Riprendiamo il pensiero espresso su Facebook dalla dott.ssa Paola Arcadi impegnata nella formazione presso l’ASST Ovest Milanese – Università degli Studi di Milano

“Non basta avere un riconoscimento contrattuale, e neppure progettare il più illuminato piano degli studi per i differenti livelli di formazione della professione: le competenze specialistiche sono anzitutto un riconoscimento culturale tra pari.Un riconoscimento culturale che manca e sul quale è urgente riflettere.

Oggi abbiamo fior di colleghi con un dottorato di ricerca che bussano alla porta delle Direzioni Aziendali chiedendo la cosa più ovvia che si possa, ovvero occuparsi di ricerca, e nella quasi totalità delle volte la risposta ricevuta è sempre la stessa: ‘non c’è possibilità’; ‘abbiamo bisogno di infermieri, non di ricercatori’; ‘sei giovane, hai bisogno di fare esperienza in reparto, prima’.Il problema più grande è che la domanda non dovrebbe essere posta, bensì anticipata. Una professione che non investe nella ricerca muore, semplice, ecco perché non è spiegabile come si possa lottare per un riconoscimento della nostra disciplina, evocare nelle sale dei congressi la natura intellettuale dell’infermieristica, ma allo stesso tempo ritenere accessorio e non prioritario, nei piani di investimento del settore infermieristico delle Aziende, lo sviluppo di progetti di ricerca clinica, e – di conseguenza – il rivolgere lo sguardo a chi queste competenze le possiede.

Le competenze specialistiche però non riguardano solo i colleghi che hanno scelto la carriera dottorale.

Tutti noi nella vita abbiamo ad esempio sentito qualcuno affermare: “eh, ma prima di fare la magistrale bisognerebbe aver lavorato almeno un po’ di anni in reparto”. Un’affermazione che cela un pensiero molto comune, ovvero che il livello di competenza debba necessariamente coincidere con l’esperienza clinica (intesa come anni di servizio); un pensiero, quest’ultimo, che impregna le parole dei più con diverse sfaccettature: ‘qui si è sempre fatto così’; ‘sei l’ultimo arrivato’; ‘ormai nessuno vuole più fare i turni’; ‘mi spiace, ti metto in chirurgia perché mi serve qualcuno lì’; sono solo alcuni esempi in tal senso.

Ecco, purtroppo così non potremmo mai funzionare. Mai.Non funziona un sistema che fonda lo sviluppo delle competenze su criteri soggettivi, su logiche militari, sulla squalifica del contributo specifico del collega, e non già sulla valorizzazione.

Abbiamo troppe poche poltrone a cui dedicarci, ahimè; purtroppo a volte la paura di perderle o l’invidia nei confronti di chi ha fatto scelte differenti dalle nostre, sacrificando talvolta tempo e affetti per lo studio, allontana dal senso, e la virtù della competenza non viene quasi per nulla considerata quale elemento su cui basare le proprie riflessioni e talvolta anche le scelte allocative.

La persona giusta al posto giusto significa anzitutto riconoscere che l’obiettivo della professione, il suo sviluppo, la promozione delle competenze rivolte a portare benefici di cura ai cittadini, dovrebbero essere anteposti a ogni altro criterio soggettivo.

La persona giusta al posto giusto significa riconoscere che siamo differenti, che non siamo sostituibili, che non esiste ‘L’infermiere’, ma ‘gli infermieri’, e che gli infermieri sono tutti: clinici, ricercatori, coordinatori, dirigenti, formatori, senza alcuno step da superare tra l’una o l’altra funzione.

Siamo infermieri differenti fin dalla nascita, si, perché in fondo la competenza specialistica inizia il proprio percorso nel momento in cui ciascuno di noi decide quale contributo specifico pensa di poter dare alla professione, e ci si impegna con studio e progettualità.Solo quando avremo compreso tutto questo potremo intenderci sul significato di competenze specialistiche, e forse potremo davvero valorizzare quel meraviglioso patrimonio di conoscenze che già possediamo, e a cui potremo aggiungere tutto il di più che la professione può dare.Ma si deve partire da qui”.

Un pensiero che condividiamo con i nostri lettori e che in parte ci trova in accordo.

Il pensiero della dott.ssa Arcadi ha creato un dibattito sul social suscitando interesse nella comunità infermieristica.

Tra i vari commenti segnaliamo il seguente, espresso dal dott. Tano Ciscardi:

“Meraviglioso pensiero sulla quale concordo al 105%. Il problema è uno ed uno soltanto: possiamo porgerci come RICERCATORI o INFERMIERI SPECIALISTI quando ancora litighiamo con gli OSS per fare il giro letti, effettuare l’igiene e rispondere ai campanelli? Come possiamo mostrarci una categoria SERIA e RIVOLTA ALLA SCIENZA E ALLA RICERCA se poi ci occupiamo di mera manovalanza o di competenze non appartenenti al nostro profilo professionale? Secondo me per arrivare alle stelle bisogna sistemare la stalla prima… “.

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Redazione Nurse Times
L’articolo Paola Arcadi “Infermieri sono tutti: clinici, ricercatori, coordinatori, dirigenti, formatori” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.