Prendendo spunto da una recente notizia, il nostro collaboratore Massimo Arundine ci rende partecipi delle sue riflessioni.
Mi sveglio deciso e determinato, nonostante la mia proverbiale pigrizia e nonostante non sia di turno. Mi recherò in ospedale anche oggi: devo affiggere in bacheca sindacale i fogli che spiegano le mosse del mio sindacato; è importante, ci credo, lo farò.
Da decenni la mia giornata inizia con un buon caffè: da buon campano, lo so fare bene. Con gesti lenti ma ormai istintivi, carico la caffettiera. Nell’attesa che il calore del gas in combustione riesca a eccitare l’acqua al punto giusto, trasformandola in “delizia del risveglio”, accedo ai social. Una notizia colpisce la mia attenzione: un sindacato denuncia che nella nostra Asl circa 240 infermieri vengono adibiti a mansioni amministrative. Li definiscono “furbetti”.
Mentre sorseggio il caffè, una domanda mi assale: perché? Scendo le scale di fretta dal quarto piano (“maledetto ascensore sempre bloccato”, farfuglio a chi lo attende fiducioso al secondo piano). La maniglia fredda del portone mi ricorda che a Eboli è un inverno rigido, e il vento che mi colpisce la faccia appena riesce a intrufolarsi me lo conferma. Non modifico la mia decisione: andrò a piedi!
Decido spesso di andare in ospedale a piedi, nonostante la distanza sia di circa un chilometro da casa mia. Mi piace attraversare percorsi e pensieri che si modificano ogni volta, gli uni per scelta, gli altri per istinto. Mi piace pensare che i miei pensieri vengano influenzati e modificati dal percorso che sceglierò.
Oggi continuo a pensare ai colleghi che l’articolo appena letto definiva “furbetti”. Davvero qualche collega ha fatto carte false per scambiare il suo posto con quello di un amministrativo? Ho sempre creduto che, nella realtà, sia una sopraggiunta condizione di inabilità fisica al lavoro da infermiere a determinare questa scelta. Ma 240 infermieri transitati a mansioni amministrative mi sembrano oggettivamente troppi.
Perché un infermiere che ha seguito un percorso di studi universitario (o equipollente) dovrebbe voler scambiare il suo lavoro con un amministrativo, in genere un diplomato? Può un giornalista insinuare che, se un infermiere vuole diventare un amministrativo, lo fa solo per lavorare di meno, senza offendere gli amministrativi? E se gli infermieri davvero lavorano di più, perché nell’immaginario collettivo continuano a essere visti come fannulloni, come del resto la maggior parte dei dipendenti pubblici?
Sotto le statue dei leoni che proteggono la piazza, incontro Luigi, un collega che lavora in Medicina, e mi sottraggo ai miei pensieri. Scambio con lui qualche parola e apprendo che sta smontando dalla notte. Anche lui preferisce spostarsi a piedi e assaporare il fresco del mattino che, allo smonto notte, sa di buono e di città che si risveglia.
Stamattina ha fatto tardi. Nell’eseguire i prelievi mattutini, per una disattenzione, si è punto con un ago già utilizzato. Capita a noi infermieri, sono i rischi del mestiere, li accettiamo e, dopo una notte in bianco, è ancora più probabile una disattenzione: la mancanza di concentrazione non perdona. Dopo avergli esternato la mia solidarietà, lo saluto e, un po’ più triste, continuo per la mia destinazione.
Ho sempre avuto un rapporto di odio-amore per la salita che bisogna affrontare per arrivare in ospedale: odio perché massacra i muscoli delle gambe; amore perché, una volta affrontata e superata, ti senti più forte, un vincitore. È un test. Se lo superi, non sei poi tanto vecchio. Le certezze che si determinano inerpicandosi sulla salita sono diverse dai dubbi che si accarezzano passeggiando sulle strade piane che la precedono: sono più arroganti.
Guadagno l’entrata dell’ospedale, cercando di dissimulare l’affanno che mi violenta i polmoni. Saluto con un cenno del capo chi sta nell’androne di ingresso e mi avvio verso la bacheca per affiggere i miei fogli. Recupero le chiavi e diligentemente faccio il mio dovere. I colleghi passano veloci con sedie a rotelle, carrelli o documenti sotto il braccio, qualcuno saluta. Si intuisce che non possono fermarsi, hanno fretta. Poco male, penso, leggeranno poi.
Ormai sono in ospedale, una puntatina in reparto per un saluto è d’obbligo. Stavolta aspetto l’ascensore. Appena sceso, dei parenti in attesa di informazioni su un loro congiunto ricoverato, vedendomi aprire la porta con il “codice segreto” mi fermano: “Lei è un medico che lavora qui?”. “No, sono un infermiere”, rispondo. “Allora puoi vedere se Astroni è in dimissione?”, chiedono, passando dal lei al tu in un baleno. Acconsento e, prima di entrare, tengo la porta aperta per Luca, il collega infermiere che sta portando in sala dialisi il materiale, spingendo un carrello che immagino molto pesante.
Tutti i colleghi mi salutano velocemente. Qualcuno mi chiede “Che ci fai qui?”, senza ascoltare la risposta; ognuno impegnato nei suoi giri, chi il giro visita, chi il giro letti, chi in giro per l’ospedale per motivi di servizio. Del resto Oss non ce ne sono, bisogna fare anche il loro lavoro. Perso in una imbarazzante solitudine, penso: “Che sono sceso a fare?”.
Chiedo se Astroni è in dimissione e riporto la notizia ai parenti in attesa. “Ma c’è il dottor Petretta? E Antonio e Giovanna, gli infermieri, lo hanno pulito, ché si era sporcato?”. Rispondo che non lo so, precisando che Giovanna non è infermiera, ma lavora per la ditta di pulizie: non può pulirlo. Mi guardano un po’ come uno che si dà delle arie e, inseguito da quegli sguardi, mi allontano.
Nel corridoio che mi porta verso l’uscita incontro Gennaro, un collega che molti anni fa iniziò lavorando in reparto con me, ma dopo pochi mesi fu spostato in amministrazione per un problema fisico: c’è ancora un ottimo rapporto di amicizia. Mi dice che sono fortunato, perché lavoro sui turni e quindi ho uno stipendio corposo rispetto al suo. Confrontiamo i saldi dell’ultima busta paga e… sono praticamente uguali! Poi mi racconta del viaggio che ha appena fatto, durante le vacanze natalizie. Penso al mio Natale in turno di pomeriggio e sospiro.
Si avvicina il dottor Saudella, chirurgo che stimo, molto capace. Mi saluta: “Ciao, Massimo”. E rivolgendosi a Gennaro: “Ragionier Esposito, è poi arrivata la mia richiesta di ferie, che era stata persa?”. Non sapevo che Gennaro fosse ragioniere. Mi congedo senza ascoltare la risposta.
Fuori il sole ha fatto il suo dovere e l’aria è meno frizzante. La salita che mi aveva quasi sfiancato all’andata adesso ha l’aspetto di una discesa, la percorro veloce. Torna il pensiero che mi inseguiva venendo in ospedale: “Perché un infermiere dovrebbe fuggire dalla corsia per diventare un amministrativo?”. Un lampo. Ho capito.
Massimo Arundine
 
L’articolo Pensieri di un infermiere nel giorno di riposo scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.