Il parere del comitato di esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sulla base degli studi pubblicati negli ultimi cinque anni. Con più farmaci disponibili, crescerebbero le chance di vedere calare i numeri anche nei Paesi a medio e a basso

Una o due dosi in meno. Senza contraccolpi sull’efficacia. Il vaccino contro il Papilloma virus è uno dei due attualmente disponibili – assieme a quello anti-epatite B – in grado di prevenire l’insorgenza di un tumore. Nel caso specifico, quello del collo dell’utero.

Oltre 2.400 le diagnosi annue in Italia: in almeno il 90 per cento dei casi provocate dalla trasmissione sessuale del Papillomavirus umano. L’offerta sanitaria italiana prevede la somministrazione di due dosi tra i 9 e i 14 anni – con un intervallo compreso tra 5 e 13 mesi – di età agli adolescenti di entrambi i sessi. Tre invece quelle previste – ma non sempre offerte – per le ragazze più grandi. Così è stato finora. Ma il protocollo potrebbe presto mutare, secondo l’ultimo parere del gruppo di lavoro di esperti sui temi di immunizzazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (SAGE). Sulla base degli studi disponibili, gli esperti hanno concluso che «la somministrazione di una dose offre una copertura analoga a quella garantita dallo schema finora attuato». Tradotto: la somministrazione di due o tre dosi non sarebbe più efficace rispetto alla sola prima.

Le malattie provocate dall’HPV

L’infezione da papillomavirus di per sé è molto diffusa. Si stima che la gran parte delle persone sessualmente attive entri a contatto con il virus, che solitamente viene debellato dal sistema immunitario in breve tempo. Essere positivi all’HPV non vuol dire essere ammalati, ma è un’indicazione preziosa per sottoporsi ai controlli opportuni e ridurre le possibilità di ammalarsi in futuro. In una percentuale ridotta di casi, infatti, l’infezione permane e può dare luogo a malattie benigne, come condilomi e verruche, e a lesioni che nel corso degli anni possono trasformarsi in un carcinoma. Almeno 9 tumori cervicali su 10, infatti, sono dovuti all’HPV. Considerando che in questo caso c’è però un vaccino efficace, si può affermare che nessun altro tumore consente una tale strategia preventiva, che oggi passa attraverso i tre tipi di vaccini disponibili, denominati in base al numero di ceppi dell’HPV contro cui agiscono: bivalente, quadrivalente e nonavalente (protegge da un maggior numero di virus in grado di «deviare» la replicazione cellulare in chiave tumorale).

Una dose di vaccino per evitare il tumore del collo dell’utero

La possibilità di ridurre il numero di dosi da somministrare conferma l’elevata efficacia protettiva garantita da questo vaccino. E soprattutto permetterebbe una sua più equa distribuzione, necessaria per evitare che il progressivo calo dei casi di tumore del collo dell’utero rimanga un’opportunità soltanto per i Paesi più sviluppati. Un aspetto non secondario, se si considera che 9 casi su 10 si registrano in donne che vivono in Paesi a basso e medio reddito.

Ed è qui che finora si sono registrati i maggiori ostacoli alla diffusione della vaccinazione: dalle difficoltà di approvvigionamento a quelle poste dalla doppia somministrazione in ragazze ormai fuori dai programmi infantili di vaccinazione obbligatoria. Senza trascurare i costi del farmaco: ancora elevati, almeno per i Paesi a medio e basso reddito. Da qui la considerazione di una malattia legata soprattutto al ridotto accesso ai servizi sanitari. Secondo gli esperti del SAGE, sulla base dei dati oggi disponibili, le indicazioni per la profilassi potrebbero essere riviste in questo modo: una o due dosi per le ragazze di età compresa tra 9 e 20 anni, due (con un intervallo di sei mesi) per tutte quelle più grandi. Un target verso cui lavorare – si legge nel parere pubblicato sul sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – «per recuperare il ritardo dettato dalle mancate vaccinazioni somministrate negli scorsi anni». Tre invece le dosi ancora raccomandate a tutte le donne immunocompromesse: comprese quelle entrate a contatto anche con l’HIV.

Obiettivo quota zero entro il 2030

Oggi il vaccino più utilizzato contro l’HPV (nonavalente) è efficace contro i nove ceppi virali (6, 11, 16, 18, 31-33-45-52-58) maggiormente in grado di indurre una replicazione delle cellule squamose che rivestono il collo dell’utero. Ma i due ceppi più aggressivi sono il 16 e il 18, responsabili del 70 per cento delle nuove diagnosi. Entro la fine del secolo, la malattia potrebbe diventare una voce riportata soltanto nei libri di storia della medicina. Un ricordo del passato, rimosso dalla sinergia tra la vaccinazione contro il papillomavirus (HPV) e lo screening oncologico.

Un aspetto documentato da due studi modellistici pubblicati nel 2020 sulla rivista «The Lancet»: uno in grado di prevedere l’evoluzione dei casi, l’altro del tasso di mortalità in seguito alla diffusione della vaccinazione. «Credo fermamente che l’eliminazione del cancro cervicale sia possibile – spiega Princess Nothemba Simelela, vicedirettore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità -. La possibilità di ricorrere a una sola dose di vaccino potrebbe permetterci di vaccinare il 90 per cento delle ragazze con meno di 15 anni entro il 2030».

Prevenzione e diagnosi precoce

I due lavori hanno confermato che la sfida al secondo tumore femminile più frequente può essere vinta, a patto che «ci sia un notevole impegno finanziario e politico su scala internazionale, finalizzato a favorire la prevenzione, la diagnosi precoce ed eventualmente il trattamento», con riferimento alle lesioni precancerose. La vaccinazione è infatti essenziale nel prevenire le lesioni legate all’HPV. Ma da sola, non basta. Vista l’ampia diffusione di diversi sierotipi di papillomavirus, è necessario sottoporsi anche a programmi di screening periodici.

La diagnosi precoce rappresenta l’arma più efficace per ridurre la mortalità del carcinoma della cervice uterina. In Italia la diffusione del Pap test a livello spontaneo a partire dagli anni ’60 e l’avvio dei programmi di screening organizzato hanno contribuito – grazie alla lunga fase preclinica della malattia e alla possibilità di asportare le lesioni precancerose e i carcinomi in fase iniziale – a far calare in maniera significativa la mortalità del tumore del collo dell’utero. Il consiglio è quello di sottoporsi a uno screening triennale tra i 25 e i 64 anni, anche se il sempre più diffuso passaggio all’Hpv test favorirà un aumento dell’intervallo a cinque anni (dai 30 ai 64 anni). 

Redazione NurseTimes

Fonte: www.rainews.it

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