corpo del messaggio.
Dopo aver confermato il tuo account, sarai autenticato dal sistema.
Una volta autenticato, potrai scegliere a quale corso iscriverti.
Se ti verrà richiesta una chiave di iscrizione, usa la chiave fornita dal docente del corso.
Una volta iscritto al corso potrai frequentarlo autenticandoti con il tuo account.

Buona Formazione!

 
Redazione NurseTimes
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Sanità Pugliese fuori dal piano operativo dopo anni di “lacrime e sangue”

Per la Puglia conti a posto, oggi a Roma gettate le basi per l’uscita dal piano operativo. Un avanzo di oltre 2 milioni di euro nei conti del 2018
E’ finalmente ufficiale: la Puglia dopo diversi anni in cui è stata sottoposta ai piani di rientro e successivamente al piano operativo da parte dei ministeri competenti è ufficialmente promossa.
Sono passati ben 9 anni dal DGR 2624/10 del 30 novembre 2010 che sanciva l’ingresso formale della Puglia in piano di rientro (VEDI). 
Di seguito il:
Le verifiche 2016
Programma Operativo 2016-2018
In questi lunghi anni i cittadini pugliesi, gli operatori della sanità hanno subito pesanti ripercussioni in termini di servizi sanitari offerti, qualità delle prestazioni, con le conseguenti difficili condizioni lavorative degli operatori dovute al blocco delle assunzioni.
Siamo giunti così nel 2019: la sanità Pugliese ha superato positivamente il Tavolo di Verifica Ministeriale in materia di Conto Economico consolidato 2018 garantendo l’equilibrio dei conti ai fini del comma 174 L. 311/2004 e ciò nonostante il blocco del payback farmaceutico a tutt’oggi “congelato” per tutte le regioni in attesa della risoluzione del contenzioso con AIFA.
I conti 2018, dopo le coperture garantite dalla Regione per il rinnovo dei CCNL del personale e per la mancata iscrizione dei ricavi del payback chiudono con un avanzo di 2,1 mln di euro.
Il notevole risultato è stato reso possibile anche grazie alle azioni di risparmio e contenimento dei costi prodotti dalle singole Aziende Sanitarie.
Il tavolo ha confermato anche per il 2018 che la media ponderata dei tempi di pagamento dei fornitori delle aziende sanitarie è  in linea con la direttiva comunitaria, registrando un ulteriore miglioramento.
Si conferma il punteggio dei LEA a 179 per il 2017, valore superiore rispetto alla soglia minima di 160.
Sono in corso le verifiche del dato 2018.
Per quanto riguarda l’assistenza ospedaliera è stata verifica la coerenza della programmazione rispetto agli standard ministeriali, nonché sono state valutate positivamente le Reti cliniche predisposte nell’ambito del riordino complessivo.
In questi mesi la Regione, al fine di consolidare i risultati ottenuti ed in attesa della verifica degli obiettivi di qualità 2018, proseguirà le attività già intraprese su alcuni specifici aspetti:
Completamento della riorganizzazione in materia di screening oncologici;
risoluzione delle problematiche in materia veterinaria e randagismo;
consolidamento delle azioni in materia di assistenza territoriale attraverso la definizione di un documento unico di organizzazione;
accelerazione delle procedure degli acquisti centralizzati
messa a regime del sistema degli accreditamenti delle strutture ospedaliere e non.
Per il Presidente della Regione Puglia il Tavolo congiunto di verifica e Comitato LEA ha validato l’equilibrio economico dei conti 2018 (ai fini della verifica ex comma 174, L. 311/2004) ed i notevoli risultati ottenuti nell’attuazione della maggior parte degli obiettivi sanitari previsti dal Piano Operativo.
A conclusione dei lavori odierni si ritiene che si siano gettate le basi per l’uscita dal Piano Operativo, per la quale occorrerà, in analogia a quanto accaduto per le altre regioni, attendere il completamento delle residue azioni già avviate, la valutazione degli adempimenti ed obiettivi LEA 2018 ed il mantenimento dell’equilibrio economico.
 
Redazione NurseTimes
 
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Medicina estetica e chirurgia molecolare: più belli in pochi minuti

Grazie a una nuova tecnica sarà possibile ritoccare il naso o le orecchie senza ricorrere al bisturi.
Al servizio della medicina estetica arriva la chirurgia molecolare. Rapida e senza bisturi. Lo scenario è esaltante: ritoccare il naso o le orecchie senza tagli chirurgici, ma servendosi unicamente di mini-aghi che inviano piccole correnti alla cartilagine che compone i tessuti, “sciogliendola” temporaneamente, quel tanto che basta per rimodellarla nella forma voluta. Il tutto in anestesia locale e in pochi minuti.
La promessa arriva dai risultati positivi, per quanto preliminari, dei test condotti sui conigli e coordinati da Brian Wong, specialista in chirurgia plastica dell’Università della California, a Irvine. La nuova tecnica è stata presentata al meeting della American Chemical Society, intitolato Chemistry for New Frontiers (Le nuove frontiere della chimica). Negli esperimenti, presentati agli specialisti a Orlando, in Florida, il team ha dimostrato come sia possibile riconformare le orecchie a punta dei coniglietti, piegandole in modo permanente all’ingiù. «Immaginiamo che questa tecnica potrà essere usata come procedura low-cost da eseguire ambulatorialmente e in anestesia locale – ha spiegato uno degli autori del lavoro, Michael Hill –. L’intero processo potrebbe richiedere appena cinque minuti».
Si tratta di un passo avanti non da poco. Basti pensare che oggi la chirurgia estetica per rifare il naso richiede un intervento a tutti gli effetti, con anestesia generale, e prevede la ricostruzione della forma. Con un taglio chirurgico dall’esterno o, in alternativa, passando attraverso le narici. In ogni caso si tratta di un’operazione niente affatto banale e con un post-operatorio spesso lungo e non del tutto scevro da possibili complicanze (per esempio emorragie, sviluppo di difficoltà respiratorie e anche alterazione dell’olfatto).
I ricercatori dell’Università californiana sostengono che un giorno il bisturi potrà essere del tutto eliminato proprio grazie alla chirurgia molecolare. Il naso – sottolineano – è composto per almeno un terzo da cartilagine, che per sua natura è flessibile ed elastica, essendo costituita principalmente di fibre di una proteina chiamata collagene. Questa forma tanti filamenti (simili a spaghetti), intrecciati tra loro da proteine più piccole. Le fibre di collagene sono cariche elettricamente ed ecco perché, applicando a queste minuscole correnti con i mini-aghi, la carica cambia e, di conseguenza, le fibre si sciolgono, rendendo la cartilagine morbida e modellabile. Non appena si spegne la corrente, poi, la cartilagine torna al suo stato naturale, indurendosi nuovamente.
È così che i bioingegneri hanno “ammorbidito” per pochi minuti la cartilagine delle orecchie dei conigli. In quella fase, applicando uno stampo in 3D sulle orecchie degli ammali, è stato rimodellato il tessuto. Una serie di operazioni veloci e mini-invasive, che, secondo gli specialisti, potrà essere applicata anche all’uomo. Si potrebbero infatti riconformare le orecchie prominenti (“a sventola”) e, allo stesso modo, anche la punta del naso o il setto nasale deviato. Ma non basta. Il medesimo approccio è ipotizzabile anche in altri settori della medicina. Ad esempio per eliminare aderenze tendinee, ovvero quei tessuti fibrosi formati impropriamente dopo un intervento chirurgico o un trauma che attaccano un tendine a un altro tessuto naturalmente non collegato ad esso, immobilizzandolo.
E c’è un ulteriore aspetto: il team ha raccontato come la tecnica sia stata utilizzata per correggere, sempre su alcuni animali, i problemi di vista (come la miopia), rimodellando la cornea con una lente a contatto che invia piccole correnti al tessuto per “manipolarlo” e, contemporaneamente, per fare da stampo e dargli la forma corretta. Adesso si punta ai test clinici sui pazienti, ma – ammette Wong – i tempi non sono stati ancora decisi.
Redazione Nurse Times
Fonte: La Stampa
 
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Eboli, l’attività libero-professionale intramoenia dei medici nel mirino della GdF

In atto verifiche sull’attività libero-professionale intramoenia. Coinvolti nell’indagine anche gli ospedali di Nocera Inferiore e Pagani.
Ancora guai per la sanità salernitana. Nel mirino della guardia di finanza il personale ospedaliero dell’ospedale Maria Santissima Addolorata di Eboli per il capitolo “alpi e straordinari”, su cui gli inquirenti stanno effettuando verifiche per stabilire se ci sono anomalie che evidenziano sforamenti, spese eccessive e tetti non rispettati. Medici e amministrativi devono dar conto anche alla magistratura contabile delle ore di attività di libero professionista intramoenia, utilizzato con e al posto degli straordinari per coprire turni e attività ambulatoriali.
Qualcuno, forse, ha esagerato o ha dichiarato di farle, ma in realtà si dedicava ad altro. Numerose le notifiche inviate dalla Corte dei Conti agli uffici preposti dell’Asl Salerno, ma il numero dei coinvolti e la cifra delle presunte anomalie economiche non sono note: le fiamme gialle stanno lavorando nel più stretto riserbo. Per sopperire alle carenze di risorse umane e fronteggiare le emergenze dei vari reparti il personale ospedaliero può effettuare alcune ore di straordinario consentite dall’azienda, che non devono però sforare il tetto massimo stabilito. Altra opportunità è quella dell’alpi ovvero l’attività di libero professionista. Coinvolto nella stessa indagine, coordinato dai carabinieri, anche l’ospedale di Nocera inferiore, interessato da un’indagine simile nel 2017, insieme all’ospedale di Pagani.
Attraverso un controllo incrociato fu scoperto che alcuni medici svolgevano l’attività libero-professionale, senza mai farlo o senza essere autorizzati. Furono scoperti anche straordinari mai svolti da infermieri e dal personale amministrativo che risultavano inserite nel sistema informatico (che era stato violato), ma non avevano mai eseguito. Un giro di soldi enorme, che avrebbe penalizzato le casse dell’Asl per alcuni milioni di euro. Nel 2013 l’ospedale di Eboli finì nel caos per lo straordinario, le prestazioni in alpi, gli sprechi dei medicinali, la cui spesa superò il badget assegnato. Un caos che portò al commissariamento.
«Se si è ricorsi all’alpi– spiega Emiddio Sparano, Rsu Cisl del polo ospedaliero – è per assicurare ai cittadini i livelli minimi di assistenza. Se la direzione sanitaria è ricorsa all’alpi contro le norme è solo perché non c’erano medici che potessero garantire la continuità del servizio pubblico. Se è stato applicato in modo non conforme alle leggi contrattuali è solo perché purtroppo i medici vanno in pensione e quelli che assumono non bastano a coprire le continue emergenze. L’ospedale funziona grazie a questo strumento. Come sindacati vorremmo poterlo azzerare, ma farlo adesso vorrebbe dire interrompere i servizi, negare il diritto alla salute dei cittadini».
Redazione Nurse Times
Fonte: Il Mattino
 
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Casalecchio, pulizia dei denti in orario di lavoro: caposala denunciata

La donna lavora alla Casa della Salute. Non è la prima volta che finisce nei guai.
Due denunce e una domanda: perché mai un’infermiera, in orario di lavoro, va a farsi la pulizia dei denti, costringendo così una piccola paziente a ritardare di un’ora il suo appuntamento già fissato in anticipo? Sono accuse pesanti – e tutte da dimostrare – quelle rivolte a una caposala della Casa della salute di Casalecchio (Bologna), già in passato finita nel mirino dell’Ausl e delle colleghe per alcuni comportamenti molto discutibili in corsia. A puntare il dito contro la donna sono la mamma della bambina, che si è dovuta mettere in fila nonostante fosse il suo turno, e una dipendente della struttura che, attraverso un avvocato, ha inviato una segnalazione all’Azienda sanitaria e all’Ordine degli infermieri.
I fatti, stando al racconto della madre nel reclamo presentato all’Ausl, sono avvenuti lo scorso 3 aprile. La donna aveva prenotato 14 mesi prima un appuntamento per la figlia, che doveva mettere l’apparecchio. L’appuntamento era alle 9:30, la famiglia arrivò con mezz’ora di ritardo e dovette aspettare fino alle 11 per poter entrare. Si potrebbe dire: colpa della mamma, che ha fatto tardi ed è stata scavalcata da qualcun altro.
Il problema è che nell’ambulatorio di ortodonzia non c’era un altro paziente, ma una dipendente pubblica. E, come scrive la collega che l’ha denunciata attraverso, il 3 aprile era un mercoledì, ovvero la giornata riservata all’ortodonzia infantile. Per accedere alle cure odontoiatriche è obbligatorio presentare il modello Isee. Una storia delicata e molto spinosa. Come detto, non è la prima volta che la caposala finisce nei guai. Ben otto infermiere della Casa della salute l’hanno denunciata più volte per mobbing e hanno chiesto il trasferimento.
Redazione Nurse Times
Fonte: la Repubblica
 
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Mola di Bari, procede a rilento la riconversione del Punto di primo intervento

Nell’incontro col dg dell’Azienda sanitaria il sindaco ha sollecitato l’apertura dell’ambulatorio infermieristico.
Si torna a parlare di strutture sanitarie a Mola di Bari, con un pizzico di preoccupazione per l’ormai imminente stagione turistica che fa crescere la popolazione e, quindi, le esigenze della comunità. Procede a passi molto lenti il processo di riconversione del Punto di primo intervento, chiuso nello scorso settembre, in ambulatorio infermieristico.
Per comprendere le ragioni dell’impasse, il sindaco Giuseppe Colonna ha incontrato a Bari il direttore generale dell’Azienda sanitaria, Antonio Sanguedolce. «Ho chiesto questo incontro – spiega il primo cittadino – per comprendere e condividere gli ultimi sviluppi in merito all’avvio dell’ambulatorio infermieristico nel territorio di Mola di Bari, e ho sollecitato che questo accada prima dell’inizio del periodo estivo». Il manager ha assicurato che la riconversione non resterà una semplice dichiarazione d’intenti. In più, per rispondere alle esigenze dell’utenza, ha assicurato un potenziamento del 118. «Insieme al direttore generale – conferma Colonna – ho condiviso la necessità di aggiungere, all’ambulanza già presente sul territorio, un’auto medicalizzata».
Ma quali servizi offre un ambulatorio infermieristico? L’ambulatorio avrà questa struttura: disporrà di infermieri appositamente formati per l’erogazione di prestazioni per i pazienti fragili e per la valutazione e registrazione dei parametri biofisici per la presa in carico delle patologie croniche di maggior complessità, per la prevenzione delle complicanze e la riduzione dei ricoveri. Le prestazioni previste dall’ambulatorio potranno però essere erogate nella loro totalità successivamente all’integrazione delle unità infermieristiche con ulteriori specifiche figure professionali idonee.
Queste le prestazioni previste: triage telefonico (come per un pronto soccorso); terapia iniettiva (intramuscolare, endovenosa, sottocutanea); medicazioni, fasciature, piccola traumatologia, rimozione suture; vaccinazione antinfluenzale; cateterismo vescicale; rilevazione parametri biofisici e clinici (peso, altezza, misura della massa corporea, pressione arteriosa, stick glicemici) per il monitoraggio delle patologie croniche; counselling su stili di vita e abitudini voluttuarie; counselling e supporto nella gestione della persona fragile o nella malattia grave; rinforzo formativo, presa m cura ed educazione sanitaria nei riguardi delle patologie croniche di maggior rilievo (diabete mellito, scompenso cardiaco, broncopneumopatie croniche, gestione della terapia anticoagulante orale, ipertensione); partecipata condivisione delle cure e verifica dell’aderenza terapeutica; spirometria; elettrocardiografìa. L’attività del personale infermieristico si avvarrà, in caso di necessità, del consulto di un medico specialistico.
Redazione Nurse Times
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
 
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“Sepsi: emergenza da affrontare a livello multidisciplinare”

Riceviamo e pubblichiamo l’intervista realizzata da Opi Firenze-Pistoia con Giorgio Tulli (Agenzia regionale di Sanità della Toscana).
La sepsi rappresenta una vera e propria emergenza a cui è necessario dare risposta. Per questo il Gruppo regionale toscano del Progetto triennale di lotta alla sepsi (2017-2020) ha realizzato il documento Lotta alla Sepsi > Call to action, con l’obbiettivo di dare un riferimento organico ai progetti di miglioramento di qualità e sicurezza delle cure nel sistema sanitario. Vista l’importanza e l’approccio multidisciplinare al tema, l’Ordine delle professioni infermieristiche interprovinciale Firenze-Pistoia ha voluto approfondire l’argomento attraverso un’intervista al dottor Giorgio Tulli (Agenzia regionale di Sanità della Toscana), membro del Gruppo tecnico del Programma regionale di lotta alla sepsi.
Dottor Tulli, partiamo dalle basi. Cos’è la sepsi e quali sono le difficoltà nel trattamento?«La sepsi è una grave complicazione dell’infezione sistemica che porta a gravi insufficienze. È un’emergenza al pari dell’infarto, dell’ictus o del trauma maggiore, tutte patologie tempo-dipendenti. A differenza delle altre, però, la sepsi non è manifesta e non va a colpire un organo specifico, quindi è difficile sia da diagnosticare che da trattare. Ad esempio, mentre l’infarto afferisce a una sola disciplina e ha sintomi riconoscibili, la sepsi è materia più complessa: potrebbe rappresentare la complicazione di infezioni a differenti organi (polmone, addome, rene, cute, apparato urinario). In più è un evento che può accadere a casa, e quindi succede che sia affrontata dal medico di famiglia o in situazioni di emergenza-urgenza o in un qualsiasi reparto di medicina. È necessario dunque formare ogni operatore sanitario. Si tratta di un’emergenza sanitaria trasversale per la quale non esiste una disciplina, un percorso, uno specialista, un reparto o un ospedale più capace o più esposto di altri».
Come è nato il documento per la lotta alla sepsi?«Tutto nasce dalla delibera regionale che istituisce il Piano triennale di lotta alla sepsi 2017-2020, che prevede un’azione in tutte le aree vaste della regione per formare gli operari sanitari sulla sepsi e sulle infezioni gravi. È stato concepito come piano integrato: proprio perché la sepsi può accadere dovunque ed essere presa in carico a più livelli, per un anno intero (2018) abbiamo fatto riunioni multidisciplinari e multiprofessionali che sono servite a costruire questa Call to action. Il documento presenta una visione trasversale che possa dare a ogni settore gli specifici elementi per affrontare la sepsi secondo evidenze scientifiche, linee guida e best practice presenti a livello internazionale».
Perché della sepsi si parla poco?«Fondamentalmente perché si pensa che sia un’infezione come le altre e che per le infezioni ci sia già la cura, ovvero i farmaci antibiotici. Tuttavia, nel corso degli anni, i batteri si sono “evoluti”: a 70 anni dalla scoperta della penicillina abbiamo batteri che hanno sviluppato meccanismi di resistenza agli antibiotici, e quindi non hanno terapia. Molte infezioni sono contratte proprio in ospedale: la dicitura esatta è “infezioni correlate all’assistenza”, per le quali la Regione ha stilato un apposito piano. In Italia si registrano circa 35.000 morti all’anno per infezioni correlate all’assistenza: il punto di partenza è proprio la consapevolezza della sindrome, della sua gravità e della sua imprevedibilità. Come operatori sanitari, dobbiamo lavorare in modo integrato e comunicare».
Quali sono gli obbiettivi del documento?«Lo abbiamo chiamato “Call to action” perché fornisce la base per azioni da sviluppare nei prossimi anni come modelli esportabili ovunque nel territorio nazionale. Il documento stila cinque modelli dedicati a come affrontare la sepsi in ospedale, tra i medici di famiglia, in area d’emergenza. Contiene anche un focus su come sviluppare la microbiologia clinica che è l’elemento centrale per la lotta all’antibiotico-resistenza. In Toscana dobbiamo riorganizzare la microbiologia clinica nel programma di Stewardship diagnostica, rendendola il perno centrale della Stewardship antibiotica. Esiste un piano nazionale di lotta all’antibiotico-resistenza che va riempito di azione. Infine abbiamo stilato un modello per il controllo e la gestione chirurgica della fonte infettiva. L’obbiettivo per il 2019 è dare applicazione alle indicazioni contenute nella Call to action. Nel 2020 sarà la volta della misurazione dei risultati».
A questo indirizzo è possibile consultare il documento di indirizzo regionale per la lotta alla sepsi: http://www.ars.toscana.it/lotta-alla-sepsi
Redazione Nurse Times
 
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Nursing Up: “Si realizzi il processo di innovazione con il rilancio delle competenze avanzate”

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato redatto dal sindacato in merito all’inizio dei lavori della Commissione paritetica sull’ordinamento professionale.
Ha preso il suo avvio questa mattina la Commissione paritetica per la revisione del sistema di classificazione professionale, organismo previsto dall’articolo 12 del Ccnl relativo al personale del comparto sanità, triennio 2016-2018. Il Nursing Up c’era, unico sindacato di categoria presente, e vigilerà per salvaguardare i diritti degli infermieri italiani, affinché venga scritta una nuova importante pagina nella trentennale storia verso la valorizzazione professionale.
“Per gli infermieri pretendiamo un cambio di marcia: siamo qui per difendere i loro interessi, facendoci baluardo a difesa delle competenze della nostra categoria. Una categoria che attende da lungo tempo la revisione del sistema di classificazione professionale del personale del Servizio sanitario nazionale. E la Commissione paritetica che parte oggi avrà proprio il compito di individuare le soluzioni più idonee a garantire l’ottimale bilanciamento delle esigenze organizzative e funzionali delle aziende ed enti sanitari con quelle di riconoscimento e valorizzazione della professionalità dei dipendenti”. Così Antonio De Palma, presidente Nursing Up, commenta l’apertura dei lavori in Aran questa mattina.
Ricordiamo che l’organismo avrebbe dovuto essere istituito presso l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (Aran) entro trenta giorni dalla sottoscrizione del contratto, datata 21 maggio 2018, e quindi avrebbe dovuto concludere i suoi lavori entro il mese di luglio dello scorso anno.
“A questo punto – conclude De Palma – auspichiamo, per il bene degli infermieri italiani, che sia finalmente giunto il momento che tanto attendevamo: tutta la comunità professionale aspetta il rilancio delle cosiddette competenze avanzate e che il processo di innovazione venga finalmente portato a compimento il più presto possibile per adeguare l’inquadramento degli infermieri a quello vigente negli altri Paesi europei, dove emigrano i nostri giovani professionisti sanitari freschi di laurea, nonostante la drammatica carenza di organico del Ssn, che, lo ribadiamo ancora una volta, registra un’emorragia mai sanata di professionisti che ammonterà a breve a circa 90mila unità”.
Redazione Nurse Times
 
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Artrite reumatoide, “È tempo di alleanza tra cure primarie e assistenza specialistica”

Lo sostiene la Fondazione GIMBE, che ha realizzato la sintesi in lingua italiana delle linee guida NICE.
L’artrite reumatoide è una patologia autoimmune caratterizzata da infiammazione delle piccole e grandi articolazioni, in particolare quelle di mani, piedi e ginocchia, che si manifesta con tumefazione, rigidità, dolore e progressiva erosione articolare. Può inoltre coinvolgere vari organi e apparati: dai polmoni all’apparato cardiovascolare, dagli occhi alla cute.
La malattia colpisce soprattutto le donne di età generalmente compresa tra i 40 e i 60 anni, anche se può esordire a qualsiasi età. In Italia è la forma più comune di artrite infiammatoria e rappresenta il 6% delle malattie reumatiche: secondo dati Istat del 2001, la prevalenza della malattia nel nostro Paese è dello 0,73%, che corrisponde a circa 400.000 pazienti affetti, di cui il 75% donne e 5.000 casi gravi. L’artrite reumatoide ha un significativo impatto sulla vita dei malati: disabilità nell’80-90% dei casi, abbandono dell’attività lavorativa nel 20% e necessità di assistenza continua nel 10%. Se la malattia non è adeguatamente trattata, l’aspettativa di vita si riduce di circa 4 anni negli uomini e di 10 nelle donne.
«I segni precoci dell’artrite reumatoide – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – vengono spesso riscontrati nell’ambito delle cure primarie, dove i pazienti si rivolgono al medico di medicina generale per dolore e tumefazione articolare. Un adeguato sospetto clinico della malattia, con invio tempestivo e appropriato ai servizi reumatologici, è cruciale sia per una precoce remissione della malattia sia per prevenire o ridurre la disabilità. In altre parole, prognosi della malattia e qualità di vita dipendono da una diagnosi tempestiva e da un trattamento appropriato».
L’artrite reumatoide è una malattia con un rilevante impatto economico: in Italia si stimano complessivamente costi diretti di circa 1,4 miliardi l’anno, mentre quelli indiretti sfiorano il miliardo di euro e sono riconducibili prevalentemente all’assenza dal lavoro del paziente e dei suoi familiari.
«Per un’adeguata presa in carico dei pazienti con artrite reumatoide – continua Cartabellotta – è indispensabile un approccio multidisciplinare condiviso tra cure primarie e assistenza specialistica, oltre a reti specialistiche guidate da percorsi diagnostico-terapeutici-assistenziali (PDTA). Tuttavia, in assenza di linee guida nazionali aggiornate, manca la base scientifica per informare la costruzione dei PDTA a livello regionale e locale». Per questo la Fondazione GIMBE ha realizzato la sintesi in lingua italiana delle linee guida del National Institute for Health and Care Excellence (NICE), aggiornate a luglio 2018, che saranno inserite nella sezione “Buone Pratiche” del Sistema nazionale linee guida, gestito dall’Istituto superiore di sanità.
Le linea guida NICE, destinate in particolare a medici non specialisti coinvolti nella valutazione iniziale dei sintomi dell’artrite reumatoide e nell’assistenza a lungo termine, forniscono raccomandazioni relative a vari aspetti della gestione della malattia: dai criteri di sospetto clinico per l’appropriata richiesta di consulto specialistico ai test diagnostici iniziali; dalle valutazioni prognostiche alla strategia treat-to-target; dalla terapia farmacologica iniziale al controllo dei sintomi, sino al monitoraggio dei pazienti.
«In attesa dell’elaborazione di linee guida nazionali sull’artrite reumatoide – conclude Cartabellotta –, auspichiamo che la versione italiana di questo autorevole documento del NICE rappresenti una base scientifica di riferimento, sia per la costruzione dei PDTA regionali e locali, sia per l’aggiornamento dei professionisti sanitari, sia per la corretta informazione di pazienti, famigliari e caregiver».
Le linee guida “Diagnosi e terapia dell’artrite reumatoide negli adulti” sono disponibili a: www.evidence.it/artrite-reumatoide.
Redazione Nurse Times
 
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Premio negli USA per GOCCLES®, gli occhiali per la diagnosi precoce tumori brevettati a Napoli

Premio negli USA per GOCCLES®, gli occhiali per la diagnosi precoce tumori brevettati a Napoli

L’equipe di ricercatori dell’Unità Operativa di Chirurgia Maxillo-facciale del Complesso Integrato Columbus – Università Cattolica di Roma, diretta dal prof. Sandro Pelo, ha ottenuto un importante riconoscimento per il progetto di ricerca coordinato dal medico ricercatore napoletano Francesco Di Nardo e da Alessandro Moro.
Il prestigioso premio è stato loro conferito per aver progettato e brevettato i Goccles, gli occhiali che consentono di identificare lesioni tumorali precoci del cavo orale.
Si tratta di un dispositivo diagnostico interamente “Made in Italy” grazie alla collaborazione dell’azienda Pierrel Pharma, si è aggiudicato la medaglia d’argento nella sezione Diagnostica (categoria Medicale e Dentale) degli EDISON AWARDS 2019.
“Migliore tra i migliori, questo il senso del riconoscimento ricevuto da GOCCLES, lo scorso 5 aprile a Chicago – sottolinea Fabio Velotti Amministratore unico di Pierrel Pharma – . Ricevere un EDISON AWARDS è una delle più alte legittimazioni che un’azienda possa ottenere in nome dell’innovazione, poiché ad essere premiata è l’eccellenza nello sviluppo incentrato sull’uomo”.

GOCCLES® è uno speciale paio di occhiali che può essere utilizzato con fonti luminose non sofisticate, quali le lampade fotopolimerizzanti già presenti in tutti gli studi odontoiatrici. Permette di eseguire uno screening in soli 60 secondo in maniera del tutto non invasiva per il paziente.
L’osservazione della fluorescenza della mucosa permette l’individuazione di lesioni pre-cancerose e cancerose sospette, che spesso risultano essere totalmente invisibili ad occhio nudo, e che invece appaiono come aree scure su uno sfondo verde, utilizzando lo speciale visore.
Il comitato direttivo EDISON AWARDS ha esaminato GOCCLES®, sottoposti al giudizio di 3.000 esperti provenienti da diversi settori (sviluppo, progettazione, ingegneria, scienza, marketing e istruzione) oltre che da organizzazioni professionali rappresentanti un’ampia varietà di industrie e discipline.
Simone Gussoni
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Tecnologia genetica e RNA interference si alleano: tra Regeneron e Alnylam accordo da $800 mln [Business]

Un accordo di ricerca e sviluppo particolarmente oneroso per farmaci in fase preclinica quello stipulato tra Regeneron Pharmaceuticals, leader nello sviluppo di anticorpi e nella ricerca genetica, e la biotech statunitense Alnylam specializzata nella tecnica sulla RNA interference (RNAi).

Sindrome da stanchezza cronica, delude rituximab in fase 3 [Orto-Reuma]

Il trattamento dell’encefalomielite mialgica/sindrome da stanchezza cronica (ME/CFS) con rituximab non ha portato ad un miglioramento clinico di questa condizione. Questo il responso deludente che proviene da uno studio recentemente pubblicato su Annals of Internal Medicine, che non ha confermato i benefici documentati in studi precedenti di piccole dimensioni.

In Sicilia previste 2000 assunzioni tra Infermieri e Oss, cominciando dalle mobilità

Prevista la pubblicazione di 4 maxi-bandi dopo le festività pasquali per creare almeno 1.700 posti di lavoro in Sicilia
La sanità Siciliana tira un sospiro di sollievo. Annunciato dall’assessorato della sanità assunzioni infermieri e operatori socio-sanitari. Il tutto avverrà dopo Pasqua.
Dall’Assessorato alla Sanità, inoltre, fanno sapere che verranno annullate le vecchie graduatorie, ancora utilizzate nei casi di necessità ma che risalgono a dodici anni fa, mentre le nuove graduatorie daranno la priorità ai siciliani emigrati fuori dalla regione.
Quindi previsto un mega rientro degli infermieri ed operatori socio sanitari che lavorano in ogni parte d’Italia.
Il governo regionale vuole dare l’opportunità ai professionisti siciliani di tornare a casa, e far fronte alla mancanza di personale nel quale versano le aziende ospedaliere in Sicilia. Un primo esempio è dato dal recente caso dell’ospedale San Marco di Catania, in cui è stata messa in pratica la stessa tipologia di mobilità interregionale che si tenta di attuare in tutta la Sicilia: all’appello per la mobilità hanno risposto oltre 800 infermieri che lavorano fuori regione e 150 di questi torneranno a lavorare nella loro terra d’origine.
Da piazza Ottavio Ziino, sede palermitana dell’assessorato, sono già partite delle circolari per chiedere alle aziende ospedaliere di definire il fabbisogno di operatori socio-sanitari e infermieri.
A quel punto, una volta raccolti tutti i dati necessari, la Regione si dice pronta a bandire i quattro concorsi summenzionati, due per operatori e due per infermieri, con i quali si punta ad affidare i vincitori alle aziende dei due bacini occidentale e orientale con le maggiori necessità. In pratica, il bando dovrebbe essere gestito da un ospedale o da una Asp, che provvederà in seguito a pubblicare una graduatoria da cui attingeranno le aziende ospedaliere limitrofe per coprire i posti vuoti. Ovviamente, in seconda battuta, gli eventuali posti scoperti dalla graduatoria verranno rimessi a concorso per tutti.
 
Redazione NurseTimes
L’articolo In Sicilia previste 2000 assunzioni tra Infermieri e Oss, cominciando dalle mobilità scritto da Marianna Di Benedetto è online su Nurse Times.

“Urge riappropriarsi dell’assistenza di base”. Nasce il movimento infermieristico “Back to Basic”

Il desiderio di ritorno al passato professionale sarebbe emerso con forza nel corso dell’ultimo congresso ANIARTI, incentrato proprio su questa tematica.
La situazione è stata analizzata nel dettaglio dai ricercatori Alvisa Palese, Elisa Mattiussi, Stefano Fabris, Davide Caruzzo, Illarj Achil, dell’Università degli Studi di Udine, i quali hanno stilato il documento “Il Movimento ‘Back to the Basics’: un ritorno al passato o indicatore di un’infermieristica ‘matura’?”, che riportiamo di seguito.
Negli ultimi tempi sta emergendo a più livelli una crescente sollecitazione a riguadagnare attenzione sulle ‘cure infermieristiche di base’: è accaduto a seguito del Francis report in cui è stata pesantemente documentata la continua violazione di queste cure e della dignità dei pazienti; sta accadendo a livello scientifico internazionale attraverso il movimento “Fundamentals of Nursing Care”; ma anche in Italia come reso evidente nell’ultimo congresso nazionale dell’ANIARTI dedicato proprio al ‘Ritorno alle basi’ (Back-to-Basic) in ambito clinico in cui queste cure hanno da sempre occupato uno spazio quotidiano nell’infermieristica.
Anche in qualità di clinici, manager, formatori e ricercatori, ci stiamo interrogando sul perché le cure infermieristiche di base ci stiano sfuggendo di mano, abbiano poco valore, o riflettano l’area di minore coinvolgimento professionale sino a diventare un terreno di ipotetico (ma anche vissuto) ‘demansionamento’.
Non si tratta in questa sede di discutere che cosa sia una ‘cura infermieristica di base’. Si tratta invece di provare a delineare le ragioni di un fenomeno apparentemente diffuso e identificare gli ambiti su cui investire per ri-portare le cure infermieristiche di base (re-gaining, proprio come si afferma anche in altri paesi) nella nostra agenda di priorità quotidiane.
– L’importanza delle parole: ci sono ad oggi diversi modi per denominare le ‘cure di base’, in Italia è diffuso il concetto di Assistenza di Base, in altri paesi quello di Essentials o Fundamentals. Nel linguaggio dei libri tali concetti vengono poi tradot- ti in ‘igiene del corpo’ per diventare ‘lavare i ma- lati’ o ‘fare il giro letti’ in quello quotidiano. In realtà le cure infermieristiche fondamentali riflettono oc- casioni per prendersi cura dell’altro, assicurando confort e dignità, entrare in relazione oltre che rac- cogliere dati clinici e prendere decisioni.
Il concetto di ‘Assistenza Infermieristica di Base’ sug- gerisce qualcosa che si apprende all’inizio di una pro- fessione per le sue caratteristiche elementari, semplici, e quindi da sostituire con qualcosa di più com- plesso quando si procede nel corso degli studi o nel- la pratica.8 Il concetto di per sé non coinvolge, non premia perché di base, elementare.
Definire queste cure invece come i Fundamentals of Nursing Care significa affermare che esse costituiscono le ‘fondamenta’, il passaggio obbligato su cui si innesta ogni successivo atto di cura, capace di generare – se ‘presidiato’ nel quotidiano – cure sicure, competenti ed efficaci. D’altra parte anche in altre discipline, ad esem- pio quella medica, non si parla mai di patologia di base ma di fondamenti di patologia o di clinica.
– Studiare il significato di queste cure per i pazienti: tutte le attività di self-care (alimentarsi autonomamente, deambulare, controllare l’eliminazione) si apprendono nei primi anni di vita con molta guida, insegnamento e fatica. Si tratta di attività che lar- ga parte delle persone svolge in modo indipenden- te, automatico e routinario fino a quando, improvvisamente o progressivamente, diventano qualcosa di particolarmente complesso, imbarazzante e difficile da gestire, come testimoniano le tante esperienze di malattia: ‘È così arrivò quel momento annunciato la sera: “Domani proviamo a lavare i capelli”, … Avrei fatto qualcosa di normale, e dunque di straordinario per me! Oltre ad avere finalmente una in- combenza che spezzava la cadenza sempre uguale di ogni giornata, un evento in grande stile…’.
Ogni gesto di cura fondamentale dovrebbe innestarsi nella storia privata dei pazienti, considerandone gli aspetti culturali, sociali e personali. All’elevato va- lore attribuito a queste dimensioni, al rispetto del- l’intimità e della dignità delle persone, si contrap- pone la semplicità pubblica con cui questi bisogni sono gestiti nei contesti istituzionali in cui preval- gono la standardizzazione e il progressivo trasferi- mento degli inerenti spazi di intervento a operato- ri con limitate competenze (a volte neppure for- malizzate) a cui è attribuita una bassa priorità, vi- sibilità e valore.
– Riconoscere il ruolo dei principi e dei valori do- minanti del sistema: numerosi studi ormai sotto- lineano quanto spesso le cure infermieristiche fon- damentali (es. cura del cavo orale, aiuto nella deam- bulazione) non vengono eseguite o sono posticipa- te nei diversi Paesi del mondo da quelli più a quel- li meno fortunati in termini di risorse, senza importanti differenze. A dispetto degli intenti (spesso retorici) sulla personalizzazione dell’assistenza, la pratica quotidiana è spesso focalizzata su un insieme di compiti da realizzare nel minor tempo possibile (“task and time”) dove trovano poco spazio le cure fondamentali, già di per sé intangibili, e capaci di esitare in un set di indicatori (es. soddisfazione e comfort) produttivamente de- boli per i sistemi attuali, ma umanamente essen- ziali ed irrinunciabili.
Ri-conoscere la multifattorialità: alcuni interessanti studi stanno cercando di identificare i fattori che allontanano gli infermieri dalle cure fondamentali per capire se si tratta di un fenomeno temporaneo, legato alle loro attitudini o alla formazione che ricevono, o al passaggio verso un’infermieristica che non si occuperà più di queste dimensioni.
Fattori organizzativi, legati alla leadership, al contesto, alla disponibilità di tempo ma anche alle priorità, esplicite o implicite, assegnate dal piano di studio e dalle organizzazioni in cui gli studenti apprendono e poi lavoreranno, sono alcuni elementi causali di questa trasformazione. Tuttavia, rivestono un ruolo anche altri fattori: le attività percepite come nobili sono le terapie, la gestione delle urgenze, …; i pazienti che hanno bisogno delle cure fondamentali (con problemi cronici, anziani) sono emozionalmente e fisicamente molto complessi.
Chiarire il ruolo degli infermieri rispetto alle cure fondamentali: le cure fondamentali, come le cure infermieristiche avanzate, riflettono due dimensioni non necessariamente sempre presenti: devono essere ‘pensate’, ovvero basarsi sul ragionamento clinico; possono quindi richiedere livelli diversi di competenza ed intervento tecnico in accordo alla loro complessità. Alimentare un paziente disfagico è ad elevata complessità e richiede un ragionamento clinico (ad esempio, valutare la disfagia, comprenderne la gra- vità, scegliere l’intervento). Altri bisogni fondamen- tali possono invece essere a bassa complessità: la cura del cavo orale in una persona con demenza non necessariamente richiede un intervento diretto degli infermieri ma l’attenzione ad inserirla nel piano di cura, affinché sia svolta quotidianamente. Forse è que- sta la tensione di fondo che si fa fatica a ricomporre: quando non ci si dedica più ad attività dirette di cura fondamentale, il rischio è quello di trascurale fino a delegarle totalmente ad altre figure perden- done anche la pianificazione e sorveglianza.
Ri-comporre una frattura latente: non si sta af- fermando pertanto che gli infermieri ‘dovrebbero fare tutto’. Non potrebbero e soprattutto non avrebbe significato; si tratta invece di recuperare e mantenere elevata l’attenzione sulla regia dei processi assistenziali che comprendono anche le cure fon- damentali. Per far questo, tuttavia, è necessario ri- flettere su come viene speso il tempo degli infer- mieri, tra ambiti che generano valore per i pazienti, la professione e il sistema ed altri che in- vece tolgono ‘valore’ (attività amministrative, di supporto) non solo agli infermieri ma soprattutto ai pazienti.
– Ri-pensare il ruolo della ricerca: ci sono poche evidenze sulle cure infermieristiche fondamentali che vengono pertanto spesso considerate espressione di ‘buon senso’ e non la concretizzazione di un insieme di conoscenze applicate. D’altra parte se gli in- fermieri non hanno tempo e non si dedicano a queste cure, fanno più fatica a porsi domande di ricerca su questi ambiti; di conseguenza, le cure fondamentali rischiano di rimanere un’area di ricerca poco attrattiva, priva della dignità attribuita ad al- tre dimensioni della pratica, come ad esempio quel- la avanzata.
– Ri-prendere in mano la formazione: ci sono molte incongruenze nei modi di apprendere le ‘cure infermieristiche fondamentali’: i docenti in aula dichiarano il valore di queste cure ma gli studenti nella pratica non le vedono fare, né le imparano dagli infermieri, perché in molti paesi (compresa l’Italia) vengono eseguite da altri operatori, non necessariamente all’interno di una ‘regia’ infer- mieristica. Concordare su un quadro di riferimen- to capace di confermare la centralità della rela- zione paziente-infermiere e delle cure fondamen- tali su cui disegnare il piano di studio, i testi, gli obiettivi formativi, e le esperienze di apprendimento costituirebbe un passo importante. Andrebbero ri-pensate in questa luce anche le strategie didattiche per aiutare gli studenti a comprendere ancora meglio che cosa significa ‘per l’altro’ vivere una dipendenza (acuta, limitata nel tempo, o cronica) nonché i ragionamenti (spesso non esplicitati) che infermieri fanno per tenere elevata l’attenzione su queste cure.
Un’agenda potenziale, per ri-portare al centro del nostro interesse le cure infermieristiche fondamen- tali e il loro progressivo sviluppo ci coinvolge a diverso titolo:
(a) nel concordare su come ‘denominare’ i fondamenti delle cure infermieristiche tralasciando la parola “di base” per evitare che si contrapponga ad “avanzata”, indicatore di completezza e maturità professionale, relegando le prime nel- l’alveo di semplici attività che non richiedono particolari conoscenze.
(b) nel concettualizzare il valore delle cure fonda- mentali nei diversi contesti di presa in carico, recuperando la loro importanza nella formazione e nei modelli organizzativi (come il primary nursing) capaci di esaltarne il valore;
(c) nel discutere nella comunità infermieristica sulle competenze di cura fondamentali da pretendere quali spazi infermieristici;
(d) nello sviluppare sistematicamente la ricerca in questi ambiti, anche coinvolgendo gli studenti al fine di sensibilizzarli alla loro rilevanza.
Da una parte – per i più vecchi – questa nuova tensione sa tanto di ‘ritorno al passato’, quando l’infermieristica era anche questo; dall’altra con uno sguardo più futurista che analizza i trend storici e predice il futuro, appare una sorta di rinnovata attenzione alla cultura umanistica. Più praticamente, si tratta forse di un modo per integrare le diverse dimensioni di cui si compone una infermieristica ‘matura’, nella complessa sfida quotidiana di sentirsi responsabili e coinvolti della cura dei pazienti.
Biografia
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L’articolo “Urge riappropriarsi dell’assistenza di base”. Nasce il movimento infermieristico “Back to Basic” scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Sclerosi sistemica, ancora troppo elevata la mortalità [Orto-Reuma]

E’ ancora troppo elevata la mortalità nei pazienti con sclerosi sistemica (SSc), stando ai risultati di una metanalisi francese pubblicata sulla rivista Arthritis Research & Therapy. Lo studio ha individuato anche alcuni fattori prognostici (tra i tanti il riscontro di crisi renali e il coinvolgimento polmonare) legati ad una riduzione della sopravvivenza.

Nota Informativa Importante su medicinali contenenti fluorochinoloni (08/04/2019)

In accordo con l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), le ditte titolari di specialità medicinali contenenti fluorochinoloni (ciprofloxacina – levofloxacina – moxifloxacina – pefloxacina – prulifloxacina – rufloxacina – norfloxacina – lomefloxacina) e chinoloni comunicano importanti informazioni di sicurezza.

Messina, IRCCS Centro Neurolesi “Bonino-Pulejo”: avviso pubblico per infermieri e Oss

Avviso pubblico infermieri ed operatori socio sanitari a Messina
Con delibera 556 del 04/04/2019 è indetto avviso pubblico per la formazione di una graduatoria utilizzabile per il conferimento di incarichi a tempo determinato per Cps infermiere cat. D e Operatori socio sanitari presso IRCCS Centro Neurolesi “Bonino-Pulejo” di Messina.
Pubblicata la delibera aziendale che indice avviso pubblico per infermieri e operatori socio sanitari per la formazione di una graduatoria utilizzabile per il conferimento di incarichi a tempo determinato della durata di un anno eventualmente prorogabile da destinare ai centri Spoke:
Asp Trapani (P.O di Salemi),
Asp Palermo (P. Villa Delle Ginestre e Pisani)
Azienda Ospedaliera Cannizzaro di Catania, nonché per i centri di nuova istituzione.
 
Redazione NurseTimes
 
Allegato
Bando avviso pubblico infermieri 
L’articolo Messina, IRCCS Centro Neurolesi “Bonino-Pulejo”: avviso pubblico per infermieri e Oss scritto da Marianna Di Benedetto è online su Nurse Times.

Mieloma multiplo: parere positivo del Chmp per due triplette di farmaci

L’esperto: “Importante allargamento delle opzioni di terapia per i pazienti, sia di nuova diagnosi che refrattari dopo precedente trattamento”.
Celgene Corporation ha ricevuto il parere positivo da parte del Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) in merito alle due triplette a base degli Imid di Celgene, Revlimid (a base di lenalidomide) e Imnovid (a base di pomalidomide).
Il Comitato ha raccomandato l’approvazione dell’ampliamento dell’indicazione di lenalidomide come terapia di associazione con bortezomib e desametasone (RVd) per il trattamento di pazienti adulti con mieloma multiplo di nuova diagnosi non eleggibili al trapianto. Inoltre iI Chmp ha raccomandato l’approvazione di pomalidomidein in associazione con bortezomib e desametasone (PVd) per il trattamento di pazienti adulti con mieloma multiplo che hanno ricevuto almeno un precedente trattamento a base dilenalidomide.
«Il parere positivo del Chmp relativamente alle triplette RVd e PVd rappresenta un importante allargamento delle opzioni di terapia per i pazienti con mieloma multiplo, sia di nuova diagnosi che ricaduto/refrattario dopo precedenti linee di trattamento – commenta Michele Cavo, professore ordinario di Ematologia all’Università di Bologna e direttore dell’Istituto di Ematologia “Seragnoli”, Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant’Orsola Malpighi di Bologna –. RVd si configura, infatti, come una più efficace alternativa terapeutica rispetto agli attuali standard di trattamento di prima linea dei pazienti non eleggibili a ricevere un trapianto autologo, ai quali assicura un significativo prolungamento sia della sopravvivenza globale (il cui valore mediano è risultato superiore a 6 anni nello studio registrati vo) che della sopravvivenza libera da progressione di malattia (valore mediano superiore a 40 mesi). PVd rappresenta, invece, una delle più efficaci combinazioni attualmente disponibili per la terapia di salvataggio dei pazienti ricaduti o refrattari dopo una precedente esposizione a lenalidomide, e in particolare di coloro che ad essa sono divenuti refrattari, soprattutto se utilizzata coi trattamento di seconda linea».
Redazione Nurse Times
Fonte: Avvenire
 
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Malattie infiammatorie croniche intestinali: antibiotici in gravidanza raddoppiano il rischio

È il risultato di uno studio svedese. Lo specialista: “Se il microbiota viene alterato, si possono sviluppare malattie associate allo squilibrio del metabolismo e del sistema immune”.
Uno studio svedese recentemente pubblicato sulla rivista Gut della ‘British Society of Gastroenterotogy potrebbe aggiungere un nuovo tassello al quadro delle nostre conoscenze sulla relazione tra malattie infiammatorie croniche intestinali e microbiota.
L’equipe di ricercatori ha investigato il rischio di sviluppo di very-early onset Ibd, ovvero le malattie infiammatorie croniche la cui diagnosi viene fatta prima dei 6 anni di età, in più di 800mila bambini svedesi nati fra il 2006 e il 2016 ed esposti a terapia antibiotica durante la gravidanza o in età neonatale. Dai risultati è emerso che l’esposizione agli antibiotici in fase gestazionale ha aumentato di quasi due volte il rischio di sviluppare una malattia infiammatoria cronica intestinale prima dei 6 anni di età. Aumento che non si è invece verificato se l’esposizione è avvenuta in età infantile.
«Questo studio è un’ulteriore riprova del potere che hanno gli antibiotici, nel bene e nel male, nel modificare il microbiota intestinale – commenta Gianluca Ianiro, cattedra di Gastroenterologia ed endoscopia digestiva alla Fondazione Policlinico Gemelli e consigliere della Sige –. L’uso di antibiotici in età gestazionale è stato già associato, in passato, ad aumentato rischio di obesità infantile, e ora questo studio ci dimostra che vi è anche un aumentato rischio di Ibd. Tali dati sono perfettamente in linea con la fisiopatologia, dato che le principali funzioni del microbiota intestinale umano sono quella di regolazione del metabolismo e del sistema immune. Pertanto, se il microbiota viene alterato, si possono sviluppare malattie associate allo squilibrio di tali funzioni».
Gli autori hanno ipotizzato un ruolo preponderante del microbiota intestinale nella genesi delle very-early onset Ibd. In precedenza era stata dimostrata una correlazione simile fra utilizzo precoce di antibiotici e sviluppo successivo di sovrappeso e obesità in età infantile. Questo ulteriore studio rimarca, pertanto, l’importanza di un utilizzo saggio e ponderato delle terapie antibiotiche in gravidanza e in età neonatale. Con “malattie infiammatorie croniche dell’intestino” (Mici) – anche note come Ìbd, dall’inglese inflammatory bowel disease – si intende un gruppo di patologie accomunato dalla presenza di un’infiammazione cronica a carico della mucosa intestinale, di cui fanno parte, tra le altre, il morbo di Crohn e la colite ulcerosa.
Redazione Nurse Times
Fonte: Avvenire
 
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Sane abitudini: l’importanza di una colazione ben fatta

Sarebbe opportuno, al mattino, trovare il tempo di sedersi e consumare con calma il primo pasto della giornata.
La colazione? Prendiamola con calma: iniziare la giornata ritagliandosi un po’ di tempo per sedersi a tavola significa partire col piede giusto e perfino garantirsi una buona salute a lungo. Naturalmente a patto di scegliere i cibi giusti (vedi grafico).
Studi recenti della Rush University mostrano infatti che fare una buona colazione si associa a un indice di massa corporea inferiore, a un minor consumo di grassi durante la giornata, a un apporto più adeguato di frutta, verdura e quindi anche di fibre, a prestazioni migliori a scuola o sul lavoro. Al contrario, saltare il primo pasto o farlo a tutta velocità, mangiucchiando qualcosa al volo o bevendo soltanto un caffè, porta a un maggior rischio di sovrappeso e anche a mangiare in eccesso a pranzo e a cena, per compensare il buco che si apre nello stomaco piluccando qualcosa in fretta al mattino.
Gli italiani, purtroppo, non danno il buon esempio. Stando a un’indagine condotta di recente su 1.800 adulti, uno su cinque salta la colazione perché preferisce dormire un po’ di più o bere un caffè mentre va in ufficio; il 42 percento si siede a tavola, ma soltanto per stretto necessario. Le intenzioni, per la verità, sarebbero buone: circa la metà vorrebbe godersi un po’ di relax con i propri famigliari prima di uscire di casa, magari scegliendo alimenti salutari. Poi, però, c’è la realtà: per due adulti su tre la giornata inizia di corsa, fra lavoro, impegni vari e bambini da portare a scuola. Il 43 percento ammette di essere troppo pigro per organizzare una colazione come si deve.
Stefania Ruggeri, docente di scienze della nutrizione all’università di Roma Tor Vergata, spiega: «La colazione è forse il pasto più importante della giornata perché, dopo il digiuno notturno, fornisce le energie necessarie per affrontare le ore successive. Se ben fatta, aiuta a regolarizzare il metabolismo del cortisone, che influenza anche peso corporeo. Saltarla o bere solo un caffè è un danno per la salute perché poi, non avendo le energie sufficienti, ci ritroviamo a desiderare e mangiare cibi calorici e ricchi di zuccheri. Dobbiamo sederci a tavola e imparare a considerarla un pasto, da gustare con più calma. Questo aiuterebbe a renderla una buona abitudine».
Una ricerca pubblicata su BMJ Open lo conferma: ingurgitare il cibo a tutta velocità aumenta fino al 42 percento la probabilità di ritrovarsi obesi e si associa anche a un maggior rischio di resistenza all’insulina e ridotta tolleranza al glucosio, in pratica all’anticamera del diabete. Uno dei motivi, secondo gli autori, è il fatto che mangiare lentamente aiuta a sentirsi sazi prima, e farlo al mattino garantisce un inizio adeguato di giornata che fa bene alla mente, perché così ci prendiamo una pausa prima di tuffarci negli impegni quotidiani, ma anche al fisico perché gli forniamo tutti i nutrienti di cui ha bisogno però senza esagerare.
Quali sono le scelte migliori? «Non dovrebbero mai mancare cereali integrali e vegetali, come la frutta o la verdura. Anche la colazione salata con pane, olio e pomodori va bene – chiarisce Ruggeri –. Sì anche alla frutta secca, a un vasetto di yogurt magro o un bicchiere di latte, vaccino o vegetale, e a un caffè o un tè verde». I liquidi sono essenziali per reidratarsi dopo il riposo notturno. Inoltre devono essere presenti tutti i nutrienti: carboidrati, proteine, grassi (perfetti quelli della frutta secca), sali minerali e vitamine, per un apporto calorico pari al 20 percento del totale delle calorie quotidiane.
Redazione Nurse Times
Fonte: Corriere della Sera
 
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La Spezia, “Infermieri militari non iscritti all’Ordine eseguono esami specialistici”

La denuncia è del Sindacato nazionale militari. Categorico l’Opi: “La legge è chiara. Abusivo chi non è iscritto”.
Si allarga a macchia d’olio il caso degli infermieri militari che praticano la professione senza essere iscritti all’Ordine. E spuntano casi di infermieri che – in qualche caso iscritti, in altri no – praticano esami che competono solo ai tecnici sanitari, figure professionali diverse. La denuncia di Luca Marco Comellini, del Sindacato nazionale militari, ha innescato un caso nazionale, che riguarda tutte le forze armate.
Si parla di fascicoli già aperti dall’autorità giudiziaria. E a La Spezia, dove la Marina Militare eroga prestazioni anche ai civili in convenzione dual use (sia ambulatoriali che alla camera iperbarica), c’è un notevole fermento. Si parla di decine di posizioni irregolari. C’è chi si sta mettendo a posto, fermo restando che per anni non lo è stato. E c’è chi risulta “addetto” a esami specialistici che per legge non può fare. Come le mappature oculistiche computerizzate, i test strumentali e la tomografia dell’occhio, che per legge esigono un profilo da ortottico, o come le impedenziometrie, i test vestibolari e gli studi del timpano, che richiedono un tecnico audiometrista.
La fonte è ufficiale. Sta scritto nelle pagine illustrative delle attività ambulatoriali, con nomi e immagini del personale ed elenco delle prestazioni erogate. L’ambulatorio di otorino – in cui risulta operare un infermiere non tecnico di laboratorio – è lo stesso in cui è medico militare l’assessore alla sanità Gianmarco Medusei. Interpellato sui profili di responsabilità penale sollevati dal sindacato militare per gli infermieri non iscritti o utilizzati per prestazioni indebite, Medusei risponde che «il tema non è di mia competenza come medico militare, in quanto all’attenzione dei vertici, e non lo è neanche come assessore, in quanto non inerente la salute pubblica, in quanto questione esclusivamente militare».
Medusei afferma inoltre che nel reparto Infermeria «si rispettano i profili professionali e nessun infermiere referta audiometrie o impedenziometrie». Refertare forse no, ma – se le informazioni sulle pagine ufficiali sono corrette – gli addetti alle prestazioni sono infermieri e non tecnici. E in qualche caso si sono iscritti all’Ordine soltanto adesso che la questione è esplosa.
L’Ordine spezzino, interpellato sulla fondatezza degli obblighi di iscrizione e dei divieti di eseguire prestazioni di tipo tecnico, è netto: «È così, la legge è chiara. Anche l’infermiere militare deve essere iscritto, altrimenti è abusivo. E non può praticare esami specifici riferibili a figure tecniche differenti». Pare che un consistente numero di infermieri militari non abbia ancora regolarizzato la sua posizione. Alcuni lo stanno facendo in questi giorni. La Difesa però non risulta aver sospeso nessuno.
Redazione Nurse Times
Fonte: Il Secolo XIX
 
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Zambia, confessione di un’infermiera:”Ho scambiato tra loro almeno 5.000 neonati in culla”

Elizabeth Mwewa, infermiera originaria dello Zambia ha voluto confessare una serie terribile di reati, trovandosi ormai in punto di morte a causa di una patologia oncologica.
Ha voluto chiedere perdono a migliaia di persone per aver scambiato nel periodo compreso tra il 1983 ed il 1995 almeno 5.000 neonati tra loro.
Durante i 12 anni trascorsi in servizio presso il reparto di Maternità dell’University Teaching Hospital di Lusaka avrebbe compiuto questo insano gesto per un numero incredibile di volte, senza una particolare motivazione.
“Avendo un tumore allo stadio terminale mi resta poco da vivere, e voglio rendere conto dei miei peccati”. L’infermiera, secondo il suo racconto allo Zambian Observer, avrebbe scambiato migliaia di volte i bambini poco dopo la nascita solamente “per divertimento”.
“Ho trovato Dio e sono rinata – ha spiegato la donna al giornale zambiano – e quindi non voglio più nascondere nulla: nei 12 anni in cui ho lavorato come infermiera al reparto Maternità dell’UTH ho scambiato nelle loro culle circa 5.000 neonati”.
Ora che le resta poco da vivere, si è resa conto di aver “peccato contro Dio, e spero che lui mi possa perdonare. E chiedo anche agli zambiani di perdonarmi per tutto il male che ho fatto a bambini innocenti. Ho provocato il divorzio di alcune coppie che, sebbene fossero fedeli, hanno pensato a un tradimento dopo il test del DNA. Ho fatto allattare a molte madri figli non loro”.
Elizabeth Mwewa ha pertanto invitato tutti i bambini nati nell’ospedale di Lusaka tra il 1983 e il 1995 a verificare la propria identità attraverso test del DNA, in modo particolare se ritengono di non avere somiglianze con i genitori.
“Scambiavo i bambini per divertimento. Quindi se tutti i vostri fratelli e sorelle hanno la pelle molto scura e voi ce l’avete più chiara, è probabile che vi abbia scambiato io, e mi dispiace molto per questo”.
Simone Gussoni
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Quattro mesi per una Pet: Bari in ritardo nella riduzione delle liste d’attesa

Nel capoluogo pugliese i tempi per un esame così importante sono ancora lunghi. Bene, invece, Taranto, Lecce e Acquaviva delle Fonti.
Nella sala d’attesa del reparto di Ginecologia oncologica del Policlinico di Bari (foto) si confrontano le ansie e le disperazioni. Nel naturale circuito di mutuo aiuto, ognuna porta la sua esperienza per accorciare i tempi e aumentare le speranze. «Prova a Napoli: l’esame è disponibile in tempo reale, anche se devi pagare pernottamento e trasferta per te e per l’accompagnatore», spiega una paziente col tumore ovarico che non può aspettare quattro mesi per una Pet. «Vado a Milano e faccio tutto lì», risponde un’altra dopo avere rifiutato a Bari la prima data utile per lo stesso esame a settembre.
«Le liste d’attesa sono un problema insopportabile», conferma Adele Leone, presidente barese dell’Alleanza contro il tumore ovarico (Acto), che raccoglie decine di segnalazioni e le trasforma nella comune battaglia di civiltà. Le liste d’attesa sono un disagio per tutti, insostenibile quando a prenotare la visita è un paziente oncologico, che avrebbe diritto a una corsia differente dal Cup, il Centro unico di prenotazioni. In Puglia succede a macchia di leopardo: nella neonata Rete oncologica ci sono territori come Taranto, Lecce e Acquaviva delle Fonti che hanno già reso funzionanti le equipe multidisciplinari che prendono in carico il paziente, lo orientano nelle cure e lo aiutano anche nelle pratiche burocratiche.
Policlinico e Asl di Bari, però, non sono ancora operativi. «Per aprile abbiamo autorizzato prestazioni aggiuntive e la Pet funziona tutti i pomeriggi e il sabato», garantisce Giovanni Migliore, direttore generale del Policlinico, che ha avviato un piano di reclutamento di nuovi tecnici e medici per far funzionare a tempo pieno le apparecchiature. Per capire il dramma dei pazienti oncologici bisogna leggere un codice: lo 048 dà diritto all’esenzione, dunque a ricevere gratuitamente tutte le prestazioni sanitarie legate alla malattia. Fino a tre mesi fa lo stesso codice non consentiva di saltare le liste d’attesa e obbligava comunque i malati di tumore a fare la spola tra Cup e reparti per conquistare una data utile per esami strumentali alle diagnosi e ai controlli come Pet e Tac.
Da inizio anno, in Puglia, è nata la Rete oncologica, per volontà politica del governatore Michele Emiliano e per obbligo di legge. «Siamo stati i primi al Sud – ricorda Giovanni Gorgoni, direttore generale dell’Ares (l’Agenzia regionale per la sanità) –. Siamo stati ambiziosi e abbiamo deciso di partire subito, pur consapevoli che non tutte le aziende ospedaliere erano pronte. Meglio avere inseguitori di buone pratiche che aspettare per anni».
Per seguire i pazienti oncologici e 22mila nuovi casi di tumori all’anno, in Puglia sono nati 18 Coro, i Centri di orientamento oncologico, ciascuno costituito da oncologo, psiconcologo, assistente sociale, funzionario amministrativo, infermiere e volontario. Ogni Coro garantisce – con un investimento pubblico di 300mila euro all’anno – la presa in carico totale del paziente, dalla prenotazione delle visite alle pratiche per l’invalidità.
«Nel 2018 sono stati eseguiti in Puglia 700 interventi chirurgici in più – assicura Gianmarco Surico, coordinatore della Rete –. Effettivamente la situazione adesso è diversa a seconda dei territori, visto che a Taranto hanno già fatto 300 prestazioni e altre 100 al “Miulli” di Acquaviva». Operativo anche il Coro di Lecce e dell’Oncologico di Bari, mentre non sono ancora a regime quello del Policlinico e della Asl di Bari (uno all’ospedale San Paolo e un altro a Molfetta).
Succede così che le pazienti seguite dalle strutture del capoluogo regionale debbano ancora affidarsi alle trasferte per ottenere una prestazione urgente in tempo reale. Le attrezzature non mancano. In Puglia ci sono, per esempio, sette Pet fra San Giovanni Rotondo, Foggia, Barletta, Bari, Brindisi, Taranto e Lecce. Una è in fase di assegnazione – dice Surico – per completare il fabbisogno. Anche il Policlinico ha la sua Ferrari, ma senza sufficienti piloti: nel reparto di Medicina nucleare è partita così la corsa a reclutare medici e tecnici specializzati.
La direzione generale ha autorizzato da aprile prestazioni aggiuntive per far fronte all’emergenza. «Sono stati assegnati nuovi tecnici, che stanno seguendo un programma di formazione non con consulenti esterni ma col personale interno – assicura il direttore Migliore –. L’obiettivo è raddoppiare l’offerta delle prestazioni nei prossimi sei mesi».
Redazione Nurse Times
Fonte: la Repubblica
 
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Asl Toscana Sud Est, negli ospedali arriva l’infermiere tutor

È responsabile dell’accertamento infermieristico, della pianificazione delle attività e della misurazione degli esiti di assistenza.
Per tutta la durata del ricovero in ospedale il paziente potrà contare su un infermiere di riferimento, che ha la responsabilità assistenziale del paziente stesso. Si tratta di un nuovo modello organizzativo che la Asl Toscana Sud Est sta portando avanti, ed è la prima azienda a farlo in Toscana su scala così ampia.
«Il modello di presa in carico infermieristica – spiega il direttore del Dipartimento delle professioni infermieristiche e ostetriche, Lorenzo Baragatti – si ispira alla modalità Primary Nursing, dove, durante la degenza, viene assegnato un infermiere tutor, responsabile dell’accertamento infermieristico, della pianificazione delle attività e della misurazione degli esiti di assistenza. Si genera così una forte relazione infermiere-assistito, che, evidenze alla mano, migliora l’aderenza della persona alle cure, facilita i processi educativi e assicura la personalizzazione delle attività».
Il progetto è in fase più avanzata nel Grossetano, in partenza all’ospedale di Abbadia San Salvatore, è già in atto a Sansepolcro e Montevarchi, ed è in rampa di lancio ad Arezzo e negli ospedali senesi. L’obiettivo, in prospettiva, è di estendere il modello a tutti i presidi della Sud Est, alle aree territoriali e a tutti i reparti. Intanto si parte con quelli che prevedono degenze più lunghe, cioè le aree mediche.
Si va verso una nuova gestione e pianificazione delle azioni in corsia, di una maggiore condivisione tra infermiere e famigliari dei pazienti, anche attraverso le lavagne che saranno installate nei corridoi e in cui i familiari troveranno il nome della figura di riferimento. Negli ultimi anni si è infatti sviluppata la necessità di organizzare l’assistenza infermieristica secondo modelli integrati e multiprofessionali, personalizzando il percorso dei singoli pazienti. Deve quindi crescere l’attenzione alla relazione empatica tra paziente e infermiere, con l’assistito che diventa protagonista del processo di cura grazie a una sistematica attività di comunicazione e confronto. Un cambio epocale per la figura dell’infermiere, che vede aprirsi profili sempre più qualificati.
«Questa è la migliore modalità di assistenza ad oggi riconosciuta dalla comunità professionale, e genera soddisfazione sia nell’assistito che nel personale di assistenza – sottolinea Baragatti –. È un progetto ambizioso, che prende inizio dopo un anno di confronto con il personale interessato, che ha da subito dimostrato entusiasmo e volontà di migliorare le attività quotidiane. Dopo il periodo di formazione, è stato adottato un manuale aziendale di presa in carico, che rappresenta il faro a cui far riferimento, per poi adattarlo a ogni singola realtà, senza snaturarne principi e contenuti base».
Redazione Nurse Times
Fonte: La Nazione
 
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Demansionamento a Potenza, Fials ai vertici del San Carlo: “Tutelate la salute dei lavoratori”

La segreteria provinciale del sindacato scrive al direttore generale e alla direttrice sanitaria, annunciando il ricorso alle vie legali in caso di mancato riscontro.
Fials Potenza denuncia come gli infermieri continuino a svolgere sistematicamente mansioni inferiori al proprio profilo professionale. Il sindacato chiede ai vertici aziendali dell’ospedale San Carlo di trovare una risoluzione in tempi brevi per evitare il ricorso alle vie legali. Il segretario provinciale Fials, Giuseppe Costanzo, nei giorni scorsi ha scritto due distinte note al direttore generale Massimo Barresi e alla direttrice sanitaria Angela Pia Bellettieri per evidenziare le gravi carenze di personale oss di alcune Unità operative del nosocomio potentino.
Gli infermieri – sostiene la Fials – si trovano costretti così a erogare prestazioni assistenziali che prevedono, puntualmente, mansioni inferiori al proprio profilo professionale. Gli esempi non sono pochi: assunzione dei pasti, cambio della biancheria, rifacimento letti e igiene personale, ritiro delle vettovaglie, cambio dei pannoloni, risposte ai campanelli, mobilizzazione, trasporto in sala operatoria e in area diagnostica e cure.
“Questa situazione – dichiara Costanzo – compromette gravemente i livelli essenziali di assistenza e sicurezza, tenendo in considerazione le molteplici e specifiche attività da svolgere, difficilmente gestibili con un numero esiguo di personale infermieristico e soprattutto di oss”. Il segretario provinciale Fials, nelle note inviate in difesa della dignità professionale degli infermieri, richiama la consolidata giurisprudenza che definisce ruoli e compiti del personale: “La carenza organica del personale oss non può giustificare l’uso improprio di professionalità superiori”.
Inoltre, “carichi di lavoro eccessivi e impropri sono particolarmente stressanti in contesti clinici a elevata complessità assistenziale, dove le persone malate richiedono una qualificata assistenza infermieristica. Esemplificativa è la Geriatria del San Carlo: fino a un anno fa il modello organizzativo prevedeva la presenza degli oss per tutte le 24 ore; tuttavia, a causa delle assenze mai sostituite del personale oss, l’infermiere di notte è ora costretto a sovraccarichi riguardanti attività esclusive di oss, ausiliari e ota. Di recente la situazione si è aggravata per effetto del trasferimento di un altro oss senza una motivazione”.
Poiché il fenomeno del demansionamento perdura, accertando non la propria eccezionalità, bensì la cronicità del “super lavoro”, con in gioco la salute dei lavoratori, la Fials richiama i vertici aziendali al proprio dovere di tutela e diritto alla salute degli stessi e invita la direzione strategica a concordare una soluzione bonaria in quindici giorni, passati i quali l’ufficio legale del sindacato provvederà a tutelare i diritti dei lavoratori in tutte le sedi.
Redazione Nurse Times
Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno
 
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Fials Bari e Bat su Sanitaservice: “Compiuto un passo avanti”

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa redatto dalla segreteria provinciale del sindacato.
Presso la Presidenza della Giunta regionale della Puglia si è tenuto un apposito incontro tra le organizzazioni sindacali e la task force della Regione Puglia in ordine ad alcune problematiche della Sanitaservice.
Dopo ampio confronto, ci è stato comunicato che la Giunta regionale nella prossima seduta approverà la deliberazione inerente il fabbisogno di personale delle Aziende sanitarie della Regione Puglia, dando così la possibilità di determinare le vacanze di organico che possono essere coperte a tempo indeterminato dai lavoratori delle Sanitaservice, consentendo così le trasformazioni dei rapporti di lavoro precari in contratti a tempo indeterminato.
Si tratta di contratti in scadenza nella Sanitaservice, Asl Bat e Asl Brindisi, rispettivamente il 30/04/2019 e il 30/06/2019, mentre per quanto riguarda i lavoratori della Sanitaservice Policlinico Bari la scadenza è nell’anno 2020. E comunque si dovranno attendere le decisioni in merito del direttore generale Giovanni Migliore, che era assente all’incontro.
Per quanto riguarda invece la progressione orizzontale di carriera dei dipendenti delle Sanitaservice e il passaggio dalla categoria economica A1 ad A2, la Fials ha chiesto alla task force della Regione Puglia di dare precise indicazioni agli amministratori unici delle società al fine di garantire omogeneità di comportamento, anche nei tempi, e i relativi incrementi economici stipendiali.
La segreteria provinciale di Fials Bari e Bat, fiduciosa che il costruttivo confronto con la Regione Puglia, i vertici delle Sanitaservice e i direttori generali possa dare finalmente risposta alle legittime aspettative sia dei lavoratori attualmente in servizio con contratto a tempo determinato che di quelli che attendono da tempo il passaggio dalla categoria  A1 a quella A2, con una soluzione definitiva e ultimativa, quale atteso e giusto riconoscimento. Convinti come siamo che la posizione già espressa dalla Fials in tutte le trattative aziendali sia l’unica strada che consenta di superare discriminazioni tra i lavoratori e tempistica certa nell’applicazione delle disposizioni legislative e contrattuali in tutte le società Sanitaservice della Regione Puglia, condizione inderogabile per società di diritto privato, ma controllate al 100% dalla pubblica amministrazione.
La SegreteriaG. Mastrolonardo – A. Somma
 
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Sindrome ipereosinofilica, dall’anti-asma benralizumab nuove speranze in fase 2 [Varie]

Un piccolo studio di fase 2, di recente pubblicazione su NEJM, ha dimostrato che la somministrazione sottocute di benralizumab, un farmaco recentemente introdotto anche nel nostro Paese per il trattamento delle forme eosinofiliche di asma grave, si è dimostrata efficace anche nel trattamento sperimentale della sindrome ipereosinofilica (HES), nei casi di fallimento o di intolleranza ai farmaci già esistenti.

Hiv, regime a due farmaci con dolutegravir/rilpivirina mantiene la soppressione virologica a 148 settimane [Varie]

Gli studi SWORD dimostrano la tollerabilità e l’efficacia duratura nel lungo termine di dolutegravir più rilpivirina, il primo regime completo d’associazione monocompressa, che contiene solo 2 farmaci per il trattamento di soggetti adulti con HIV in soppressione virologica

Doc Generici acquisita da due società di private equity, affare da $1,2 mld [Business]

Le società di investimento Intermediate Capital Group e Merieux Equity Partners hanno concordato di acquisire Doc Generici, uno dei principali produttori italiani di farmaci generici. A cedere l’azienda per un importo non divulgato è CVC Capital Partners, a sua volta, una società di investimenti.

Asma non controllato, azitromicina riduce carica batterica H. influenzae [Pneumo]

Per quanto l’azitromicina non influenzi la carica batterica totale a livello delle vie aeree respiratorie inferiori nei pazienti con asma persistente non controllato, il ricorso a questo antibiotico si associa ad una riduzione significativa della diversità tassonomica dei ceppi batterici residenti. E’ questo il caso di H. influenzae, specie patogenica che subisce un declino significativo a seguito del trattamento antibiotico. Lo dimostrano i risultati di un’analisi dello studio AMAZES (Asthma and Macrolides: The Azithromycin Efficacy and Safety), un trial randomizzato e controllato vs. placebo, della durata di 48 settimane, pubblicati sulla rivista the American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine.

Migliaia di pensionamenti in sanità per “Quota 100”: è questa l’occasione per iniziare a fare veramente gli infermieri?

L’imminente pensionamento di decine di migliaia di infermieri dipendenti pubblici che il sistema sanitario nazionale dovrà affrontare nei prossimi mesi viene da molti visto come una potenziale criticità grave, che potrebbe dare il colpo di grazia ad una sanità pubblica da anni in declino.
Ma volendo osservare la questione da un altro punto di vista, ed in ottica più che ottimistica, potrebbe essere questa l’occasione per iniziare a fare veramente gli infermieri in reparto?
Analizzando i bandi pubblicati negli ultimi mesi appare evidente come la sanità italiana intenda investire maggiormente sulla figura dell’operatore socio sanitario e meno su quella infermieristica.
Facendo una semplice ricerca sui principali siti concorsuali si può subito notare come le selezioni di infermieri prevedano l’assunzione di pochissime unità, a fronte dei quasi 100.000 colleghi che raggiungeranno finalmente il meritato riposo. I bandi di molte aziende ospedaliere rivolti agli operatori socio sanitari invece mettono a disposizione centinaia di posti, se non migliaia.
Ma indipendentemente dalle supposizioni relative a meri dati statistici, ha davvero senso pensare che decine di migliaia di infermieri possano essere sostituiti nel giro di pochi mesi attraverso il sistema dei concorsi pubblici?
Potrebbe essere questa una situazione paradossale dalla quale trarre beneficio iniziando ad essere veramente i responsabili dell’assistenza infermieristica e non i meri esecutori di ogni mansione domestico alberghiera richiesta in reparto?
Visto il costante marasma legislativo riguardante la professione infermieristica e le attività ad essa connesse e la totale mancanza di controlli da parte degli organi competenti, potrebbe essere questo il momento di responsabilizzare e abilitare gli operatori socio sanitari ad eseguire alcune prestazioni (che in molte realtà già eseguono da anni) quali la somministrazione di terapia orale, la rilevazione completa dei parametri vitali e la gestione di buona parte dell’assistenza diretta al paziente?
Dovremmo trarre spunto da quanto accadde oltre 100 anni fa in molte aziende dell’epoca?
In tale epoca si affermò e si diffuse il Taylorismo. Ogni tecnica di un ciclo produttivo venne pertanto suddivisa in una serie di operazioni elementari e distinte. Ognuna venne affidata ad un singolo lavoratore.
La suddivisione delle mansioni in sanità rappresenta la forma prevalente di divisione del lavoro, e da decenni contraddistingue anche le attività dei reparti ospedalieri, soprattutto in quelli nei quali le stesse siano poco articolate.
Ed ecco che il personale infermieristico da sempre effettua il giro flebo, il giro pressioni ed il giro delle medicazioni ad esempio.
Frederick Taylor è diventato famoso come il “padre del management scientifico” venendo ricordato come “specialista dell’efficenza”.
Era convinto che le parti di ogni attività lavorativa svolta potessero essere analizzate scientificamente, misurate, quantificate in termini temporali e standardizzate per massimizzarne l’efficienza ed il profitto.
Il punto centrale del sistema di Taylor è la nozione secondo la quale ci sarebbe sempre un modo migliore per svolgere qualsiasi mansione, ed assicurarsi che ogni lavoratore faccia ciò sarebbe la responsabilità principale di ogni buon manager o coordinatore.
“Nel passato veniva prima l’uomo; nel futuro, il sistema deve essere al primo posto”, spiegava Taylor.
E allora perché non stravolgere questo sistema sanitario ormai moribondo e trarre vantaggio dalla ormai insanabile carenza di infermieri?

Certo, più volte è stato ribadito come l’assistenza infermieristica debba essere personalizzata, culturalmente congruente e chi più ne ha più ne metta. Applicare il Taylorismo in sanità potrebbe non permettere il raggiungimento di tali obiettivi. Ma fino ad oggi tutto ciò è mai stato conseguito?
Simone Gussoni
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Come elevare il livello culturale della professione infermieristica in Italia?

Di seguito vi proponiamo il pensiero del dott. Gaetano Ciscardi che pone un interrogativo cercando di dare una lettura critica sullo stato dell’arte della professione infermieristica con delle proposte altrettanto interessanti
Il Professionista Infermiere: cosa occorre per elevare il livello culturale della professione in Italia?
Gli anni passano, le lotte continuano, ma il livello della “casta” degli infermieri italiani rimane ancora troppo ancorato ad anacronistici modi di agire, pensare e di essere che non corrispondono assolutamente all’identikit dell’infermieristica intesa come “scienza delle cure”. Urge pertanto il bisogno di intraprendere un percorso che ci traini a tutti noi professionisti verso quella ascesa che da troppo tempo la categoria aspetta invano.
La situazione infermieristica in Italia, come ben risaputo dagli addetti dei lavori e non, rimane ben salda in un limbo in cui difficilmente – e forse in parte volutamente troveremo via d’uscita.
Diventa difficile credere in una rivoluzione della scienza infermieristica quando ancora vi è una categoria in completa disgregazione tra pensieri culturali volti ad innovazione, implementazione di competenze, agire secondo evidenze scientifiche e studi di ricerca in contrasto con pensieri “missionari” verso l’utenza, volti al solo soddisfacimento delle aziende che giorno dopo giorno sfruttano la nostra malleabilità e versatilità nel compiere e ricoprire mansioni assolutamente superate appartenenti ad una categoria professionale che non esiste più e che dal 1994 ad oggi è mutata totalmente (almeno sulla carta).
In un contesto del genere, in cui l’infermiere si trova in un ibrido professionale, viene fuori la necessità di affrontare una volta per tutte il salto professionale che la categoria infermieristica da un 1/4 di secolo si è vista riconoscere dalla giurisprudenza ma che difatti ancora risulta non applicato nel campo pratico e teorico della professione.
Come ogni giusta rivoluzione, il concetto è quello di ripartire dalle fondamenta e nella fattispecie dalla formazione; il primo investimento che la categoria dovrebbe spendere riguarda la formazione universitaria e post-universitaria, la quale oggi risulta troppo eterogenea in tutto il territorio Nazionale. Dovrebbe scorrere nelle aule universitarie una corrente teorica e scientifica uniforme, volta alla preparazione di veri futuri professionisti e non di soldatini delle aziende pubbliche o private pronti a ricoprire qualsivoglia mansione per riempire le già piene tasche dei dirigenti.
Per attuare quanto detto occorre sicuramente creare ex novo una nuova cultura infermieristica, inserendo nuove figure, alcune già esistenti ma senza esserne certificati in termini di titoli, altre completamente di nuova matrice ma che la società e la richiesta di bisogno di salute moderna della popolazione necessità sempre di più.
Pertanto si dovrebbe puntare ad una riforma che porti a:
Laurea triennale prolungata di un anno (quadriennale) con inserimento delle Lauree Specialistiche (Infermieristica in medicina generale, Infermieristica in chirurgia generale ed Infermieristica in area critica della durata di 3 anni; Infermieristica neuro-psichiatrica, Infermieristica geriatrica, Infermieristica di famiglia e di comunità, Infermieristica di sanità pubblica ed Infermieristica materno-infantile e pediatrica (con susseguente eliminazione del corso di Laurea in Infermieristica Pediatrica) tutti della durata di 2 anni. Inoltre verrebbe mantenuta la Laurea Magistrale, trasformata in “Scienze del management infermieristico” (non includendo le Ostetriche) sempre di durata biennale per funzioni dirigenziali e di docenza (universitaria e scolastica). Il Dottorato di Ricerca risulterebbe invariato;
Programmi didattici ubiquitari in tutte le università, con revisione periodica almeno quinquennale degli stessi;
Riassetto del corpo docenti, assicurando che nelle aule universitarie vi siano Laureati Magistrali (titolo necessario) e PhD (Dottori di Ricerca, che avrebbero la precedenza rispetto ai Dottori Magistrali);
Riforma del programma di tirocinio a livello nazionale, dove nel nuovo piano quadriennale di formazione base venga stilato un piano di obiettivi unico in tutti i Corsi di Laurea Italiani, eliminando competenze non più di natura infermieristica (mansioni domestico-igienico-alberghiere), garantendo la formazione di tutor adeguatamente formati e che seguano con dedizione e competenza i tirocinanti, i quali dovranno frequentante almeno 500 ore di tirocinio garantiti per ogni anno accademico, mentre i tirocini per le Lauree Specialistiche verrebbero organizzati sulla base della disciplina del ramo frequentato;
Chiaramente la trasformazione della Laurea triennale odierna in Laurea quadriennale, comporterebbe un cambiamento drastico non solo didattico a livello universitario ma anche di inserimento nel mondo del lavoro, in quanto l’infermiere con il solo titolo di base si vedrebbe limitato a lavorare solo in determinati contesti e non nei reparti ospedalieri (al pari della figura medica).
Quindi l’accesso ai concorsi non avverrebbe alla pari per tutti ma per branca di specializzazione (es. bando di concorso per copertura n. 3 posti per Infermieri di area critica per U.O.C. M.C.A.U., alla quale potranno partecipare solamente chi risulta essere in possesso della laurea specialistica di riferimento, e così via per le altre specializzazioni).
Quindi sorge spontanea la domanda ma “l’infermiere con la sola laurea quadriennale in che contesti lavorativi potrà essere inserito”? La risposta è data dai seguenti punti:
Case di riposo private.
Case di cura private non settoriali.
RSA
Laboratorio analisi e centri privati di diagnostica strumentale.
Aziende pubbliche e private non sanitarie.
Eventi o manifestazioni sportive.
Inserimento della figura di Infermiere di guardia, in collaborazione con il Medico di Guardia, quest’ultima figura che spesso si trova a lavorare da SOLO in contesti critici e di emergenza senza nessun supporto sanitario e svolgendo mansioni prettamente infermieristiche.
Alle succitate proposte da impiantare nel sistema di formazione universitaria, andrebbero anche apportate altre modifiche. Oggi se la professione infermieristica soffre il fenomeno del demansionamento e della deprofessionalizzazione lo deve non solo ad un livello formativo accademico che nella quasi totalità degli atenei risulta essere insufficiente (specie nella parte di tirocinio), ma anche ad una cultura sociale che vede l’infermiere come il tuttofare della sanità, il factotum pronto a sacrificarsi per il bene dell’utenza e dell’azienda.
Concentrandoci su questo punto, forse anche apportando tutte le migliorie possibili al sistema universitario verrebbe difficile farci identificare alla popolazione come Dottori in Infermieristica, perchè apparteniamo ad una cultura che ci vede come “quelli che fanno i giro-letti, che si occupano dell’igiene o che mettono padelle”, aldilà del titolo che mostreremo.
Verosimilmente, di pari passo alla riforma accademica, occorrerebbe forse distaccarci dalla nomenclatura INFERMIERE (che purtroppo oggi ci vede confusi anche con le Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, che tengo a precisare che secondo la giurisprudenza NON SONO INFERMIERE ABILITATE ALL’ESERCIZIO DELLA PROFESSIONE INFERMIERISTICA), e cambiare magari totalmente il nostro modo di identificarci, dando un taglio netto con il passato che tanto ancora ci penalizza, ma senza mai dimenticare da dove proveniamo (perchè la storia non si rinnega mai).
Quindi un’idea per ridare linfa e credibilità alla nostra professione sarebbe quella di cambiare nome (considerando che non si può continuare a confondere l’utenza che ci vede menzionati allo stesso modo delle Infermiere Volontarie della CRI), visto e considerando che loro per tradizione, storia e cultura sono legate al loro appellativo, potremmo invece distaccarcene noi.
Un nome pensato dal sottoscritto per sostituire la parola Infermiere è quello di Educatore della Salute, un appellativo che forse più di tutti racchiuderebbe al meglio il nuovo ruolo che la società oggi ci richiede ma allo stesso tempo fatica a riconoscerci per mancanza di credibilità che noi stessi e il sistema sanitario non riusciamo a garantire. Ovvio è che si tratta di un suggerimento, una semplice proposta, ma il focus principale sarebbe quello che gli esponenti maggiori della categoria si sedessero attorno ad un tavolo per discutere questa tematica e proporre un eventuale cambio di nome dell’attuale professionista Infermiere, qualunque esso sia. D’altronde la frase “Dottore in Educazione alla Salute” non suona assolutamente così male!
Chiaramente, a fronte di quanto discusso, una nota di merito andrebbe fatta sull’incremento economico che la professione aspetta da tempo immemore.
L’aumento delle responsabilità e delle competenze professionali ovviamente dovrebbe camminare di pari passo con un adeguamento dei CCNL pubblici e privati, dove a modesto avviso, sarebbe assolutamente auspicabile che lo stipendio base percepito da ogni professionista infermiere dovrebbe essere di almeno 2000 € (il tutto differenziando ovviamente un infermiere specializzato turnista da uno giornaliero e da un infermiere con la sola laurea quadriennale). Alla base di questo aumento che si attende da 3 lustri, andrebbero considerati oltre all’incrementazione dell’autonomia, competenze e delle responsabilità professionali altri parametri quali:
Professione usurante (e l’infermiere vi rientra di diritto).
Formazione Continua di alto livello (rivedendo quindi la qualità degli attuali corsi ECM).
Richiesta di mantenimento di alti standard qualitativi di assistenza.
Come abbiamo visto il calderone delle proposte può essere veramente enorme, con all’interno alcuni suggerimenti totalmente nuovi, altri già esistenti ma mai applicati (come le Lauree Specialistiche e la determinazione delle “competenze avanzate”).
Il punto non è quali o quante di queste iniziative possano realizzarsi, ma fare qualcosa di concreto e tangibile che dia una svolta ad una professione che risulta angustiata da una palese crisi d’identità.
 
Dott. Gaetano Ciscardi
 
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Corso Fad Ecm Gratuito “Vaccinazione anti-Hpv nelle donne” per infermieri (crediti ECM 6)

Vaccinazione anti-Hpv nelle donne già trattate per lesioni Hpv-correlate e nelle donne adulte di età >25 anni. Nuove evidenze nella prevenzione del cervico-carcinoma
Evento Ecm (6 crediti) gratuito realizzato dalla AOGOI riservato alle seguenti specializzazioni:
Assistente sanitario,
Biologo,
Dermatologia e venereologia,
Endocrinologia,
Ginecologia e ostetricia,
Igiene,
epidemiologia e sanità pubblica,
Infermiere,
Medicina generale (medici di famiglia),
Ostetrica/o,
Pediatria, Pediatria (pediatri di libera scelta),
Urologia,
Razionale scientifico e obiettivo del corso FAD
Una grande innovazione come il vaccino HPV-9, se da una parte offre una grandissima
opportunità, dall’altra rappresenta una sfida e un grande impegno per tutti coloro che
lavorano nella Sanità Pubblica, in particolare nella gestione della prevenzione del carcinoma della cervice uterina, che non si avvale più solo del Pap Test, ma anche dell’HPV test e del vaccino.
Questo maggiore impegno comprende anche l’apprendimento di adeguate capacità comunicative e di un corretto counselling, fondamentale per ottenere
l’aderenza consapevole degli utenti.
Questa FAD si pone quindi non solo l’obiettivo di aggiornare i professionisti della salute sul ruolo del virus HPV nella patogenesi e nella progressione a cancro, sull’efficacia del vaccino HPV-9, anche nella popolazione di donne adulte e già trattate per lesioni HPV-correlate, ma anche di dare loro indicazioni su come istruire gli utenti (donne/coppie/genitori/ragazzi), ovvero su come comunicare e condurre un corretto counselling.
L’attività formativa FAD è composta da tre moduli:
Modulo 1
INFEZIONE DA HPV E SUA EVOLUZIONE
Modulo 2
PREVENZIONE PRIMARIA E SECONDARIA DELLE PATOLOGIE HPV-CORRELATE
Modulo 3
IL PROGETTO SPERANZA
Modulo 4
ASPETTI DI GESTIONE E COUNSELLING MEDICO/OPERATORE SANITARIO-DONNA
 
Per accedere al corso FAD CLICCARE QUI
Allegati
Programma scientifico 
Scheda del corso
L’articolo Corso Fad Ecm Gratuito “Vaccinazione anti-Hpv nelle donne” per infermieri (crediti ECM 6) scritto da Massimo Randolfi è online su Nurse Times.

Cassazione “la reiterazione dei contratti a termine non trasforma il rapporto da tempo determinato ad indeterminato”

La Cassazione ribadisce che la reiterazione dei contratti a termine nel pubblico impiego non trasforma il rapporto di lavoro da tempo determinato ad indeterminato
Una dipendente assunta con il profilo di operatore di sostegno, categoria C, comparto unico della Valle d’Aosta, a seguito della reiterazione di tre contratti a tempo determinato succedutisi nel tempo, proponeva ricorso al Giudice del lavoro in ragione del superamento del limite temporale di 9 mesi, chiedendo di;
a) accertare la illegittimità dell’apposizione del termine, ossia, la trasformazione dei contratti in un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato alle dipendenze della Regione Valle d’Aosta a far data della prima stipulazione;
b) ottenere la corresponsione delle somme non percepite nei periodi di interruzione del rapporto di lavoro tra i singoli contratti;
c) il risarcimento dei danni derivati dall’abusivo ricorso ai contratti a tempo determinato, da liquidarsi nella misura di venti mensilità della retribuzione globale di fatto o nella diversa misura ritenuta di giustizia;
d) la condanna della Regione Valle d’Aosta “in ogni caso…a rifondere alla ricorrente tutti i danni patiti in conseguenza del contegno illegittimo tenuto dal datore di lavoro nel caso per cui è giudizio da liquidarsi anche in via equitativa da parte del Giudice del Tribunale di Aosta, salva determinazione nei termini di legge”.
Il Giudice di prime cure del Tribunale di Aosta, ha ritenuto fondate le ragioni dell’illegittimità prospettate in ricorso, negando però la conversione del rapporto di lavoro da determinato ad indeterminato stante il divieto di cui all’art. 97, comma 3 Cost. e dell’art. 36, comma 2, del D.Lgs. n. 165/2001, riconoscendo però il diritto della ricorrente al risarcimento del danno conseguente alla abusiva reiterazione e, in applicazione analogica dell’art. 18 L. n. 300/70, liquidando il danno nella misura di venti mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.
Rigettava poi la domanda risarcitoria per il mancato pagamento della retribuzione nei periodi non lavorati intercorsi tra i diversi contratti, mentre riconosceva, in caso di continuità dei contratti a tempo determinato con la sola interruzione dell’attività scolastica coincidente con le vacanze estive, la retribuzione illegittimamente non pagata (pari a complessivi euro 10.510,00).
La sentenza veniva impugnata dalla Ragione Valle D’Aosta e incidentalmente dalla stessa lavoratrice.
La Corte di Appello di Torino accoglie parzialmente l’appello della Regione Autonoma Valle d’Aosta e respinge l’appello incidentale della lavoratrice negando il diritto di quest’ultima al risarcimento del danno riconosciuto dal primo giudice riformando il capo della sentenza di primo grado che aveva condannato la Regione al pagamento, in applicazione analogica dell’art. 18 legge n. 300/70, di venti mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre ad euro 10.510,00 per i periodi feriali estivi illegittimamente non pagati.
Le motivazioni del rigetto posto a fondamento della sentenza espressa dalla Corte territoriale sono riconducibili ai seguenti motivi:
a) i contratti a tempo determinato erano stati stipulati in violazione della L.R. n. 68 del 1989 e della L.R. n. 22 del 2010, art. 42 che, con norme di identico contenuto, stabiliscono che il ricorso ai contratti a termine da parte della Regione deve essere giustificato da esigenze straordinarie e temporanee, prevedendo il limite temporale di nove mesi;
b) è respinta la domanda volta ad ottenere la conversione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, in quanto la pretesa è contrastante con l’art. 97 Cost. e con il D.Lgs. n. 165 del 2001 agli artt. 35 e 36; tali disposizioni infatti hanno carattere speciale e prevalgono sulla disciplina del contratto a termine dettata dal D.Lgs. n. 368 del 2001, come affermato dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 14350 del 2010, Cass. n. 392 del 2012);
c) in ossequio alla giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 392 del 2012 cit.), il danno non può ritenersi in re ipsa, ma deve essere dimostrato in giudizio dalla lavoratrice, la quale, non aveva fornito alcuna allegazione in merito al danno patito.
Ricorre per Cassazione la lavoratrice depositando in atti la sent. SS.UU. n. 5072 del 2016 e con controricorso si costituisce la Regione Valle d’Aosta.
Con il primo motivo di ricorso la ricorrente lamenta violazione di legge in relazione a direttive comunitarie, sostenendo che, in un’interpretazione conforme al diritto dell’Unione, occorrerebbe interpretare le disposizioni di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001 nel senso ravvisare un’ipotesi di deroga al divieto di conversione statuito dall’art. 36 di tale decreto nel caso di reiterazione illegittima di contratti a tempo determinato da parte della Pubblica Amministrazione.
Con il secondo motivo, denuncia la violazione e la falsa applicazione dell’art. 36 D.Lgs. n. 165 del 2001 e della clausola n. 5 dell’Accordo quadro europeo CES, UNICE e CEEP in tema di contratti a termine, censurando la sentenza nella parte cui non ha riconosciuto il risarcimento del danno ritenendo che lo stesso dovesse essere oggetto di prova e non potesse essere liquidato quale conseguenza immediata e diretta dell’accertato ricorso abusivo da parte del datore di lavoro alla stipulazione di contratti a tempo determinato.
Con il terzo motivo, la ricorrente lamenta violazione di legge in relazione agli artt. 1218, 1223, 1226, 1227, 2056 e 2697 cod. civ. e alla clausola n. 5 dell’Accordo, nonché vizio di motivazione, nella parte in cui la sentenza ha ritenuto che la ricorrente non avesse fornito alcuna allegazione né deduzione probatoria in merito al danno patito e nella parte in cui ha riformato la sentenza di primo grado escludendo il diritto al risarcimento del danno pari alle retribuzioni non percepite nel periodo feriale.
Inoltre, lamenta che a norma degli artt. 1218 e 1223 cod. civ., devono essere risarciti anche i pregiudizi patiti dal creditore a titolo di perdita subita e/o mancato guadagno che siano conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento del debitore, ossia il danno emergente e lucro cessante.
La Corte infatti aveva omesso di considerare il fatto dello stato di disoccupazione derivante dalla perdita del posto di lavoro, oltre che il fatto della perdita della retribuzione per i periodi non lavorati, tutti fatti produttivi di danno risarcibile indotto dall’abuso imputabile alla Pubblica Amministrazione.
La Cassazione analizzati i motivi di ricorso spiega che; in ordine alla mancata conversione del rapporto di lavoro, va richiamato il consolidato orientamento della Corte costituzionale, cui si è uniformata la costante giurisprudenza di questa Corte.
L’art. 36, comma 8, del D.lgs. n.  29 del 1993 (poi trasfuso nell’art. 36, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001), secondo il quale la violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori da parte delle pubbliche amministrazioni non può comportare la costituzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, si riferisce a tutte le assunzioni avvenute al di fuori di una procedura concorsuale, operando anche nei confronti dei soggetti che siano risultati solamente idonei in una procedura selettiva ed abbiano, successivamente, stipulato con la P.A. un contratto di lavoro a tempo determinato fuori dei casi consentiti dalla contrattazione collettiva, dovendosi ritenere che l’osservanza del principio sancito dall’art. 97 Cost. sia garantito solo dalla circostanza che l’aspirante abbia vinto il concorso.
Come affermato dalla sentenza n. 89 del 2003 della Corte costituzionale, il principio dell’accesso mediante concorso rende palese la non omogeneità del rapporto di impiego alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni rispetto al rapporto di lavoro alle dipendenze di datori privati e giustifica la scelta del legislatore di ricollegare, alla violazione delle norma imperative, conseguenze solo risarcitorie e patrimoniali (in luogo della conversione del rapporto a tempo indeterminato prevista per i lavoratori privati); né contrasta, infine, con il canone di ragionevolezza, avendo la stessa norma costituzionale individuato nel concorso, quale strumento di selezione del personale, lo strumento più idoneo a garantire, in linea di principio, l’imparzialità e l’efficienza della pubblica amministrazione. (v. ex plurimis, tra le più risalenti, Cass. n. 11161 del 2008; conf., tra le più recenti, in fattispecie del tutto analoga a quella in esame, Cass. n. 7982 del 2018).
Il concorso pubblico costituisce quindi la modalità generale ed ordinaria di accesso nei ruoli delle pubbliche amministrazioni, anche delle Regioni, pure se a statuto speciale (vedi, per tutte: Corte cost. sentenze n. 211 e n. 134 del 2014; n. 227 del 2013; n. 62 del 2012; n. 310 e n. 299 del 2011; n. 267 del 2010; n. 189 del 2007).
I casi di eccezionalità, ossia di derogare per legge al principio del concorso per il reclutamento del personale è prevista dall’art. 97, comma terzo, Cost., corrispondere a straordinarie esigenze d’interesse pubblico, individuate dal legislatore in base ad una valutazione discrezionale, effettuata nei limiti della non manifesta irragionevolezza (vedi, per tutte, Corte cost. sentenze n. 134 del 2014; n. 217 del 2012; n. 89 del 2003; n. 320 del 1997; n. 205 del 1996).
Quanto poi alla giurisprudenza della CGUE, la clausola 5, punto 2, dell’Accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999, che figura in allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, non istituisce un obbligo generale degli Stati membri di prevedere la trasformazione in contratti a tempo indeterminato dei contratti di lavoro a tempo determinato, né prescrive a quali precise condizioni si possa far ricorso a questi ultimi, essa lascia un certo potere discrezionale in materia agli Stati membri (sentenza del 7 settembre 2006, Marrosu e Sardino, C-53/04, EU:C:2006:517, punto 47).
Da ciò discende che la clausola n. 5 dell’Accordo quadro non osta, in quanto tale, a che uno Stato membro riservi un destino differente al ricorso abusivo a contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato stipulati in successione, a seconda che tali contratti o rapporti siano stati conclusi con un datore di lavoro appartenente al settore privato o con un datore di lavoro rientrante nel settore pubblico (sentenza del 7 settembre 2006, Marrosu e Sardino, C-53/04, EU:C:2006:517, punto 48).
Tuttavia, affinché una normativa nazionale che vieta nel solo settore pubblico la trasformazione in contratto di lavoro a tempo indeterminato di una successione di contratti a tempo determinato, possa essere considerata conforme all’Accordo quadro, l’ordinamento giuridico interno dello Stato membro interessato deve prevedere, in tale settore, un’altra misura effettiva destinata ad evitare e, se del caso, a sanzionare l’utilizzo abusivo di una successione di contratti a tempo determinato (sentenza del 7 settembre 2006, Marrosu e Sardino, C-53/04, EU:C:2006:517, punto 49).
Tali principi sono stati di recente ribaditi dalla Corte di Giustizia, con la sentenza del 7 marzo 2018, C-494/16 (Giuseppa Santoro contro Comune di Valderice e Presidenza del Consiglio dei Ministri), adita in sede di rinvio pregiudiziale dal Tribunale civile di Trapani.
La CGUE ha affermato che, in tema di contratti conclusi con un datore di lavoro pubblico e di misure dirette a sanzionare il ricorso abusivo ai contratti a tempo determinato, la clausola 5 dell’Accordo quadro, dev’essere interpretata nel senso che essa non osta a una normativa nazionale che da un lato, non sanziona il ricorso abusivo nel settore pubblico ad una successione di contratti a tempo determinato mediante il versamento di un’indennità volta a compensare la mancata trasformazione del rapporto di lavoro a tempo determinato in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e dall’altro, che prevede la concessione di un’indennità compresa tra 2,5 e 12 mensilità dell’ultima retribuzione di detto lavoratore, accompagnata dalla possibilità, per quest’ultimo, di ottenere il risarcimento integrale del danno dimostrando, mediante presunzioni, la perdita di opportunità di trovare un impiego, purché una siffatta normativa sia accompagnata da un meccanismo sanzionatorio effettivo e dissuasivo, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare.
Tale pronuncia consente di ritenere validato quindi l’orientamento interpretativo espresso dalle SS.UU. di questa Corte con la sentenza n. 5072/2016, che ha enunciato i seguenti principi di diritto:
“In materia di pubblico impiego privatizzato, nell’ipotesi di abusiva reiterazione di contratti a termine, la misura risarcitoria prevista dall’art. 36, comma 5, del d.lgs. n. 165 del 2001, va interpretata in conformità al canone di effettività della tutela affermato dalla Corte di Giustizia UE (ordinanza 12 dicembre 2013, in C-50/13), sicché, mentre va escluso – siccome incongruo – il ricorso ai criteri previsti per il licenziamento illegittimo, può farsi riferimento alla fattispecie omogenea di cui all’art. 32, comma 5, della I. n. 183 del 2010, quale danno presunto, con valenza sanzionatoria e qualificabile come “danno comunitario”, determinato tra un minimo ed un massimo, salva la prova del maggior pregiudizio sofferto, senza che ne derivi una posizione di favore del lavoratore privato rispetto al dipendente pubblico, atteso che, per il primo, l’indennità forfetizzata limita il danno risarcibile, per il secondo, invece, agevola l’onere probatorio del danno subito” (Il principio è stato ribadito da Cass. nn. 4911, 4912, 4913, 16095, 23691 del 2016 e da nn. 8927 e 8885 del 2017 e da molte altre successive);
“In materia di pubblico impiego privatizzato, il danno risarcibile di cui all’art. 36, comma 5, del d.lgs. n. 165 del 2001, non deriva dalla mancata conversione del rapporto, legittimamente esclusa sia secondo i parametri costituzionali che per quelli europei, bensì dalla prestazione in violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori da parte della P.A., ed è configurabile come perdita di “chance” di un’occupazione alternativa migliore, con onere della prova a carico del lavoratore, ai sensi dell’art. 1223 c.c.”.
La sentenza impugnata, essendo risalente ad epoca anteriore al succitato orientamento interpretativo, va dunque cassata, il giudice di rinvio dovrà quindi riesaminare il merito della domanda risarcitoria applicando le regole di giudizio sopra enunciate.
Il ricorso va quindi accolto e la sentenza impugnata va cassata, nei sensi di cui in motivazione, in ordine alle statuizioni relative al risarcimento del danno, con rinvio alla Corte di appello di Torino, che provvederà anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.
Si ribadisce ancora una volta quindi che, nell’ambito del rapporto di lavoro del pubblico impiego ancorché privatizzato non è possibile convertire i contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato e va concessa solo una indennità risarcitoria che va da 2,5 a 12 mensilità.
 
Dott. Carlo Pisaniello
 
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Il tempo di vestizione deve essere pagato: la Cassazione dà ancora una volta ragione agli infermieri

Dopo dodici anni di attesa arriva una nuova sentenza a dare ragioni agli infermieri:
La Cassazione dà dunque ragione alla Uil-Fpl di Terni in merito al procedimento riguardante quattro infermieri dell’ospedale di Orvieto, «ma tutti, compresi Oss e tecnici sanitari, che sono stati in turno – spiega il segretario Gino Venturi – possono chiedere individualmente il risarcimento rispetto agli ultimi cinque anni». In questo senso, il sindacalisti da lunedì 8 aprile saranno pronti «ad assistere gratuitamente iscritti e non di tutti gli ospedali e aziende sanitarie dell’Umbria».

La sentenza numero 3901-2019 della Corte è arrivata solo nei giorni scorsi, dopo una lunghissima diatriba legale iniziata nel 2007.
Il tribunale di Orvieto, con la prima pronuncia, ha riconosciuto come il tempo di vestizione vada retribuito, ma la sentenza impugnata dalla Asl 2 è stata ribaltata in appello, costringendo il sindacato, rappresentato dall’avvocato Maurizio D’Ammando, a ricorrere in Cassazione.
I giudici si sono espressi ancora una volta a favore del personale obbligato dal datore di lavoro ad indossare una divisa stabilendo che «in materia di orario di lavoro, nell’ambito dell’attività infermieristica, il tempo di vestizione-svestizione dà diritto alla retribuzione trattandosi di un obbligo imposto dalle superiori esigenze di sicurezza ed igiene, riguardanti sia la gestione del servizio pubblico sia la stessa incolumità del personale addetto».
Occorre comunque ribadire che nel corso dei dodici anni di battaglia giudiziaria, il diritto a considerare orario di lavoro i 15 minuti previsti per prepararsi è stato ormai recepito anche nel contratto nazionale, seppure finora non sia stato applicato.
In questo senso la Uil-Fpl «apre subito le trattative con le diverse aziende per l’applicazione». Venturi, poi, ha anche spiegato che la sentenza della Cassazione apre al «risarcimento che, in alcuni casi, può arrivare ai mille euro all’anno e quindi complessivamente a 5 mila euro a testa».
Simone Gussoni
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Artrite reumatoide, da GIMBE linee guida del NICE in italiano [Orto-Reuma]

A fronte di oltre circa 400.000 pazienti affetti da artrite reumatoide e circa € 2,5 miliardi di costi, in italia manca una rete integrata di servizi per la gestione di questa invalidante patologia. in assenza di linee guida nazionali aggiornate, per informare l’elaborazione di percorsi assistenziali, oltre che per l’aggiornamento professionale e l’informazione dei pazienti, la fondazione Gimbe ha realizzato la versione italiana delle linee guida Nice per la diagnosi e la terapia dei pazienti con artrite reumatoide.

Donna di 61 anni partorisce bimba del figlio gay e di suo marito

Donna di 61 anni partorisce bimba del figlio gay e di suo marito

Una donna 61enne originaria del Nebraska ha voluto esternare la propria gioia per aver dato alla luce il proprio nipote, portando a termine la gravidanza surrogata del proprio figlio e di suo marito
Cecile Eledge ha permesso al figlio Matthew Eledge ed al marito Elliot Dougherty di diventare padri di una splendida bambina di nome Uma Louise la settimana scorsa.
La signora Eledge si è offerta quando suo figlio e suo marito le hanno manifestato il desiderio di creare una famiglia tutta loro.
“Si sono entrambi messi a ridere” ha raccontato la signora al cronista della BBC.
La donna, che all’epoca aveva 59 anni, ha raccontato come tutte fosse iniziato come uno scherzo, senza che nessuno considerasse questa strana idea come una strada realmente percorribile.
“Mi è semplicemente sembrata una cosa davvero bella da fare. Sono sempre stata una donna altruista”.
Quando il figlio di Cecile e suo marito hanno iniziato a considerare le varie alternative per avere un bambino tutto loro, uno specialista avrebbe detto loro che l’idea della madre non sarebbe stata irrealizzabile.

La signora Eledge venne sottoposta a numerosi esami e visite mediche, prima di essere giudicata idonea per tale procedura.
“Godo di ottima salute”, ha raccontato. “Non avevo dubbi che sarei stata ritenuta abile a prestare l’utero a mio figlio.”
Mentre il figlio ha fornito gli spermatozoi, Lea, la sorella del marito, ha fornito l’ovocita. La gravidanza in età avanzata è proceduta senza particolari problematiche, con alcuni sintomi esacerbati rispetto alle tre precedenti avute dalla donna in giovane età.
Tale gravidanza ha generato non poco malcontento, specialmente nei confronti delle famiglie LGBT, ripetutamente prese di mira nel corso dei mesi che hanno portato alla nascita della bambina.
I detrattori hanno addirittura realizzato una petizione online, per richiedere l’interruzione della gravidanza, che ha totalizzato 102.995 firme.
Simone Gussoni
Fonte: BBC
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Trastuzumab deruxtecan, Daiichi Sankyo anticipa di un anno la domanda di registrazione all’Fda [Fda]

Daiichi Sankyo ha annunciato l’intenzione di anticipare di un anno la presentazione all’Fda della domanda di concessione della Licenza biologica (BLA) per [fam-] trastuzumab deruxtecan (DS-8201), un farmaco anticorpo-coniugato (ADC) in fase II di sviluppo per pazienti con carcinoma mammario metastatico HER2 positivo precedentemente trattati con ado-trastuzumab emtansine (T-DM1). La presentazione della BLA, inizialmente prevista per il 2020, è ora programmata per la prima metà dell’anno fiscale 2019.

Fingolimod in SM recidivante, profilo rischio/beneficio e persistenza real-world a 36 mesi: dati positivi [Neuro]

Fingolimod, in uno studio real life condotto in Germania su pazienti con sclerosi multipla (SM) recidivante e pubblicato online su “Neurology, Neuroimmunology and Neuroinflammation”, ha dimostrato di possedere efficacia sostenuta, elevata persistenza e un profilo di sicurezza gestibile su 36 mesi.

L’AADI analizza l’elaborato sul demansionamento dell’OPI Torino: precisazioni tecnico-giuridiche

L’AADI analizza l’elaborato sul demansionamento dell’OPI Torino: precisazioni tecnico-giuridiche

Il Direttivo dell’AADI ha analizzato l’elaborato sul demansionamento redatto dall’OPI Torino; sono però necessarie alcune precisazioni di natura tecnico-giuridica 
OPI Torino scrive:
DEFINIZIONE DEL TERMINE
Con il termine demansionamento si intende il fenomeno consistente nel privare il lavoratore delle mansioni pattuite, adibendolo a mansioni inferiori, ovvero sottraendolo (totalmente o parzialmente) a compiti qualitativamente (e talora anche quantitativamente) rilevanti [1].
Il termine demansionamento è prevalentemente utilizzato dalla giurisprudenza per indicare i casi di utilizzo improprio del dipendente rispetto alla specifica professionalità da questi acquisita; mentre con il termine dequalificazione si intende la condizione in cui il datore di lavoro mette in atto modalità organizzative che non mettono il lavoratore nella condizione di esprimere, nello svolgimento della prestazione lavorativa, le conoscenze e le capacità professionali in suo possesso.
L’AADI risponde:
l’OPI Torino utilizza gli stessi termini utilizzati dalla FNOPI nel suo documento sul demansionamento. Le due definizioni apparentemente diverse, utilizzate con l’intento di renderle differenti nel significato, in realtà sono esattamente la stessa cosa. E’ solo una tattica argomentativa già sperimentata dalla FNOPI, ossia, far intendere che in realtà il termine demansionamento sia una pura invenzione, sostituendo con un termine che lascerebbe intendere una natura ontologica diversa, ma così non è.
I termini utilizzati dall’OPI To, identici a quelli della FNOPI sono;
a) demansionamento; spiegando che il termine è più di origine giurisprudenziale;
b) dequalificazione; come termine corretto da utilizzare in queste circostanze.
Bene, ci spiace contraddire l’OPI Torino ma la stessa giurisprudenza utilizza indifferentemente i due termini perché in realtà sono la stessa cosa, sono sinonimi, la scelta quindi della FNOPI e dell’OPI To di far credere che siano due termini che identifichino due comportamenti diversi distinti e separati è, non solo inutile, ma addirittura machiavellico e soprattutto non modifica di una virgola quello che più volte è stato ampiamente dimostrato da decine di sentenze. Essere dequalificati e quindi, non poter svolgere le attività tipiche del proprio profilo professionale equivale a dire che si è demansionati, ossia che non si è utilizzati per le mansioni tipiche di quel profilo professionale. Ora l’OPI To dirà che le mansioni non esistono più, ma è falso, le mansioni esistono eccome sono per altro indicate nel codice civile intendendo con esse le attività specifiche di ogni professione e/o lavoratore.
OPI Torino scrive:
RIFERIMENTI NORMATIVI:
Nell’ambito del generale processo di ammodernamento della pubblica amministrazione, il settore del pubblico impiego è stato interessato da una graduale evoluzione normativa, culminata in quella che comunemente viene definita “privatizzazione del pubblico impiego”, nel corso della quale si sono progressivamente ridotte le distanze tra impiego pubblico e impiego privato.
Il demansionamento, nel diritto del lavoro, è descritto come l’atto con cui si assegna al lavoratore mansioni inferiori rispetto alla sua qualifica di appartenenza.
Il codice civile, all’articolo 2103 recita:
“Il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello di  inquadramento delle ultime effettivamente svolte”.
L’articolo del codice esplicita in modo chiaro che “il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto” ha così vietato ogni forma di demansionamento, anche pattizia, poiché la stessa determinerebbe una lesione alla professionalità del prestatore.
Alla luce di tali presupposti pare sussistano alcune contraddizioni nel dibattito che viene effettuato oggi sul fenomeno del demansionamento riferito all’infermiere.
Molte volte, nella realtà infermieristica, viene utilizzato il termine demansionamento per riferirsi a una situazione determinata non da qualcuno che assegna formalmente agli infermieri mansioni inferiori ma da condizioni organizzative in senso lato…omissis.
L’AADI risponde:
l’OPI Torino ci spiega che il termine chiave della questione per far si che si acclari il demansionamento è “assegnazione”, ossia, il fatto che il datore di lavoro ordini per iscritto al dipendente di fare attività demansionanti, bene, non è vero, è solo una costruzione semantica perché la giurisprudenza ha più volte dichiarato che sussiste il demansionamento “anche se di fatto”, ossia, quello manifestato non attraverso un ordine di servizio, ma bensì generato dalla attività posta in essere in quella determinata organizzazione, anche se pur in assenza di ordini di servizio scritti. Si immagini che il dipendente per una carenza di natura organizzativa (mancanza totale di OSS o in numero insufficiente) sia obbligato dalle circostanze a svolgere mansioni non di sua pertinenza, non siamo quindi in presenza di un ods scritto ma siamo costretti a svolgere delle attività demansionati derivanti dalla cattiva organizzazione di quello specifico servizio, disorganizzazione appositamente strutturata per far si c he chi si trovi a lavorare in quelle circostanza e non ci si possa esimersi dal farlo.
Del resto, è la stessa FNOPI con al seguito decine di OPI provinciali ad asserire che in mancanza del personale di supporto l’infermiere deve compensare le carenze e dare assistenza al paziente, anche per ragioni di natura deontologica (art. 49 c.d.) e, quindi, anche la FNOPI di fatto, obbliga tutti gli infermieri a demansionarsi per ragioni superiori e di circostanza.
L’OPI Torino scrive:
A differenza del mondo del lavoro produttivo, il mondo delle professioni sanitarie è normato nei suoi ruoli ed è l’unico ambito in cui le responsabilità e competenze sono definite da norme nazionali. Questo determina un vincolo notevole. Il datore di lavoro nel sistema pubblico è lo Stato che non può ordinare a un infermiere di andare contro le norme che lui stesso ha emanato. Pur per diversi aspetti, medesima è la condizione che riguarda l’infermiere nell’ ambito della sanità privata o altra tipologia di contratto.
Tuttavia, date le peculiarità relative alla natura pubblica del datore di lavoro (condizionato, nell’organizzazione del lavoro, da vincoli strutturali di conformazione al pubblico interesse e di compatibilità finanziaria delle risorse) nonché la duplice posizione rivestita dai pubblici dipendenti, non è possibile una totale identificazione tra i due sistemi…omissis
L’AADI risponde:
Non è vero, l’identificazione tra pubblico e privato convenzionato è perfettamente sovrapponibile perché la finalità è quella della tutela della salute, non potrebbe quindi esserci nessuna differenza tra soggetti che vengono curati nel sistema pubblico e quelli che parimenti vengono curati nel sistema privato, perché le ragioni sottese a tale pretesa sono ragioni di rango Costituzionale in base all’art. 32 Cost..
Non potrebbe, per altro, esserci alcuna differenza perché non è che nel privato c’è la licenza di uccidere e nel pubblico no o viceversa;
OPI To scrive:
L’uso del termine demansionamento (derivando da mansione) evoca il mansionario, cioè un lavoro con scarsa autonomia. Aver cavalcato l’onda mediatica, che ha utilizzato questo termine svia l’analisi perché la riporta sull’atto o sulla prestazione e non sul processo di assistenza infermieristica.
AADI risponde:
Ci spiace contraddire l’OPI Torino ma il mansionario è ancora vigente, almeno nel Titolo V all’art. 6, ossia l’articolo che parla dell’infermiere generico;
Ed ha i seguenti compiti;
Art. 6. L’infermiere generico coadiuva l’infermiere professionale in tutte le sue attivita’ e su prescrizione del medico provvede direttamente alle seguenti operazioni:
1) assistenza completa al malato, particolarmente in ordine alle operazioni di pulizia e di alimentazione, di riassetto del letto e del comodino del paziente e della disinfezione dell’ambiente e di altri eventuali compiti compatibili con la qualifica a giudizio della direzione sanitaria;
2) raccolta degli escrementi;
3) clisteri evacuanti, medicamentosi e nutritivi, rettoclisi;
4) bagni terapeutici e medicati, frizioni;
5) medicazioni semplici e bendaggi;
6) pulizia, preparazione ed eventuale disinfezione del materiale sanitario;
7) rilevamento ed annotazione della temperatura, del polso e del respiro; 8) somministrazione dei medicinali prescritti;
9) iniezioni ipodermiche ed intramuscolari;
10) sorveglianza di fleboclisi;
11) respirazione artificiale, massaggio cardiaco esterno; manovre emostatiche di emergenza.
Gli infermieri generici che operano presso istituzioni pubbliche e private sono inoltre tenuti:
1) a partecipare alle riunioni periodiche di gruppo per finalita’ di aggiornamento professionale e di organizzazione del lavoro;
2) a svolgere tutte le attivita’ necessarie per soddisfare le esigenze psicologiche del malato e per mantenere un clima di buone relazioni umane con i pazienti e con le loro famiglie.
Cosa significa quindi tutto questo? che, in caso di dubbi interpretativi sulle rispettive mansioni dell’infermiere, il giudice, non avendo di fatto cognizione di cosa debba o non debba fare l’infermiere professionale (non essendo più scritto da nessuna parte) seguendo quindi il principio della reviviscenza della norma abrogata,  applicherebbe per analogia legis il vecchio mansionario per poter distinguere le attività svolte dall’infermiere rispetto a quelle svolte da altri operatori e si ritornerebbe così ad una valutazione delle mansioni ex ante.
Del resto, se proprio volessimo argomentare in merito, l’errore iniziale è stato quello di utilizzatrice un termine come quello di infermiere per indicare con esso, sia il vecchio profilo dell’infermiere generico che del professionale, ingenerando così una confusione enorme non solo sul profilo, ma anche sulle relative mansioni o compiti.
Ma a parte il caso estremo, ogni lavoratore ha comunque delle mansioni che sono sinonimo di prestazioni, competenze, anche il vocabolario della lingua italiana parla di mansioni, come sinonimo di competenze o atti dedicati.
Lo stesso medico ha delle mansioni precise, ossia, opera i pazienti, prescrive la terapia, fa diagnosi è responsabile del percorso diagnostico terapeutico, delle dimissioni, delle accettazioni e quant’altro.
Tutto ciò non sono altro che mansioni previste dai contratti collettivi oltre che, dallo specifico profilo professionale.
Lo stesso principio vale per l’infermiere, ossia, fa la terapia, strumenta in sala operatoria, fa le medicazioni, bronco-aspira, fa emogas…ecc. sono tutte mansioni o prestazioni del lavoratore.
Non c’è nulla di così avvilente nell’avere delle mansioni, sono previste dal codice civile, che le definisce come “Concreta attività, compito o operazione compiuta dal lavoratore in adempimento della prestazione dovuta al datore di lavoro”, dunque, il concetto di mansione del lavoratore, riflette in modo diretto le modalità attraverso le quali il lavoro viene organizzato nell’azienda e la posizione dell’unità produttiva, ossia del lavoratore medesimo, all’interno di questa.
OPI scrive:
Il processo di avvicinamento del lavoro pubblico a quello privato si è concluso con l’entrata in vigore del testo unico in materia di pubblico impiego D.lgs n. 165/2001 recante “norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”, che ha riorganizzato le precedenti disposizioni in un testo contenente norme con valore generale nell’ambito del rapporto di lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione.
In sostanza il D.Lgs n. 165/2001 costituisce la fonte primaria dello statuto del pubblico impiego, sia per lo Stato che per le amministrazioni pubbliche in genere (comprese quelle territoriali).
AADI risponde:
Anche qui ci sono molte imprecisioni: Il D.lgs. 165/2001 ha solo ricondotto le precedenti norme di carattere generale per il pubblico impiego previste già dal T.U. n. 3 del 1957, adeguandole alle esigenze della c.d. privatizzazione del pubblico impiego, nel senso che, il datore di lavoro pubblico, oggi, in alcuni ambiti, agisce come fosse un datore di lavoro privato ma le previsioni generali erano già presenti nel DPR n. 3/57 che per altro è ancora in vigore ed ha come titolo proprio “Testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato”. Quindi è un errore concettuale e giuridico affermare che il D.lgs. 165/2001 sia la fonte primaria dello statuto del pubblico impiego sia per lo stato che per le amm.ni pubbliche perché in realtà il T.U. del pubblico impiego è e rimane in primis il D.P.R. n. 3 del 1957 ancora in vigore.

OPI To scrive:
I termini utilizzati all’interno del CCNL sono un chiaro segno dell’evoluzione in materia contrattuale rispetto allo sviluppo della professione. La successiva emanazione del DM 739 del 1994 mette in evidenza come il CCNL, per la definizione dei contenuti obbligatori del contratto individuale, non utilizzando il termine mansione, abbia di fatto creato maggiore coerenza con la specifica normativa professionale.
AADI risponde:
E quindi? Cosa ci vorreste dire che il demansionamento non dovrebbe esistere? Grazie lo sapevamo ed è per questo motivo che l’AADI porta in giudizio tutte le aziende che lo mettono in atto mentre l’OPI si perde in chiacchiere inutili.
L’OPI scrive:
L’evoluzione delle conoscenze infermieristiche in Italia può essere descritta come un processo dinamico, complesso e non lineare che si è intrecciato con la storia dell’assistenza e dell’assistenza infermieristica, con il travagliato processo di professionalizzazione degli infermieri italiani, con l’evoluzione della cultura in generale e con lo sviluppo di altri ambiti del sapere, in particolare quelli che riguardano la salute. A ragione di quanto descritto, si concorda con quanto definito dalla FNOPI nel su citato documento, ossia:
Deprofessionalizzate e demansionante è quindi, un processo di lavoro che non favorisce l’attuazione della giurisdizione professionale dell’infermiere o che lo obbliga all’ordinario svolgimento di attività improprie. L’identificazione dei bisogni di assistenza infermieristica, e di quelli socio sanitari, secondo le migliori evidenze, va governata dal professionista attribuendo ad altro personale le attività in coerenza con le specifiche competenze, in relazione al bisogno dell’assistito e alla sua complessità..omissis.
L’AADI dice:
Se l’assistenza, in generale, va giustamente governata dal professionista infermeire, ciò non significa che in caso di mancanza di personale di supporto il “professionista” veste all’improvviso i panni dell’OSS di turno o del generico di turno e si mette a fare attività non proprie.
Dovrebbe invece, nell’immediato, denunciare la carenza e chiedere il supporto del personale all’uopo indicato proprio a quelle direzioni infermieristiche che ogni giorno obbligano l’infermiere a vestire, non i panni del professionista, ma bensì quelle dello sguattero.
Tutto il resto del documento redatto dall’OPI To non fa altro che dare ragione all’AADI sul fatto che le mala gestio e la disorganizzazione non possono ricadere sempre sull’infermiere costringendolo a fare attività non di sua pertinenza.
In conclusione, l’OPI To, pur ammettendo che il demansionamento è una realtà oramai consolidata ed innegabile non suggerisce mai azioni dirette dei relativi organi ordinistici, anche se solo mediatiche, contro quelle aziende che per prassi utilizzano gli infermieri come factotum.
Sarebbe certamente apprezzabile da parte di tutti gli OPI provinciali, a partire da quello di Torino e della FNOPI una presa di posizione netta e decisa sul problema dimensionamento che attanaglia ed imbriglia la professionalità e la competenza di migliaia di professionisti.
Gli slogan o i documenti fine a sé stessi, come quello presentato dalla FNOPI e ripreso poi dall’OPI Torino, non possono apportare nessun cambiamento vero alle problematiche del professionista infermiere.
Serve soprattutto una presa di coscienza, vera, seria e reale sul problema demansionamento, dopodiché le strategie da adottare per combatterlo, che per altro già esistono, debbono partire innanzitutto dall’Ordine, la FNOPI in questo, ha la maggiore responsabilità, disconoscere il problema o nasconderlo sotto il tappeto per evitare di farlo emergere non sta apportando vantaggi né alla categoria né alla stessa FNOPI, la maggioranza dell’infermieristica italiana sta prendendo finalmente atto del problema e la situazione esploderà presto, quando le sentenze  conseguenti ai ricorsi presentati da AADI ci daranno finalmente ragione.
Il vento sta cambiando.
 
Il direttivo AADI
 
L’articolo L’AADI analizza l’elaborato sul demansionamento dell’OPI Torino: precisazioni tecnico-giuridiche scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

Andreucci traccia un bilancio del congresso di emergenza-urgenza: “Abbiamo fatto un passo avanti verso l’integrazione tra infermieri e medici”

RICCIONE – Aver messo allo stesso tavolo di confronto infermieri e medici del servizio di emergenza-urgenza è, di per se, il risultato più importante raggiunto al termine dei tre giorni di congresso. Andrea Andreucci, infermiere del servizio di emergenza territoriale del 118 Ausl Romagna, traccia il bilancio dell’evento ospitato dal 4 al 6 aprile scorsi nel Palazzo del Turismo. Se c’era un primo obiettivo da raggiungere, quello va individuato nell’aver messo insieme infermieri e medici di emergenza-urgenza. “E’ un passo verso quella integrazione voluta e cercata ma mai formalizzata” spiega Andreucci  (che con Nicola Colamaria ha curato la direzione scientifica dell’evento) nell’intervista realizzata dal direttore di Nurse Times, Salvatore Petrarolo.
L’articolo Andreucci traccia un bilancio del congresso di emergenza-urgenza: “Abbiamo fatto un passo avanti verso l’integrazione tra infermieri e medici” scritto da Salvatore Petrarolo è online su Nurse Times.

“Riportatemi a un metro e ottanta”: la campagna per aiutare Andrea ad acquistare un esoscheletro che gli permetta di camminare di nuovo

Riceviamo e pubblichiamo il messaggio di Andrea Tambè, militare costretto a vivere su una carrozzina in seguito ad un terrible incidente stradale.
Ciao sono Andrea e vivo in Sicilia.
Sono cresciuto in una famiglia, bella e problematica come tutte le famiglie, con i miei due fratelli Donata e Angelo e ho appreso tanto dai miei genitori. Mio padre mi ha fatto conoscere due degli elementi più importanti della mia vita: la musica e il valore dell’amicizia. Mentre mia mamma, maestra di scuola materna, mi ha trasmesso i valori della bontà, della generosità e del profondo rispetto verso il prossimo.
Un cattivissimo tumore me l’ha portata via, quando avevo solo 14 anni.
A 18 anni ho deciso di arruolarmi nell’esercito e, dopo un anno di leva, sono entrato a far parte della Brigata Paracadutisti Folgore di Livorno, cui segue una missione in Iraq. Proprio dopo la missione, ho deciso di esaudire uno dei miei sogni più grandi, uno di quei sogni che avevo da bambino: acquistare una moto, una Ducati! Era il settembre del 2005, ero felice e non sapevo ancora che quella moto avrebbe cambiato la mia vita per sempre.
Il primo Aprile del 2006 ho ricevuto uno dei “pesci d’aprile” più beffardi che un ragazzo di 22 anni possa ricordare. Partecipando ad una uscita in moto con i miei colleghi, un pirata della strada ha invaso bruscamente la mia corsia e in curva mi ha scaraventato fuori strada.
Sono precipitato in una buca profonda tre metri e la mia pesantissima moto, il mio sogno realizzato, è caduto sulla mia schiena, sulle mie gambe, con i suoi 300kg.
Ero vivo per miracolo.
Sono rimasto ore lì sotto, schiacciato. Prima di riuscire a chiamare aiuto ho pensato di morirci in quella buca. Non mi sentivo più le gambe e in un lampo, ho avuto l’atroce consapevolezza di averle perse per sempre.
L’arrivo in ospedale, in elisoccorso, lo ricordo in maniera lucidissima e in modo altrettanto lucido ricordo i dolori, insopportabili.
Un medico mi informa che dovrò munirmi di una sedia a rotelle.
Per il resto dei miei giorni.
Ho sempre amato i motori e le quattro ruote. Avrei solo dovuto abituarmi al fatto che quelle quattro ruote, ormai, sarebbero state le mie gambe.
Ho sempre pensato che la vita vada vissuta come viene, sono un lottatore, ironico e ribelle e mi sono aggrappato a me stesso, ai miei amici, alla mia famiglia, a Carlos, il mio cane, ai Kart e alla musica.
Non rimpiango nulla del passato. Però mi piacerebbe uscire per strada, ritrovarmi di nuovo a camminare tra la gente e poterla guardare faccia a faccia dall’alto del mio metro e ottanta.
Questo mio sogno posso realizzarlo solo acquistando un esoscheletro che mi permetta di rimettermi in piedi, di stare sulle mie gambe, così come sono nato.
Lo so che non si può riscrivere tutto da capo, ma voi potete aiutarmi a riscrivere parte della storia: quella in cui ho un esoscheletro e posso rialzarmi!
Riportatemi a un metro e ottanta!
L’esoscheletro che vorrei
L’esoscheletro che vorrei si chiama EKSO GT , è adatto per la riabilitazione neuromuscolare e permette a chi lo indossa, indipendentemente dal grado di difficoltà motoria, di stare in piedi e muoversi correttamente con tutto il proprio peso corporeo. La camminata si ottiene attraverso sensori che rilevano il peso spostato e fanno scattare i singoli passi. Motori a batteria governano le gambe in sostituzione delle funzioni neuromuscolari, permettendo a persone con paralisi (anche totale) di reggersi in piedi e deambulare.
Grazie a quest’esoscheletro migliaia di individui con disabilità di carattere neuromuscolare hanno avuto la possibilità di mettere in atto il sogno che credevano non sarebbe mai stato possibile: stare in piedi e camminare.
Le spese previste per l’acquisto dell’esoscheletro e il periodo di riabilitazione si aggirano intorno ai 250 mila euro.
Aiutatemi a raggiungere di nuovo il mio metro e ottanta!
Chiunque volesse aiutare Andrea Tambè a realizzare il suo sogno, potrà donare al seguente link.
Simone Gussoni
L’articolo “Riportatemi a un metro e ottanta”: la campagna per aiutare Andrea ad acquistare un esoscheletro che gli permetta di camminare di nuovo scritto da Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Ruolo dell’infermiere nell’Organizzazione sanitaria dei maxi eventi e delle manifestazioni programmate

Grande successo per il progetto editoriale denominato NExT (Nurse EXperimental Thesis) targato Nurse Times
Giunge al nostro indirizzo mail redazione@nursetimes.org il lavoro di tesi della dott.ssa Cecilia Bignardi dal titolo “Organizzazione sanitaria dei maxi eventi e delle manifestazioni programmate: il ruolo dell’infermiere dalla stesura del piano all’ospedalizzazione”, conseguendo il  Master di 1° livello in Infermieristica in Area Critica, nell’a.a. 2016 – 2017.
…di Cecilia Bignardi
Il focus è incentrato sul ruolo dell’infermiere durante un maxi evento con possibile conseguenza di maxi emergenza.
Nel lavoro di tesi è affrontato sia il ruolo infermieristico prima di un maxi evento, quindi il calcolo di rischio tramite vari decreti, sia la pianificazione delle risorse durante il suddetto evento.
Viene descritto il ruolo dell’infermiere durante l’eventuale maxi emergenza; quindi le valutazioni di triage sul campo e l’eventuale trasposto in un nosocomio.
Per ultima, ma non meno importate, il ruolo dell’infermiere di pronto soccorso durante l’attivazione del PEIMAF (Piano di Emergenza Interna per Massiccio Afflusso Feriti).
Le procedure e le strategie da mettere in atto per attivarlo; le modifiche che vengono apportate in Pronto Soccorso per accogliere il grande numero di pazienti ed il percorso all’interno del P.S..
 
Allegato
Tesi: “Organizzazione sanitaria dei maxi eventi e delle manifestazioni programmate: il ruolo dell’infermiere dalla stesura del piano all’ospedalizzazione”
 
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Farmaci antinfiammatori inefficaci per la prevenzione del morbo di Alzheimer [Neuro]

Da decenni, i ricercatori sanno che l’infiammazione accompagna le lesioni cerebrali della malattia di Alzheimer (AD). Diversi studi hanno suggerito che le “superaspirine” o farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) potrebbero aiutare a evitare la malattia. Tuttavia, dopo che gli studi clinici hanno dimostrato che i FANS non aiutano i pazienti che hanno già sintomi di AD, i medici si sono chiesti se questi farmaci potrebbero essere ancora utili per le persone a rischio di sviluppare la malattia, ma che ancora non ne mostravano i sintomi.

Associazione entinostat e pembrolizumab, opzione efficace per il melanoma avanzato dopo fallimento di un anti-PD1 #AACR [oncologia-ematologia]

Combinando entinostat con pembrolizumab si ottiene un’attività clinica in pazienti con melanoma non resecabile o metastatico che sono andati in progression con la precedente terapia anti-PD1. E’ quanto emerge da uno studio presentato ad Atlanta all’annual meeting dell’American Association for Cancer Research (AACR).

Alirocumab, una quota dei benefici cardiovascolari si deve alla riduzione della lipoproteina (a). #ACC2019 [Cardio]

Una parte sostanziale del declino del rischio di eventi cardiaci osservata in pazienti che assumono alirocumab nello studio ODYSSEY Outcomes può essere attribuita a riduzioni della lipoproteina (a) – o Lp (a) – secondo un’analisi post hoc del trial, presentata a New Orleans durante l’American College of Cardiology (ACC) 2019 Scientific Session.

Alla scoperta del glutammato, il gustoso nemico. Lo studio dell’Autorità Europea per la sicurezza Alimentare

La sostanza E621 sigla numerica INES (International Numbering System) sta ad indicare il celeberrimo Glutammato Monosodico
E621 appartiene alla grande famiglia dei glutammati, che noi chiameremo semplicemente chiameremo Glutammato. Essa è una della sostanze più dubbie per l’uomo utilizzate in campo alimentare.
Si tratta, per chi non lo conoscesse, di un esaltatore di sapidità, ovvero un componente alimentare ed è simile al comunissimo sale da cucina in quanto ha lo stesso scopo: quello di esaltare i sapori di pietanze e piatti.
Tecnicamente, il glutammato, è un additivo alimentare e quindi una sostanza e come a tutti gli additivi riconosciuti dalla Comunità Europea gli è stato assegnato un numero INES.
E’ un additivo molto utilizzato nella cucina cinese e giapponese. Ma con l’avvento del nuovo millennio questa sostanza ha spopolato in campo industriale ed infatti, ad oggi,  la possiamo trovare in innumerevoli preparati gastronomici di tale matrice industriale.
Ha conquistato un ruolo predominante nell’industria alimentare per le sue peculiarità come ad esempio il fatto che sia inodore, caratteristica importante che lo rende molto versatile nel suo utilizzo ed adatto ad essere abbinato ad ogni tipo di alimento; l’essere esaltatore di sapidità significa che è un additivo capace di ottimizzare o esaltare il sapore degli alimenti ai quali viene aggiunto.
Per ultimo ma non meno importante è creare dipendenza nelle persone che lo assumono aumentando l’eccitazione delle papille gustative, e quindi inserirlo nei prodotti alimentari non solo ne migliora le caratteristiche organolettiche ma ne promette anche un aumento di consumo della pietanza in cui è inserito.
A questo punto e necessario chiarire un aspetto fondamentale: il glutammato è una sostanza che di per se si trova naturalmente in natura sottoforma di acido glutammico che altro non è che un amminoacido che forma le catene proteiche di numerosi alimenti come legumi, frutta, verdura, mitili, pesce ed in quantità maggiori sono riscontrabili nei derivati animali come latte e carne.
Questa forma che possiamo definire naturale è presente in prodotti alimentari vegetali in quantitativi sufficienti e non tossici all’uomo. Quindi di per sé il mondo vegetale è già ricco di glutammato e l’uomo lo assorbe per via metabolica alimentandosi con cibi vegetali.
Il discorso è simile al sale da cucina: sappiamo tutti che l’utilizzo del comunissimo sale in aggiunta ai cibi è il fattore di rischio di numerose patologie cardiache ed endocrine ma di per sé il sodio è presente in numerosi vegetali nonché nell’acqua.  Ovviamente diventa dannoso per l’uomo quando esso viene assunto superando spesso le soglie limite giornaliere.
Lo stesso discorso vale per il glutammato. Infatti il nostro corpo contiene naturalmente glutammato dato dal processo di digestione e assimilazione dell’acido glutammico attraverso l’assunzione di cibi vegetali naturali.
Bisogna però capire perché  il glutammato, aggiunto al cibo, è cancerogeno. La questione si basa tutto sui quantitativi soglia per die in base al peso corporeo.
A seguito di numerosi studi l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha definito il glutammato una “eccitotossina”. Queste sono in genere aminoacidi che reagiscono con i recettori neurali in modo tale da provocare la distruzione di alcuni tipi di cellule cerebrali.
Quando la concentrazione del glutammato nell’organismo supera una certa soglia, risulta tossica, cancerogena.
Nonostante tutto l’OMS non si è ancora espressa con dei valori soglia. Cosa che invece ha ritenuto opportuno fare già da tempo l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), che nel 2017 ha ritenuto necessario definire una nuova soglia sull’assunzione di glutammato monosodico in Europeo [1]; portando così la dose massima giornaliera consentita a 30 mg per ogni chilogrammo di peso corporeo.
Dunque un valore ben più basso rispetto a quello consentito sino all’estate del 2017 che era di 10 g per chilogrammo di alimento e che secondo Efsa porterebbe ad una sovraesposizione.
Ma, non contento, questo gruppo scientifico incaricato della revisione degli studi ha ritenuto opportuno specificare che la soglia di 30 mg/kg di peso corporeo, secondo Efsa, potrebbe essere superata in determinate fasce di popolazione. Per tal motivo l’Efsa ha suggerito all’Unione Europea di rivedere al ribasso gli attuali limiti consentiti di aggiunta di glutammato come additivo negli alimenti. Un passo notevole! Un  atto di fondamentale importanza.
Ma perché questa richiesta da parte della comunità scientifica EFSA?
Per capirci un po’ di più bisogna fare alcuni cenni su quelli che sono stati gli avvenimenti che hanno portato a questi studi.
Tutto parte dal Parlamento Europeo, o meglio da una richiesta che la Commissione Europea fa all’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare. La richiesta in questione è quella di rivalutare per la sicurezza alimentare tutti gli additivi della famiglia del glutammato.
L’EFSA, una volta interpellata, si mise subito in moto per effettuare uno studio di rivalutazione di dati conosciuti provenienti da altri studi già convalidati, potremmo definire questo lavoro uno studio approfondito della letteratura disponibile sino al 2017.
Questa rivalutazione degli scienziati EFSA ha inoltre indotto la Comunità Europea a vietare, attraverso una direttiva, l’uso del glutammato monosodico nei prodotti alimentari destinati all’infanzia.
Sancendo quindi un netto divieto di somministrazione di glutammato sino all’età adolescenziale. Questo, perché, nei numerosi studi che sono stati presi in considerazione si evince che al di là di ogni quantitativo il glutammato è la causa principale dell’aumento del peso corporeo, e come per lo zucchero anche ad esso è imputata l’obesità.
Come in un processo, cerchiamo di identificare quali sono i capi d’imputazione a carico del glutammato:
Uno studio pilota condotto a Meru, nel Kenya orientale, mostra la correlazione tra il dolore cronico e il consumo di glutammato [2], che nella gran parte dei casi si manifesta sottoforma di emicranie;
Numerosi studi, come quello pubblicato nel 2011 sulla rivista scientifica Journal Hypertension [3], mostrano una netta correlazione tra l’assunzione di glutammato e ipertensione, naturalmente poi sappiamo bene che l’ipertensione è il fattore scatenante di innumerevoli patologie croniche vascolari e cardiache;
Un ulteriore effetto dannoso è quello di creare un notevole stato infiammatorio simile a quello che si crea secondario all’assunzione di zuccheri o proteine animali. E a sua volta tale stato infiammatorio è causa di osteoporosi (ciò è definibile come un effetto clinico compensativo, in quanto per tamponare lo stato infiammatorio, spesso perenne, le ossa cedono calcio).
Inoltre è stato evidenziato in numerosi studi che una tossicità data da assunzioni periodiche di glutammato sono in grado di produrre un danno alla guaina mielinica  che avvolge gli assoni dei neuroni che è la base di patologie croniche neurodegenerative come  Parkinson e Alzheimer.
Al glutammato può essere anche legata Sclerosi Multipla, in quanto sappiamo che esso aumenta notevolmente lo stato infiammatorio con manifestazioni marcate soprattutto a livello mielinico per cui la risposta immunitaria si focalizza sul diminuire questo stato infiammatorio deteriorando ciò che è infiammato ovvero la mielina assonica.
Per tali motivazioni scientifiche numerosi paesi europei hanno vietato l’utilizzo nelle industrie alimentari di glutammato monosodico in aggiunta agli alimenti (Gran Bretagna ed altri paesi).
E’ necessario fare un po’ di chiarezza anche sulla terminologia che spesso, l’industria alimentare utilizza per evadere dall’etichetta degli ingredienti il termine Glutammato monosodico.
Tutto legale, si tratta solo di un raggiro che le industrie alimentari fanno in quanto la parola “Glutammato” rappresenta, oramai, un alimento da evitare quindi l’industria alimentare ha trovato l’escamotage per confondere ed inserirlo “sotto mentite spoglie”.
Ecco che bisogna fare molta attenzione alle etichette degli ingredienti per poter essere sicuri di acquistare prodotti senza l’aggiunta di glutammato che spesso viene sostituito con la dicitura “estratto di lievito”.
Tale dicitura indica il procedimento industriale di estrazione del glutammato monosodico che avviene attraverso la lisi di cellule del lievito indotta chimicamente.
Questa lisi provoca la perdita da parte di queste cellule di proteine e quindi di amminoacidi: ESSENDO IL GLUTAMMATO UN AMMINOACIDO, ECCO CHE IL GIOCO E’ FATTO.
E’ compito degli infermieri conoscere tutti gli aspetti della nutrizione, visto e considerato che il cibo è un farmaco è va utilizzato coscienziosamente per evitare di fare danni e per poter curare, prevenire, alleviare e guarire. A noi infermieri spesso viene chiesto da parte dei paziente o dei caregiver cosa poter mangiare: dobbiamo essere capaci di saper indicare la giusta alimentazione.
 
Gustavo Castellano
Rosaria Abbundo
 
 
[1] https://www.efsa.europa.eu/it/efsajournal/pub/4910
[2] https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/?term=Meru+glutamate
[3] Journal of Hypertension 2011- Volume 29 – Issue 5 – p 846-853
L’articolo Alla scoperta del glutammato, il gustoso nemico. Lo studio dell’Autorità Europea per la sicurezza Alimentare scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.

ASL 2 Lanciano-Vasto-Chieti: concorso pubblico per 30 infermieri

CONCORSO PUBBLICO, PER TITOLI ED ESAMI, PER LA COPERTURA DI 30 POSTI DI COLLABORATORE PROFESSIONALE SANITARIO INFERMIERE
In esecuzione della delibera n. 1524 del 21.12.2018 d indetto concorso pubblico, per titoli ed esami, per la copertura di n. 30 posti di CPS.- Infermiere (cat. D livello economico D).
Con la partecipazione al concorso è implicita da parte dei candidati l’accettazione, senza riserve, delle condizioni del presente bando e di tutte le disposizioni che disciplinano e disciplineranno lo stato giuridico ed economico dei dipendenti della A.S.L. 02 Lanciano-Vasto-Chieti.
Dei posti a concorso, n. 9 sono riservati ai volontari in ferma breve o in ferma prefissata quadriennale congedati senza demerito ed agli ufficiali in ferma biennale e prefissata delle FF.AA, ai sensi dell’art. 1014, comma 4, del D.Lgs n. 66/2010, riserva determinata con il presente concorso e con una frazione di riserva già verificatasi con precedenti procedure concorsuali.
Nel caso in cui non vi siano candidati idonei in graduatoria, i posti saranno assegnati ad altri candidati utilmente collocati nella graduatoria stessa. In applicazione del predetto articolo 1014, la frazione residua di riserva per i volontari delle forze armate inferiore all’unità derivante dal presente concorso, sarà successivamente sommata con altre funzioni che si verificano nei prossimi concorsi.
Ai sensi dell’art. 24 del DLgs, n. 150/2009 e smi, il 20% dei posti sono riservati al personale dipendente a tempo indeterminato della A.S.L. 02 Lanciano-Vasto-Chieti.
Modalità di iscrizione al concorso
La modalità di iscrizione on-line è l’unica consentita ed è da intendersi tassativa. Non sono ammesse altre modalità di produzione o invio della domanda di partecipazione al concorso, a pena di esclusione.
Per l’iscrizione è necessario essere in possesso di indirizzo di posta elettronica certificata, codice fiscale ed estremi del versamento del contributo di partecipazione al concorso (10 euro).
I candidati che intendono partecipare al concorso devono completare l’invio della domanda di partecipazione, utilizzando esclusivamente la procedura on-line attiva sul link presente nel sito istituzionale

Protetto: HOME PAGE


entro il termine perentorio del 30° giorno successivo a quello della data di pubblicazione del bando, per estratto, sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Qualora detto termine cada in un giorno festivo, lo stesso é prorogato al primo giorno successivo non festivo.
Pubblicato sul B.U.R. Abruzzo n. 61 Speciale del 05.04.2019. In attesa della sua pubblicazione sulla G.U.
 
Redazione NurseTimes
 
Allegato
Bando concorso pubblico infermieri Abruzzo (pag. 12)
L’articolo ASL 2 Lanciano-Vasto-Chieti: concorso pubblico per 30 infermieri scritto da Marianna Di Benedetto è online su Nurse Times.

Allen Wolfe racconta l’esperienza dei flight nurse negli Usa: “Difficile, al momento, vederli in Italia”

RICCIONE – I numeri di un sistema sono eloquenti: negli Stati Uniti i flight nurse sono 6.000 per 1.600 basi di elisoccorso. A guardarla dall’Italia quella del flight nurse è una sorta di avanguardia dell’emergenza-urgenza, traguardo che difficilmente potrà essere raggiunto in tempi brevi. Lo ammette anche il dottor Allen Wolfe, che dall’altra parte dell’Oceano è uno dei principali formatori di questa figura professionale: in Italia c’è un problema innanzitutto culturale a fare da ostacolo alla nascita e crescita dell’infermiere specializzato nel servizio di soccorso su elicottero. Allen Wolfe è stato tra i relatori al congresso nazionale su emergenza, urgenza, accettazione che si è svolto a Riccione dal 4 a al 6 aprile. Nurse Times lo ha intervistato per sapere, tra l’altro, se è anche la differenza del sistema sanitario tra Stati Uniti e Italia a creare difficoltà nella nascita della figura del flight nurse.
L’articolo Allen Wolfe racconta l’esperienza dei flight nurse negli Usa: “Difficile, al momento, vederli in Italia” scritto da Salvatore Petrarolo è online su Nurse Times.

SM, valutati i cambiamenti dei sottotipi linfocitari durante trattamento con DMF. Positivi dati di sicurezza [Neuro]

È stato pubblicato online su “Neurology” uno studio condotto per valutare i cambiamenti funzionali nel repertorio dei linfociti e le conseguenti implicazioni cliniche in corso di trattamento con dimetilfumarato (DMF) a rilascio ritardato nei pazienti con sclerosi multipla (SM) recidivante-remittente (RRSM). Positivi i dati di safety.

Accusa malore in volo ma comandante rifiuta di atterrare: giovane infermiera muore durante viaggio di nozze

Ha accusato un grave malore durante il volo ma il pilota si è rifiutato di effettuare un atterraggio di emergenza. Così è morta Brittany Oswell, infermiera 25enne che stava celebrando il matrimonio durante il proprio viaggio di nozze alle Hawaii.
La ragazza si era appena sposata, e si trovava a bordo di un volo dell’American Airlines con il marito quando si è sentita male.
Le condizioni della neosposa sono apparse immediatamente gravi, tanto da spingere un medico presente tra i passeggeri a richiedere l’atterraggio di emergenza, dopo aver prestato i primi soccorsi a Brittany.
Il comandante ha però rifiutato la richiesta di trasferire l’infermiera in un ospedale, lasciando di fatto che la giovane si aggravasse ulteriormente.
La donna è andata in arresto cardiaco durante le fasi di soccorso, probabilmente a causa di un’embolia polmonare. Per tre volte è stato chiesto un atterraggio di emergenza, ma è sempre stato rifiutato dal comandante dell’aeromobile che ha preferito recarsi alla destinazione finale.
Dopo l’atterraggio è stata trasferita presso il Baylor Medical Center in Texas, ma le sue condizioni erano ormai irreparabilmente compromesse. L’infermiera è morta tre giorni dopo il ricovero, nel reparto di rianimazione dell’ospedale. La famiglia ha deciso di procedere per vie legali contro la compagnia aerea, ritenendo la negligenza del pilota come causa principale del decesso. In aggiunta sarebbe emerso come il defibrillatore a bordo dell’aereo fosse difettoso, non permettendo così al medico di eseguire le manovre di rianimazione correttamente.
Se tutto si fosse svolto secondo protocollo, stando a quanto sostiene la famiglia della 25enne, la giovane sarebbe ancora viva.
Simone Gussoni
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Paolo De Lia, l’infermiere che porta l’assistenza specialistica al domicilio dei bimbi che soffrono

Paolo De Lia è un infermiere 31enne che ha deciso di abbandonare l’attivita lavorativa in ospedale per trasferire le proprie conoscenze direttamente a domicilio dei bambini sofferenti. Riportiamo di seguito l’intervista di Silvia Valenti, pubblicata sul sito bergamopost.it.
La scelta di Paolo, l’infermiere
che assiste i bimbi a casa loro
Tra le categorie fragili, i bambini, specialmente quelli colpiti da malattia, sono i più delicati. Toccati troppo presto dalla sofferenza con cui devono fare i conti ogni giorno, hanno ancor più bisogno di un sorriso, di un abbraccio, di uno sguardo amico che allevi il momento della terapia. Lo sa bene Paolo De Lia, 31enne di Scanzorosciate, infermiere che ha deciso di lasciare l’impiego in ospedale per dedicarsi ad assistere i piccoli pazienti nel loro ambiente familiare.
La scelta di Paolo. Laureato in infermieristica, alle spalle dieci anni di esperienza in chirurgia e terapia intensiva pediatrica agli ex Ospedali Riuniti di Bergamo prima e al Papa Giovanni poi, dal 2015 ha iniziato a lavorare per Itineris, società con sede a Ponte Nossa e fondata da due infermieri, per occuparsi dei piccoli pazienti che necessitano un’assistenza specifica: «Un’estate ho trascorso le ferie a Pordenone affiancando colleghi che operano in quel distretto, un’eccellenza in Italia, dove l’assistenza domiciliare pediatrica è erogata già da anni direttamente dalla struttura ospedaliera», racconta Paolo.
Un modello che ha pensato di portare anche qui a Bergamo, per consentire una continuità assistenziale ai pazienti più fragili: «Credo che il territorio e l’ospedale debbano comunicare di più – spiega Paolo –. Con questo lavoro ho scoperto che le famiglie hanno un gran bisogno innanzitutto di essere ascoltate, non solo di supporto medico e tecnico, di costruire un rapporto di fiducia.
Infatti nei nostri report figura anche la voce “relazione di ascolto dell’infermiere”. È importantissimo, perché ci consente di comprendere i loro bisogni in maniera più estesa, di fare prevenzione e di evitare ulteriori ospedalizzazioni».
C’è dunque una forte componente psicologica nel mestiere dell’infermiere, che collabora con altri professionisti per un percorso di cura multidisciplinare, al fine di garantire il benessere del paziente: «Ogni caso è a sé e l’assistenza va costruita in base alle esigenze familiari insieme al pediatra, all’operatore socio-sanitario, al fisioterapista, allo psicologo.
Tutti specialisti che arrivano direttamente a casa, per far muovere il meno possibile il bimbo e assicurare la miglior qualità di vita». Ci vuole molta forza d’animo e la capacità di regalare sorrisi e momenti spensierati guardando negli occhi bambini che, piccolissimi, hanno già conosciuto il dolore:
«I casi più difficili sono i bambini sottoposti a cure palliative per malattie terminali – rivela Paolo –. Il mio ruolo è anche quello di supportare psicologicamente le famiglie che vivono momenti così duri, consentendo ai bimbi di stare il più possibile con i loro genitori».
L’ospedale a casa è gratuito. I bambini affetti da malattie croniche, tumori o che hanno subito interventi chirurgici, spesso sono sottoposti a trattamenti, analisi e visite mediche continue, che costringono a un via vai quotidiano tra ospedali e cliniche. Tante di queste terapie non necessariamente devono essere eseguite in strutture specifiche, impersonali, che incutono paura.
Nella maggior parte dei casi è adatta anche la propria cameretta, con i giochi preferiti e i peluche rassicuranti, che rendono un prelievo di sangue o una puntura meno spaventosi. È qui che entra in gioco il ruolo dell’infermiere pediatrico domiciliare, una figura poco conosciuta sul territorio, non solo bergamasco ma nazionale, eppure fondamentale per consentire le cure a casa.
«Mentre l’assistenza domiciliare è una realtà diffusa per gli anziani – spiega Paolo – vige il luogo comune che i bimbi possano essere assistiti correttamente solo in ospedale, in un ambiente asettico, quando invece è disponibile una rete di professionisti che operano anche a domicilio». Sono poche le famiglie che conoscono questo servizio, che si attiva gratuitamente tramite il pediatra e viene erogato dalla Regione con il Sistema Sanitario Nazionale una volta riconosciuta la situazione di fragilità attraverso una valutazione da parte sia del medico che di un assistente sociale.
«Non si rivolge solo ai malati cronici o terminali – specifica Paolo –, ma anche per tutti quei pazienti che hanno esigenze di aiuto domiciliare temporaneo, per esempio nella fase post operatoria». Il requisito fondamentale è la residenza in Lombardia, perché non tutte le regioni d’Italia offrono questo servizio.
Simone Gussoni
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Osp. San Camillo: paziente cerca di gettarsi dalla finestra, infermieri gli salvano la vita

Autentici attimi di paura sono stati vissute dalle persone presenti giovedì pomeriggio al terzo piano del padiglione Morgagni dell’ospedale San Camillo di Roma.

Un anziano in attesa di sottoporsi ad una visita specialistica, ha improvvisamente scavalcato la balaustra di una finestra cercando di buttarsi nel vuoto. Solamente la prontezza di alcune infermiere ha permesso di evitare il peggio. Le donne lo hanno tenuto “agganciato” al parapetto, fino a quando non sono intervenuti due colleghi in servizio nel reparto di Psichiatria al pian terreno, riuscendo ad evitare il dramma riportando l’uomo in salvo. L’allarme è scattato intorno alle ore 18.

L’ottantenne di Monteverde era in bilico all’esterno della finestra del corridoio. Le donne si sono messe ad urlare a squarciagola verso i pochi passanti chiedendo aiuto.

La palazzina non ospita altri reparti di degenza escluso l’Spdc che si trova al piano terra. A quell’ora della giornata infatti l’immobile era pressoché deserto. Due infermieri hanno corso tutto di un fiato le scale che portano al terzo piano. Arrivati sopra, vista l’esperienza maturata al contatto con degenti affetti da disagi psichici, hanno capito quale fosse il momento e il modo giusto per intervenire quando ormai anche le colleghe erano stremate dalla fatica.

Attraverso una mossa fulminea, hanno afferrato l’anziano tirandolo all’interno dei locali del nosocomio. Gli infermieri hanno rischiato a loro volta, di essere trascinati nel vuoto con lui. Sul posto, poco dopo, sono arrivate alcune volanti della Polizia. L’anziano è stato tranquillizzato e trattenuto in ospedale per accertamenti.

Simone Gussoni
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Sindrome di Rett, ottimi risultati in fase 2 per trofinetide [Neuro]

In pazienti pediatrici con sindrome di Rett, dosi da 200 mg/kg di trofinetide due volte al giorno migliorano sintomi come comportamenti ripetitivi, problemi respiratori, disregolazione dell’umore e deambulazione. Inoltre, il trattamento è sicuro e ben tollerato, secondo i risultati di uno studio pubblicati online su “Neurology”.

HF, sacubitril/valsartan da iniziare in ospedale. Nuove prove dal PIONEER-HF. #ACC2019 [Cardio]

Nei pazienti con scompenso cardiaco (HF) acuto scompensato il passaggio da enalapril alla combinazione di sacubitril/valsartan a otto settimane porta a un’ulteriore riduzione delle concentrazioni di frammento N-terminale del propeptide natriuretico di tipo B (NT-proBNP), ma lo switch può essere associato a una “opportunità mancata” per ridurre gli eventi clinici, secondo i ricercatori del PIONEER-HF. Se ne è parlato a New Orleans, durante la Scientific Session 2019 dell’American College of Cardiology (ACC 2019).

Deposizione di ferro nella sostanza grigia periacqueduttale. Un biomarcatore di emicrania cronica? [Neuro]

Rispetto ai pazienti con emicrania episodica e ai controlli sani, i pazienti con emicrania cronica presentano una maggiore deposizione di ferro nel nucleo rosso (RN) e nella sostanza grigia periacqueduttale (PAG), secondo i risultati dei uno studio caso-controllo recentemente pubblicati su “Neurology”.

COACT, sicura un’angiografia non immediata dopo rianimazione post-arresto non STEMI. #ACC2019 [Cardio]

Un’angiografia coronarica immediata può non offrire alcun vantaggio in termini di sopravvivenza rispetto a un approccio angiografico ritardato nell’adulto rianimato ma inconscio dopo un arresto cardiaco extra-ospedaliero senza segni di infarto miocardico con sopraslivellamento del tratto ST (STEMI). Lo suggerisce uno studio randomizzato condotto su più di 500 pazienti, i cui risultati sono stati esposti a New Orleans, durante la Scientific Session 2019 dell’American College of Cardiology (ACC 2019), e pubblicati contemporaneamente sul “New England Journal of Medicine” (NEJM).

Milano, prelievo di fegato e reni a cuore fermo grazie all’Ecmo team di Pavia

La collaborazione tra gli ospedali San Matteo e San Paolo ha reso possibile il prelievo degli organi.
Prelievo di organi all’ospedale San Paolo di Milano eseguito grazie all’intervento del San Matteo di Pavia. Quest’ultimo ha infatti messo a disposizione l’Ecmo team (foto) per prelevare, a cuore fermo, fegato e reni a un donatore 55enne, che da circa due settimane era ricoverato nella struttura milanese in gravi condizioni.
«Un grande ed emozionante lavoro di squadra», spiega Andrea Bottazzi, coordinatore del Centro donazioni e trapianti del San Matteo. Nella notte tra venerdì 29 e sabato 30 marzo, nella struttura di Terapia intensiva del San Paolo, diretta da Davide Chiumello, è stato possibile effettuare il prelievo degli organi con l’apporto dell’equipe del Policlinico pavese, composta dal coordinamento locale trapianti, un cardiochirurgo e un perfusionista.
«Il San Matteo possiede una tecnologia Ecmo molto avanzata – sottolinea Bottazzi –. L’Ecmo è una tecnica di circolazione extracorporea, utilizzata in ambito di rianimazione, come supporto cardiocircolatorio e respiratorio in pazienti con grave insufficienza cardiaca e respiratoria acuta». Il trasferimento di una tecnica molto complessa, che richiede l’intervento di più specialisti non è semplice e Bottazzi sottolinea «la necessità di coordinarsi con personale che ha una minore dimestichezza con questo intervento».
Aggiunge il coordinatore: «Forti di una notevole esperienza e di una grande versatilità dei nostri medi ci, infermieri e tecnici, siamo in grado di offrire una tecnologia e un’equipe super specializzata. L’esperienza del San Paolo ci lascia una grande commozione per i momenti vissuti con la famiglia del paziente deceduto. L’obiettivo, aggiunge, è quello di «incrementare questo tipo di attività per allargare la donazione anche in quei centri dove invece la volontà dei pazienti potrebbe essere frustrata dalle carenze del sistema». Il rene è stato impiantato in un paziente del San Matteo.
Redazione Nurse Times
 
 
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Priverno (Latina), medico aggredito dal figlio del paziente

Alcune ore dopo la visita sostenuta dal padre, l’uomo è tornato in ospedale è ha picchiato il camice bianco per la presunta lentezza negli accertamenti diagnostici.
II parapiglia dell’altro giorno al punto di primo intervento dell’ex ospedale “Regina Elena” di Priverno (Latina) ha avuto un seguito. Dopo la discussione tra un paziente e i medici della struttura per la presunta lentezza negli accertamenti diagnostici in corso su un paziente giunto dal comprensorio lepino, il figlio dell’uomo è tornato nella struttura sanitaria e ha aggredito il medico.
Ma andiamo con ordine. La mattina l’uomo si era presentato al Ppi, temendo di avere un infarto. Il medico di turno lo aveva sottoposto agli accertamenti come da protocollo, ma i familiari erano in fibrillazione, pensando che si stesse perdendo tempo, e chiedevano che il paziente venisse trasferito a Latina. Visto che il medico voleva invece finire gli accertamenti, qualcuno, probabilmente i famigliari, ha chiesto l’intervento del 118, e dalla sede privernate sono arrivate ambulanza e automedica. Ne è nata una accesa discussione e, alla fine, il paziente è stato prelevato e portato al “Goretti” di Latina, dove è stato ricoverato presso l’Unità coronarica provinciale, ma solo al termine degli accertamenti.
Sembrava finita lì. Invece nel pomeriggio il medico, dirigente del punto di primo intervento, si è ritrovato davanti il figlio del paziente della mattina. L’uomo lo ha brutalmente aggredito mentre stava visitando altri pazienti, per poi fuggire a bordo di un’auto. Il medico è stato colpito al volto con due pugni e messo kappaò. Lo hanno soccorso un infermiere e il collega del turno successivo, che gli ha riscontrato una tumefazione all’occhio sinistro, una contusione al mento e all’altezza delle costole, diagnosticando una prima prognosi di sei giorni, salvo complicazioni.
Sull’increscioso episodio sono stati chiamati a indagare i carabinieri della Stazione privernate, che hanno subito identificato l’autore dell’aggressione. Si tratta di un 32enne di Sezze, ora deferito all’autorità giudiziaria in stato di libertà per i reati di violenza e minaccia a pubblico ufficiale ed interruzione di pubblico servizio.
l medico non riesce a capacitarsi di quanto accaduto. «È stata un’aggressione inaspettata e fuori luogo», ha spiegato ai suoi colleghi, ribadendo quanto aveva detto al figlio del paziente l’altra mattina, e cioè di aver adottato il protocollo previsto per i casi di sospetto infarto. Sebbene gli esami (troponina ad alta intensità, elettrocardiogramma e terapie d’urto con gli anticoagulanti e morfina) avessero dato esito negativo, aveva consigliato di restare sotto osservazione più a lungo. Il paziente, invece, ha preferito farsi portare al “Goretti”, dove, a quanto sembra, è stato poi operato.
Redazione Nurse Times
Fonte: Il Messaggero
 
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L’ospedale di San Pio “scarica” l’Università di Foggia

Cancellate tutte le convenzioni tra la Casa Sollievo della Sofferenza e la facoltà di Medicina. L’ateneo dauno sostiene di non conoscere le ragioni della decisione.
La Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo (già al centro di un’altra scottante vicenda) ha deciso di non avvalersi più delle convenzioni mediche con la facoltà di Medicina dell’Università di Foggia, alcune delle quali in essere sin dal lontano 2006. Un fulmine non proprio a ciel sereno per l’ateneo dauno, che sapeva del disimpegno dal novembre scorso. Di certo una constatazione amara, quella del consiglio di amministrazione, che nella riunione del 27 marzo scorso ha deciso di avviare un contenzioso con l’ospedale fondato da San Pio, sottolineando un danno quantificabile in 1,6 milioni.
Formalmente l’Università ignora i motivi che hanno portato Casa Sollievo a un dietrofront per certi versi inusuale, trattandosi di un istituto a carattere scientifico di dichiarata fama e della naturale collaborazione instaurata già da alcuni anni con l’istituzione accademica. Un rapporto che trova in alcuni eminenti esponenti della facoltà dauna un punto di riferimento: primo fra tutti il preside Gianluigi Vendemiale, che ha in piedi una collaborazione scientifica con l’Irccs dal 2012 prorogata nel 2015.
L’università avrebbe provato a far recedere Casa Sollievo dalla sua posizione, ma infruttuosi sarebbero stati i colloqui tenuti a più riprese dallo stesso Vendemiale e dai professori Lo Muzio e Foschino Barbaro con i vertici dell’ospedale garganico per provare a stemperare i toni e arrivare al dunque del problema. Questione complicata, a quanto pare, e c’è chi dice mossa da ragioni inconfessabili. Sta di fatto che l’Università non sembra proprio venirne a capo.
E a questo punto si infittisce il mistero. Cosa ha spinto Casa Sollievo al clamoroso passo indietro? In via Gramsci sottolineano la lunga collaborazione con l’Irccs e nessun elemento di criticità mai formalmente sollevato dall’istituto percettore di servizi in cambio di introiti non trascurabili per l’Università dauna, quantificabili al 31 dicembre 2018 in 276.488 euro. Somma che Casa Sollievo, da quella data, non versa più nelle casse dell’ateneo foggiano, più un altro credito vantato dall’istituzione accademica di 9mila euro per il corso di laurea in Infermieristica, che ha appunto sede a San Giovanni Rotondo.
Le malelingue sostengono che di Casa Sollievo “non c’è mai da fidarsi”, e ricordano come l’ospedale di San Pio sia da sempre considerato un concorrente della sanità pubblica foggiana, piuttosto che un alleato. Un’idiosincrasia sulla quale oggi sbatte pure l’Università. Sta di fatto che i posti dei professori Michele Giuliani, Vincenzo D’Angelo e Tommaso Cassano, assegnati per concorso nel 2014 nell’ambito dell’accordo quadro di collaborazione con Casa Sollievo, oggi rischiano di essere pagati a vuoto dall’Università foggiana, se non ci sarà un chiarimento per vie brevi.
Ricordiamo che l’accordo quadro finanzia un posto di professore di seconda fascia Malattie odontostomatologiche, un posto di professore di seconda fascia in Neurochirurgia e un terzo posto di professore di pari livello. Ben sette le convenzioni e gli accordi a questo punto saltati, o comunque in bilico fra Università e Casa Sollievo, partendo dalla convenzione dell’ottobre 2006 per il finanziamento di un posto da professore di seconda fascia in Diagnostica per immagini e radioterapia al professor Giuseppe Guglielmi.
E poi la convenzione, sempre dell’ottobre 2006, in Radiologia muscoloscheletrica (ancora Guglielmi), quella dell’ottobre 2012 con Vendemiale per attività formative e scientifiche, la convenzione del luglio 2013 per le attività di tirocinio degli studenti, quindi la convenzione dell’aprile 2015 per il conferimento di un incarico assistenziale di elevata specializzazione presso il Dipartimento testa-collo dell’Unità operativa di Chirurgia maxillo-facciale dell’Ireos. Chiudono il quadro la convenzione del luglio 2016 per Pediatria generale e specialistica (professor Massimo Pettoello Mantovani) e l’accordo attuativo del protocollo d’intesa con la Regione Puglia, marzo 2018, che individua le scuole di specializzazione per i futuri medici interessate alla collaborazione con le unità operative di Casa Sollievo. Un articolato di rapporti, collaborazioni e reciproci interessi (anche evidentemente a beneficio della didattica e dell’assistenza) oggi seriamente messo in discussione e per ragioni che l’Università sostiene di non conoscere.
Redazione Nurse Times
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
 
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Legge 104: tutte le agevolazioni

Riprendiamo dal portale Laleggepertutti.it una guida ai benefici previsti dalla normativa.
I benefici che spettano ai destinatari della legge 104, cioè gli aiuti che la normativa prevede per i disabili e i loro famigliari, sono numerosi e operano in campi diversi: molte di queste agevolazioni, tra l’altro, sono poco conosciute. Vediamo, in questa guida, tutte le agevolazioni previste dalla legge 104, assieme agli altri benefici per chi è in possesso del riconoscimento di handicap, invalidità e non autosufficienza.
Legge 104: chi sono i beneficiari?
La legge 104 è la normativa quadro in materia di disabilità. Quando si parla di beneficiari della legge 104 si intendono, generalmente, i portatori di handicap in situazione di gravità, oppure i lavoratori che assistono un familiare in queste condizioni. Sono comunque previste delle agevolazioni anche per i portatori di handicap non grave e per i portatori di handicap superiore ai 2/3. Ulteriori agevolazioni sono previste per gli invalidi: l’invalidità non deve essere confusa con l’handicap, in quanto, mentre quest’ultimo consiste in una condizione di svantaggio sociale, l’invalidità consiste in una riduzione della capacità lavorativa. La non autosufficienza è una condizione ancora differente: per soggetto non autosufficiente, in particolare, si intende chi è impossibilitato a compiere gli atti quotidiani della vita o chi non può camminare senza l’aiuto di un accompagnatore.
Permessi retribuiti per il lavoratore disabile
Il lavoratore maggiorenne disabile, ciascun mese, ha diritto alternativamente a permessi retribuiti di:
2 ore giornaliere;
3 giorni, continuativi o frazionati.
Il tipo di permesso richiesto (giornaliero o orario) può essere cambiato dal lavoratore da un mese all’altro, modificando la domanda precedentemente presentata. La variazione può essere eccezionalmente consentita anche durante il mese, per esigenze improvvise e imprevedibili all’atto della richiesta dei permessi, che devono essere documentate dal lavoratore.
In caso di part-time verticale o misto, con attività lavorativa limitata ad alcuni giorni del mese, o in caso di riduzione dell’attività lavorativa coincidente con un periodo di integrazione salariale, il numero dei giorni di permesso spettanti deve essere ridimensionato in proporzione. Il risultato della proporzione viene arrotondato all’unità inferiore o a quella superiore, a seconda che la frazione sia fino allo 0,50 o superiore.
Permessi retribuiti per i familiari del disabile
I permessi retribuiti non spettano solo al disabile, ma anche ai suoi famigliari (e al convivente di fatto, come risultante dalla dichiarazione anagrafica al Comune di residenza), se sono lavoratori dipendenti.
I permessi possono essere accordati ad un unico lavoratore per assistere lo stesso disabile, il referente unico: il referente beneficia dei permessi mensili per tutti i mesi di assistenza alla persona con handicap grave.
Il diritto non può essere riconosciuto a più di un lavoratore dipendente per l’assistenza dello stesso disabile: questi deve dunque dichiarare all’Inps  il lavoratore suo familiare prescelto, da cui vuole essere assistito. Se il disabile è assistito alternativamente, per periodi di tempo predeterminati, da parenti diversi (entro il 2° grado), ciascun avente diritto deve presentare, di volta in volta, la domanda per ottenere il riconoscimento dei permessi retribuiti legge 104.
Un’eccezione alla regola generale del “referente unico” è prevista nel caso dei genitori, che possono beneficiare alternativamente dei permessi per l’assistenza dello stesso figlio con handicap grave.
Il diritto ai permessi retribuiti è concesso anche se:
nel nucleo familiare del disabile si trovano famigliari conviventi non lavoratoriidonei a prestare assistenza;
sono presenti altre forme di assistenza pubblica o privata(ricorso alle strutture pubbliche, al cosiddetto “no profit” e al personale badante).
Come usare i permessi della legge 104
Spesso ci si chiede se il lavoratore che utilizza i permessi della legge 104 debba stare tutta la giornata o solo le ore lavorative presso il familiare con handicap. In generale la giurisprudenza sostiene che l’impiego per scopi personali della giornata di permesso retribuita costituisce un comportamento illegittimo che può essere configurabile come reato: quello di truffa ai danni dello Stato (difatti l’indennità per la giornata di riposo viene corrisposta dall’Inps e solo inizialmente anticipata dal datore di lavoro). Inoltre tale comportamento giustifica il licenziamento visto che il dipendente si macchia di una condotta infedele. Il datore potrebbe far pedinare il lavoratore, a tal proposito, e verificare se lo stesso sta usando i permessi della legge 104 per scopi personali o per assistere l’invalido.
Di recente, però, la Cassazione ha adottato un’interpretazione più larga. Secondo la Corte, poiché il lavoratore con la legge 104, durante il normale corso della settimana, alterna il lavoro all’assistenza, non trovando quindi spazi per le proprie necessità (fosse anche fare la spesa, comprare un vestito o incontrarsi con gli amici) è legittimo pensare che lo faccia durante i giorni di permesso in cui ha più tempo. Infatti la legge ha cancellato l’obbligo dell’assistenza continuativa. Ciò che però resta vietato è l’utilizzo dell’intera giornata per scopi personali come, ad esempio, per allungare il weekend e il ponte o fare gite con gli amici. In passato è stato ritenuto legittimo il licenziamento della lavoratrice sorpresa, in uno dei giorni di permesso con la legge 104, a partecipare a una serata in discoteca.
Domanda legge 104
Per ottenere le agevolazioni collegate alla Legge 104 è prima necessario il riconoscimento dello stato di disabilità. Per domandarne il riconoscimento, dopo aver ottenuto il certificato medico dal proprio medico curante, si deve inoltrare, tramite il sito dell’Inps, il contact center Inps Inail, o mediante Patronato, la domanda di accertamento dei requisiti sanitari. L’accertamento medico potrà, poi, consentire l’accesso non solo ai benefici legati alla Legge 104, ma anche a quelli connessi alla non autosufficienza, all’invalidità civile, cecità, sordità, etc. La procedura, dunque, è unica sia per l’handicap che per l’invalidità, anche se le due condizioni danno diritto a benefici differenti.
Come viene accertata la disabilità?
Lo stato di gravità della minorazione è accertato da un’apposita commissione medica Asl, che deve pronunciarsi entro 90 giorni dalla data di presentazione della relativa domanda.
Se la commissione non si pronuncia entro 45 giorni dalla presentazione della domanda, l’accertamento è provvisoriamente effettuato da un medico specialista nella patologia denunciata, in servizio presso l’Asl da cui è assistito l’interessato. L’accertamento provvisorio è efficace fino all’emissione dell’accertamento definitivo della commissione.
Inoltre, su richiesta motivata dell’interessato, la commissione medica può rilasciare un certificato provvisorio al termine della visita, efficace fino all’emissione dell’accertamento definitivo.
Nel caso di disabili affetti da sindrome di down, l’accertamento della gravità della disabilità è effettuato dal medico curante previa richiesta di presentazione del cariotipo, cioè del patrimonio cromosomico di un organismo.
La certificazione provvisoria è utile per beneficiare:
dei 3 giorni di permesso mensile retribuitoper assistere i disabili gravi;
del prolungamento del congedo parentalefino al 3° anno di vita del bambino, portatore di handicap grave;
delle 2 ore di permesso giornalieroretribuito fino al 3° anno di vita del bambino, portatore di handicap grave (in alternativa al prolungamento del congedo parentale);
del congedo straordinario biennaleretribuito per assistere i disabili gravi.
Permessi retribuiti legge 104
Come abbiamo visto, il lavoratore che assiste un figlio o un familiare (coniuge, affine o parente entro il 2° grado, eccezionalmente entro il 3° grado) con handicap grave ha diritto a 3 giorni di permesso retribuito mensile.
L’assistenza al portatore di handicap, perché siano concessi i permessi retribuiti, deve essere continuativa: questo non comporta necessariamente la convivenza tra il lavoratore ed il disabile, secondo un noto interpello del ministero del Lavoro. Ciò che interessa è che sia presente un’assistenza sistematica ed adeguata: in base a ciò, è possibile chiedere i permessi presentando un programma delle modalità di assistenza. Sulla congruità medico-legale del programma deve esprimersi il dirigente del centro medico legale della sede Inps competente .
In caso di ricovero ospedaliero, si possono fruire i permessi se:
è richiesta l’assistenza da parte di un familiare;
il disabile è in stato vegetativopersistente;
il disabile ha una prognosi infaustaa breve termine.
il disabile deve uscire dalla struttura per visite specialistiche e terapie.
Anche il lavoratore portatore di handicap grave, come già esposto, ha diritto agli stessi permessi lavorativi. Il permesso può essere anche frazionato ad ore (2 ore al giorno) ed è necessaria, in tutti i casi, la certificazione specifica di handicap grave, rilasciata dall’apposita commissione medica Asl (integrata da un medico dell’Inps), per poterne fruire.
I permessi per l’assistenza del disabile sono retribuiti dall’Inps, ma anticipati dal datore di lavoro, che provvede poi al recupero in sede di denuncia mensile Uniemens.
Per ottenerli è necessario inviare un’apposita domanda all’Inps ed al datore di lavoro.
L’azienda non può rifiutare la concessione dei permessi, ma può richiederne la programmazione, se:
il lavoratore può individuare in anticipole giornate di assenza;
non è pregiudicato il diritto dell’invalido all’effettiva assistenza;
la programmazione è condivisacon lavoratori e rappresentanze sindacali.
Ad ogni modo, il lavoratore può sempre spostare unilateralmente i permessi, perché l’interesse di assistenza e tutela del disabile prevale sulle esigenze organizzative aziendali.
I giorni di permesso della legge 104 spettano ai familiari non conviventi?
Secondo quanto disposto dalla legge 104 i beneficiari dei permessi retribuiti per l’assistenza del portatore di handicap grave sono il coniuge, gli affini, i parenti entro il secondo grado, o entro il terzo grado a determinate condizioni di legge. La legge, come anticipato, esclude la convivenza tra i presupposti necessari per la concessione dei benefici . Ciò vuol dire che il diritto ad ottenere i permessi retribuiti è riconosciuto anche se gli affini ed i parenti non abitano con il disabile che deve ricevere assistenza.
Al partner convivente spettano i giorni di permesso della legge 104?
In passato, se il disabile aveva un rapporto di convivenza more uxorio (ossia una famiglia di fatto), per il fatto di non essere legato da vincolo matrimoniale, restava sprovvisto di tutela, anche nel caso in cui non esistessero altri familiari disponibili all’assistenza. La legge escludeva, difatti, il convivente more uxorio dall’elenco dei soggetti beneficiari dei permessi retribuiti legge 104 per l’assistenza, privando così i soggetti portatori di handicap grave interessati a ricevere assistenza da persone cui sono legate da un rapporto stabile e certo della tutela garantita dalla costituzione. Dal 2016, grazie a una nota sentenza della Corte Costituzionale, non è più così: secondo la Consulta, difatti, la legge 104 , non prevedendo la concessione dei permessi retribuiti al convivente del disabile, viola la Costituzione per irragionevolezza e viola il diritto alla salute psico-fisica del disabile grave sia come singolo che nella società.
La Corte costituzionale, riconoscendo il ruolo del convivente nell’assistenza al portatore di handicap grave, lo ha dunque equiparato a quello del gruppo di soggetti che, in via prioritaria, possono fruire dei permessi, cioè coniuge, parenti e affini entro il secondo grado.
Bisogna aver firmato un patto di convivenza per aver diritto ai permessi Legge 104? No, è necessario soltanto che la convivenza risulti dall’apposita dichiarazione di residenza all’anagrafe del proprio Comune, come chiarito dall’Inps.
Al partner dell’unione civile spettano i giorni di permesso della legge 104?
Il lavoratore parte dell’unione civile, essendo equiparato al coniuge, ha diritto ai permessi retribuiti mensili per l’assistenza del partner disabile grave, come se fosse il marito, o la moglie, dell’assistito.
In attuazione delle nuove previsioni, la procedura online dell’Inps per l’invio della domanda dei permessi legge 104 è stata recentemente implementata, per consentire anche agli uniti civilmente di inviare la domanda.
Attenzione, però: tra la parte dell’unione civile ed i familiari dell’altra parte non si creano vincoli di affinità, come specificato dall’Inps: non è dunque possibile chiedere i permessi legge 104, né il congedo straordinario, per assistere i parenti del partner.
Congedo retribuito di due anni
Chi assiste un familiare convivente con handicap grave certificato ha diritto a un congedo straordinario retribuito, della durata massima di 2 anni nell’arco della vita lavorativa: è possibile assentarsi anche in maniera frazionata, ma la frazionabilità è soltanto giornaliera e non oraria.
Il beneficio spetta, nell’ordine: al coniuge che convive col lavoratore, ai genitori, ai figli conviventi, ai fratelli ed alle sorelle conviventi e, in mancanza, ad altri parenti o affini fino al terzo grado; è indispensabile, al contrario di quanto avviene per i permessi retribuiti, la convivenza col soggetto disabile.
I due anni di congedo straordinario sono da intendersi come massimo utilizzabile, per ciascun dipendente, nell’intero arco della vita lavorativa. Pertanto, se vi sono più familiari per i quali si possa fruire del congedo, in ogni caso non è possibile superare i due anni totali, comprensivi di tutte le assenze inerenti ogni assistito. Nel computo del limite dei 2 anni rientrano anche le giornate festive e non lavorative ricomprese tra le giornate di assenza.
La domanda per il congedo straordinario consiste in un’autocertificazione, accompagnata dal certificato di handicap grave; deve essere presentata al proprio dirigente o alla propria amministrazione, se si lavora per un ente pubblico. I dipendenti privati, invece, devono inoltrare la domanda direttamente all’Inps: dopo che l’Istituto verifica la correttezza formale e accoglie l’istanza, devono effettuare la richiesta al proprio datore di lavoro.
L’indennità per il congedo straordinario corrisponde alle voci fisse e continuative dell’ultima retribuzione, sino ad un massimo di circa 48mila euro annuali (cifra rivalutata periodicamente); si ha diritto, inoltre, alla contribuzione figurativa.
Il congedo legge 104 spetta se non si convive col genitore?
La Corte Costituzionale, con una recente sentenza, consente anche al figlio non convivente al momento della domanda la possibilità di fruire del congedo straordinario legge 104, ossia del congedo, pari a un massimo di 2 anni nella vita lavorativa, per assistere familiari disabili.
In particolare, la Corte ha dichiarato la parziale incostituzionalità del testo unico maternità-paternità [5], nella parte in cui non elenca tra i beneficiari del congedo straordinario il figlio che, al momento della presentazione della richiesta, ancora non convive con il genitore con handicap grave, se instaura la convivenza successivamente, in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti del coniuge convivente, del padre e della madre, anche adottivi, dei figli conviventi, dei fratelli e delle sorelle conviventi, dei parenti o affini entro il terzo grado conviventi, legittimati a richiedere il beneficio in via prioritaria secondo l’ordine determinato dalla legge.
Prolungamento del congedo parentale
Il lavoratore, secondo la Legge 104, può fruire di 2 ore di permesso giornaliero indennizzato per assistere il figlio disabile (portatore di handicap grave), oppure di 3 giorni mensili di permesso retribuito.
Se il figlio disabile è minore di 12 anni, però, può fruire del prolungamento del congedo parentale sino a un massimo di 3 anni, o di riposi alternativi al prolungamento. Le ultime due agevolazioni non possono essere cumulate col congedo parentale orario.
Diritto alla scelta della sede
Il dipendente portatore di handicap grave, beneficiario di Legge 104, o che assiste un parente in possesso del medesimo stato, ha il diritto di scegliere la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio, a meno che non sussistano ragioni contrarie motivate dall’azienda. Più che di un diritto, in questi casi parliamo di interesse legittimo.
È differente la situazione dei dipendenti pubblici: in particolare, i lavoratori della P.A. che sono in possesso di un’invalidità superiore a 2/3 hanno il diritto di scelta prioritaria tra le sedi disponibili.
Rifiuto al trasferimento
Il portatore di handicap grave, o il lavoratore che assiste un familiare nella stessa condizione, non può essere trasferito in altra sede dall’azienda contro la sua volontà, a prescindere dall’esistenza di ragioni valide e motivate dall’azienda: in tale situazione, difatti, si configura un vero e proprio diritto soggettivo in capo al dipendente.
Rifiuto di prestare lavoro notturno
Il lavoratore beneficiario di legge 104, oppure che assiste o ha a proprio carico un soggetto portatore di handicap grave, non può essere adibito dall’azienda al lavoro notturno contro la sua volontà.
Rifiuto di prestare lavoro domenicale o festivo
La legge non prevede espressamente, per i portatori di handicap grave o per i familiari che li assistono, la possibilità di rifiutarsi di prestare lavoro festivo o domenicale. Prevedono questa possibilità, tuttavia, alcuni contratti collettivi, come il CCNL Commercio e Terziario, nel quale è stabilito che i portatori di handicap grave beneficiari di Legge 104, nonché i familiari conviventi che li assistono, possono legittimamente rifiutarsi di lavorare la domenica e nei festivi.
Contributi figurativi aggiuntivi
Il possesso di handicap, a prescindere dalla gravità, non dà diritto a particolari agevolazioni previdenziali. Queste, infatti, sono dovute in base all’invalidità, cioè alla riduzione della capacità lavorativa. In particolare, il lavoratore con invalidità sopra il 74% ha diritto, a partire dalla data di riconoscimento di tale percentuale di riduzione della capacità lavorativa, a 2 mesi l’anno di contributi figurativi, che si aggiungono alla contribuzione versata per raggiungere prima la pensione. In questo modo, è possibile anticipare la pensione sino a 5 anni.
Pensione anticipata
I lavoratori invalidi dall’80% in su hanno anche diritto di accedere alla pensione di vecchiaia anticipata, ossia con 60 anni e 7 mesi di età per gli uomini e 55 anni e 7 mesi per le donne (e 20 anni di contributi). Si applica, a questi requisiti, l’attesa di un periodo di finestra pari a 12 mesi dalla maturazione dei requisiti alla liquidazione della pensione.
Assegno ordinario d’invalidità
L’assegno ordinario d’invalidità è riconosciuto a prescindere dal possesso di handicap, per i soggetti con riduzione della capacità lavorativa superiore a 2/3. Sono necessari 5 anni di contributi versati, di cui 3 nell’ultimo quinquennio e sono previsti di limiti di cumulo tra assegno e altri redditi.
In particolare, la normativa prevede una riduzione:
del 25%se il reddito totale supera quattro volte il trattamento minimo;
del 50%se il reddito totale supera cinque volte il trattamento minimo;
Quando l’assegno d’invalidità è trasformato in pensione di vecchiaia, al compimento dell’età pensionabile, diviene pienamente cumulabile con tali redditi; inoltre, cadono tutti i limiti al cumulo dei redditi in presenza di almeno 40 anni di contributi. L’assegno ordinario d’invalidità è compatibile con l’attività lavorativa, ma non è compatibile col trattamento di disoccupazione: in questo caso, è possibile optare per l’indennità più favorevole.
Pensione d’invalidità civile
La pensione d’invalidità, o assegno d’invalidità civile, è una prestazione assistenziale, dunque spetta a prescindere dal versamento di contributi; la prestazione non è collegata al possesso di handicap, ma è necessaria un’invalidità riconosciuta superiore al 74%. Per ottenere l’assegno, il reddito posseduto non deve essere superiore a 4.800,38 euro, per l’anno 2016.
Il sussidio è compatibile sia con l’attività lavorativa che con la disoccupazione, ma è incompatibile con qualsiasi pensione diretta d’invalidità e con tutte le prestazioni pensionistiche d’invalidità per causa di guerra, di lavoro o di servizio, comprese le rendite Inail. L’interessato può comunque optare per il trattamento più favorevole.
Pensione d’inabilità
La pensione d’inabilità ordinaria è anch’essa indipendente dal possesso di handicap, in quanto spetta in presenza di un’assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi lavoro; sono necessari i seguenti requisiti contributivi: 5 anni di contributi di cui 3 versati nell’ultimo quinquennio. La pensione è incompatibile con qualsiasi attività lavorativa, dipendente, parasubordinata o autonoma.
L’ammontare della pensione di inabilità risulta dalla somma:
dell’importo dell’assegno di invalidità (che si calcola in proporzione ai contributi versati, col metodo retributivo sino al 2011, misto o contributivo, a seconda dell’anzianità assicurativa), non integrato al trattamento minimo;
della maggiorazione, pari agli anni di contribuzione compresi tra la decorrenza della pensione di inabilità ed il compimento dei 60 annidi età (in pratica, la pensione è pari a quella che il lavoratore avrebbe avuto una volta raggiunti 60 anni di età).
Se, in sede di accertamenti sanitari, viene invece riscontrato il possesso d’inabilità per assoluta e permanente impossibilità a svolgere le proprie mansioni lavorative o a proficuo lavoro, hanno diritto alla pensione d’inabilità soltanto i dipendenti pubblici, in casi particolari.
Pensione per invalidi civili totali
La pensione d’inabilità per invalidi civili totali (soggetti con riconosciuta invalidità totale e permanente del 100%) è un assegno dovuto a soggetti di età tra i 18 e i 65 anni, impossibilitati a svolgere qualsiasi attività lavorativa. L’emolumento è dunque incompatibile con qualsiasi lavoro: a differenza della pensione d’inabilità ordinaria, però, si tratta di una prestazione assistenziale, dunque la provvidenza è dovuta indipendentemente dal versamento di contributi, ma è soggetta al limite di reddito annuale di 16.532,10 euro.
Indennità di accompagnamento
L’indennità di accompagnamento è un trattamento che spetta agli invalidi civili totali non in grado di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore o non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita. Tale indennità non è incompatibile con l’attività lavorativa (poiché l’impossibilità di lavorare si determina soltanto in presenza dello status di inabilità assoluta e permanente a svolgere qualsiasi attività lavorativa), né con la percezione di altri redditi. Per il 2016 l’importo mensile spettante è pari a 512,34 euro, e l’importo annuale è pari a 6.148,48 euro.
Collocamento mirato
I lavoratori con invalidità civile superiore al 45%, a prescindere dal possesso di handicap, hanno diritto al collocamento mirato, cioè ad accedere ai servizi di sostegno dedicati, e ad iscriversi alle liste speciali, secondo quanto previsto dalla legge 68. Inoltre possono essere computati nelle quote di riserva dell’azienda. Hanno gli stessi diritti anche gli invalidi di guerra, del lavoro e per cause di servizio con percentuale sopra il 33%, con minorazioni ascritte dalla prima all’ottava categoria.
Agevolazione Legge 104 per l’acquisto di veicoli
Per quanto riguarda l’acquisto dell’auto da parte di un soggetto disabile, la normativa prevede 4 tipologie di benefici, tra loro cumulabili:
detrazione Irpefpari al 19% del costo del veicolo ( in pratica, se il costo del veicolo è pari a 10mila euro, si possono togliere 1.900 euro dalle imposte); la detrazione, che va indicata nella dichiarazione dei redditi, può essere effettuata in un’unica soluzione o in 4 quote; la spesa massima consentita è di 18.075,99 euro;
pagamento dell’Ivasull’acquisto del veicolo in misura ridotta, pari al 4%;
esenzione dal bollo auto(si tratta di un’esenzione perpetua, non limitata alle prime annualità);
esonero dal pagamento dell’imposta di trascrizione sui passaggi di proprietà.
Gli incentivi sono validi non solo per le autovetture, ma anche per alcuni autoveicoli specifici e per il trasporto promiscuo, autocaravan, motocarrozzette, motoveicoli per il trasporto promiscuo e specifici. Oltreché per l’acquisto, i benefici possono essere fruiti anche per la riparazione.
Non tutti i disabili possono usufruire, però, di queste agevolazioni, ma solo le seguenti categorie:
sordi e non vedenti ;
portatori di handicap grave secondo la legge 104, qualora si tratti di disabili psichici o mentali titolari d’indennità di accompagnamento, o di disabili affetti da pluriamputazioni, o con capacità di deambulazione notevolmente limitata;
soggetti disabili con capacità motorie ridotte o assenti.
Le spese possono essere detratte anche dal familiare che ha fiscalmente a carico il disabile(il reddito annuo, perché il familiare sia considerato fiscalmente a carico, non deve superare 2.840,51 euro).
Agevolazioni fiscali legge 104: spettano per l’auto cointestata?
I benefici fiscali legati all’acquisto di autoveicoli per disabili sono riconosciuti, alternativamente, o al disabile stesso, o al familiare che lo ha a carico.
Anche se, da un punto di vista logico, sarebbe più che corretto concedere l’agevolazione in presenza di cointestazione del veicolo, tanto più se uno dei cointestatari è il soggetto che ha a carico il disabile, una nota risoluzione dell’Agenzia delle Entrate è stato negato questo beneficio: secondo l’Agenzia, difatti, le norme che accordano agevolazioni devono essere interpretate in maniera letterale. Impossibile, dunque, riconoscere il beneficio in presenza di cointestazione del veicolo, poiché si violerebbe la legge, che prevede l’alternativa fruizione delle agevolazioni fiscali da parte o del soggetto disabile, o del familiare che lo ha in carico, senza ulteriori possibilità.
Detrazione Irpef per figlio disabile a carico
Se si ha un figlio a carico portatore di handicap grave secondo la legge 104, l’ordinaria detrazione Irpef per figli a carico spettante è aumentata di 400 euro. Ciò vuol dire che la detrazione base, per il figlio minore di 3 anni, sarà pari a 1.620 euro annui anziché 1.220, e , se di età pari o superiore a 3 anni, sarà di 1.350 euro anziché 950. Resta fermo l’aumento di 200 euro della detrazione per ciascun figlio a carico, nel caso in cui siano superiori a tre.
Contributo Inps da mille euro al mese
Una tra le agevolazioni più significative per i disabili ed i familiari che li assistono, in termini economici, è senza dubbio il programma Inps Home Care Premium, al quale si può aderire sino al 31 gennaio 2022: questo progetto si rivolge però ai soli dipendenti e ai pensionati pubblici, ai i loro coniugi, parenti o affini di primo grado non autosufficienti. Pertanto, potrebbe essere utile nel caso in cui chi presta assistenza sia o sia stato dipendente pubblico, o in cui l’assistito sia dipendente o pensionato pubblico.
Il progetto Home Care Premium, nel dettaglio, prevede due tipologie di prestazioni da parte dell’Inps, con il coinvolgimento di enti pubblici e ambiti territoriali sociali:
• un contributo economico mensile, sino a un massimo di 1.050 euro (1.250 euro per i disabili più gravi), denominato prestazione prevalente, da utilizzare per rimborsare le spese sostenute per l’assunzione di un assistente familiare;
• un servizio di assistenza alla persona, la cosiddetta prestazione integrativa (servizi personali domiciliari, prestazioni di sollievo, protesi, ausili, apparecchi…), erogata attraverso la collaborazione degli ambiti territoriali sociali (Ats), oppure da enti pubblici convenzionati che abbiano competenza a rendere i servizi di assistenza alla persona.
È possibile, se si possiedono i requisiti, inviare la domanda tramite il sito dell’Inps o tramite patronato; se si vuole presentare domanda dal portale Inps, bisogna accedere alla sezione Servizi, e successivamente alla prestazione Gestione dipendenti pubblici: domanda Assistenza Domiciliare (Progetto Home Care Premium).
Deduzione dal reddito delle spese mediche generiche e di assistenza specifica
Un altro beneficio, valido sia per i disabili che per i familiari che li abbiano a carico, è l’integrale deduzione dal reddito dei seguenti costi:
spese medichegeneriche (come, ad esempio, l’acquisto di medicinali);
spese di assistenza specifica. Rientrano nella categoria l’assistenza infermieristica e riabilitativa, le prestazioni fornite dal personale in possesso della qualifica di OSS, addetti all’assistenza di base, coordinatori delle attività assistenziali di nucleo, educatori professionali, addetti all’attività di animazione e di terapia occupazionale.
Detrazione dall’Irpef delle spese sanitarie per i disabili
Beneficiano di una detrazione del 19% dall’Irpef:
le spese mediche specialistichesostenute per il disabile;
l’acquisto di mezzi d’ausilioalla deambulazione;
l’acquisto di poltroneper inabili e minorati, di apparecchi correttivi e di ulteriori ausili specifici.
Anche in questo caso, tali spese possono essere detratte sia dal soggetto portatore di handicap, che dai familiari che lo hanno a carico.
Detrazione dall’Irpef dei costi per l’abbattimento delle barriere architettoniche
L’eventuale adattamento di un ascensore, la costruzione di rampe e l’abbattimento di barriere architettoniche in genere, se a favore di un disabile beneficiano della detrazione dall’Irpef pari al 36% dei costi. Dato che, però, l’attuale bonus per gli interventi di ristrutturazione è più alto (attualmente si ha diritto a una detrazione Irpef pari al 50% dei costi di ristrutturazione, sino a un tetto massimo di 96mila euro) la detrazione al 36% può essere richiesta soltanto sull’eventuale eccedenza della quota di spesa per la quale è stata già domandata l’agevolazione per ristrutturazione edilizia. Anche in questo caso, la detraibilità è valida per il parente che ha in carico il disabile, o, in alternativa, per il soggetto stesso.
Detrazione Irpef dei costi di assistenza per i soggetti non autosufficienti
I soggetti non autosufficienti, se la condizione risulta da un’apposita certificazione medica ed a prescindere dal possesso di handicap, possono detrarre dall’Irpef il 19% delle spese per l’assistenza, sino ad un massimo di 2.100 euro l’anno, se il reddito annuo non supera 40mila euro. L’agevolazione, fruibile anche dai famigliari che hanno a carico questi soggetti, può essere cumulata con la deduzione dei contributi versati ai lavoratori domestici (nella misura massima, ricordiamo, di 1.549,37 euro).
Agevolazione Legge 104 per l’acquisto di pc e sussidi informatici
Sono previsti degli incentivi per l’acquisto di mezzi tecnici ed informatici a beneficio dei portatori di handicap grave secondo la legge 104. Le apparecchiature devono essere atte a facilitare la comunicazione, l’elaborazione scritta o grafica, il controllo dell’ambiente, l’accesso all’informazione ed alla cultura. Sono agevolabili, ad esempio, computer, modem, fax, telefoni con vivavoce, tablet, etc.
I benefici consistono, nel dettaglio:
in una detrazione dei costi dall’Irpef pari al 19%;
nell’applicazione dell’Iva agevolata al 4%.
Altre agevolazioni fiscali per disabili
Ricordiamo, tra i residui benefici fiscali per i disabili, l’agevolazione forfettaria per l’acquisto ed il mantenimento di un cane guida, l’esenzione dalla tassa sulle imbarcazioni, il trattamento di vantaggio sull’imposta sulle successioni e le donazioni (ossia l’applicazione di una franchigia pari a un milione e mezzo di euro), l’aliquota Iva al 4% per l’acquisto di prodotti editoriali specifici (con supporti audio o scrittura braille).
Reddito di cittadinanza per disabili beneficiari della legge 104
Il decreto sul reddito di cittadinanza definisce le persone con disabilità come coloro che sono considerati disabili ai fini Isee.
I disabili, nell’accesso al reddito di cittadinanza o alla pensione di cittadinanza, ricevono benefici aggiuntivi:
la scala di equivalenza è aumentata a 2,2 per le famiglie con disabili gravi o non autosufficienti;
la pensione di cittadinanza spetta non solo ai nuclei con componenti over 67, ma anche con disabili;
i massimali relativi al patrimonio mobiliare familiare sono incrementati di 5mila euro per ogni componente con disabilità, come definita a fini Isee, presente nel nucleo, e di 7500 euro per ogni componente in condizione di disabilità grave o di non autosufficienza;
i disabili, come definiti ai fini del collocamento mirato, non sono obbligati ad attenersi alle misure di politica attiva del lavoro, obbligatorie per ottenere il sussidio nella generalità dei casi (fruiscono, comunque, delle misure di collocamento mirato e di tutele particolari).
Ape social per chi assiste disabili
Chi assiste da almeno 6 mesi un familiare convivente di 1° grado portatore di handicap grave, se ha almeno 63 anni di età e 30 anni di contributi può chiedere l’Ape sociale: si tratta di un assegno che spetta sino al perfezionamento del requisito di età per la pensione di vecchiaia. L’assegno, a carico dello Stato, è pari alla futura pensione, ma non può superare 1.500 euro mensili.
Ultime sentenze sulla legge 104
Tribunale Bologna, sez. lav., 20/07/2017,  n. 765In tema di fruizione dei permessi previsti dall’art. 33, comma 3, legge 104/1992, la concessione dei permessi comporta un disagio per il datore di lavoro, giustificabile solo a fronte di un’effettiva attività di assistenza. Pertanto, l’uso improprio del permesso, anche soltanto per poche ore, costituisce un abuso del diritto, in forza del disvalore sociale alla stessa attribuibile, tale da determinare nel datore di lavoro la perdita della fiducia nei confronti del lavoratore e legittimare la sanzione del licenziamento per giusta causa.
Cassazione civile, sez. lav., 07/06/2017,  n. 14187I permessi ex legge 104 concorrono nel computo dei giorni di ferie annuali.
La limitazione della computabilità dei permessi previsti dalla legge n. 104 opera esclusivamente nei casi in cui questi debbano cumularsi con il congedo parentale ordinario e con il congedo di malattia del figlio, ipotesi nelle quali è prevista un’indennità minore rispetto a quella vigente per la retribuzione normale. Ne consegue che, nella specie, i permessi, accordati per l’assistenza del genitore portatore di handicap concorrono nella determinazione dei giorni di ferie maturati dal lavoratore che ne ha beneficiato.
Cassazione civile, sez. lav., 07/06/2017,  n. 14187I giorni dedicati all’assistenza al genitore portatore di handicap ex legge 104/92 concorrono alla determinazione dei giorni di ferie maturati dal lavoratore.
I permessi di cui all’art. 33, comma 3, della l. n. 104 del 1992 (nella specie accordati per l’assistenza a genitore portatore di handicap), fondati sulla tutela dei disabili prevista dalla normativa interna (artt. 2, 3 e 38 Cost.) ed internazionale (direttiva n. 2000/78/CE e Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata e resa esecutiva con l. n. 18 del 2009), concorrono alla determinazione dei giorni di ferie maturati dal lavoratore che ne ha beneficiato, in quanto il diritto alle ferie, assicurato dall’art. 36 Cost., garantisce il ristoro delle energie a fronte della prestazione lavorativa svolta e ciò si rende necessario anche in caso di assistenza ad un invalido, che comporta un aggravio in termini di dispendio di energie fisiche e psichiche.
Tribunale Roma, sez. lav., 04/05/2017,  n. 4093Mancato riconoscimento dei permessi ex l. 104/1992: la prova è a carico del lavoratore.
La lavoratrice che rivendica di aver fruito dei permessi ex art. 33, comma 3, legge 104/92 in misura inferiore a quella spettanti di diritto deve produrre in atti la relativa richiesta di permesso dalla stessa avanzata e elementi dai quali risulti che tale richiesta sia stata successivamente respinta dalla società, ovvero che tali ore di permesso siano state imputate a ferie o ROL.
Tribunale Roma, sez. lav., 04/05/2017,  n. 4093I permessi ex art. 33 della legge n. 104/1992 costituiscono un beneficio a carico dell’INPS finalizzato a garantire assistenza ai familiari disabili e vengono concessi nei limiti in cui tale assistenza venga effettivamente prestata. Ne consegue che la richiesta di un numero maggiore di ore di permesso può essere oggetto di domanda giudiziale solo laddove il ricorrente ne abbia fatto previa specifica domanda all’INPS con esito negativo a fronte di specifiche esigenze assistenziali del genitore disabile.
Cassazione penale, sez. II, 01/12/2016,  n. 54712Permessi legge 104, occorre prestare assistenza altrimenti è truffa.
In tema di permessi “ex lege” n. 104 del 1992, il lavoratore pur non essendo obbligato a prestare assistenza alla persona handicappata nelle ore di lavoro, deve comunque garantire un minimo di assistenza. Di conseguenza risponde di truffa chi utilizzi questi permessi per recarsi all’estero, in viaggio di piacere.
Cassazione civile, sez. lav., 13/10/2016,  n. 20684In tema di permessi giornalieri per i lavoratori, ai sensi dell’art. 33, comma 3, della legge n. 104 del 1992, per l’assistenza a persone portatrici di grave handicap, la norma di interpretazione autentica contenuta nell’art. 2, comma 3 ter, del d.l. n. 324 del 1993, convertito in legge n. 423 del 1993, ha chiarito che tanto nel settore privato, quanto in quello pubblico, i permessi devono intendersi retribuiti, sicché anche nei giorni di fruizione spetta la corresponsione del compenso incentivante previsto dall’art. 18 della legge 9 marzo 1989, n. 88.
Cassazione civile, sez. lav., 22/03/2016,  n. 5574L’utilizzazione dei permessi ai sensi della legge n. 104 del 1992 per scopi estranei a quelli presentati dal lavoratore costituisce comportamento oggettivamente grave, tale da determinare, nel datore di lavoro, la perdita di fiducia nei successivi adempimenti e idoneo a giustificare il recesso.
Cassazione civile, sez. lav., 17/02/2016,  n. 3065Superamento del comporto e fruizione dei permessi ex l. n. 104.
La fruizione dei permessi ex l. n. 104 del 1992, non presuppone un previo rientro in servizio dopo un periodo di assenza per malattia od aspettativa (non essendo – questa – una condizione prevista dalla legge), ma soltanto l’attualità del rapporto di lavoro. Di conseguenza, l’assenza dal lavoro verificatasi nel giorno in cui il lavoratore avrebbe dovuto far rientro al lavoro, al termine del periodo massimo di conservazione del posto di lavoro, se imputabile a permesso ex l. n. 104 del 1992, non è computabile ai fini del superamento del periodo massimo di comporto.
T.A.R. Roma, (Lazio), sez. I, 20/07/2015,  n. 9857I permessi previsti dalla l. n. 104 del 1992 per assistenza ai disabili in situazione di gravità possono essere fruiti a condizione che l’assistenza abbia le caratteristiche richieste dalla legge, sotto il profilo della continuità e dell’esclusività. Per i fini di interesse, viene precisato che l’esclusività va intesa nel senso che il lavoratore richiedente deve essere l’unico soggetto che presta assistenza al disabile e che questa non può considerarsi realizzata se il portatore di disabilità convive con altri lavoratori che già beneficiano dei permessi per prestare al medesimo assistenza, ovvero con altri soggetti non lavoratori in grado di assisterlo. Sono, peraltro, previste eccezioni, ancorché nel nucleo familiare del disabile vi sia una persona che non lavora, che, comunque, fermi gli altri requisiti, consentono la fruizione dei tre giorni di permesso mensile tra cui “quando la persona che non lavora non abbia la patente di guida (in tal caso il permesso potrà essere concesso per i giorni in cui il disabile deve essere accompagnato per visite mediche, terapie specifiche e simili, che dovranno essere documentate e giustificate a cura del dipendente).
Cassazione civile, sez. lav., 22/12/2014,  n. 27232La presenza in famiglia di altra persona che sia tenuta o che possa provvedere all’assistenza del parente non escluda di per sé il diritto ai tre permessi mensili retribuiti, non potendo in tal modo frustrarsi lo scopo perseguito dalla legge ed essendo presumibile che, essendo il lavoratore impegnato con il lavoro, all’assistenza del parente provveda altra persona, mentre è senz’altro ragionevole che quest’ultima possa fruire di alcuni giorni di libertà, in coincidenza con la fruizione dei tre giorni di permessi del lavoratore (nella specie, la Corte ha riconosciuto il diritto ai tre giorni di permesso mensile ex art. 33 l. n. 104 pur in presenza di una colf).
Tribunale Livorno, sez. lav., 15/09/2014L’art. 33, comma 3, l. n. 104/1992, tanto nell’originaria formulazione della norma che nella versione successiva, è chiaro nell’escludere il convivente more uxorio tra i beneficiari dei permessi retribuiti, espressamente individuati nel coniuge ovvero nel parente o affine sino al terzo grado. L’espressa indicazione da parte del legislatore dei beneficiari dei permessi de quibus, indicazione peraltro ribadita con la l. n. 183/2010, che ha escluso qualsivoglia rilevanza della convivenza tra il soggetto che aspira al beneficio e il familiare affetto da handicap grave, preclude infatti l’estensione in via esegetica al convivente more uxorio del beneficio.
Redazione Nurse Times
Fonte: www.laleggepertutti.it
 
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Lodi, concorso per infermieri truccato: al via il processo

Ieri alla sbarra due imputati, entrambi componenti della commissione giudicante.
Prima udienza al Tribunale di Lodi per il processo sul caso del “concorsone” per infermieri, finito sotto indagine dei carabinieri. Davanti al giudice, ieri, sono comparsi i due componenti della commissione giudicante della selezione per un posto da infermiere a tempo indeterminato e per altre 60 iscrizioni in graduatoria, bandita ad agosto 2015 dall’Azienda ospedaliera di Lodi e che aveva registrato la partecipazione di 1.467 candidati da tutta Italia. Si torna in aula il 7 giugno.
Le indagini erano scattate dopo gli scritti del 18 agosto 2015. Ai carabinieri giunse voce che alcuni degli infermieri avevano già avuto a disposizione, prima del test, le domande che sarebbero state sottoposte. Alla notizia di reato, maturata nell’ottobre dello stesso anno, seguirono perquisizioni e sequestri di computer e smartphone, sia negli uffici amministrativi dell’Azienda ospedaliera sia in alcune abitazioni.
Redazione Nurse Times
 
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Nata prematura ed abbandonata in ospedale: infermiere decide di adottare la piccola Giselle

Lo stato del Massachusetts la aveva presa in custodia quando aveva solo tre mesi. Stiamo parlando della piccola Gisele, abbandonata poco dopo la nascita al Franciacan Children’s Hospital di Brighton.
Nata prematura in un altro ospedale, non aveva mai ricevuto alcuna visita nei 5 mesi trascorsi presso l’ospedale nel quale era stata trasferita.
“Chi è questo meraviglioso angioletto”, si domandava la dirigente infermieristica Liz Smith riferendosi a quella bimba dai capelli castani e gli occhi azzurri circa due anni fa. “Il suo nome è Giselle”, rispondeva un’infermiera.
La piccola stava per essere affidata agli assistenti sociali quando la Smith decise di avanzare la proposta di adozione.
“Mia mamma era un’infermiera pediatrica che ha sempre messo la vita degli altri prima della propria. Per questo sono cresciuta con il desiderio di diventare anch’io infermiera.”
“Ma mentre diventare un’infermiera per me è stato piuttosto facile, non lo è stato altrettanto diventare una mamma.”
Liz non si era mai sposata ne aveva avuto figli, al contrario dei propri fratelli, e aveva escluso a priori la possibilità di ricorrere alla fecondazione in vitro.
Ma tutto cambiò quando vide Giselle. La piccola pesava meno di 900 grammi al momento della nascita, e le venne diagnosticata una sindrome da astinenza neonatale, poiché la madre naturale faceva regolarmente uso di eroina, cocaina e metadone durante la gravidanza. Venne trasferita presso il Franciscan Children’s Hospital proprio per ricevere assistenza specialistica.
Dopo essere scomparsi nel nulla, i genitori sono stati privati della patria potestà di Giselle. Ora, all’età di 2 anni, la piccola adora ballare, giocare con la carrozza di cenerentola Play-Doh e vorrebbe sempre mangiare la pizza.
“Se mi avessero detto un anno fa che questa bimba mi avrebbe chiesto continuamente la pizza, non avrei potuto crederci”, racconta l’infermiera. “Continua a fare tanti piccoli progressi, sempre nella giusta direzione.”
Simone Gussoni
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San Giovanni Rotondo, scossone alla Casa Sollievo della Sofferenza

San Giovanni Rotondo, scossone alla Casa Sollievo della Sofferenza

Il direttore Crupi costretto a lasciare l’ospedale di San Pio. Si parla di un grosso buco economico e di una discutibile gestione delle risorse umane.
Domenico CrupiFinisce un’era, alla Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo. Si chiude infatti l’avventura di Domenico Crupi, da circa dodici anni alla guida dell’ospedale di San Pio e costretto a levare le tende su indicazione giunta direttamente dal Vaticano. In realtà, non si tratta di una sorpresa: le voci sul suo possibile addio si rincorrevano da almeno un mese.
All’origine delle dimissioni vi sarebbero un grosso buco economico e un diffuso malcontento sulla gestione delle risorse umane. Il deficit sarebbe talmente grave da portare la struttura sull’orlo del collasso e, per risanare la situazione, si starebbe pensando di vendere proprietà immobiliari arrivate attraverso i lasciti. Oltre ai problemi economici, pesa poi il voluminoso fascicolo di denunce giunto direttamente in Vaticano per una serie di assunzioni non proprio chiare.
Tante le lamentele in merito: da quelle per il 110 e lode, requisito principale per assumere gli infermieri e centrato sempre in pieno dai diplomati a San Giovanni Rotondo (vicenda che Nurse Times ha raccontato nell’aprile 2017 e ripreso a un anno di distanza) a quelle sui pensionati eccellenti che continuano a ricevere lo stipendio, passando per quelle sul trattamento che il personale riceve anche nelle strutture satellite che gravitano intorno all’ospedale.
E dire che, solo pochi giorni fa, il governatore Michele Emiliano aveva elogiato la struttura come una delle migliori in Puglia. Ora il vescovo è atteso a Roma, e da lì arriveranno anche le indicazioni sul successore di Crupi. Una rosa di quattro nomi è già pronta. Tra questi figura don Carmine Erice, dell’ospedale Cottolengo di Torino, originario di Manfredonia.
Redazione Nurse Times
Fonte: Teleblu
 
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Pretende di fumare in sala rossa, poi aggredisce il personale sanitario:”Veniamo trattati come Zerbini”

Pretende di fumare in sala rossa, poi aggredisce il personale sanitario:”Veniamo trattati come Zerbini”

Alcuni giorni fa un migrante accoltellato a Bari durante una rissa ha dato in escandescenze in pronto soccorso insultando e minacciando il personale sanitario che stava cercando di salvargli la vita.
L’uomo, soccorso e trasportato non senza disagi al pronto soccorso, è stato trattato subito in sala rossa. Infischiandosene della profonda ferita da taglio e del pericolo di morire è stato assalito da una irrefrenabile voglia di fumare. Il ferito ha più volte portato la sigaretta alla bocca, venendo ripetutamente bloccato dal personale.
“Veniamo trattati come zerbini, senza alcun rispetto – tuona un gruppo di medici, infermieri, autisti e soccorritori del 118, firmatari di una lettere alla quale sono state allegate le fotografie -. Ormai in piazza Moro, piazza Umberto, via Davanzati e numerose altre zone del centro e del quartiere Libertà, le chiamate in seguito a liti e risse fra migranti non si contano più”.

“Direttore – continuano gli operatori del 118 -tre di noi fanno anche volontariato verso i più bisognosi, senza badare al colore della pelle o alle loro esigenze, ma non riusciamo ad abituarci alla totale mancanza di rispetto riservata nei nostri confronti da quanti chiedono il nostro intervento, anche in situazioni dove l’ambulanza sarebbe superflua”. Una mancaza di rispetto spesso si traduce in vere e proprie inevettive o persino aggressioni.
“Stanno a vedere sempre il pelo nell’uovo, a volte anche solo con il semplice intento di punirci – concludono amareggiati gli operatori del 118 -, ma quando si tratta di tutelarci non ci sono mai abbastanza uomini e mezzi. Verrebbe voglia di mandare tutto al diavolo, ma la passione e lo slancio nei confronti degli altri sono la nostra malattia incurabile”.
Simone Gussoni
Fonte: Il Quotidiano Italiano
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Mobilità volontaria, Nursing Up chiede chiarimenti alla Regione Lazio

Di seguito il testo della lettera a firma di Laura Rita Santoro, responsabile regionale del sindacato.
La mobilità volontaria, come da direttiva della Regione Lazio, non comporta la “costituzione di un nuovo rapporto di lavoro” ma solo il “trasferimento della titolarità di un rapporto di lavoro già esistente, da un amministrazione a un’altra”. Le direttive della Regione Lazio, e quanto applicato dalle aziende ospedaliere ci lasciano perplessi. Abbiamo l’impressione che vi sia un incongruenza tra le direttive della Regione e l’applicazione delle strutture selezionanti.
La mobilità si configura come una cessione di un rapporto di lavoro di natura privatistica al quale il dipendente ceduto ha avuto già accesso previo esperimento e superamento di un pubblico concorso che ne ha attestato l’idoneità alle mansioni/funzioni da svolgere e a questi ha conferito una specifica “qualifica” ed “area professionale”.
La valutazione, da parte dell’amministrazione che avvia la procedura di mobilità, del soggetto che abbia i requisiti indicati nel bando, si “dovrebbe” configurare come una valutazione comparativa, vale a dire fondata sul confronto, di carattere oggettivo e meccanico, cioè una procedura di verifica della corrispondenza tra la professionalità richiesta dall’amministrazione di destinazione e quella già comprovata dal dipendente nell’amministrazione di provenienza, in rapporto ad altre figure analoghe.
Ancora, sempre nelle direttive emesse dalla Regione Lazio, la fissazione dei “criteri di scelta” per le procedure di mobilità deve essere intesa come la previa indicazione di criteri oggettivi che consenta al massimo una “valutazione comparativa per soli titoli” (titoli di servizio, titoli di studio, anzianità di servizio, esperienza professionale maturata, età anagrafica, carichi di famiglia, ecc.), e/o con eventuale colloquio potendo individuare per la singola fattispecie, distinte “aeree professionali” per le quali la mobilitò può essere esperita. Diversamente da quanto mi scrivono e/o dicono i colleghi, che stanno affrontando quello che avrebbe dovuto essere “un avviso di mobilità” che si sarebbe trasformato in un vero e proprio “concorso per la mobilità con possibili e annunciate bocciature”.
L’azienda in indirizzo, mi dicono gli esaminati, che stia procedendo all’espletamento di un concorso, nonostante sia esplicitamente scritto, nella più volte citata direttiva, prot. 764382/2018 avente ad oggetto: “ulteriori chiarimenti in tema di mobilità volontaria”, dov’è scritto che: “in nessun caso le procedure di mobilità possano dar luogo ad un nuovo concorso pubblico”, dal momento che trattasi di una procedura relativa alla copertura di un posto equivalente a quello per il quale i dipendenti che chiedono la mobilità hanno già superato la relativa procedura concorsuale e per la quale essi sono già stati giudicati idonei allo svolgimento delle relative mansioni e/o funzioni, conseguendo il corrispondente status giuridico (qualifica o categoria).
Quindi per le direttive della Regione, dal momento che non sarebbe un concorso vero e proprio, i colleghi non possono anelare all’utilizzo della graduatoria fino ad esaurimento, ma fino alla copertura dei posti messi a bando. Siamo profondamente perplessi, poiché ci si aspetterebbe delle direttive coerenti e costanti per tutti, dalla Regione e applicate parimenti dalle aziende, piuttosto che interpretate. Si chiedono chiarimenti urgenti in merito.
Dr.ssa Laura Rita Santoro
Responsabile regionale Nursing Up
 
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Protesi mammarie testurizzate, ministero della Salute chiede parere urgente al Css

Alla luce del ritiro dal mercato in Francia, Giulia Grillo vuole vederci chiaro.
Il ministro della Salute, Giulia Grillo, di concerto con la Direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico, ha richiesto un parere urgente al Consiglio superiore di sanità in merito alle “Protesi mammarie a superficie testurizzata e linfoma anaplastico a grandi cellule”, anche alla luce della decisione delle autorità francesi di ritirare dal mercato tale tipologia di protesi. Il parere del Css è stato richiesto per avviare eventuali opportune iniziative nei confronti dei fabbricanti coinvolti nella produzione dei dispositivi a rischio. Di seguito un aggiornamento della situazione della stessa Direzione generale:
Dati epidemiologici: 41 casi negli ultimi 8 anni su 411 mila protesi impiantate in Italia
Il linfoma anaplastico a grandi cellule diagnosticato in pazienti portatori di protesi mammarie per ragioni estetiche o ricostruttive, è una rara forma di neoplasia a prognosi favorevole se diagnosticato precocemente.
Ad oggi nel mondo si stimano circa 800 casi su 10-35 milioni di pazienti impiantati.
In Italia, sono 41 i casi segnalati alla Direzione generale dei dispositivi medici dal 2010 a marzo 2019 su un totale di circa 411 mila protesi impiantate sul territorio italiano negli ultimi 8 anni.
A seguito delle attività di sensibilizzazione promosse sull’argomento dalla Direzione generale dei dispositivi medici, con il supporto e la collaborazione delle società scientifiche nazionali, si è rilevato un progressivo aumento del numero di casi diagnosticati, passando da 1 caso nel 2010 a 8 casi nel 2015.
L’incidenza nel 2015 è stata stimata in 3 casi su 100.000 pazienti impiantati.
Il numero dei nuovi casi segnalati nel 2016, 2017 e 2018 si è mantenuto costante ogni anno, così come l’incidenza in Italia negli ultimi 4 anni.
In Italia negli ultimi 10 anni più del 95% delle protesi impiantate sono testurizzate.
Tavolo di lavoro internazionale e azioni del ministero: attivo dal 25 marzo il registro sperimentale
Il tavolo di lavoro istituito nel 2014 con le Società Scientifiche, la circolare emanata, la lettera diffusa agli assessorati della Sanità delle Regioni e Province Autonome, le pagine create sul sito del ministero e dedicate a questa emergente patologia e alle protesi mammarie in generale, la sensibilizzazione al problema diffusa dalla Direzione generale dei dispositivi medici anche mediante la partecipazione a congressi, i dati di vendita condivisi dai distributori con il ministero, ci consentono di ritenere affidabili i dati riguardanti l’incidenza nel nostro paese.
Sebbene una predominanza di casi di ALCL sia stata riportata nei pazienti impiantati con protesi mammaria a superficie testurizzata, ad oggi, non ci sono evidenze scientifiche che supportino la correlazione causale tra l’insorgenza di questa patologia e il tipo di protesi mammaria. Anche i casi italiani sono stati diagnosticati in pazienti impiantati con protesi mammarie a superficie sia micro che macro testurizzata. Tuttavia, la rarità della patologia, insieme all’esiguo numero di protesi lisce impiantate nel nostro paese, non consente al ministero di considerare significativo il dato italiano relativo alla tipologia di protesi coinvolta.
L’assenza di evidenze scientifiche che possano mettere in correlazione l’impianto con l’insorgenza di questa nuova patologia è condivisa da tutte le autorità competenti internazionali (parere Task Force Europea). Il ministero della Salute sta rafforzando l’attività di vigilanza su questa tipologia di dispositivi, mediante l’istituzione del registro nazionale delle protesi mammarie, attivo dal 25 marzo scorso.
Il  ministero della Salute intende promuovere la ricerca scientifica sulla popolazione italiana affetta da questa patologia, al fine di individuare fattori genetici predisponenti che potrebbero aiutare a comprendere meglio l’eziopatogenesi multifattoriale di questa neoplasia. Ciò potrebbe spiegare perché l’ALCL si sviluppi in un paziente impiantato con una certa tipologia di protesi e non in un altro portatore della stessa topologia di impianto.
Raccomandazioni per pazienti e medici: effettuare controlli periodici
Tutto ciò premesso, si ritiene di fondamentale importanza ribadire:
l’importanza per i pazienti di sottoporsi ai regolari controlli di follow-up indicati dal proprio medico curante e prescritti con cadenza variabile in base alla condizione clinica del singolo paziente;
l’importanza per i medici di approfondire le indagini diagnostiche nel caso in cui il paziente sviluppi la comparsa di un sieroma freddo tardivo, una massa adiacente l’impianto o una importante contrattura capsulare spesso associata anche ad una esile falda di siero periprotesico. Indagini citologiche sul siero e/o istologiche ed immunoistochimiche sul tessuto capsulare consentiranno di porre una corretta diagnosi.
Redazione Nurse Times
Fonte: www.salute.gov.it
 
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Emergenza-urgenza, la seconda giornata del congresso a Riccione: segue il dibattito in streaming su Nurse Times


Integrazione, competenza e innovazione in emergenza-urgenza: si discute anche di questo nel dibattito che chiude la mattinata del secondo giorno del congresso nazionale di emergenza, urgenza, accettazione, in corso di svolgimento a Riccione. Segue la diretta streaming su Nurse Times
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Salvare i migranti in mare: l’altra faccia degli infermieri di emergenza-urgenza

RICCIONE – L’emozione non si spegne neanche quando il tuo lavoro di infermiera di emergenza – urgenza è svolto nel cuore del Mediterraneo a salvare i migranti che scappano dalla Libia e cercano un approdo sicuro in Europa. Perla Buonaccorsi quell’emozione non la nasconde quando si rivolge alla platea di colleghi durante il congresso nazionale di emergenza, urgenza e accettazione che si sta celebrando al Palazzo del Turismo di Riccione. Racconta del suo lavoro (l’emergenza-urgenza non è solo nei pronto soccorso), delle tante storie che ha trovato sulla propria strada (un ragazzo in setticemia perché si era venduto un rene prima di scappare dalla Libia), dei volti che gli resteranno impressi nella memoria. Ma la Buonaccorsi lancia anche un appello al mondo sanitario: “Sui temi dell’immigrazione credo che si debba prendere una posizione”. In esclusiva, su Nurse Times, l’intervista video realizzata dal direttore Salvatore Petrarolo a Perla Buonaccorsi
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Infermieri e nuove forme di schiavitù: a Rovigo costretti a pagare per poter lavorare

Sono in costante aumento i furbetti pronti a speculare sulla mancanza di posti di lavoro per migliaia di infermieri neolaureati in Italia.
Dopo la vicenda degli infermieri bolognesi utilizzati in stile fattorini a chiamata e reclutati in servizio direttamente tramite messaggi whatsapp, nel Veneto qualche tempo fa l’Ordine di categoria ha sventato un malaffare del tutto simile.
Una cooperativa milanese, con delegati in tutto il Nord, avrebbe contattato l’Ordine delle Professioni infermieristiche di Rovigo, il cui presidente Marco Contro è pure coordinatore regionale, per reclutare i neolaureati.
«Il responsabile ha detto di volerne assumere il più possibile come liberi professionisti da impiegare nell’assistenza domiciliare e ha chiesto di potersi appoggiare a noi per individuarli e iniziare i colloqui — ricorda Contro —. La cooperativa avrebbe preteso dagli infermieri l’affiliazione tramite il pagamento di 100 euro, che dava diritto a una tessera, dopodiché ognuno di loro avrebbe dovuto aprirsi la partita Iva e procurarsi la clientela, cioè i pazienti, a loro volta tenuti a versare 50/100 euro di tessera».
Ma non solo: gli stessi infermieri si sarebbero dovuti spostare con mezzi propri, pagandosi la benzina ed eventualmente l’autostrada, e avrebbero dovuto comprarsi il materiale di lavoro.
La cooperativa si sarebbe alla gestione delle chiamate attraverso una sorta di call center incaricato di incrociare domanda e offerta, soprattutto qualora un professionista non potesse assistere un suo paziente perché già impegnato altrove: il centralino avrebbe avuto il ruolo di trovare un sostituto in tempi brevi.
Il tariffario della cooperativa
«Ma le cose non quadravano — rivela il presidente regionale dell’Ordine — per arrivare a uno stipendio decente, i colleghi sarebbero stati costretti a lavorare senza sosta. La cooperativa infatti aveva stabilito un tariffario secondo il quale l’infermiere avrebbe dovuto riscuotere l’importo della prestazione erogata direttamente al paziente, fatturarla e versarne una cospicua percentuale alla cooperativa. I pazienti più fedeli avevano diritto a uno sconto, quindi alle fine tra spese, contributo alla coop e sconti, in tasca restava poco o niente. Anche perchè a carico del libero professionista c’erano pure i contributi». Invece, tra tessere di affiliazione pagate da migliaia di infermieri e pazienti nel Nord Italia e percentuali sulle prestazioni, la cooperativa avrebbe intascato bei soldi.
«E infatti abbiamo detto di no, anche ai due rappresentanti padovani della coop incaricati di incontrare i neolaureati — chiude Contro — la schiavitù è stata abolita da tempo. Gli imbroglioni sono ovunque, il compito degli Ordini è tutelare la dignità della categoria e della professione e in questo caso siamo riusciti a sventare una specie di cottimo. Tra l’altro non ci hanno mai fatto vedere il contratto che sarebbe stato siglato».
Simone Gussoni’s
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Treno travolge ambulanza al passaggio a livello: morti sul colpo infermiere e medico a bordo

Un terribile incidente che ha coinvolto un’ambulanza è stato immortalato dalle telecamere di videosorveglianza presenti lungo la linea ferroviaria che attraversa Puszczykowo, in Polonia.


Nel video choc, il mezzo di soccorso intrappolato tra le barriere di un passaggio a livello viene travolto da un treno in corsa, nonostante i tentativi dell’autista di fare manovra nello spazio presente tra le barriere.
Il treno è sopraggiunto a grande velocità, colpendo in pieno l’automezzo. Nessuno scampo per il medico e l’infermiere presenti a bordo, morti sul colpo nel terribile schianto. Il conducente è stato estratto ancora vivo, venendo ospedalizzato in gravissime
Simone Gussoni
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Tumore della prostata, a Busto Arsizio, Gallarate e Saronno un percorso di cura certificato ed efficace [Varie]

Un importante traguardo per i tre Presidi Ospedalieri di Busto Arsizio, Gallarate e Saronno dell’ASST Valle Olona, che insieme mettono a segno un goal importante nel trattamento del tumore della prostata: il Percorso Diagnostico-Terapeutico-Assistenziale (PDTA) per questo tumore ha ottenuto la certificazione UNI EN ISO 9001:2015 dall’Ente internazionale Bureau Veritas.

Le cattive abitudini alimentari provocano più morti di qualsiasi altro fattore di rischio. Studio su LANCET [Altri Studi]

Una morte su cinque a livello mondiale, pari a 11 milioni di morti, è dovuta a cattive abitudini alimentari, il più importante fattore di rischio prevenibile per le malattie non trasmissibili, principalmente cardiopatia ischemica, diabete e cancro. Lo riportano i risultati di un ampia revisione sistematica appena pubblicata su LANCET.

Cancro del polmone EGFR mutato, approvazione europea per dacomitinib [Ema]

La Commissione europea ha approvato il rilascio di un’autorizzazione all’immissione in commercio del medicinale anti cancro dacomitinib destinato al trattamento di pazienti con cancro polmonare non a piccole cellule, localmente avanzato o metastatico, con mutazioni del recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR).

Accanimento terapeutico, sentenza storica in Germania: “Nessuno ha il diritto di giudicare il valore della vita”

La Corte di Cassazione tedesca ha deciso in favore del medico che non ha lasciato “andare via” il padre del ricorrente.
I medici non possono essere denunciati se mantengono in vita un malato terminale troppo a lungo. Lo ha stabilito il Bundesgerichtshof, la Corte di Cassazione federale tedesca, respingendo la richiesta di risarcimento avanzata da un uomo residente negli Stati Uniti. Nel 2011 l’uomo aveva perso il proprio padre, ricoverato in un istituto di Monaco di Baviera. Affetto da una serie di gravi malattie incurabili, l’anziano genitore non era più in grado di muoversi né di parlare.
Nel 2006 il suo medico decise che l’uomo doveva alimentarsi tramite un sondino gastrico, anche se, nel racconto della Süddeutsche Zeitung, le sue condizioni erano in continuo deterioramento. Così, invece di lasciarlo “andare via”, il dottore lo mantenne in vita: una decisione che secondo il figlio servì solo a prolungare le sue sofferenze troppo a lungo, soprattutto nell’ultimo anno di vita.
Dopo il trapasso del genitore, l’uomo diede incarico ai suoi legali di citare in giudizio il medico di suo padre, chiedendo un risarcimento di 152mila euro: 100mila per il dolore e le sofferenze inflitte al paziente, 52mila a copertura delle spese sostenute per l’assistenza terminale. Il tribunale di primo grado aveva dato ragione al medico, respingendo la domanda di risarcimento. La Corte di appello, tuttavia, aveva ribaltato la sentenza, stabilendo che il dottore avrebbe dovuto risarcire il ricorrente, seppure con “soli” 40mila euro.
Di appello in appello, il caso è arrivato al Bundesgerichtshof, che ha deciso infine a favore del medico, e della categoria in generale. I giudici di Cassazione hanno respinto il ragionamento secondo cui i medici aderiscono ai protocolli per il trattamento sanitario solo se sono considerati responsabili in sede civile delle loro azioni. E se è vero che l’anziano morto a Monaco non aveva lasciato indicazioni esplicite sull’accanimento terapeutico, è altrettanto vero che «nessuno ha il diritto di giudicare il valore della vita», come ha argomentato il giudice Vera von Pentz.
Gli ermellini tedeschi si sono detti quindi incapaci di decidere se il medico abbia mancato al suo dovere prolungando la vita del proprio paziente. In particolare, i togati hanno stabilito che, anche nel caso in cui un povero paziente non sia destinato a migliorare o a guarire, l’uso di sondini gastrici o respiratori artificiali per prolungare la vita dei pazienti non può configurare in sé un reato.
È del febbraio scorso, invece, la direttiva con cui il ministro tedesco della Salute, Jens Spahn, ha vietato in tutti i casi la vendita di un medicinale usato per il suicido assistito, pratica che una sentenza del 2017 aveva tuttavia permesso a favore delle persone le cui sofferenze fossero riconosciute come intollerabili. Più ancora che in altri Paesi, in Germania la memoria delle decine di migliaia di disabili uccisi dai nazisti rende l’eutanasia un tema particolarmente scabroso.
Redazione Nurse Times
Fonte: il Giornale
 
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FIALS e UNSA: “la flat tax è incostituzionale”. Pronti i ricorsi dei lavoratori

Un successo i centri di raccolta dei ricorsi che mirano ad equiparare lavoratori autonomi e dipendenti pubblici
“Una disparità inaccettabile” è così che già nel mese di febbraio i Segretari Generali di FIALS ed UNSA (entrambe aderenti CONFSAL) Giuseppe Carbone e Massimo Battaglia, hanno sottolineato la possibile incostituzionalità della “flat tax”, che introduce una aliquota fissa per i liberi professionisti.
“Una evidente disparità di trattamento tra chi, da dipendente pubblico o privato, paga le tasse sul proprio reddito, chi al 24%, al 27% o al 38%, e chi – in virtù della flat tax – pagherebbe, fino a 65 mila euro di reddito, solo il 15%”, hanno sottolineato.
Ed ecco quindi i ricorsi, raccolti a titolo gratuito ed indipendentemente dall’iscrizione al sindacato. A Catania e provincia si sono mossi i Segretari Provinciali delle due sigle, Agata Consoli (FIALS) e Bernardo Capodicasa (UNSA) con punti di raccolta su tutto il territorio.
Ampia l’adesione dei lavoratori, come ad esempio nelle aziende sanitarie, dove gli aderenti FIALS si sono prestati a coadiuvare la raccolta dei ricorsi, gestendo gli ampi flussi e la ricezione della documentazione necessaria. Un’iniziativa che raccoglie ampi consensi sia sotto il profilo etico, per evitare che si coltivino divisioni nel Paese, che sotto quello economico: in caso di accoglimento dei ricorsi e conseguente applicazione dell’aliquota al 15%, si otterrebbe “un risparmio medio mensile pro-capite da € 150,00 a € 200,00”, come hanno sottolineato Consoli e Capodicasa.
Un’azione legale che, sostenuta da realtà come la FIALS (sindacato sanità) ed UNSA (sindacato organi di giustizia e di governo) e supportata dal parere di rinomati giuristi, sta facendo molto discutere: tant’è vero che, nel frattempo, è giunto anche un segnale dal governo, con i primi propositi di allargare la flat tax ai lavoratori dipendenti sulla base del reddito familiare.
Ciò, ovviamente, non ferma l’azione di FIALS ed UNSA, che già in questo senso si è mossa non solo sul profilo della dialettica, bensì, come detto, in senso pratico, con ricorsi che stanno ottenendo un largo sostegno da parte dei lavoratori e che potrebbero garantire loro equità e risparmio.
 
Redazione NurseTimes
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