Nel settembre del 2012 l’allora 60enne Adalberto Arcidiacono fu ricoverato al San Giovanni – Addolorata per un’ischemia alla gamba sinistra. L’equipe dell’ospedale che lo prese in cura, però, decise di intervenire ripetutamente anche sull’arto destro, considerandolo a rischio. Per il giudice si trattò di accanimento terapeutico. Gli imputati dovranno risarcire la famiglia del paziente, poi deceduto per altri motivi.

Fu ricoverato all’ospedale San Giovanni – Addolorata di Roma per un’ischemia alla gamba sinistra. Ma i medici intervennero più volte anche sulla destra, nonostante l’assenza di sintomi come il dolore o la cattiva circolazione, finendo col provocare l’amputazione dell’arto. Ora l’equipe medica è stata condannata a pagare un risarcimento di 383mila euro ai famigliari della vittima dell’errore sanitario, Adalberto Arcidiacono, 60enne antiquario, nel frattempo venuto a mancare per motivi estranei all’amputazione.

La sentenza è stata pronunciata dal giudice Guido Garavaglia, del Tribunale civile. Il dramma risale alla fine del 2012. Era il 9 novembre quando Arcidiacono si recò al Pronto soccorso del San Giovanni – Addolorata perché avverte un forte dolore alla gamba sinistra. I medici ne disposero il ricovero con la diagnosi di “ischemia dell’arto inferiore sinistro”. Una situazione seria, tanto che nel mese seguente il paziente fu sottoposto a 18 interventi diversi. In un primo momento i medici si limitarono a curare la gamba sinistra, effettuando tre arteriografie con fibrinolisi e due di controllo. Dal decimo giorno in poi, però, i sanitari rivolsero le loro attenzione alla gamba destra, effettuanbdo otto arteriografie con fibrinolisi, due tromboaspirazioni e tre arteriografie di controllo.

Come osserva il giudice nelle motivazioni della sentenza, fino a quel momento Arcidiacono non aveva presentato alcun sintomo alla gamba destra, mentre dopo tali interventi si registrò un aggravamento delle condizioni del paziente, con l’insorgenza di “un’ischemia irreversibile dell’arto”. Arcidiacono fu trasferito prima nella clinica Pio IX e poi all’ospedale San Camillo. Tuttavia i medici non poterono fare altro che procedere all’amputazione.

Il 13 gennaio 2013 Arcidiacono tornò a casa, purtroppo senza più la gamba destra. L’antiquario a quel punto intentò una causa civile. Ma nel 2016, a 64 anni, morì per motivi non legati all’operazione del 2012. La vedova, Juana Eugenia Steffan, ha proseguito la battaglia legale avviata dal marito. Sempre nelle motivazioni della sentenza il giudice osserva come il ricovero per il dolore alla gamba sinistra è opportuno, così come la terapia adottata per curarla. “Censurabile” è invece la decisione di sottoporre il paziente a ripetuti trattamenti alla gamba destra.

I medici, attraverso il loro consulente, hanno sostenuto che l’arto sarebbe stato compromesso. Ma per il giudice “tale giustificazione non trova alcun riscontro nella cartella clinica”, dov’è scritto che “il paziente non lamenta dolore e dall’esame angiografico risulta un circolo adeguato”. Al contrario, le ripetute terapie decise dai medici, sempre per il giudice, avrebbero provocato una trombosi non reversibile. In definitiva il giudice ha concluso che un certo rischio ischemico sarebbe esistito, ma “in assenza di sintomi, non può essere giustificato l’accanimento terapeutico”.

Redazione Nurse Times

Fonte: Corriere della Sera

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