Sebbene l’Italia sia uno dei Paesi che registrano meno decessi nei primi dodici mesi di vita, persistono evidenti disparità tra Settentrione e Meridione.
Più bambini muoiono nei loro primi dodici mesi di vita, più è probabile che l’ordine pubblico vada in pezzi e che una nazione diventi santuario di mafie, terrorismo, epidemie. L’Italia, in questo, è tra i Paesi più solidi al mondo. Per fortuna, e per merito del Servizio sanitario nazionale, la mortalità infantile è tra le più basse delle cinquanta principali economie del pianeta. Non raggiunge i livelli record dell’Islanda (0,7 per mille) o della Finlandia (1,9), ma a quota 2,8 per mille bambini nati vivi è la decima più bassa al mondo, nettamente davanti a Danimarca, Germania, Olanda, Francia o Canada.
Nonostante la crisi economica, il miglioramento non si è mai fermato. Anzi, dal 2005 si registra un calo di decessi dello 0,8 per mille. Significa che nel 2016 si sono salvati quasi 400 bambini che dieci anni prima sarebbero stati persi. È uno dei successi più spettacolari, e poco raccontati, di un Paese che per quasi tutto il resto sembra aver perso la stima di sé. La serie di quattro decessi ravvicinati in un reparto di neonatologia di Brescia sembra avere a che fare più con la fatalità e la sfortuna che con negligenze o problemi dell’ospedale.
Tutto ciò, naturalmente, vale per i grandi numeri. Ma quando si guarda dentro le medie, vengono a galla sorprese meno rassicuranti. Soprattutto viene fuori che in Italia la disuguaglianza inizia nella culla. È questo il titolo di uno studio pubblicato di recente sulla rivista Pediatria da Mario De Curtís della Sapienza di Roma e da Silvia Simeoni dell’Istat. I due ricercatori, sulla base dei dati di natalità e mortalità infantile del 2015, arrivano a una conclusione per molti aspetti sconvolgente: le probabilità di morire durante i primi dodici mesi di vita sono del 40 percento più alte nelle regioni meridionali che nel Nord del Paese. E la vulnerabilità della popolazione immigrata ai problemi sanitari resta alta in misura abnorme: gli stranieri rappresentano 1’8 percento della popolazione, il 15 percento delle nuove nascite (da genitori di nazionalità estera) e il 23 percento della mortalità infantile.
Lo studio di De Curtis e Simeoni è basato sul 2015, ma di recente l’Istat ha aggiornato i dati al 2016, e le differenze risultano altrettanto marcate. Anzi, forse lo sono di più, visto anche che la popolazione di bambini in Italia è sempre più limitata e il Paese continua ogni anno a registrare circa 15mila nascite in meno rispetto all’anno prima. La mortalità infantile in Italia varia dal 2,29 per mille a Nordest (il livello della Norvegia, quinta migliore performance al mondo) al 3,68 per mille delle isole (il livello della Lettonia, 23esima al mondo). Quanto ai figli di genitori immigrati – scrivono De Curtis e Simeoni – viaggia ancora più alto: a quota 4,5. Ma è oltre l’8 per mille per i bambini nati da donne africane che arrivano dalle aree sub-sahariane.
Pure nei progressi degli ultimi decenni, lo scarto fra il Nord e il Sud dell’Italia non si è mai chiuso. Per quanto drammatico, questo dato implica però che i margini di miglioramento siano enormi e del tutto a portata di mano, se semplicemente ci si ispira alle migliori pratiche del Paese. Se nel 2016 l’Italia avesse avuto in media gli stessi livelli di mortalità infantile delle sole regioni del Nordest, le più virtuose, si sarebbero salvati 246 bambini in più fino ai dodici mesi di età e ne sarebbero rimasti in vita 177 in più solo nelle regioni meridionali.
Ma è quando si proiettano questi dati su un decennio o un ventennio che si capisce fino a che punto le diseguaglianze nella culla contano per la demografia di intere aree del Paese. Risolvere queste disparità è tutt’altro che impossibile, quando se ne comprendono le origini. De Curtis e Simeone mostrano che gran parte della mortalità infantile avviene oggi nel primo mese di vita, spesso a causa di complicanze del parto. Sono le circa cento strutture ospedaliere più piccole d’Italia, quelle che nella media assistono poco più un parto al giorno, a essere meno attrezzate alle emergenze. Per questo, avere magari meno punti nascita del Servizio sanitario sul territorio, ma più strutturati e preparati, non permette solo di risparmiare denaro pubblico, ma fa anche la differenza per qualcosa che conta molto di più.
Redazione Nurse Times
Fonte: Corriere della Sera
 
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