Rilanciamo un articolo di Today Economia che spiega cosa può cambiare dal 31 dicembre.

Il rebus pensioni è ben lontano dall’essere risolto. “Sono convinto che ipotizzare un mantenimento sul posto di lavoro per degli anni, in un momento in cui dovremmo affrontare la crisi occupazionale, sia un danno economico”, ha dichiarato il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, nel corso di un collegamento con Stasera Italia, su Rete 4, affrontando il tema delle pensioni. “Se c’è da fare una riforma – ha aggiunto –, bisogna farla tenendo conto che non possiamo pensare di riportar le persone alla riforma Fornero perché sarebbe un disastro non solo per quei soggetti ma anche per l’economia tutta in un momento in cui bisogna favorire il ricambio generazionale”.

Il tema terrà banco a lungo, in estate e in autunno, soprattutto dal 27 luglio in avanti. Quel giorno partirà il confronto tra Governo e parti sociali sulle pensioni, quando mancheranno poco più di cinque mesi alla fine naturale di Quota 100. La decisione di non prorogare la forma di pensionamento anticipato introdotta nel 2019 sperimentalmente per tre anni, voluto dalla Lega, è stata preannunciata da tempo. Ora c’è un rischio scalone da evitare a tutti i costi all’orizzonte. Le certezze sono due: nessuno vuole tornare alla “vecchia” Legge Fornero e servono nuovi meccanismi di flessibilità in uscita.

Pensioni e rischio scalone: cosa siognifica – Al momento la pensione di vecchiaia (la legge Fornero) prevede il ritiro dal lavoro a 67 anni e un’anzianità contributiva minima di anni 20, nonché, della pensione anticipata senza il vincolo dell’età anagrafica ma con solo il requisito contributivo da rispettare che porta a 42 anni e 10 mesi per i lavoratori e poco meno di un anno per le lavoratrici, ossia 41 anni e 10 mesi. Quota 100, lo ricordiamo, consente di anticipare la pensione a 62 anni di età con 38 di contributi fino al 31 dicembre 2021, dal primo gennaio si tornerebbe alle regole di prima e quindi allo “scalone” di cinque anni di età.

Di colpo il pensionamento sarebbe accessibile solo a partire dai 67 anni di età. Si andrebbe verso scenari molto complessi. Ad esempio: dal 31 dicembre 2021, senza un’eventuale armonizzazione, per gli esclusi ci sarà un aumento secco di cinque o sei anni dei requisiti di pensionamento. Ecco un caso limite: Mario e Giovanni hanno lavorato 38 anni nella stessa azienda solo che il primo è nato nel dicembre del 1959 e il secondo nel gennaio del 1960. Mario andrà in pensione (se lo vorrà) a 62 anni, mentre Giovanni dovrà optare tra un pensionamento anticipato con 42 anni e 10 mesi nel 2026 o il pensionamento di vecchiaia con 67 anni e nove mesi, addirittura nel 2029.

Tale scalone andrebbe persino oltre quello della vecchia riforma Maroni (legge 243/2004), quando fu introdotta una differenza di tre anni lavorativi tra chi avrebbe maturato il diritto alla pensione il 31 dicembre del 2007 e chi lo avrebbe fatto il primo gennaio del 2008. All’epoca per evitare che a circa 130mila lavoratori venisse impedito di andare in pensione subito si fece la riforma Damiano, con un aumento della spesa pensionistica “monstre”, di 65 miliardi, nel decennio che seguì.

Il piano con due quote: retributiva e contributiva – Tra le ipotesi per le pensioni dal 2022 circola da tempo Quota 41 (ovvero pensionamento per chiunque abbia 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica): ma sarebbe difficilmente sostenibile per i conti pubblici: si parte da un costo di oltre 4,3 miliardi il primo anno, a salire. I sindacati chiedono dal canto loro un intervento complessivo sulla previdenza che parta dalle indicazioni contenute nella loro proposta unitaria, a cominciare dall’introduzione di flessibilità in uscita dopo i 62 anni d’età e dalla possibilità di pensionamento con 41 anni di contribuzione.

Altra ipotesi di riforma del sistema pensionistico, che sta tornando in auge in queste settimane (e viene rilanciata anche da alcuni quotidiani economici per la sua apparente sostenibilità), potrebbe essere quella di una divisione della quota pensione in due quote: retributiva e contributiva. Lo ha ipotizzato per primo il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, in un  intervento al seminario “Pensioni, 30 anni di riforme” ad aprile scorso. L’ipotesi prevede in pratica un “anticipo pensionistico solo per la parte contributiva: 62/63 anni e 20 anni di contributi. Il resto (la quota retributiva) lo si ottiene a 67 anni”. In pratica si potrebbe prevedere “un anno in meno per ogni figlio per madri lavoratrici, oppure aumento del coefficiente di trasformazione corrispondentemente e un anno in meno per ogni dieci anni di lavori usuranti/gravosi, oppure aumento del coefficiente di trasformazione corrispondentemente (semplificando la certificazione)”.

Inoltre il “blocco delle aspettative di vita per coorti”. L’anticipo pensionistico per la parte contributiva si potrebbe quindi dare a 62-63 anni mentre il resto (la quota retributiva) la si otterrebbe solo anni dopo, a 67 anni. Secondo i calcoli dell’Inps l’opzione più percorribile meno costosa sarebbe proprio quella della possibilità di anticipo a 63 anni della sola quota contributiva, caldeggiata da Tridico.

Le altre “quote” per le pensioni – In tanti chiedono per il futuro regole semplici e valide per tutti, giovani e anziani, retributivi, misti e contributivi puri. Per questo, se saranno mantenuti identici i requisiti per la pensione di vecchiaia con 67 anni di età adeguata alla aspettativa di vita e almeno 20 di contribuzione, l’ipotesi di Quota 102 per andare in pensione sarebbe fattibile con:

64 anni di età anagrafica (indicizzata alla aspettativa di vita);38 anni di contributi di cui non più di 2 anni figurativi (esclusi dal computo maternità, servizio militare, riscatti volontari).Non è la più “invitante” delle ipotesi. Rimarrebbe infatti da stabilire con la massima chiarezza il taglio dell’assegno che verrebbe incassato fino alla naturale scadenza fissata a 67 anni. Seguendo la stessa logica, la pensione anticipata dovrebbe essere resa stabile con 42 anni e 10 mesi per gli uomini (1 anno in meno per le donne), svincolata dalla aspettativa di vita e togliendo qualsiasi divieto di cumulo tra lavoro e pensione e prevedendo altresì agevolazioni per le donne madri (ad esempio 8 mesi ogni figlio fino a massimo 24 mesi), per i caregiver (un anno) e per i lavoratori precoci (maggiorando del 25% gli anni lavorati tra i 17 e i 19 anni di età).

C’è chi rilancia l’ipotesi di una Quota 92 ma solo per i lavori usuranti, rilanciata da più parti. Nel dettaglio verrebbero abbassati di molto, in questo modo, gli anni di contribuzione tenendo conto delle difficoltà del mercato del lavoro e consentendo di uscire a 62 anni con 30 anni di contributi.

Scadono poi a fine 2021 anche Opzione donna con cui le lavoratrici possono uscire dal mondo del lavoro a 35 anni netti di contribuzione e 58 anni di età anagrafica, per le subordinate, 59 anni per le lavoratrici autonome e l’Ape sociale, sussidio erogato in attesa del raggiungimento dell’età pensionabile rivolto ai contribuenti di entrambi i sessi che hanno compiuto 63 anni e con 30-36 anni di contributi versati. Dovrebbero essere rinnovate entrambe anche per i prossimi anni. Il confronto vero tra esecutivo e parti sociali inizia tra una settimana: facile prevedere un agosto “bollente”.

Redazione Nurse Times

Fonte: Today Economia

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