Partono le richieste di danni per le reazioni avverse da vaccino: in Lombardia decine di domande di risarcimenti, tanto che la regione ha dovuto scrivere alle Ats per uniformare le risposte degli enti ai cittadini – Quasi nulle le chance di indennizzo

C’è quello che dopo la puntura ha avuto la febbre alta per due giorni; quello per che 24 ore aveva i giramenti di testa; o, ancora, quello che «non si è sentito più lui» per qualche giorno. Non è cronaca, ma i racconti che ogni giorno sentiamo da amici o parenti che hanno fatto il vaccino contro il Covid. C’è chi è stato poco bene dopo la prima inoculazione, chi dopo la seconda. Chi di più e chi di meno.

Ma qui non si parla dei casi di trombo (rarissimi) che pur si sono verificati in seguito alla somministrazione del vaccino. Ma di chi, dopo aver accusato uno stato di malessere a seguito della inoculazione di Astra Zeneca, Pfizer, Moderna o Johnson che sia, presenta richieste di indennizzo o di risarcimento alle Ats o alle aziende ospedaliere.

In Lombardia, questa situazione ha spinto la Regione (nella fattispecie la Direzione generale Welfare e Prevenzione) a inviare una missiva all’Ats regionale per dare indicazioni su come comportarsi nell’immediato di fronte alle richieste e al ministero della Salute per avere lumi su come, in una fase successiva, i soggetti destinatari di quelle richieste debbano comportarsi.

«Volevamo evitare che gli enti coinvolti, aziende sanitarie o anche singoli ospedali cui fanno capo gli hub vaccinali, si muovessero in ordine sparso, magari anche creando precedenti per la giurisprudenza» spiega un alto funzionario dell’Ats Lombardia.

La parola d’ordine è innanzitutto questa: non pagare. Anche perché, come riporta la lettera di Regione Lombardia, tali richieste (al momento si parla di una trentina di casi, ma in costante aumento) sono «sostanzialmente tutte identiche», come a lasciar intendere una regia comune o una stessa mano.

«Purtroppo, ormai da anni ci sono soggetti che hanno fatto di questo tipo di iniziative una fonte di business e il Covid non poteva che solleticarne i palati» spiegano ancora da Ats Lombardia. La situazione sarebbe peraltro diffusa in molte regioni (nella lettera si fa riferimento alle «aziende sanitarie di tutto il territorio nazionale»), con richieste sia di risarcimento danni sia di indennizzo.

E le indicazioni fornite nei due casi da Regione Lombardia sono sostanzialmente diverse. Per quanto riguarda le richieste di risarcimento danni, l’indicazione è quella di notificarle alle compagnie con cui le aziende ospedaliere sono assicurate incaso di danni subiti dai pazienti conseguentemente a errori dei medici nell’ambito del loro operato o delle terapie messe in atto verso il paziente.

Non essendovi, tuttavia, nel caso della somministrazione dei vaccini anti-Covid, alcun errore da parte del personale medico (salvo che l’infermiere addetto spezzi l’ago nel braccio del paziente o gli inoculi più dosi del vaccino inavvertitamente), è quasi impossibile che le compagnie si trovino ad accordare un risarcimento.

Quella dell‘indennizzo è, se possibile, una strada ancora più impervia. L’ipotesi si applica non in conseguenza di un errore medico, ma di una terapia o di un intervento corretti che tuttavia abbiano arrecato gravi conseguenze nel paziente. E’ il caso di effetti imprevedibili e indesiderati conseguenti all’esecuzione di vaccinazioni obbligatorie.

Per questo tipo di evenienze esiste un fondo che lo Stato mette a disposizione delle regioni e che per il 2021 ammonta a circa 50 milioni. Il punto è che il vaccino anti-Covid non è obbligatorio e eventuali effetti conseguenti alla sua somministrazione non possono portare a un indennizzo da parte dello Stato.

Il dibattito sulla obbligatorietà della terapia anti-Covid non può prescindere da quanto sta già accadendo: la sua eventuale obbligatorietà, caldamente sostenuta da alcuni, spalancherebbe le porte a infinite speculazioni i cui contorni, oggi, non sono così difficili da immaginare.

Fonte: Libero Quotidiano

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