Coinfezione HIV/HCV vs monoinfezione HCV, rischio di cancro epatico non aumenta [Gastro]

Le persone con co-infezione da HIV ed epatite C non sono a rischio più elevato di malattia epatica allo stadio terminale o di cancro al fegato rispetto alle persone moninfette da epatite C. Tale tendenza è probabilmente associata alla maggiore efficacia del trattamento antiretrovirale come riportato da uno studio francese pubblicato sulla rivista Hepatology.

Beta talassemia: studio clinico dimostra sicurezza ed efficacia di una terapia genica sviluppata in Italia [oncologia-ematologia]

La terapia genica, soprattutto se somministrata in giovane età, potrebbe costituire una strategia di cura efficace per la beta talassemia, una malattia genetica molto diffusa nell’area mediterranea e che conta oltre 7000 pazienti solo in Italia. È questo il risultato del primo trial clinico di terapia genica per la beta talassemia realizzato sia in pazienti adulti che pediatrici, frutto di oltre dieci anni di lavoro del gruppo di ricerca dell’Università Vita-Salute San Raffaele, Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica di Milano e grazie all’alleanza strategica tra IRCCS Ospedale San Raffaele, Fondazione Telethon e Orchard Therapeutics.

Torino: troppo grave per andare in sala operatoria, intervento cardiochirurgico eseguito in P.S.

Un delicatissimo intervento chirurgico è stato effettuato presso l’ospedale Mauriziano di Torino. Un paziente giunto in condizioni critiche presso il Dipartimento di Emergenza e Accettazione è stato operato con successo direttamente in Pronto Soccorso.
Non c’erano minuti da perdere, pertanto è stata presa la decisione di allestire un ambulatorio con tutto il necessario per effettuare l’intervento cardiochirurgico direttamente in P.S., salvando così la vita ad un uomo di 69 anni.
Il paziente era giunto con una diagnosi di ematoma di parete dell’aorta ascendente, patologia caratterizzata da elevatissime probabilità di rottura e pochissime speranze di sopravvivenza. Solo l’intervento immediato di un équipe cardiochirurgica che intervenga sul lesionato può scongiurare il peggio. Ma mentre tutto viene preparato con grande fretta, il paziente manifesta un arresto cardiaco.
Medici e infermieri del pronto soccorso, diretto da Domenico Vallino, si mobilitano. Il medico di guardia, Andrea Landi, e le infermiere iniziano le manovre di rianimazione cardiopolmonare.
Il cardiochirurgo Edoardo Zingarelli, ha eseguito in immediata pericardiocentesi rimuovendo un versamento di circa 500 millilitri.
Ma nonostante l’ecocardiogramma desse buone speranze di ripresa dell’attività cardiaca, il cuore non sembrava avere intenzione di ripartire.
Proprio in questo momento il personale ha compreso che il tempo non sarebbe stato sufficiente affinché il paziente giungesse in sala operatoria di cardiochirurgia, dove tutto era già pronto.
Nonostante il paziente fosse in arresto cardiaco da oltre mezz’ora, i cardiochirurghi Zingarelli e Flocco, non si sono arresi.
Poiché il paziente non può andare in sala operatoria, sarà la sala operatoria a dover venire da lui. I cardioanestesisti Arianna Abascià e Luca Amendolia si precipitano nella “shock room” dell’Area rossa, dove arriva anche l’equipe infermieristica ed il tecnico perfusionista.
Si procede ad effettuare una sternotomia in emergenza, e tra un compressione cardiaca e l’altra, si riescono a rimuovere i coaguli dal pericardio permettendo al cuore di ricominciare a battere. Solo a quel punto, dopo aver messo il paziente in sicurezza, viene portato nelle sale operatorie del blocco cardiovascolare per completare il lavoro cominciato.
Al termine della procedura chirurgica, il paziente presenta buone condizioni emodinamiche, anche se permangono ancora dubbi sulle funzioni neurologiche, a causa del prolungato periodo di arresto cardiaco.
Il giorno successivo all’intervento, il paziente si sveglia senza manifestare alcun deficit e, dopo 3 giorni di cure presso la cardiorianimazione viene trasferito in reparto, prima in cardiochirurgia poi in medicina interna.
Simone Gussoni
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Prosegue l’emergenza ascensori a Locri: infermieri precettati per trasportare i malati lungo le scale

Prosegue l’emergenza ascensori a Locri: infermieri precettati per trasportare i malati lungo le scale

Prosegue la situazione di grave emergenza relativa agli ascensori presenti nell’ospedale di Locri. Pochi giorni dopo l’inspiegabile decesso di un paziente ricoverato in condizioni critiche nel reparto di cardiologia che, a causa di un ascensore guasto, non è stato trasferito presso il reparto di rianimazione, un nuovo grave episodio si è verificato.
Un infermiere in servizio è rimasto bloccato nell’unico ascensore funzionante nel nosocomio fino all’arrivo di carabinieri e vigili del fuoco.
Ed intanto proseguono i trasferimenti dei pazienti effettuati con barelle improvvisate utilizzate dal personale infermieristico e ausiliario per sollevare i pazienti lungo le rampe delle scale.
Una delle barelle utilizzate per trasportare i pazienti“Poche ore fa un paziente è stato trasportato al quinto piano, in UTIC, in barella attraverso le scale.”
Diversi operatori sanitari sono stati precettati per garantire i trasporti in barella attraverso le scale e non mancano le lamentele relative all’unico montalettighe funzionante, utilizzato per trasportare malati, rifiuti ospedalieri, e carrelli contenenti il vitto da distribuire ai degenti.
“Diverse volte, a causa di situazioni di emergenza, il personale sanitario è costretto a condividere l’ascensore con i carrelli contenenti la spazzatura”, racconta un medico intervistato durante la trasmissione “UnoMattina”.
Nel frattempo, ieri sera, dopo l’ennesimo blocco, per evitare ulteriori criticità, è stato attivato il piano d’emergenza.
Simone Gussoni
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Famiglia dipendente dal web vive chiusa in casa per 2 anni e mezzo: incubo nel Salento

Schiavi del web. Una famiglia del Nord Salento avrebbe vissuto per due anni e mezzo segregata in casa, incollata al computer. Non solo. Il figlio 15enne avrebbe anche rischiato di cadere nella trappola della Blue Whale, il folle gioco che spinge gli adolescenti al suicidio.
Genitori e figli per anni si sono nutriti solo di merendine, biscotti e caramelle. E agli acquisti di questi «generi alimentari» avrebbe provveduto la piccola della casa: una bambina di appena 9 anni.
Ad allertare gli assistenti sociali, nell’ottobre scorso, sarebbero stati proprio gli insegnanti della bambina, insospettiti dalle gravi condizioni di abbandono con cui si presentava in classe.

La storia ha dell’inverosimile. Una piccola pensioncina percepita dal padre 40enne avrebbe consentito alla famiglia di sopravvivere in tale situazione di autosegregazione ed abbandono.
La vicenda è venuta alla luce perchè la bambina è stata l’unica a continuare a varcare la soglia dell’abitazione per l’obbligo di frequenza scolastica. E in quelle sue uscite quotidiane provvedeva alle incombenze per la sopravvivenza dei familiari.
Il padre e la madre (che di anni ne ha 43) sarebbero ora in cura: psicologi e psicoterapeuti hanno il compito di strapparli alla dipendenza patologica dal web.
Padre, madre e figlio hanno trascorso ore, giorni, mesi, anni immobili davanti al computer, tra giochi e «navigazioni» di vario genere, interagendo solo virtualmente con il mondo circostante. Un isolamento patologico che li ha portati a dimenticare anche il fatto di avere un corpo da curare, da sostentare. Hanno iniziato con il non riunirsi insieme attorno ad un tavolo per consumare il pranzo: ognuno ha cominciato a portare i viveri davanti allo schermo, poi hanno gradatamente dilatato il tempo notturno di permanenza al computer per essere ossessivamente, sistematicamente on-line, sino a perdere ogni equilibrio, ogni sana relazione e la salute.
Il ragazzo ha vissuto davanti al suo laptop nutrendosi sporadicamente e senza lavarsi. Ridotto praticamente ad essere uno scheletro che cammina, ha dovuto fin da subito intraprendere una lunga fisioterapia per rimettere in movimento gli arti completamente anchilosati dall’immobilità persistente. Durante la segregazione in casa, il piede è cresciuto di due numeri ma è rimasto sempre nelle stesse scarpe, troppo piccole per quel corpo chiamato a svilupparsi in maniera sana.
Ad ottobre, quando il ragazzo è entrato in comunità, i piedi erano completamente piagati, ricoperti da ferite infette che hanno reso necessaria una forte terapia antibiotica.
In pochi metri quadrati hanno vissuto tutti insieme, ma tutti soli, intrappolati tra le maglie soffocanti del web. Una dipendenza patologica, psichiatrica che ha un nome: sindrome di Hikikomori (significa “ritiro, isolamento”), come è stata catalogata in Giappone la dipendenza grave da web degli adolescenti, che genera isolamento sociale.
Tra i primi sintomi: letargia, depressione, incomunicabilità, isolamento sociale e disturbi ossessivo-compulsivi. Nei casi più gravi, come questo, i soggetti vivono reclusi in casa abbandonando scuola, lavoro, qualsiasi attività – anche la cura di se stessi – e comunicando esclusivamente attraverso il web.
Per dipendenza patologica da tecnologia digitale la Asl di Lecce nel 2017 ha avuto in carico tre pazienti. Un nuovo utente maschio, d’età compresa tra 25 e 29 anni, e due utenti già in cura: una donna sempre di età compresa tra 25 e 29 anni ed un maschio di età compresa tra 55 e 59 anni.
Ma già nel 2013 la Fnomceo, cioè la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, proprio a proposito della sindrome di Hikikomori ha lanciato l’allarme: «Si tratta di una delle forme emergenti di dipendenza che sta lievitando, purtroppo, e che spesso viene confusa con situazioni psicopatologiche diverse.
Una dipendenza che va affrontata e prevenuta innanzitutto attraverso la conoscenza del fenomeno, che è invece ancora sottaciuto». L’organizzazione non ha mancato di aggiungere che del fenomeno «le istituzioni italiane non sembrano preoccuparsi ed è un limite evidente, giacché la realtà sociale è fatta anche e soprattutto di queste “problematiche” con un’espansione clinica che valutiamo quotidianamente».
Espansione clinica che nasconde pericolosi sommersi pronti ad esplodere anche nelle remote periferie. Gli esperti fanno appello alla sensibilità dei cittadini per segnalare ogni situazione anomala, di rischio, di isolamento eccessivo o di trascuratezza che possa coinvolgere minori e sottintendere queste moderne forme di schiavitù.
Redazione Nurse Times
Fonte: Il Corriere di Mezzogiorno

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Le lenti a contatto diventano smart permettendo di calcolare la glicemia attraverso le lacrime

Le lenti a contatto diventano smart permettendo di calcolare la glicemia attraverso le lacrime

Un modello di lenti a contatto hi-tech in grado di illuminarsi e cambiare colore in base ai livelli di glicemia della persona che le indossa è in fase di realizzazione dai ricercatori dell’Ulsan National Institute of Science and Technology (UNIST) e della Sungkyunkwan University.
Il nome selezionato per questo speciale dispositivo è “wireless smart contact lens”. Un dettagliato report riguardante tale innovazione è già stato pubblicato nel giornale accademico “Science Advances”.
L’esame della glicemia viene tipicamente utilizzato per diagnosticare il diabete e per monitorare i livelli di glucosio nel sangue. La recente scoperta, che ha permesso di realizzare le lenti, riguarda la possibilità di analizzare le lacrime per ottenere lo stesso risultato diagnostico.
Le lenti a contatto wireless sono state costruite utilizzando gli stessi materiali presenti nelle lenti a contatto commerciali morbide. Appaiono esteticamente identiche ai prodotti attualmente in commercio, l’unica caratteristica visibile e che dona loro la capacità precedentemente citata è un microscopico schermo LED che cambia colore a seconda dei valori di glicemia.
Sia questa tecnologia che il sensore di precisione che permette di determinare la glicemia in tempo reale, connesso alla superficie interna della lente, sono alimentati grazie a corrente elettrica trasmessa wireless.
Il professor Park Ji-hoon, membro del team di ricercatori, ha spiegato come ne l’elettrodo che permette la ricarica wireless ne lo schermo Led  rappresentino un ostacolo visivo per il portatore, che non noterà minimamente la presenza del dispositivo.
In base alla variazione del glucosio nel sangue, il sensore viene innescato, e lo schermo Led varia di colorazione.

I ricercatori hanno testato le lenti sui conigli, riportando come gli animali non abbiano manifestato alcun segnale di discomfort nei periodi di posizionamento delle lenti. Dopo aver incrementato la glicemia dei conigli farmacologicamente, le lenti hanno correttamente determinato i valori glicemici attivando il display micro LED.
In aggiunta, le lenti a contatto non hanno generato alcun incremento della temperatura oculare ne avrebbero generato calore surriscaldandosi durante l’utilizzo. Il sensore glicemico ed il display micro LED si sono presentati intatti anche dopo essere venuti a contatto con diverse sostanze durante la sperimentazione sul coniglio.
Riguardo al loro successo, il professor Park Jang-woong ha dichiarato che lo sviluppo di queste lenti a contatto hi-tech spalancherà le porte a molti altri dispositivi elettronici indossabili realizzati con materiali simili a quelli presenti nelle lenti a contatto. Ha inoltre sottolineato come le tecnologie moderne abbiamo compiuto un ulteriore passo avanti verso una realtà che prima apparteneva solamente ai film di fantascienza.
Simone Gussoni
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