Le Regioni hanno 60 giorni per adottare i propri Piani. Ma i medici non ci stanno: “Festival dell’ipocrisia”.
Stop all’attività libero-professionale dei medici nei reparti dove ci vuole troppo tempo per prenotare una visita o un esame. I cittadini non dovranno più sentirsi dire che, per essere visti dal cardiologo, devono aspettare cinque mesi senza pagare, oppure due giorni sborsando 150 euro in intramoenia. È questa la novità più forte del Piano nazionale liste di attesa 2019-2021, che ieri è stato approvato dalla Conferenza Stato-Regioni. Il documento vuole risolvere uno dei problemi della sanità pubblica più sentiti dai cittadini. Per farlo, ripete misure già previste dai Piani del passato e pesca idee già messe in pratica da alcune Regioni. Quella legata allo stop all’intramoenia di fronte ad attese lunghe, per esempio, è stata adottata per prima dall’Emilia Romagna.
«Un festival dell’ipocrisia», si innervosiscono subito i sindacati medici. Carlo Palermo, segretario nazionale di Anaao, dice che Regioni e Governo «si autoassolvono dalla responsabilità dell’allungamento delle attese» e prendono i camici bianchi come capro espiatorio, mettendo a rischio la loro libera professione: «Il problema nasce dalla carenza di personale, con le corsie svuotate di 100mila medici negli ultimi cinque anni e il taglio di 70mila posti letto».
Le Regioni hanno 60 giorni per adottare i propri Piani. Dovranno far sì che le agende siano trasparenti, così che il paziente sappia con precisione quale posizione occupa nella lista. Le prestazioni vanno assicurate entro tempi massimi prestabiliti, che variano a seconda della gravità della situazione: 72 ore (urgenze), 10 giorni (attesa breve), 30/60 giorni (attesa differibile), 120 giorni (visita o esame programmati). Nel piano si ribadisce poi una misura prevista da tempo ma sconosciuta ai più: l’obbligo, per l’azienda sanitaria che non riesce a rispettare i tempi, di acquistare la prestazione al cittadino presso il privato convenzionato.
Il nuovo Piano ricorda che i direttori generali vengono valutati, oltre che per una serie di parametri (ad esempio legati al bilancio e ai livelli essenziali di assistenza), anche in base alla situazione delle liste di attesa nella loro azienda sanitaria. Se vanno male, possono perdere il posto di lavoro. Un’altra proposta riguarda la possibilità di far lavorare i macchinari per gli esami anche durante il weekend e nelle ore serali, sperimentazione già tentata non proprio con successo in alcune Regioni.
Si punta molto sui Cup, centri unificati di prenotazione, presenti ormai da anni in gran parte del Paese. La richiesta è di potenziarli e diffondere al massimo la possibilità della disdetta da parte del paziente. Il cittadino che non si presenta e non avverte, come ormai avviene da tempo in alcune Regioni, dovrà pagare una penale, visto che ha occupato un posto inutilmente.
E se la misura sullo stop all’intramoenia fa arrabbiare i medici, potrebbe tranquillizzarli un po’ la previsione che le Asl in difficoltà con le attese acquistano ore di libera professione dai propri camici bianchi per abbatterle. In quel modo anche i professionisti che oggi non fanno intramoenia (oltre il 60% del totale) aumenterebbero un po’ lo stipendio. Per i pazienti il costo, anche in questo caso, sarebbe solo quello del ticket.
«Finalmente avremo regole più semplici e tempi certi per le prestazioni. Si riporta il diritto alla salute, e quindi il cittadino, al centro del sistema». Questo il commento del ministro della Salute, Giulia Grillo, che aggiunge: «Sono certa che tutti insieme potremo mettere a disposizione dei cittadini, a prescindere dalla loro residenza, la sanità che meritano».
Redazione Nurse Times
Fonte: la Repubblica
 
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