Tante le ipotesi, ma nessuna risposta certa. Intanto la lista dei decessi si allunga, e comprende anche un ex arbitro.
Un nemico oscuro, nascosto fra i fili d’era o negli angoli bui degli spogliatoi. Un male terribile, che spegne gradualmente quei muscoli appartenuti agli eroi dei rettangoli verdi. Macchine da guerra che correvano, saltavano, scivolavano, cadevano e si rialzavano in un batter d’occhio. Un tempo il mondo lo chiamava morbo di Lou Gehrig, dal nome del giocatore statunitense di baseball che ne fu vittima. Oggi è freddamente nota come sclerosi laterale amiotrofica (Sla).
Colpisce le cellule nervose dei muscoli, atrofizzandole, sgonfiandole come un pallone. Ma c’è anche chi la chiama “la stronza”, come la ribattezzò Stefano Borgonovo (nella foto con Roberto Baggio), l’ex calciatore scomparso nel 2013, a soli 49 anni, a causa del male. Per combatterlo, istituì nel 2008 la Fondazione che porta il suo nome, ma la scia di lutti prosegue, implacabile. Le ultime vittime in ordine cronologico sono Giuseppe Rosica e Marco Sguaitzer. Nomi che dicono poco alla massa tifosa, ma appartenenti a due uomini che avevano in comune l’amore per il calcio.
Rosica faceva l’arbitro di serie A e B. È morto il 25 febbraio, a 62 anni, dopo 120 partite dirette negli stadi più importanti d’Italia. Lui non prendeva a calci il pallone, che rotolava comunque vicino ai suoi piedi. Calciava e segnava, invece, Sguaitzer, una carriera trascorsa a fare gol nei piccoli stadi di serie C, col Mantova soprattutto, per poi prestarsi nella lotta alla “stronza”, che lo ha sconfitto il 2 marzo scorso, a 59 anni di età.
Borgonovo, Sguaitzer, Rosica, ma anche Gianluca Signorini, ex capitano del Genoa, deceduto nel 2002. Oppure Adriano Lombardi, ex centrocampista, fra le altre, di Fiorentina, Como e Avellino, arresosi nel 2007. E poi Giorgio Rognoni, Paolo List, Armando Segato. Senza dimenticare Fulvio Bernardini, scomparso nel 1984, uno dei primi casi acclarati di Sla negli ex giocatori. La lista è lunga e incomprensibile. Ieri l’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano ha messo nero su bianco le cifre del fenomeno: la Sla colpisce gli ex calciatori professionisti due volte di più rispetto alla popolazione generale. Con il rischio che sale addirittura a sei volte di più se si prendono in considerazione coloro che hanno giocato in serie A.
La ricerca, condotta dagli scienziati Ettore Beghi ed Elisabetta Pupillo, in collaborazione con Letizia Mazzini (Azienda ospedaliero-universitaria di Novara) e Nicola Vanacore (Istituto superiore di sanità), si è basata sui 23.875 calciatori di serie A, B e C presenti sugli Album della Panini dal 1959/60 al 1999/2000. Sono 32 i casi accertati di Sla: 14 centrocampisti, 9 difensori, 6 attaccanti e 3 portieri. E chissà se alla statistica sarà aggiunto anche il primo arbitro colpito: Rosica, appunto.
«La vera novità – spiega il professor Beghi – consiste nell’aver evidenziato che i calciatori si ammalano di Sla in età più giovane rispetto a chi non ha praticato il calcio. L’insorgenza della malattia tra i calciatori si attesta sui 43,3 anni, mentre quella della popolazione generale in Italia è di 65,2 anni. Un’insorgenza anticipata di 22 anni rispetto a coloro che non hanno giocato a calcio».
Gli eroi degli stadi si ammalano di più e prima, quindi. Ma perché? È questa la domanda alla quale gli scienziati dovranno dare una risposta. Lo studio italiano sarà portato all’esame del meeting annuale dell’American Academy of Neurology, in programma a Philadelphia. Di ipotesi sulle cause, ne sono state avanzate tante: dai diserbanti usati su campi di calcio italiani negli anni Settanta all’uso o abuso di anti-infiammatori, fino microtraumi alla testa causati dall’impatto col pallone o negli scontri di gioco con gli avversari. Nessuna di queste, però, è stata mai provata scientificamente.
«I dati della ricerca, e non è la prima volta, evidenziano questa connessione tra calcio e Sla – commenta Damiano Tommasi, ex centrocampista di Roma e Nazionale, oggi presidente dell’Associazione italiana calciatori –. Da una parte preoccupa e dall’altra ci invita a porre attenzione a qualsiasi iniziativa che possa aiutare a saperne di più. L’auspicio è che, attraverso la ricerca, si possano dare soluzioni alle tante persone colpite da questa terribile malattia».
Redazione Nurse Times
Fonte: Il Messaggero
 
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