Lo stabilisce un rapporto della Fondazione Di Vittorio, che evidenzia l’aumento del gap con altri Paesi dell’Eurozona (soprattutto Germania e Francia).
Dal 2010 gli stipendi degli italiani sono passati da poco più di 30mila euro lordi l’anno a poco più di 29mila, con una perdita di 1.059 euro (circa il 3,5%). A lanciare l’allarme è il rapporto Retribuzioni e mercato del lavoro: l’Italia a confronto della Fondazione Di Vittorio, think tank della Cgil, che mette a confronto le retribuzioni medie dei lavoratori dipendenti di casa nostra con quelle del passato e le paragona coi dati di altri Paesi dell’Eurozona, facendo riferimento anche agli ultimi rilevamenti Ocse (dal 2001 al 2017).
Tutt’altro discorso per Germania e Francia: i tedeschi, già nel 2010, avevano una retribuzione lorda (escludendo tasse e contributi) mediamente più alta, che è continuata a salire nel periodo analizzato, passando da 35.621 a 39.446 euro, con un aumento di 3.825 euro; crescita analoga per i francesi, passati da 35.724 euro a 37.622 euro, con un aumento del 5,3%. L’analisi si basa sul potere d’acquisto, raffrontando salari reali e prezzi costanti. A incidere così tanto sull’aumento medio salariare è la bassa retribuzione dei lavoratori a tempo, che da noi si è stabilizzata al 70,1% dello stipendio full-time, mentre in Europa vale circa 83,6%. Nel Belpaese, dunque, si è verificata una perdita di 1.059 euro in sette anni, circa il 3,5%.
Oltre che nel part-time, le ragioni del netto divario vanno ricercate nella presenza dei cosiddetti contratti “pirata” e nei lavori discontinui, che tengono i salari sotto il minino. Senza dimenticare la carenza di capitale umano in Italia, dove è calata la quota di dirigenti e di professioni tecniche. In sostanza, si è ridotta la presenza delle alte qualifiche (7 punti percentuali in meno nell’ultimo ventennio), mentre sono aumentate di 2 punti percentuali le basse qualifiche.
La radiografia complessiva realizzata dal rapporto della Fondazione è quindi sconfortante: su 15 milioni di lavoratori dipendenti, relativi al solo settore privato, ben 12 milioni hanno una retribuzione lorda sotto i 30mila euro; di questi, circa 4,3 milioni sono sotto i 10mila euro annui lordi. E altri recenti dati Eurostat confermano la caduta della quota dei salari sul Pil: nel 2019 siamo al 59,9%, uno dei rapporti più bassi in Europa, in discesa dal 2012.
Quali le contromosse? Secondo Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio, «il tema dei redditi può e deve essere affrontato in più modi: intervento su qualità e quantità dell’occupazione; una nuova fase di contrattazione a tutti i livelli; una vera e propria riforma fiscale in senso progressivo, che recuperi risorse verso le retribuzioni». Questo, invece, il commento di Maurizio Landini, neosegretario Cgil, che ha posto il problema sin dalle sue prime uscite: «La stagione dei rinnovi contrattuali del 2109 deve affrontare, prima di tutto, la questione salariale. In Italia si continuano a pagare salari troppo bassi ai lavoratori».
Redazione Nurse Times
Fonte: www.repubblica.it
 
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