Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa a cura di Antonio De Palma, presidente nazionale del sindacato di categoria.

Una nuova sentenza della Corte di Cassazione, la n. 32113 dello scorso 31 ottobre, si è espressa in modo opposto rispetto alla precedente decisione della Corte di Appello di Caltanissetta e, prima ancora, del Tribunale di Gela, dando di fatto ragione a un gruppo di infermieri turnisti che chiedevano il legittimo diritto a beneficiare, per il periodo 2001-2010, dei buoni pasto sostitutivi del servizio mensa. 

Ancora una volta, se da una parte non possiamo che essere soddisfatti per una vittoria da parte di nostri colleghi, che sancisce un diritto sacrosanto quale quello all’erogazione di buoni pasto per turni superiori a sei ore, qualora il professionista non sia nella possibilità di accedere alla mensa dell’azienda sanitaria presso la quale presta servizio, dall’altra non possiamo fare a meno di riflettere sul fatto che gli infermieri italiani, nel 2022, sono ancora costretti a ingaggiare dolorose battaglie legali per vedersi riconosciuti diritti che dovrebbero essere all’ordine del giorno nel sistema sanitario di un Paese civile come il nostro.

Cosa succede allora? Questo non è certo l’unico caso recente in cui gli infermieri sono dovuti addirittura arrivare al terzo grado di giudizio. Già una precedente sentenza, la n. 5547, datata 1 marzo 2021, aveva dato ragione a un infermiere. Si trattava del dipendente di una nota azienda ospedaliera con turnistica 7/13, 13/20 e 20/7, che si era rivolto al tribunale per vedersi riconosciuto quanto gli spettava. Lo stesso ha ottenuto i buoni pasto con tutti gli arretrati, visto che per motivi legati ai turni non poteva usufruire dei servizi mensa. Il giudice di merito, accertando il suo diritto all’erogazione dei buoni pasto per ogni turno lavorativo eccedente le sei ore, aveva respinto le ragioni dell’azienda ospedaliera.

Per le stesse motivazioni, pochi giorni fa, i giudici hanno accolto, come già detto, il ricorso di alcuni infermieri siciliani, che in un primo momento si erano visti respingere le loro richieste dalla Corte di Appello di Caltanissetta, e prima ancora dal Tribunale di Gela. I giudici della Cassazione hanno deciso di accogliere definitivamente il ricorso degli infermieri, rifacendosi appunto alla pregressa pronuncia del 2021 e ribadendo come “fosse coessenziale alle particolari condizioni di lavoro” di cui all’art. 29 del Contratto collettivo integrativo del comparto sanità il diritto a usufruire della pausa di lavoro, al di là del fatto che la stessa avvenisse in fasce orarie normalmente destinate alla consumazione del pasto o in fasce per le quali il pasto potesse essere consumato prima dell’inizio del turno.

Il profondo rammarico è quindi quello di dover constatare come gli infermieri italiani, alle prese con una valorizzazione economica che ancora tanta strada deve fare, e vittime di carenze strutturali che pesano come macigni sulle loro spalle e sull’intero sistema, anziché essere messi nella condizione di esprimere al meglio le proprie competenze per la tutela della salute dei malati, debbano ingaggiare veri e propri “duelli rusticani” contro aziende sanitarie cieche e indifferenti verso i loro diritti. E’ lecito riflettere su quante sono le aziende sanitarie, da Nord a Sud, che privano ancora gli operatori sanitari di diritti basilari come questi, e su quante battaglie nelle aule dei tribunali saremo ancora chiamati a commentare.

Redazione Nurse Times

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Infermieri e buoni pasto, Nursing Up: “Nel 2022 siamo ancora costretti a ingaggiare battaglie legali per un diritto sacrosanto”
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