La nostra collaboratrice Anna Arnone risponde all’amara riflessione che abbiamo ricevuto ieri dal collega Graziano Colucci.

Caro Graziano,ho letto la tua riflessione con immensa amarezza e per un istante ho sperato che la tua crisi fosse solo passeggera. Invece mi è sembrata molto più profonda di quel che pensavo. Mi è dispiaciuto innanzitutto percepire la tua amara consapevolezza nell’aver gettato all’aria anni di studio, sacrifici, giornate e tempo trascorsi in ospedale e sui libri. Hai centrato un aspetto essenziale che spesso dimentichiamo o, forse, non lo conosciamo neanche: abbiamo il privilegio di curare le persone e non le malattie, due aspetti molto diversi che viaggiano su binari paralleli. 

Tutte le strade hanno sempre dei “ma” e dei “se”, che
non devono spaventare e non devono depistare o far cambiare rotta. Anzi, dovrebbero
rafforzare quel che si sta costruendo e, se questo non accade, le motivazioni
non sono così forti come si credeva. Anche per me il 2019 è stato un anno da
ricordare per tutta la vita. È stato l’anno del cambiamento, in cui ho
realizzato il progetto di tornare a casa dopo immani sacrifici e tempo
investiti a centinaia di chilometri dai miei affetti. A differenza tua,
Graziano, quando vedevo il mio nome nelle graduatorie, non soltanto ero felice
e soddisfatta, ma stava crescendo in me la certezza che questo era il mio
destino, che avrei potuto indossare altre divise, che avrei saputo fare altri
lavori, anche meglio di quello attuale, ma nessuno mi avrebbe regalato i
sorrisi e le lacrime che sento adesso.

Sai, Graziano, io provengo da una famiglia che per generazioni
ha scelto di fare questo lavoro, e le mie domande sono state: “Come hanno fatto
a lavorare per tutta la vita come infermieri?”; “Perché hanno scelto di fare
questa professione?”. A me non è stato consigliato affatto di intraprendere
questa strada. Eppure l’ho fatto, anche se mi esortavano a non scegliere
assolutamente questo lavoro perché non mi sarei mai sentita “né carne né
pesce”. Eppure noi sappiamo bene chi siamo e cosa dobbiamo fare. 

Perché sostieni che la vita privata non si possa conciliare? Conosco tanti colleghi che
hanno una vita privata piena e viva. Anzi, sostengono che questa turnistica dia
loro più tempo libero. Paradossalmente, e potrà sembrarti strano, anche io
sento essere poco a lavoro con la turnistica “Pomeriggio-mattina-notte-smonto-riposo”,
e riesco a vivermi tante cose al di fuori, perché non dobbiamo mai dimenticare
che la nostra vita è sempre al di fuori di quelle mura. 

Per quanto riguarda i colleghi, potrei sostenere la tua causa: tante persone, anche al di
fuori del lavoro, possono dimostrarsi finte, difficili, ipocrite, false, nulle.
Tuttavia ti esorto a guardare il bicchiere mezzo pieno: si possono conoscere
tante persone splendide, rispettose, sincere, competenti ed eccezionali
lavoratrici, con le quali sentirsi in piena sintonia e, dopo lo smonto notte,
condividere con piacere anche un buon caffè, e con le stesse su WhatsApp organizzare
pizze o cene, quando si può se si vuole.

Per quanto riguarda l’aspetto del benessere organizzativo, potrei anche in questo caso sostenere la
tua opinione e in tanti momenti non ti nascondo di essermi sentita demotivata e
non valorizzata. Eppure la domanda è lecita: credi che il nostro ambito sia
l’unico non immune da questi effetti? Non credo. Certo, tante volte ci
capita di svolgere ruoli al di fuori del nostro, che non ci appartengon, e di
essere considerati operai, collaboratori, burattini o addirittura servi. Sta a
te dare il contributo e la tua forza per farti apprezzare come professionista.

Per quanto riguarda l’aspetto dei riconoscimenti professionali e dei traguardi da raggiungere, in Italia la situazione è ancora da
ridefinire, ma in tante realtà, se non si hanno titoli specifici, non si può
neanche lontanamente pensare di metter piede in certe aree, da quella critica a
quella pediatrica a quella della sala operatoria. Il master è un plus che dai a
te stesso come professionista e sta a te scegliere di giocare le carte
migliori.

Per quanto riguarda infine lo stipendio, su questo si può aprire la piaga dolente di cui almeno
una volta al giorno ci si lamenta sui social. Abbiamo tante responsabilità e
siamo sottoposti a innumerevoli rischi con una paga non congrua. Eppure, anche
in questo caso, non siamo gli unici: insegnanti, pompieri, forze dell’ordine
lavorano con immensa dignità e responsabilità, e non sono affatto come noi
scevri da rischi. Anche loro sono mal pagati e incompresi, ma sanno che con il
loro contributo possono far fiorire l’educazione delle future generazioni, la
sicurezza e la civiltà di una società in costante evoluzione.

E allora, caro Graziano, pensaci. Non stai dando la
tua vita al lavoro, ma è il lavoro che ti sta dando vita, che ti sta dando la
possibilità di essere una persona che può dare cura e sostegno a queste
generazioni e a questa società. I miei saranno gli ultimi Natale e
Capodanno lontano da casa. Mi porterò sulle spalle un bagaglio più ricco,
perché questo lavoro mi ha permesso di fare esperienze straordinarie, di
conoscere e di raccogliere nel mio registro la vita e le storie di tanti
volti. Non abbandonare, Graziano. Ne vale veramente la pena.

Anna Arnone

L’articolo Perché scegliere di fare l’infermiere? scritto da Anna Arnone è online su Nurse Times.