La terapia con Ixekizumab, protratta complessivamente fino a due anni, consente in quasi il 90% dei casi di bloccare o rallentare al massimo la progressione della malattia valutata attraverso radiografia.

Per arrivare alla diagnosi di spondiloartrite assiale, malattia infiammatoria cronica articolare che in Italia colpisce oltre 200mila pazienti, servono in media sette anni dall’inizio dei sintomi. Anni in cui la schiena diventa sempre meno flessibile, dalla colonna cervicale fino a quella lombo-sacrale, mentre anche altre articolazioni come anca, spalla, mani e piedi possono essere interessate dall’infiammazione, e quindi diventare dolenti con perdita progressiva della mobilità e compromissione della qualità di vita. Otto persone su dieci cominciano a star male prima dei 30 anni, con dolore e rigidità al fondo schiena che non passano e vengono scambiati per una semplice lombalgia, curata per mesi o anni soltanto con antinfiammatori non steroidei, antalgici, e/o terapie fisiche.

Per i pazienti è però in arrivo una nuova arma terapeutica. Si chiama ixekizumab ed è un antagonista della IL-17A sviluppata da Lilly. E’ in grado di fermare la progressione radiologica della malattia (sviluppo di sindesmofiti, cioè ponti ossei tra due vertebre, con fusione della colonna vertebrale), oltre che di mantenere l’efficacia nel lungo termine a due anni, togliendo persistentemente il dolore infiammatorio alla schiena e consentendo un continuativo miglioramento della qualità di vita dei pazienti. I dati sono quelli dello studio COAST-Y, appena presentati al congresso EULAR 2021.

Il farmaco, impiegato in pazienti che non rispondono o non possono essere trattati con le cure tradizionali (chiamate inibitori del TNF), aveva già ottenuto ottimi risultati dopo le prime 16 settimane di somministrazione e in misura ancora maggiore dopo un anno, a dimostrazione che l’effetto positivo sulla malattia viene mantenuto nel lungo periodo. Con ixekizumab a 16 settimane, fino al 50% circa dei pazienti con spondilite anchilosante mai trattati con farmaci antireumatici modificanti la malattia, fino al 25% circa di quelli già trattati con TNF, e fino al 35% dei pazienti con la forma non radiografica raggiunge un miglioramento di almeno il 40% dei segni e dei sintomi della malattia (dati COAST-V e W pubblicati su Ann Rheum Dis 2019 e dato COAST-X The Lancet 2019).

Nel COAST-Y la terapia a lungo termine, protratta complessivamente fino a due anni, consente inoltre in quasi il 90% dei casi di bloccare o rallentare al massimo la progressione della malattia valutata attraverso radiografia. Continua nel lungo periodo anche l’effetto positivo sul dolore e l’attività di malattia, che resta bassa nel 47% dei pazienti trattati ed è in parziale remissione in un altro 20% dei casi, mentre il 56% dei pazienti ha un miglioramento dei sintomi di almeno il 40%.

“La lombalgia infiammatoria è il primo sintomo della spondiloartrite assiale nella maggior parte dei pazienti (circa 3/4) – spiega il professor Carlo Salvarani, direttore della Struttura complessa di Reumatologia del Policlinico di Modena –. Purtroppo in genere viene scambiata per un ‘semplice’ mal di schiena e la diagnosi arriva tardi, spesso quando già c’è una compromissione consistente della funzionalità con fusione della colonna vertebrale, che diventa rigida e non flessibile, acquisendo l’aspetto a canna di bambù. Non di rado la terapia viene iniziata in fasi già avanzate di malattia. I dati presentati sulla nuova indicazione di questo farmaco, peraltro già ampiamente utilizzato per il trattamento di altre patologie infiammatorie croniche e conosciuto per il buon profilo di sicurezza, sono un’ottima notizia per questi pazienti”.

Lo studio COAST-Y ha coinvolto 773 pazienti con spondiloartrite assiale che hanno raggiunto la remissione di malattia con un trattamento protratto per 52 settimane, e sono stati quindi randomizzati a interromperlo o proseguirlo fino a 116 settimane. I dati raccolti con ixekizumab dimostrano che la terapia a lungo termine è ben tollerata e, soprattutto, che riesce a bloccare la progressione della malattia, portando a miglioramenti consistenti e sostenuti a lungo termine nell’attività della malattia e nella qualità della vita in pazienti, sia con la forma radiografica che con la forma non radiografica.

“Questo studio – conclude Salvarani – dimostra chiaramente che nella grande maggioranza dei pazienti con spondiloartrite assiale radiologica che hanno assunto ixekizumab per due anni non si è avuta alcuna significativa progressione radiologica del danno alla colonna vertebrale, sia nei pazienti ‘naive’ (mai trattati prima, ndr) alla terapia anti-TNF che in quelli già trattati con almeno un anti-TNF. I dati dei due studi dimostrano quindi che la risposta al trattamento è duratura ed efficace rispetto sia al miglioramento dell’attività di malattia e di qualità di vita che alla inibizione della progressione del danno vertebrale, rafforzando quindi il valore del farmaco già approvato dall’Ema per l’uso nella spondiloartrite assiale sia radiografica che non radiografica”.

Redazione Nurse Times

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