Tante ipotesi ma nessuna certezza sulla relazione causale tra uso di cannabis e problemi mentali.
Tra l’uso di marijuana e il rischio di sviluppare disturbi psichici esiste un relazione complessa, tanto che su molti aspetti di questa relazione gli specialisti hanno idee talora divergenti. Però alcuni punti sono abbastanza fermi. Ad esempio, si sa che con l’uso prolungato aumenta il rischio di sviluppare un disturbo psicotico, anche se questo è dimostrato solo per chi ha già una predisposizione genetica. Laddove questa predisposizione non ci sia, è improbabile che il consumo di marijuana possa pirtare a disturbi psichici.
A questa conclusione sono giunti diversi studi clinici, tra i quali una ricerca realizzata nel 2014 da Ashley Proal dell’Harvard Medical School assieme ad alcuni collaboratori, pubblicata sulla rivista Schizophrenia Research. La ricerca ha messo a confronto un gruppo di utilizzatori di marijuana e uno di non utilizzatori, dividendoli poi in persone con predisposizione genetica verso i disturbi psichici e persone che ne erano prive. Alla fine è emerso chiaramente che la variabile realmente connessa al rischio di psicosi era la predisposizione genetica e non l’uso di marijuana.
L’assenza di una relazione causa-effetto fra uso di marijuana e disturbi psichici non vuoi dire però che il consumo di questa sostanza sia priva di rischi conseguenti alla sua azione farmacologica sul cervello. Una revisione sistematica di studi condotta nel 2010, ma tuttora considerata punto di riferimento dagli specialisti del settore, indica ad esempio che il rischio di avere pensieri di suicidio è maggiore in chi fa uso di dosi significative di marijuana.
Un altro rischio importante è stato rilevato da una ricerca pubblicata sulla rivista Drug and Alcohol Review, realizzata da Bianca Calabria e collaboratori del National Drug and Alcohol Research Centre, University of New South Wales di Sydney (Australia), che ha mostrato come sia molto probabile che l’uso di questa sostanza faciliti gli incidenti stradali e quindi il rischio di morire. Infatti l’intossicazione acuta da marijuana causa una riduzione dell’attenzione, della concentrazione e delle abilità psicomotorie, in maniera direttamente correlata alla dose consumata.
Per cercare di chiarire la possibile relazione tra uso di marijuana e disturbi psichici, i National Institutes of Health statunitensi hanno lanciato un progetto finanziato con 300 milioni di dollari, come segnala un articolo appena pubblicato sul New York Times. Il progetto è finalizzato a seguire nel tempo lo sviluppo di migliaia di bambini dall’età di 9 anni attraverso tutta l’adolescenza, fino all’età in cui iniziano a manifestarsi disturbi psicotici come la schizofrenia. Questo tipo di ricerche prospettiche potrà dare ulteriori e più precise indicazioni sull’esistenza o meno di un rapporto di diretta causalità tra l’uso di marijuana e il rischio di sviluppare importanti disturbi psicotici.
Cercare di chiarire i rapporti tra l’uso di una sostanza e le sue conseguenze sull’organismo non è facile, perché non necessariamente la presenza di una correlazione sta a indicare che esista un vero e proprio nesso di causalità. Ad esempio, si sa da numerosi studi epidemiologici che chi ha già un disturbo psichico in atto ha una più marcata tendenza ad abusare di diverse sostanze come nicotina, caffeina e spesso anche marijuana. In questo caso la correlazione con le droghe non è di tipo causa-effetto, ma il fenomeno può diventare un fattore di confusione nelle ricerche che esplorano una possibile relazione causale.
La marijuana, dal momento che altera in maniera evidente il funzionamento psichico di un individuo, è da sempre stata sospettata di essere correlata alla comparsa di disturbi psichici duraturi, eppure queste evidenze esistono anche per il fumo di sigaretta. Una recente ricerca realizzata da un gruppo guidato dal Kenneth Kendler della Virginia Commonwealth University su quasi due milioni di svedesi e pubblicata sull’American Journal of Psychiatry nel 2015, ha mostrato che il fumo di sigaretta è un significativo predittore del successivo sviluppo di schizofrenia, la più grave forma di psicosi, addirittura con un evidente rapporto tra dose consumata e rischio. Anche in questo caso tuttavia, resta difficile capire se venga prima la predisposizione al disturbo o l’uso del fumo di sigaretta.
I sospetti sulla marijuana come possibile induttore di disturbi psichici (e quindi sul delta9-tetraidrocannabinolo, uno dei suoi principali principi attivi) sono motivati dalla sua azione su importanti recettori cerebrali, come il recettore CB1 (Cannabinoid Receptor Type 1), collocati in zone cruciali per l’attività cognitiva, come la corteccia prefrontale, che oltretutto è la stessa area coinvolta in uno dei più straordinari fenomeni che si realizzano nel cervello umano, il cosiddetto pruning. Quest’ultimo è una vera e propria potatura delle connessioni tra i neuroni, tipica dell’adolescenza, responsabile di un profondo rimaneggiamento del cervello e dell’assetto psichico, e che coincide anche col momento della vita in cui cresce il rischio di sviluppare una schizofrenia.
Probabilmente, come indicano recenti studi condotti al Broad Institute del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e Harvard, l’esordio di questo disturbo è collegato a un pruning difettoso, specialmente nell’area della neocorteccia, come la corteccia prefrontale, decisiva per lo svolgimento delle più elevate funzioni cognitive: decisioni complesse, programmazione, valutazione dei rischi connessi al comportamento.
L’utilizzo continuativo della marijuana potrebbe avere anche un altro effetto, che facilmente si traduce m conseguenze durature sul benessere psicofisico di una persona. Si tratta della possibile relazione con un ridotto successo scolastico e, quindi, di effetti che si fanno sentire sulle successive scelte professionali. Una revisione sistematica su questo argomento, pubblicata sulla rivista Lancet nel 2004, indicava che effettivamente i consumatori di marijuana tendevano a raggiungere risultati scolastici inferiori ai loro coetanei, soprattutto nei casi in cui il consumo era iniziato prima dei 16 anni. Una conclusione che tuttavia studi prospettici successivi non sembrano aver confermato, per cui su questo importante aspetto, al momento, non esiste una risposta definitiva e nuove ricerche sono in corso.
Sebbene sia considerata anche dalla comunità scientifica internazionale una sostanza che, rispetto ad altre, ha un impatto inferiore sulla salute fisica, in realtà l’uso prolungato di marijuana può indurre alcune alterazioni patologiche nell’organismo. Diversi studi hanno rilevato un maggior rischio di sviluppare la cosiddetta sindrome da iperemesi, caratterizzata dalla tendenza alla nausea cronica e al vomito e da dolori addominali. Sono stati segnalati anche un aumentato rischio di infiammazioni gengivali, come ha dimostrato una studio pubblicato nel 2016 su JAMA Psychiatry. Inoltre, uno studio pubblicato sulla rivista American Journal of Epidemiology nel 2015 segnala che i maschi vanno incontro a una riduzione del numero di spermatozoi, e quindi della possibilità di avere figli.
Da alcuni anni la cannabis, pianta da cui si ricava la marijuana, è impiegata in diversi Paesi anche come farmaco per la sua azione sul sistema nervoso centrale. In Italia esiste una specialità medicinale contenente i principi attivi delta-9-tetraidrocannabinolo e cannabidiolo, che è utilizzata dai neurologi per alleviare i sintomi in persone affette da contrazione spastica dei muscoli dovuta alla sclerosi multipla, nei casi in cui non c’è stata una risposta adeguata ad altri medicinali antispastici. Inoltre, in via sperimentale, è utilizzata per il trattamento di alcune forme di epilessia infantile con convulsioni, refrattarie ad altri tipi di trattamento.
Una ricerca pubblicata nel 2015 sulla rivista Psychology of Addictive Behaviors ha individuato quattro diversi possibili pattern di utilizzo della marijuana. Alcuni consumatori iniziano precocemente, di solito durante l’adolescenza, poi continuano a consumarla m maniera cronica. Altri iniziano invece a consumarla tardivamente, ma tendono a incrementarne l’uso. Un terzo gruppo è costituito da chi ha iniziato a consumarla nell’adolescenza, poi se ne è allontanato. Il quarto e ultimo gruppo è rappresentato da persone che di tanto in tanto la utilizzano, ma sempre in modo occasionale.
Nel 2018, il Departamento de Medicina Preventiva dell’Università di San Paolo, in Brasile, ha pubblicato sulla rivista The American Journal of Drug and Alcohol Abuse una revisione sistematica della letteratura scientifica (sono state prese in considerazione 56 ricerche) sulle possibili alterazioni cerebrali indotte dall’uso continuativo di marijuana. Risultato: negli utilizzatori potrebbero svilupparsi anomalie nelle dimensioni dell’ippocampo e nella densità della sua porzione di corteccia cerebrale. Gli studi di neuroimaging avrebbero messo in evidenza anche alterazioni nei pattern di espressione dell’attività cerebrale.
“L’estensione di questi effetti dipende dalla frequenza e dalla durata di utilizzo, dalla quantità consumata, dall’età in cui si è iniziato – dice la ricerca -. Le conclusioni riguardano i forti utilizzatori ed è poco probabile che siano attribuibili agli utilizzatori ricreazionali. Comunque, quanto la cannabis sia dannosa per il cervello resta un argomento controverso. Inoltre non si sa ancora se con una prolungata astinenza le alterazioni cerebrali riscontrate si possano risolvere, e nemmeno quale sia la tempistica di un’eventuale ripresa neuronale. Infine non è chiaro se le alterazioni identificate siano conseguenza dell’uso della cannabis oppure lo precedano”.
Redazione Nurse Times
Fonte: Corriere della Sera
 
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