Tutto il personale del Policlinico San Marco ha partecipato alla speciale colletta, mettendo a disposizione di Beppe Mora un anno di ferie pagate per stare vicino alla sua Sara, affetta da una patologia respiratoria.

Lui deve assistere la moglie, che ha subito un trapianto polmonare, e i colleghi gli regalano 1.800 ore delle loro ferie, pari a un anno di lavoro, per consentirgli di rimanere a casa senza rinunciare allo stipendio. E’ accaduto al Policlinico San Marco di Zingonia (Bergamo), dove tutto il personale sanitario e amministrativo ha partecipato a una speciale colletta solidale a favore di Beppe Mora, 47enne infermiere di sala operatoria che lavora nella struttura dal 1999.

“È stato un gesto bellissimo, che non è possibile descrivere a parole – racconta lo stesso Beppe –. Io e mia moglie Sara, collega che ho conosciuto proprio in ospedale, non lo dimenticheremo mai. Nei grandi ospedali spesso capita che i dipendenti finiscano per diventare dei numeri e che le persone che lavorano in reparti diversi non si conoscano neppure. Qui invece, anche se siamo in più di 800, tutti si sono messi a disposizione per aiutare la mia famiglia. Non me l’aspettavo e adesso mi sento piccolo di fronte alla loro grandissima generosità”.

La storia parte da lontano. Per la precisione dal mese di giugno 2021, quando la 41enne moglie di Mora, dopo aver lottato a lungo contro una patologia respiratoria che l’ha costretta a peregrinare da un ospedale all’altro, fu sottoposta a un trapianto di polmoni a Padova: “Il telefono è squillato alle 23 del 21 giugno, poco dopo che avevamo messo a letto Elisa, nostra figlia di sette anni – ricorda l’infermiere –. Mi hanno detto che avevo tre ore di tempo per presentarmi là con Sara. Grazie ai nonni, che si sono precipitati a casa nostra per prendersi cura della bambina, siamo partiti immediatamente da Bergamo, arrivando a destinazione alle 2 del mattino”.

Alle 13 del 22 giugno ebbe inizio l’operazione, durata circa 12 ore: “Il trapianto è riuscito, e per non lasciare da sola Sara mi sono trasferito a Padova per 40 giorni, esaurendo tutti i permessi e le ferie. Poi ho preso due mesi di aspettativa – prosegue Beppe –. È stato un periodo difficile, che però credevamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle: mia moglie era tornata a casa e aveva persino ripreso a guidare per brevi tragitti. I controlli periodici andavano bene e io ero rientrato al lavoro”.

Ma a febbraio di quest’anno la situazione si è nuovamente aggravata: durante un ricovero già programmato a Padova, Sara ha avuto una crisi ed è stata subito trasferita in Terapia intensiva. “I medici hanno detto di non aver mai visto un caso di rigetto così brutto”, spiega il marito. Un fulmine a ciel sereno, di fronte al quale Mora non ha potuto fare altro che avvisare il proprio caposala al Policlinico San Marco: “Ero completamente sconvolto, faticavo a connettere e gli ho detto solo di avvisare l’ufficio del personale per chiedere da parte mia un ulteriore periodo di aspettativa. A quel punto ho avuto la prima bella sorpresa: i colleghi di sala operatoria, dai medici agli operatori socio-sanitari, si sono messi d’accordo e mi hanno donato un giorno di ferie ciascuno, arrivando a 39”.

Quello, però, era solo l’inizio. Da lì, grazie al passaparola partito dall’ufficio del personale, l’iniziativa si è diffusa a macchia d’olio in tutta la struttura ospedaliera. Ora la moglie di Beppe sta meglio ed è tornata a casa, dove la famiglia può ritrovare insieme la propria quotidianità grazie al bel gesto dei dipendenti del Policlinico di Zingonia. Ciascuno ha voluto contribuire, mettendo a disposizione uno o più giorni delle proprie ferie, oppure dando supporto logistico.

“Un chirurgo con cui lavoro ha contattato un suo amico, che mi ha messo gratuitamente a disposizione un appartamento a Padova per stare vicino a Sara durante il ricovero – racconta ancora Mora –. Un bell’aiuto, che mi ha consentito di affrontare tutto con maggior serenità. Anche perché conciliare tutto non è stato semplice. Soprattutto per Elisa, che mi ha chiesto di non lasciarla sola, com eera già successo l’anno scorso. Ho fatto a lungo il pendolare tra Padova e Bergamo per andare a prenderla a scuola e stare un po’ con lei ogni giorno”.

Peraltro l’infermiere aveva già sperimentato la solidarietà che si respira al Policlinico San Marco: durante il periodo più difficile dell’emergenza sanitaria, quando gli ospedali hanno rischiato di essere travolti dallo tsunami del Covid, “i miei superiori mi hanno tenuto il più lontano possibile dalla prima linea, sapendo che mia moglie era affetta da una patologia respiratoria e che, se avessi portato a casa il virus, l’avrei certamente condannata a morte”.

Redazione Nurse Times

Fonte: la Repubblica

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