Il sottosegretario alla Salute, in Commissione Sanità al Senato, ha parlato del ruolo di primo piano attribuito dal Pnrr a questa figura professionale.

«Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), nella missione 6, prevede che sia attribuito un ruolo di primo piano all’infermiere di famiglia/comunità, sia negli ambiti delle Case della Comunità sia nello sviluppo del sistema dell’assistenza domiciliare. In data 2 luglio 2021 il Gruppo di lavoro sull’Assistenza territoriale ha esposto alla Cabina di regia del Patto della Salute la bozza di un documento che prevede la sostenibilità economico-finanziaria del relativo standard di personale, quantificato in un infermiere di comunità ogni 2.000/2.500 abitanti. La questione è attualmente in corso di valutazione del ministero della Salute e del ministero dell’Economia e delle finanze». Così il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, rispondendo in Commissione Sanità, al Senato, all’interrogazione sul tema presentata da Paola Boldrini. Di seguito la risposta integrale di Sileri.

«Ringrazio i Senatori interroganti per aver posto all’attenzione una tematica che riveste particolare rilevanza e attualità per il Ministero della salute. Il Patto per la Salute 2019-2021, approvato con intesa in sede di Conferenza Permanente Stato-Regioni in data 18 dicembre 2019 ha previsto la definizione di linee di indirizzo per introdurre parametri di riferimento per disciplinare in maniera uniforme nel territorio nazionale la figura professionale dell’infermiere di famiglia/comunità. Inoltre il decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, all’articolo 1, comma 5, ha introdotto nell’ordinamento la figura dell’infermiere di famiglia o di comunità per rafforzare i servizi infermieristici e per potenziare la presa in carico sul territorio dei soggetti infettati da SARS-CoV-2 identificati come affetti da COVID-19, anche coadiuvando le Unità speciali di continuità assistenziale e i servizi offerti dalle cure primarie, nonché’ di tutti i soggetti di cui al comma 4.

Il comma 4 del medesimo articolo 1, colloca tale misura in un contesto non solamente emergenziale, ma di ben più ampio respiro, prevedendo che: “Le regioni e le province autonome, per garantire il massimo livello di assistenza compatibile con le esigenze di sanità pubblica e di sicurezza delle cure in favore dei soggetti contagiati identificati attraverso le attività di monitoraggio del rischio sanitario, nonché di tutte le persone fragili la cui condizione risulta aggravata dall’emergenza in corso, qualora non lo abbiano già fatto, incrementano e indirizzano le azioni terapeutiche e assistenziali a livello domiciliare, sia con l’obiettivo di assicurare le accresciute attività di monitoraggio e assistenza connesse all’emergenza epidemiologica, sia per rafforzare i servizi di assistenza domiciliare integrata per i pazienti in isolamento domiciliare o sottoposti a quarantena nonché per i soggetti affetti da malattie croniche, disabili, con disturbi mentali, con dipendenze patologiche, non autosufficienti, con bisogni di cure palliative, di terapia del dolore, e in generale per le situazioni di fragilità tutelate ai sensi del Capo IV del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 12 gennaio 2017”.

Come ho già detto il Patto per la Salute 2019-2021, alla scheda n. 8 recante “Sviluppo dei servizi di prevenzione e tutela della salute. Sviluppo delle reti territoriali. Riordino della medicina generale”, aveva stabilito la necessità di definire linee di indirizzo che, al fine di conseguire una maggiore omogeneità e accessibilità dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria, garantendo l’integrazione con i servizi socio-assistenziali, promuovano il “processo di riordino della medicina generale e della pediatria di libera scelta, favorendo l’integrazione con la specialistica ambulatoriale convenzionata interna e con tutte le figure professionali, compresa l’assistenza infermieristica di famiglia/comunità, per garantire la completa presa in carico integrata delle persone”, nonché “la valorizzazione delle professioni sanitarie, in particolare quella infermieristica, finalizzato alla copertura dell’incremento dei bisogni di continuità dell’assistenza, di aderenza terapeutica, in particolare per i soggetti più fragili, affetti da multi-morbilità”.

Inoltre il Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025, adottato il 6 agosto 2020 con Intesa in Conferenza Stato-Regioni, ha fatto riferimento, per la prima volta, alla figura dell’infermiere di famiglia o di comunità affermando, nelle sezioni sulla visione ed i principi e sulla efficacia degli interventi ed efficienza del modello organizzativo, che: “per la realizzazione di processi appropriati di prevenzione e promozione della salute è necessario attuare interventi multiprofessionali anche con il coinvolgimento di figure di prossimità, come ad esempio l’infermiere di famiglia e di comunità, ovvero professionisti che abbiano come setting privilegiati gli ambienti di vita della persona e che agiscano in modo proattivo, in rete con tutti i servizi socio sanitari e gli attori sociali del territorio per l’utenza portatrice di bisogni sanitari e sociali inscindibilmente legati tra loro.

In sede di Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, in data 10 settembre 2020, è stato approvato un Documento recante “Linee di indirizzo Infermiere di famiglia/comunità ex L. 17 luglio 2020 n.77”, in cui si delineano orientamenti organizzativi e formativi in ordine alla figura dell’infermiere di famiglia e di comunità, “in linea con gli orientamenti Europei per quanto riguarda i due ambiti di competenza (famiglia e comunità) ritenuti strategici per la promozione della salute e gestione della cronicità/fragilità sul territorio. All’infermiere di famiglia/comunità sono attribuite competenze di natura clinico-assistenziale e di ambito comunicativo-relazionale; lo stesso è previsto all’interno dei servizi e delle strutture del distretto e garantisce la sua attività in coerenza con l’organizzazione regionale e territoriale, in base ad uno standard di 8 unità di personale ogni 50.000 abitanti, introdotto dalla citata legge n. 77/2020.

Ciò premesso, dall’analisi dei dati che settimanalmente le Regioni trasmettono al Ministero della salute, in ordine al potenziamento delle risorse umane reclutate per effetto delle diverse misure emergenziali per fronteggiare la pandemia da COVID-19, emerge che ancora c’è da fare perché si giunga alla piena implementazione di tale figura su tutto il territorio nazionale. Infatti da tali dati risulta che la percentuale di infermieri di famiglia o di comunità effettivamente inseriti nei Servizi è ancora di molto inferiore rispetto a quella prevista dalla normativa (circa 1.380 al 25 giugno 2021, rispetto ai 9.552 previsti dal legislatore), con una disomogenea distribuzione sul territorio nazionale. Tuttavia occorre considerare che lo sviluppo di tale figura troverà una spinta decisiva nell’ambito delle sfide derivanti dal Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza (PNRR).

Come noto, la Missione 6 del PNRR prevede un forte investimento rivolto, da un lato, a rafforzare le prestazioni erogate sul territorio nazionale, grazie al potenziamento e alla creazione di strutture e presidi territoriali (come le Case della Comunità, gli Ospedali di Comunità, le Centrali Operative Territoriali), al rafforzamento dell’assistenza domiciliare, allo sviluppo della telemedicina e ad una più efficace integrazione con tutti i Servizi socio-sanitari, dall’altro, a rinnovare ed ammodernare le strutture tecnologiche e digitali esistenti, e a completare la diffusione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), garantendo nel contempo una migliore capacità di erogazione e monitoraggio dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), attraverso più efficaci sistemi informativi, anche mediante il potenziamento della formazione del personale. In particolare, viene attribuito un ruolo di primo piano all’infermiere di famiglia/comunità, sia negli ambiti delle Case della Comunità sia nello sviluppo del sistema dell’assistenza domiciliare.

Come noto, le Case di Comunità sono concepite come il primo luogo di cura dei pazienti, un punto di riferimento continuativo per la comunità, attraverso le quali saranno potenziati i Servizi offerti sul territorio, migliorandone la qualità, in particolare per i malati cronici, tramite team multidisciplinari di medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, medici specialistici, infermieri di comunità, ed altri professionisti della salute.Concludo segnalando che in data 2 luglio 2021, il Gruppo di Lavoro sull’Assistenza Territoriale ha esposto alla Cabina di Regia del Patto della Salute la bozza di un Documento concernente “Modelli e standard per lo sviluppo dell’Assistenza Territoriale nel Sistema Sanitario Nazionale. In tale Documento assume un particolare rilievo l’infermiere di famiglia/comunità: la sostenibilità economico-finanziaria del relativo standard di personale, quantificato in 1 infermiere di comunità ogni 2.000/2.500 abitanti, la questione è attualmente in corso di valutazione del Ministero della salute e del Ministero dell’economia e delle finanze».

Redazione Nurse Times

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L’articolo Infermiere di famiglia, Sileri: “Uno ogni 2.000/2.500 abitanti: valutazioni in corso” scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.