Per mettere in pratica tale intento il governatore Zaia potrà fare affidamento su 130 milioni di risparmi accumulati dal centro gestionale della sanità regionale.
In Italia mancano 56mila medici, e tra 15 anni, in base a uno studio dell’Osservatorio nazionale della salute, ci sarà un vuoto di altri 15mila tra camici bianchi e dentisti. In Veneto, dove la sanità è un’eccellenza, la carenza è di 1.380 professionisti. La colpa, sostiene da tempo il governatore leghista Luca Zaia (foto), è dell’istituzione del numero chiuso nelle università di Medicina, decisione che compete al Governo centrale, e dei pochi posti a disposizione nelle scuole di specializzazione.
«Nell’ultimo concorso per i posti in pronto soccorso si sono presentati tre candidati per 81 posti», ha detto ieri il presidente della Regione, che nei mesi scorsi, per tamponare l’emergenza, ha autorizzato l’assunzione a tempo determinato di medici in pensione e ha avviato collaborazioni con facoltà straniere per inserire giovani dall’estero. Ora, però, in base a un protocollo d’intesa siglato coi sindacati per tutelare il comparto, la qualità dei servizi offerti ai cittadini, e per evitare la fuga dei medici dal settore pubblico, Zaia ha deciso anche di alzare loro lo stipendio.
Motivo della scelta: se paghi di più un professionista, questi, oltre a non andarsene a lavorare da un’altra parte, nella maggioranza dei casi offre prestazioni migliori. Può darsi, ma com’è possibile alzare le buste paga in un settore dove da lustri ogni Governo nazionale taglia a più non posso per tentare di arginare gli sprechi? La risposta è semplice. In tempi di vacche magrissime Zaia potrà fare affidamento su 130 milioni di risparmi accumulati dalla “Azienda Zero”, ossia il centro gestionale della sanità della Regione.
In buona sostanza, in attesa che il governo gialloverde dia il via libera alle autonomie regionali, il governatore leghista farà da sé, grazie alla gestione oculata dei denari in cassa. Quella di oggi, dicevamo, è un’intesa coi sindacati: il protocollo non è ancora entrato in vigore e dovrà essere approvato in autunno, ma la strada sembra tracciata. Gli aumenti, la cui entità sarà decisa nei prossimi mesi, secondo l’accordo stipulato coi sindacati, potrebbero partire da gennaio 2020.
L’intesa è stata raggiunta dopo mesi di serrate trattative, culminate con la proclamazione dello stato di agitazione della categoria, che ora, evidentemente, è stato sospeso. «Siamo riusciti a mettere insieme tutte le sigle – ha detto a Libero l’assessore regionale alla Sanità, Manuela Lanzarin –. È un fatto estremamente positivo. La carenza di medici è un problema grave. È stata sbagliata la programmazione nazionale: noi stiamo mettendo in campo tutte le risorse necessarie per rimediare agli errori di Roma. E vero che grazie alla gestione virtuosa delle risorse abbiamo soldi da spendere, ma il fondo statale deve essere comunque implementato, su questo vogliamo essere chiari. A settembre ci incontreremo di nuovo con le parti per cominciare a stabilire i dettagli dell’intesa. Il nostro è un piano a 360 gradi per mantenere alto lo standard dei servizi».
Un’altra criticità, in Veneto, è legata alla forte carenza di camici bianchi nelle zone più disagiate, quelle montane del Bellunese, ma anche il centro storico di Venezia e parte della provincia di Rovigo. È normale che i professionisti, specialmente quelli più giovani, decidano di spostarsi altrove per lavorare. Ecco allora che la Regione, d’intesa coi sindacati, si concentrerà anche sulle buste paga di chi rimarrà a esercitare in questi luoghi.
«Al momento siamo soddisfatti dell’accordo – ha commentato Daniele Giordano, segretario generale della Cgil Veneto Funzione Pubblica –. È un primo risultato importante, abbiamo lavorato duramente per arrivare all’intesa. In sostanza si tratta della fase due di un’operazione di razionalizzazione delle aziende sanitarie del territorio, che negli anni scorsi sono passate da 21 a 9 e che ha consentito un risparmio di 4 milioni, poi reinvestiti nel settore. La nostra sanità, pur essendo di primo livello, ha delle criticità. Ci batteremo anche perché venga colmata la carenza di personale».
Ma questa sorta di riforma sanitaria in atto nell’ex Serenissima prevede anche altro. Alcuni direttori di Asl, sollevando non poche perplessità, in passato avevano appaltato a cooperative esterne molti servizi, alcuni dei quali di primissimo livello, come quelli di pronto soccorso, delle ambulanze e perfino degli ospedali di comunità. Alla luce di questa nuova intesa, alla scadenza del contratto le Asl dovranno riprendere in carico queste attività, con conseguente assunzione di personale.
Redazione Nurse Times
Fonte: Libero
 
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