La pandemia ha spinto molti ospedali pubblici e privati ad aprire concorsi per assumere. Si è così creato un “esodo”.

In Lombardia sempre più infermieri lasciano le case di riposo. In una lettera alla Regione, le associazioni di categoria parlano di un “esodo” dei professionisti verso le Asst e gli ospedali pubblici. Che pagano di più, garantiscono maggiori tutele e hanno bisogno di rimpolpare gli organici, specie dopo la pandemia di coronavirus. Anche i servizi territoriali, come l’assistenza adomicilio, sono in sofferenza. E in parte anche le cliniche private. L’intero settore sociosanitario è in allarme: si ritrova sempre più sguarnito, con diversi infermieri e operatori socio-sanitari (asa/oss) che preferiscono cambiare posto di lavoro. Approfittando dei tanti concorsi pubblici che si sono aperti nel 2021.

Infatti, in una lettera indirizzata al presidente Attilio Fontana e all’assessore alla Sanità, Letizia Moratti, le case di riposo e l’intero settore del sociosanitario parlano di una “gravosa situazione” per via della “penuria” di figure infermieristiche, accentuata in modo evidente aseguito di quelle che loro definiscono “campagne di reclutamento” delle strutture sanitarie. Secondo l’Uneba, che rappresenta il mondo delle case di riposo, la carenza di infermieri pesa dal 10 al 20%. Ecco perché si chiede a Palazzo Lombardia di mettere incampo degli “elementi di freno” a questo “esodo”. Sì, ma come? “Garantendo risorse economiche aggiuntive” agli infermieri in modo da offrire loro “un trattamento al pari di quanto percepito” negli ospedali.

“La ricerca del personale infermieristico è stata un’impresa”, conferma Stefania Mosconi, direttrice della fondazione Casa di Dio, che a Brescia gestisce quattro strutture per anziani. Se la fondazione in questo momento non ha grosse difficoltà è solo perché “abbiamo messo in campo un accordo aziendale con i sindacati per aumentare la retribuzione” degli operatori: “La concorrenza con lestrutture ospedaliere è forte”. E non solo perché pagano di più, ma anche perché un giovane spesso ha “l’ambizione di lavorare in un reparto medico o chirurgico”. Anche le cliniche private risultano oggi più attrattive, visto che la pandemia le ha spinte aproporre più spesso contratti di assunzione e non più a termine. Senza dimenticare che il Covid-19 ha ridotto anche il numero di laureati (infermieri) e diplomati (operatori sociosanitari).

Una tempesta perfetta. Gli anziani, infatti, sono tornati a riempire le residenze sanitarie assistenziali (Rsa), ma la scarsità di figure professionali pesa sulla capacità delle stesse strutture di rispondere a bisogni di salute crescenti. E il rischio qual è? Che la carenza si traduca inuna minore assistenza. Con l’inevitabile conseguenza che tutto ricada sugli ospedali in termini di maggiori ricoveri.

Ma la scarsità di oss e infermieri è accresciuta dal fatto che ci sono persone che non vogliono vaccinarsi? “Da noi la cosa è minimale: riguardava dieci operatori – spiega Stefania Mosconi –. E comunque io non ho dubbi: se mi arrivasse la lettera di Ats per alcune sospensioni, io procederei a farle. Oggi non assumiamo più nessuno se prima non dà il consenso alla vaccinazione”.

“La coperta è corta. La richiesta di questi professionisti aumenta, ma le figure a disposizione sono sempre le stesse”, conferma Stefania Pace, presidente di Opi Brescia. Si stima che in tutta la Lombardia manchino 5mila sanitari con questa laurea, di cui 1.500 sarebbero gli infermieri di comunità, nuova figura da inserire per potenziare il territorio. Ma senza risorse umane in più come si fa a uscire da questo impasse? Il coordinamento lombardo ha chiesto di incrementare il numero dei laureati (da 2.700 a 3.200 in tutta la Regione), ma il qui ed ora della pandemia presenta già il conto. Le Rsa sono sempre più sguarnite. In provincia più che in città, in montagna ancora peggio. C’è persino chi ha pubblicato dei bandi, con contratti vantaggiosi etutele da ente pubblico, ma non trova candidati.

“Già diversi anni fa ci si trovò in una situazione simile, che venne affrontata attingendo personale qualificato dall’estero, cosa oggi non possibile”, scrivono le Rsa a Regione Lombardia. E allora, che fare? Stefania Pace si augura che il vincolo di esclusività possa essere temporaneamente congelato: “Oggi esiste un’eccezione per chi vaccina negli hub, ma si dovrebbe applicare anche ai colleghi che prestassero ore di servizio nelle Rsa o per l’assistenza adomicilio”. Un’eccezione che potrebbe rappresentare una boccata d’ossigeno, pur senza risolvere il problema.

Redazione Nurse Times

Fonte: Corriere della Sera

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