Riceviamo e pubblichiamo l’amara riflessione del (forse ex) collega Graziano Colucci.

Mai avrei pensato, una volta intrapresa la carriera universitaria, di riporre la mia divisa, i miei libri e il mio sapere in uno scatolone marrone. Mi sono sempre impegnato tanto per questa professione, perché volevo essere infermiere. Volevo prendermi cura della persona, e non curare. Avendo chiaro questo concetto, ho scelto Infermieristica. Negli ultimi tre anni ho conseguito due master per aumentare il mio sapere e per essere un buon infermiere. Amavo, e forse amo, la mia professione, ma… troppi “ma” nella testa. Troppi “sé” nel mio cervello. Troppa incertezza nel mio futuro, che mi ha portato pian piano a decidere di cambiare strada.

L’anno 2019 lo ricorderò per sempre. Ho fatto due concorsi, per due strade lavorative differenti nel pubblico, e sono andati entrambi bene. Dopo anni, sono riuscito a stabilizzarmi. È uscita prima la graduatoria del concorso infermieristico, e poi l’altra graduatoria. Quando però ho visto il mio nome tra gli idonei nel concorso infermieristico, non ero felice. Ero solamente soddisfatto di aver vinto il concorso. Quella graduatoria era la dimostrazione che, impegnandosi, si ottengono i risultati. Solo vedendo il mio nome sulla graduatoria mi sono realmente chiesto: Graziano, hai 30 anni e almeno 30 anni di lavoro da fare; vuoi veramente lavorare per tutta la vita come infermiere? E ancora: consiglieresti a tuo figlio di intraprendere la carriera infermieristica?

La risposta, in cuor mio, è
stata “no”, per i motivi che vi elencherò. La ridotta possibilità di conciliare
la vita personale con quella professionale (la turnistica infermieristica rende
difficile, se non impossibile, la vita privata). Il turnetto “mattina-pomeriggio-notte
– smonto e riposo” non sempre viene rispettato. Ci sono vari rientri da fare
perché si è sotto con le ore (quasi sempre i rientri si effettuano sullo smonto
notte). Ci sono colleghi in malattia o ferie, e in quasi ogni unità operativa
si è sottorganico. Non voglio citare la possibilità di 104, donne in gravidanza
a rischio e/o permessi parenterali vari che devono essere dati giustamente ai dipendenti,
ma creano problemi agli altri. Tutte queste problematiche si traducono in:
sempre al lavoro, anche durante le festività; straordinari non correttamente
organizzati; paura che non arrivi il cambio turno.

Rapporti tra colleghiHo sempre cercato di instaurare un buon rapporto con i miei colleghi, ma spesso il rapporto è finto e difficile. In questi anni ho capito la cosa fondamentale: il mio lavoro dipende dal collega che ti lascia il reparto, come ti lascia i pazienti e come ti lascia il lavoro da svolgere. Mi sono trovato parecchie volte in situazioni dove ho dovuto lavorare di più perché gli altri non volevano o non sapevano fare il proprio lavoro. Gli esempi sarebbero moltissimi, ma non auguro a nessuno di trovare un collega che lavora male nel proprio turno o in quello precedente. Il rapporto umano, poi, è quasi nullo. Puoi prenderti un caffè al cambio turno, ma difficilmente ti vedi al di fuori dell’ambiente di lavoro, perché ci sono poche possibilità di vedersi, sempre per via dei turni. Esiste il telefono, vero, ma alla fine si scrive sempre sui gruppi di WhatsApp per questioni lavorative, mai per prendersi una pizza tutti insieme (cosa non fattibile).

Clima aziendale non serenoSoprattutto per chi lavora nel privato il malcontento generale è dovuto alle condizioni di lavoro pessime, che si traducono in una condizione di frustrazione e demotivazione perenne. L’infermiere, in moltissime realtà lavorative, è contemporaneamente infermiere, oss e segretario. Personalmente ho studiato per essere un professionista sanitario, ma nella pratica lavorativa ho scoperto di essere un operaio. Un operaio sanitario facilmente sostituibile. Questa è la dura realtà. Quando ho letto la scritta “CPS infermiere” sui concorsi e ho capito che l’acronimo CPS equivale a collaboratore professionale sanitario, mi sono messo a ridere. L’ospedale, o per meglio dire l’azienda sanitaria, mi considera veramente un collaboratore, come i collaboratori domestici, o un professionista?

Riconoscimenti professionali per i traguardi raggiuntiL’infermieristica in Italia non prevede un avanzamento di carriera trasversale, ma solo verticale. Puoi diventare caposala o dirigente, ma se a una persona non interessa l’aspetto amministrativo/logistico/contabile, non servono a nulla i master (io ne ho presi due, di master). Puoi lavorare in area critica, senza master. Puoi strumentare, senza master. E nel privato puoi fare pure il caposala, senza master.

StipendioIl nostro lavoro, con tutte le problematiche e i rischi professionali annessi, dovrebbe partire da 1.800 euro netti. Dovrebbero essere abolite le partite Iva e le cooperative, e le strutture dovrebbero assumere direttamente, senza fare giri strani, perché il personale serve.

Sinceramente mi dispiace lasciare la professione infermieristica, perché mi piace e volevo davvero diventare infermiere con la I maiuscola, ma non vorrei dare la mia vita al lavoro. Questa professione chiede tanto, troppo, e io, sinceramente, preferisco godermi la vita. Quest’anno, dopo quattro anni, potrò passare Natale e Capodanno con amici e famiglia, senza la preoccupazione del lavoro, perché ho dato le mie dimissioni per venerdì 20 dicembre. Spero che non sia un addio definitivo, ma solo un arrivederci, perché da militare (l’altro concorso che ho vinto) potrei decidere, forse, di fare l’infermiere. Ma ne vale realmente la pena?

Graziano Colucci

L’articolo “Mi mancherà il lavoro di infermiere?” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.