Lo dichiarano i ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, autori di uno studio sulla nuova mutazione del coronavirus.

A un anno dall’inoculazione del primo vaccino anti-Covid sono ancora tante le domande senza risposta riguardanti la malattia, soprattutto a causa delle varianti. Per provare a fornire qualche risposta i ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) hanno condotto uno studio sulla mutazione Omicron che mostrerebbe come il test sierologico per la conta degli anticorpi non avrebbe più lo stesso valore di prima. A dirlo è Francesco Bonfante, responsabile del Laboratorio ricerca modelli animali presso la SCS6 – Virologia speciale e sperimentazione dell’IZSVe.

“Non ci sono test attendibili perchè il virus è mutato – spiega –. Il test sierologico nell’arco di due mesi, da marzo a maggio 2020 ha visto 250 approvazioni: quindi c’è di tutto e di più. Ci sono i test altamente specifici e in grado di dare un dato simile a quello che diamo noi e tutti quelli che sono meramente un sì o no, ovvero sei hai anticorpi o non li hai”. Omicron ha però modificato lo scenario. Questo infatti era vero prima della nuova variante, mentre adesso “per avere un’idea prudenziale non ci sono test sierologici disponibili in grado di dare un correlato del livello di protezione, Proprio perchè il virus è mutato profondamente e i test sono ormai basati sul virus di due anni fa”. Quindi “basarsi una forte positività anticorpale con il migliore dei test sierologici in commercio adesso è inutile: lo posso dire senza tante remore”.

Lo studio è stato condotto in collaborazione con le microbiologie del territorio che hanno fornito il virus con la mutazione Omicron all’Istituto, come spiega Antonia Ricci, direttore generale dell’IZSVe: “Lo abbiamo coltivato e fatto crescere, mentre da Verona e Padova sono arrivati i sieri di persone vaccinate che abbiamo messo a contatto con il virus con variante Omicron per vedere come si comportavano a contatto con la mutazione”.

Bonfante spiega che gli anticorpi neutralizzanti contro il virus di due anni fa sono stati quantificati e confrontati con quelli contro la variante Omicron: “Esiste un valore soglia che dà protezione rispetto all’infezione: prima della terza dose i titoli anticorpali fanno sì che solo il 5% sia protetto, dopo la terza dose ben il 75% delle persone testate aveva un livello sufficientemente alto”.

Ripetendo il test con il siero di persone che hanno contratto la variante Delta (ancora la dominante), il risultato è migliore: un 67% è protetto prima della dose booster del vaccino, dopo la terza dose il 94% è protetto. “Infine la quantità di anticorpi necessaria per essere protetti dalla malattia grave contro Omicron è più bassa rispetto alle altre varianti, e dopo la terza dose si riduce ancora di più”, conclude il ricercatore.

Redazione Nurse Times

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