Tra le situazioni più critiche, quella dell’ospedale “Cardarelli” di Napoli, che ogni giorno esplode di pazienti, ammassati sulle barelle.
Ormai non fa quasi più notizia: l’ospedale “Cardarelli” di Napoli esplode di pazienti. Oltre al già saturo pronto soccorso, anche l’Obi, il reparto di osservazione breve e intensiva, appare ogni giorno strapieno, con la piccola sala di ingresso divenuta un improvvisato reparto a sé. Per non parlare di Medicina d’urgenza, dove pazienti in fila sulle barelle tentano disperatamente di preservare un briciolo di privacy.
Negli spazi per la prima accoglienza ci sono 34 posti dedicati: questo il numero massimo di pazienti che dovrebbero esserci in contemporanea. Tante sono le postazioni ordinarie, con le tendine a garantire la privacy. Ieri, invece, si contavano 104 accessi. Quindi 90 barelle divise tra le salette del pronto soccorso. I manager dell’ospedale li chiamano “letti tecnici”. Un eufemismo gradevole, non c’è dubbio, che però piace meno a chi sulle barelle – perché si chiamano così – ci deve stare, spesso per diverse ore (quando non per giorni, magari salendo in reparto).
Ed è irrituale, ma abbastanza frequente, persino vedere barelle nelle sale operatorie. La difficoltà nell’accogliere i pazienti che arrivano al pronto soccorso è tutt’altro che risolta e i miglioramenti annunciati non si vedono. L’assistenza decente e gestibile è l’eccezione, non la regola. La normalità, al “Cardarelli”, è invece la costante emergenza che medici, tecnici e infermieri cercano di gestire con coraggioso impegno. Il governatore nonché commissario alla Sanità, Vincenzo De Luca, puntava a rendere la Campania una regione da sogno in campo sanitario. Ma dall’incubo non ci si è ancora svegliati.
“In questi anni di commissariamento De Luca non è cambiato nulla. Anzi, i fatti condannano il governatore. Altro che numeri uno in Italia: siamo rimasti il fanalino di coda della sanità”. Così Alessandro Citarella, presidente del Comitato Sanità Campania, che aggiunge: “I dati parlano chiaro: la situazione degli ospedali di Benevento e Avellino per i reparti di Cardiologia è critica, manca la gestione ordinaria, e diverse strutture ospedaliere a Napoli non sono accreditate, non avendo i requisiti minimi. Mancano il piano di fuga, di evacuazione, quello antincendio. Abbiamo avuto morti a ripetizione per un problema infettivo tra medici al San Paolo, la Maternità scaricata in mano alle cliniche private. Stesso discorso con la Cardiologia: i pazienti dalle strutture pubbliche vengono mandati alla Clinica Mediterranea. Al Monaldi i trapianti di cuore sono fermi da anni, cosa assurda in una città con 3 milioni di abitanti, in quello che era un polo che serviva tutto il sud Italia. C’è una gestione alquanto strana del denaro pubblico. Non ci piace che si continui a mantenere nelle posizioni manageriali delle persone che palesemente non sono manager. Negli ultimi 15 anni i ‘grandi vecchi’ di questo sistema sono rimasti lì. I cittadini hanno speso soldi, ma il risultato è stato un danno, non solo all’immagine ma anche e soprattutto nella sostanza”.
Altro aspetto di grande importanza è quello relativo alla rete delle ambulanze cittadine e, dunque, alla gestione dell’emergenza territoriale. “Nulla di nuovo in questi ultimi due anni – afferma Rino Bassano, medico del 118 –. Anzi, la situazione è solo peggiorata rispetto a prima. Registriamo tempi lunghi per l’invio di un’ambulanza a Napoli centro: 28 minuti, dato che espone tutto il personale a una maggiore aggressività da parte dell’utenza”.
Una svolta che i medici del 118 attendono da anni è poi quella della stabilizzazione dei precari. “Ancora oggi – prosegue Bassano – i medici delle ambulanze e del pronto soccorso sono in attesa del contratto indeterminato. Un dato importante, perché la loro stabilizzazione determinerebbe un miglioramento del servizio. In questi periodi registriamo un pauroso aumento delle chiamate, con interventi senza sosta, giorno e notte. Un impegno lavorativo ingente, a cui non segue la serenità della stabilità lavorativa. Dopo tanti, proclami niente è cambiato fino a oggi”.
Le prospettive dell’anno appena cominciato non lasciano presagire miglioramenti. Il piano ospedaliero da poco approvato prevede un taglio ulteriore delle ambulanze su tutto il territorio regionale entro la fine del 2019, con inevitabili ripercussioni sui tempi di percorrenza. Conclude Bassano: “I requisiti standard prevedono che ci sia un’ambulanza avanzata (ovvero con a bordo un medico, un infermiere e un autista), ogni 60mila abitanti. Passeremo da un numero totale di 134 ambulanze medicalizzate a 82 su tutto il territorio regionale. La città di Napoli e la sua provincia, al momento, contano in totale 49 ambulanze medicalizzate. Il nuovo piano approvato ne prevede 33: 16 ambulanze in meno. La provincia di Salerno ne dovrebbe avere 36, ma saranno ridotte a 19”.
Redazione Nurse Times
Fonte: Cronache di Napoli
 
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