Così i testimoni dell’accusa nel processo alla terapista domiciliare che utilizzava la vettura aziendale per scopi privati.

“L’infermiera non poteva andare a pranzo a casa con auto della Asl”. Parola degli ultimi testimoni dell’accusa durante il processo all’infermiera domiciliare del Centro salute di Orte (Viterbo), accusata di peculato perché sarebbe tornata abitualmente a casa per pranzo con la vettura dell’Azienda sanitaria in orario di servizio.

La donna, una terapista domiciliare della
riabilitazione con contratto a tempo indeterminato per sei ore, sarebbe stata
tradita a marzo 2018 dal dispositivo gps piazzato di nascosto dai carabinieri a
bordo della Fiat Panda utilizzata per il servizio di assistenza domiciliare ai malati cronici e agli anziani. Secondo
l’accusa, finito per pranzo il giro dei pazienti, sarebbe andata a casa, parcheggiando
per un paio d’ore la macchina dell’azienda nel cortile, invece di tornare in
ambulatorio per la parte burocratica del lavoro e restare a disposizione.
Qualcuno se ne è accorto, si è insospettito e ha segnalato il caso ai
carabinieri.

“Non c’è una disciplina della pausa pranzo – ha detto una collega del Centro salute, chiamata a testimoniare –, ma un’ora una e mezza non è prevista. Ci si può fermare per qualche minuto a prendere un panino, al bar per un caffè, ma se è mezzora va sottratta. Non è buona norma andare a casa con l’auto di servizio, stazionando per un tempo significativo, tipo due ore su sei di lavoro. Ma gli assistiti, che venivano monitorati periodicamente, non si sono mai lamentati. Era precisa, puntuale, rigorosa nel suo lavoro. Al più poteva avere qualche problema caratteriale, che non tutti accettavano”.

E ancora: “Finite le medicazioni, l’addetto deve rientrare e predisporre una
check-list di quello che serve, lasciare l’auto, anche se il lavoro è più
flessibile che in poliambulatorio. Però sono previste ulteriori mansioni, impartite
tramite messaggio telefonico, per cui si è sempre reperibili e bisogna restare
a disposizione in sede. Alla fine dell’orario si deve timbrare, ma nel
frattempo si sistema la farmacia, si aggiorna il sistema”.

Così, invece, uno dei dipendenti Asl addetti al personale: “Se si timbra per sei ore e si ritrova tre ore libere, non si può andare a casa o fare ciò che si vuole. Si dovrebbe rientrare in sede, in base alla prassi. C’è l’obbligo di rispettare l’orario di servizio per le sei ore previste dal contratto, secondo le disposizioni del dirigente del servizio. Nel tempo residuo, oltre alle visite domiciliari, due-tre volte a settimana per abitazione, si deve ritornare alla sede del servizio. Decide il dirigente cosa bisogna fare: compilare rapporti, segnare le prestazioni effettuate, eccetera. Nei buchisi deve rientrare, svolgere attività amministrativa o stare a disposizione”.

Redazione
Nurse Times

Fonte: Tuscia Web

L’articolo Orte (Viterbo), “L’infermiera non poteva tornare a casa per pranzo con l’auto dell’Asl in orario di servizio” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.