Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Perugia, accogliendo il ricorso di alcuni dipendenti dell’ospedale di Orvieto, assistiti da Uil-Fpl.

La Corte di Appello di Perugia ha condannato l’Usl Umbria 2 al pagamento degli arretrati relativi al cambio turno di cinque infermieri,
riconoscendo che il tempo necessario a
indossare il camice fa parte dell’orario di lavoro e dunque deve essere
retribuito. La Corte, presieduta da Alessio
Gambaracci, ha accolto i ricorsi presentati da cinque infermieri in
servizio all’ospedale di Orvieto,
riconoscendo loro risarcimenti complessivi pari a 2.563 euro per la sola
vestizione, e dunque ridotti della metà rispetto alle richieste iniziali.

Ma il principio, sancito con
la sentenza, riguarda più di 5 mila lavoratori soltanto in Umbria. Con
risarcimenti che in totale potrebbero superare i 10 milioni di euro. Bastano questi dati per rendersi conto della
straordinaria portata della vittoria giudiziaria della Uil-Fpl. La vicenda iniziò nel 2007 a Terni, dove il sindacato
avviò la battaglia per far riconoscere il diritto al cambio turno retribuito a
infermieri, operatori socio-sanitari e tecnici della sanità. Il Tribunale di
Orvieto gli diede subito ragione e l’iniziativa ebbe una grande risonanza
nazionale.

“Da quella nostra iniziativa – commenta Gino
Venturi, segretario provinciale di Uil Terni – si arrivò a inserire il riconoscimento di quel diritto addirittura nel
Contratto collettivo nazionale di lavoro. Oggi, infatti, tutto questo è sancito
anche nel Contratto nazionale del comparto sanità, vale in tutta Italia e siamo
mobilitati per dargli immediata attuazione anche in Umbria. Quello di cui parliamo
ora è però un’altra cosa. Si tratta del risarcimento per gli anni
precedenti”.

Un obiettivo raggiunto dalla
Uil-Fpl dopo ben 12 anni, passando per tutti i gradi di giudizio. “Siamo stati costretti ad adire le vie
legali – osserva Marco Cotone,
segretario regionale di Uil-Fpl – perché
le aziende sanitarie umbre non hanno neanche degnato di una risposta i
tentativi di conciliazione in sede amministrativa da noi promossi. Un
comportamento inspiegabile perché in tal modo, oltre a non aver dimostrato
attenzione verso i propri lavoratori, si sono anche assunte la responsabilità
di aver enormemente aumentato la spesa, che ora è a carico delle stesse
aziende”.

Alla fine di dicembre è
arrivata la sentenza della Corte di Appello di Perugia, che ha chiuso
definitivamente il percorso giudiziario iniziato a Orvieto e passato anche
attraverso la Corte di Cassazione, la quale aveva stabilito che “in
materia di orario di lavoro nell’ambito dell’attività infermieristica il tempo
di vestizione-svestizione da diritto alla retribuzione… trattandosi di un
obbligo imposto dalle superiori esigenze di sicurezza ed igiene, riguardanti
sia la gestione del servizio pubblico sia la stessa incolumità del personale
addetto”.

La Cassazione aveva ribaltato
il primo giudizio negativo d’appello e aveva chiesto alla Corte un nuovo
pronunciamento di merito sulla base di quanto statuito. Da oggi, dunque, il
tempo per indossare le divise e presentarsi così puntuali e già pronti per la
sostituzione del collega di turno è tempo di lavoro, e dunque deve essere
pagato. Il Tribunale di Orvieto aveva calcolato 15 minuti al giorno per la
vestizione iniziale e la svestizione a fine turno.

L’intero procedimento
giudiziario, che riguarda cinque infermieri dell’ospedale di Orvieto, sostenuto
dalla Uil-Fpl di Terni, è stato patrocinato dall’avvocato Maurizio D’Animando. Il principio vale non solo per gli infermieri,
ma anche per gli operatori socio sanitari e i tecnici sanitari. Del settore
pubblico, ma anche del settore privato. In alcuni casi i risarcimenti per gli
anni trascorsi possono arrivare anche ad oltre 5mila euro a testa. Ma possono
accedere al risarcimento solo i lavoratori che individualmente attivano la
procedura legale.

Redazione Nurse Times

Fonte: Corriere dell’Umbria

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