L’argomento è stato sviscerato in uno studio condotto dagli esperti della Mayo Clinic di Rochester (Usa).

Nuovi dati,
pubblicati sul Journal of American College of Cardiology (JACC), dimostrano che
la pressione arteriosa (PA) diastolica
e la frequenza cardiaca (FC) a riposo
forniscono importanti informazioni prognostiche per i pazienti con rigurgito aortico (AR) cronico
emodinamicamente significativo.

Letture
diastoliche inferiori a 70 mm Hg e frequenze cardiache a riposo superiori a 60
battiti al minuto (bpm) sono state fortemente associate alla mortalità per
tutte le cause in pazienti in trattamento medico, anche dopo aver tenuto conto
di potenziali fattori di confondimento come ipertensione, uso di vari farmaci e
linee guida per la chirurgia valvolare. Lo sostengono gli autori dello studio,
guidati da Li-Tan Yang, della Mayo Clinic di Rochester
(Minnesota, Usa). Secondo l’autore senior Hector Michelena,
anch’egli della Mayo Clinic, l’importanza di questo studio consiste nel fatto
che è la prima volta che la PA diastolica e la FC sono state formalmente
valutate per la loro associazione con la
mortalità nell’AR, e questo ha
cambiato alcuni dei paradigmi clinici della comunità dei cardiologi riguardo a
questi due parametri e all’AR.

Il solido legame tra queste misure e la mortalità è particolarmente importante perché «non è una nuova tecnologia high-tech che porta nuove informazione bensì è la misurazione di base della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, che sono eseguite ogni giorno in tutto il mondo con un costo minimo o nullo», ha aggiunto Michelena. La conclusione è che «non vi è dubbio che la PA diastolica e la FC a riposo siano associate in modo indipendente alla morte in pazienti con AR significativo. In effetti aumentano, anche se non in modo enorme, la discriminazione del rischio di morte al di sopra delle caratteristiche cliniche di base e degli attuali fattori scatenanti chirurgici.

I ricercatori osservano inoltre: «Le attuali linee guida ipoteticamente mettono in guardia contro l’uso di farmaci che potrebbero peggiorare il sovraccarico di volume, causando bradicardia e contro la marcata riduzione della PA diastolica che potrebbe compromettere la perfusione coronarica. Tuttavia queste preoccupazioni sono solo congetturali perché il significato clinico della PA diastolica e della FC a riposo nei pazienti con AR non è noto».

Per esplorare il problema hanno esaminato retrospettivamente i dati tra gennaio 2006 e ottobre 2017 su 820 pazienti con AR da moderata a grave (età media 59 anni; 92% uomini). Durante un follow-up medio di 5,5 anni, quasi la metà dei pazienti (49%) è stata sottoposta a chirurgia valvolare e 153 (19%) sono deceduti, di cui 104 in terapia medica e 49 dopo chirurgia valvolare.

Dopo aggiustamento per dati demografici, comorbilità e fattori scatenanti chirurgici basati sulle linee guida (inclusi sintomi, frazione d’eiezione ventricolare sinistra [LVEF] e indice del diametro endosistolico del ventricolo sinistro), il rischio di mortalità per tutte le cause sotto controllo medico è risultato aumentato con riduzioni della PA diastolica al basale (HR aggiustato per aumento di 10 mm-Hg :0,79, IC 95% 0,66-0,94) e aumenti della FC a riposo basale (HR aggiustato per aumento di 10 bpm: 1,23, IC 95% 1,03-1,45).

Tali relazioni sono rimaste significative in una varietà di analisi aggiuntive, che hanno tenuto conto di gravità dell’AR, presenza di ipertensione, uso di farmaci, chirurgia della valvola aortica tempo-dipendente, oltre che della PA diastolica media e della FC a riposo durante il follow-up (al contrario di una misurazione una tantum al basale). Il rischio di mortalità era maggiore nei pazienti con AR che nelle loro controparti corrispondenti per età e genere della popolazione generale, e tale rischio aumentava con la riduzione della PA diastolica (a partire da letture inferiori a 70 mm Hg, con un picco a 55 mm Hg) e con l’aumento della frequenza cardiaca a riposo (a partire da letture di 60 bpm).

Dopo intervento chirurgico alla valvola aortica, la relazione tra frequenza cardiaca e mortalità è rimasta, ma non c’era più un’associazione con la PA diastolica, «presumibilmente perché la fisiopatologia alla base della bassa pressione diastolica è stata corretta dalla chirurgia della valvola aortica» scrivono gli autori. Yang e colleghi fanno notare che il legame tra l’aumento della frequenza cardiaca e la mortalità è in conflitto con l’idea che la bradicardia dovrebbe essere evitata nei pazienti con AR cronico. “Nella nostra coorte di studio, il 45% dei pazienti presentava una frequenza cardiaca a riposo