Lo si evince dai risultati dello studio di fase III RELATIVITY-047, presentati al Congresso della Società americana di oncologia clinica.

La nuova via da seguire per potenziare l’attività immunitaria anti-cancro si chiama LAG-3. È un checkpoint immunitario, cioè un “freno” utilizzato dal tumore per aggirare la risposta alle terapie immuno-oncologiche, che si affianca a quelli già noti come PD-1 e CTLA-4. Nei pazienti con melanoma metastatico mai trattati prima la combinazione di relatlimab, anticorpo anti-LAG-3, e nivolumab, molecola anti PD-1, ha ridotto del 25% il rischio di progressione della malattia. In particolare, la sopravvivenza libera da progressione mediana ha raggiunto 10,12 mesi con la combinazione rispetto a 4,63 mesi con la monoterapia con nivolumab. I risultati emergono dallo studio di fase III RELATIVITY-047, presentati al Congresso della Società americana di oncologia clinica (ASCO).

“Nello studio internazionale sono stati coinvolti 714 pazienti con melanoma metastatico o non operabile – spiega Paolo Ascierto, direttore dcell’Unità di Oncologia melanoma, immunoterapia oncologica e terapie innovative del ‘Pascale’ di Napoli –. È evidente il significativo beneficio clinico offerto dalla nuova combinazione relatlimab e nivolumab in prima linea, con una buona tollerabilità. Gli inibitori di checkpoint immunitari in monoterapia o in combinazione hanno cambiato la storia della malattia e migliorato i tassi di sopravvivenza. Ciononostante, resta una percentuale di pazienti che potrebbero trarre benefici dalla nuova terapia di combinazione, che influenza vie cellulari complementari per migliorare l’attività anti-tumorale. Puntare alla via di LAG-3 in combinazione con l’inibizione di PD-1 può pertanto rivelarsi una strategia chiave per potenziare la risposta immune. I primi studi su relatlimab furono avviati circa quattro anni fa proprio al ‘Pascale’ di Napoli, in cui dimostrammo come sbloccare il nuovo freno al sistema immunitario. La sfida ora è capire quali siano i pazienti candidati a questo trattamento, e LAG-3 può costituire un biomarcatore valido per la selezione della miglior terapia”.

Nel 2020, in Italia, sono state stimate quasi 14.900 nuove diagnosi di melanoma. Al Congresso ASCO sono presentati anche i risultati dello studio internazionale di fase III CheckMate-067 sulla combinazione delle due molecole immuno-oncologiche, nivolumab e ipilimumab, in prima linea nel melanoma avanzato. “Sono state arruolate 945 persone – continua Ascierto –. Il 49% dei pazienti trattati con la combinazione è vivo a 6 anni e mezzo. In particolare, la sopravvivenza globale mediana è stata di 72,1 mesi con nivolumab più ipilimumab – la più lunga finora riportata in uno studio di fase III nel melanoma avanzato – rispetto a 36,9 mesi con nivolumab e a 19,9 con ipilimumab. È quindi decisivo l’impatto della combinazione sulla sopravvivenza globale, soprattutto se si considera che, prima dell’immunoterapia, la speranza di vita dei pazienti con melanoma metastatico era di circa sei mesi e meno del 10% era vivo a un quinquennio. Un altro aspetto importante è rappresentato dal fatto che il 77% dei pazienti vivi a cinque anni e che hanno ricevuto la combinazione non ha più avuto necessità di ricevere un trattamento sistemico. La duplice immunoterapia evidenzia quindi un significativo ‘effetto memoria’: la sua efficacia si mantiene a lungo termine, anche dopo la fine delle cure”.

Redazione Nurse Times

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