L’approfondimento di Opi Firenze-Pistoia: il confronto con il personale della cooperativa sociale Gruppo Incontro di Pistoia.

Gli infermieri sono al fianco di chi
lotta contro una dipendenza. L’infermieristica è una professione di ampio
respiro che tocca anche quest’area della sanità, benché spesso questo aspetto
non venga associato alla figura dell’infermiere. L’Ordine delle professioni
infermieristiche interprovinciale Firenze-Pistoia ha voluto riportarlo
in primo piano, parlando con il personale della cooperativa sociale
Gruppo Incontro di Pistoia,
una realtà che ha tra i suoi principali ambiti operativi il trattamento
di tossicodipendenza, alcoldipendenza e gioco d’azzardo patologico.

Qui, ogni giorno, gli infermieri,
insieme ad altre figure professionali, sono in prima linea per sostenere
persone che lottano contro le dipendenze, affiancando alla presa in carico
sanitaria la messa in pratica, forse più che in ogni altra applicazione
dell’agire infermieristico, di quanto previsto dall’articolo 3 del Codice
Deontologico dell’infermiere: la presa in cura della persona senza nessuna
forma di discriminazione e colpevolizzazione.

«In primo luogo dobbiamo fare una distinzione fra i servizi SerD, luoghi
deputati alla cura delle dipendenze a livello ambulatoriale dove l’infermiere è
spesso visto come il professionista che somministra metadone e i servizi
residenziali o comunità terapeutiche – spiega Giuseppe Iraci direttore
della Comunità Gruppo Incontro –. Le
comunità terapeutiche in Toscana sono inquadrate in quattro tipologie, in una
delle quali non è prevista la figura dell’infermiere, in un’altra solo per
poche ora la settimana; in quelle per soggetti con comorbidità psichiatrica,
nei centri di orientamento e diagnosi, in quelli per madri con bambini e quelli
per minori tossicodipendenti e, dal 2018, per il gioco d’azzardo, è prevista la
figura dell’infermiere, presente per un numero di ore variabile a seconda del
centro».

A livello regionale gli infermieri
hanno cominciato a lavorare nelle comunità terapeutiche nel 2002; il Gruppo
Incontro già nel 1994 aveva nel suo organico alcuni infermieri anche se la
normativa non lo richiedeva. «Siamo stati
uno dei primi centri di disintossicazione della Toscana e d’Italia –
prosegue Iraci –. Da
subito abbiamo scelto di concentrare l’attenzione sull’attuazione specifica
delle competenze, mantenendo una visione di alta professionalità e d’integrazione
disciplinare nell’equipe. L’infermiere nella comunità ha peculiarità
specifiche: oggi, al di là della preparazione e somministrazione della terapia
e della collaborazione con il medico, c’è una parte relazionale di educazione
alla salute alla quale siamo arrivati attraverso un percorso che ha visto gli
infermieri assumere un ruolo sempre più attivo all’interno dell’equipe, in
linea con le proprie competenze».

Il modello adottato dalla
cooperativa Gruppo Incontro, prevede la presenza dell’infermiere per 1456 ore
annuali (28 ore a settimana). Una realtà in cui ogni figura, inclusi gli
infermieri, dà il proprio contributo in termini di ricerca e sviluppo. La
struttura ha 5 sedi, in ognuna delle quali è presente un infermiere, a cui si
aggiunge un infermiere coordinatore. Le sedi si differenziano per target, per
un totale di 6 programmi specifici: Matrix per dipendenza da
alcol, Pandora per donne dipendenti da sostanze con vissuti
traumatici, Eos per soli uomini con tratti antisociali, L’Approdo per
pazienti con prevalenza di problematiche psichiatriche correlate al consumo di
sostanze, Drive per giocatori d’azzardo patologici, Restart
per il reinserimento e l’inclusione sociale. Chi meglio degli infermieri che ci
lavorano può raccontare l’esperienza a sostegno dei pazienti in comunità? Ecco
le loro testimonianze.

«Sono arrivata alla cooperativa Gruppo Incontro circa quattro anni
fa, una dimensione diversa rispetto al lavoro di infermiere ospedaliero,
ambulatoriale – spiega Lara
Meoni, infermiera della Comunità
San Felice dove è attivo il progetto Pandora –. La paura principale era
quella del burnout: si entra in contatto con storie e vissuti che può succedere
di non riuscire ad affrontare; al centro Pandora poi, dove sono da due anni e
mezzo, le ragazze hanno alle spalle violenze, abusi, vissuti traumatici. La
cosa più difficile è riuscire a gestire le proprie emozioni e per questo il
lavoro in equipe è fondamentale: ti chiedi sempre cosa potresti fare di
più e, specialmente in caso di ricadute e abbandoni di programma, affrontare le
cose come squadra è importante. Il mio lavoro prevede la gestione della
parte sanitaria, ma faccio parte a pieno della vita della comunità: lavoro sui
rapporti con le persone, sulla comunicazione, sull’educazione sanitaria. Cerco di responsabilizzare e rendere autonome
le utenti nel processo di cura in modo che anche fuori dal centro riescano a
gestire la loro salute.All’inizio è stato difficile, anche
per il pregiudizio nei confronti delle persone tossicodipendenti, tutt’ora vivo
e reale; ma adesso non potrei più farne a meno, sto facendo un master sulle
dipendenze patologiche perché questo è un ambito in cui mi piacerebbe
continuare a lavorare. Credo che come infermieri dovremmo parlare di
più di questa tipologia di utenza e anche nelle stesse università se ne
dovrebbe parlare, sia dal punto di vista delle problematiche che la dipendenza
causa a livello fisico sia a livello di sensibilizzazione. Anche in ambito
sanitario c’è tanta ignoranza sul tema, ma dovremmo capire che le persone
in comunità stanno chiedendo aiuto e noi dobbiamo essere disposti a
darglielo senza pregiudizi».

«Le due realtà in cui lavoro fanno parte di una struttura unica, ma sono
molto diverse fra loro – spiega Vincenzo
D’Amore, infermiere della Comunità Serravalle, dove
sono attivi i progetti Matrix
e Drive-, ma del resto ogni realtà è diversa da
struttura a struttura, si tratta quasi sempre di doppie diagnosi con lati
psichiatrici difficili da trattare. Gli alcolisti al di là della dipendenza,
hanno una maggiore compromissione fisica, hanno molti più problemi fisici. I
giocatori d’azzardo invece sono difficilmente accessibili. Il lavoro di
infermiere in comunità è particolare perché al di là delle capacità cliniche,
c’è una continua sollecitazione dal punto di vista emotivo: devi mettere in
gioco tutte le tue capacità relazionali, che sono determinanti in questo
lavoro. E poi le capacità organizzative perché devi gestire l’infermeria. Fare
l’infermiere in comunità ti stimola a migliorare dal punto di vista delle relazioni
e questo è d’aiuto in ogni ambito del nostro lavoro. L’aspetto negativo è che
nella professione infermieristica ci si prefigge un obbiettivo: migliorare la
salute del paziente. In questo contesto, in alcuni casi è una meta
irraggiungibile, in altri così a lungo termine che non vedi l’effetto immediato
del tuo operato. Bisogna saper gestire i lati negativi e puntare su altri
aspetti: io sto puntando sull’autocura. Molti avranno bisogno della terapia a
vita e alcune persone non hanno coscienza del loro stato di salute; hanno
bisogno di essere accompagnati, guidati. Penso che anche questo tipo di
educazione debba far parte della figura dell’infermiere di comunità, altrimenti
il nostro lavoro si ridurrebbe alla sola somministrazione dei farmaci e non deve
esserlo».

«Il lavoro si divide fra supporto di natura terapeutica e supporto
psicologico – spiega Daniele Gori, dal 2016 infermiere della Comunità di Uzzo dove sono
attivi il progetto Eos e il progetto L’Approdo –. Una parte riguarda la somministrazione della
terapia farmacologica prescritta, dei farmaci sostitutivi per limitare i
sintomi dell’astinenza e altri aspetti come piccole medicazioni. Il tutto
sempre in contatto con il medico di medicina generale, per assistere i pazienti
anche in caso di altri problemi di salute e curare anche gli aspetti legati
alla salute fisica: spesso si presentano patologie legate alla
tossicodipendenza come epatite e ipertensione. E poi c’è il supporto
psicologico, fondamentale per aiutare la persona a seguire il programma e a
portarlo avanti. Uno degli aspetti principali è aiutare la persona a imparare a
prendersi cura di se stessa: molti si portano dietro problemi che non hanno mai
considerato fino a quel momento, perché non hanno mai avuto letteralmente cura
di sé. La difficoltà del curare la tossicodipendenza sta nel fatto che si
tratta un percorso che alcuni non affrontano in maniera corretta nonostante le
cure. Spesso all’inizio ti trovi davanti persone motivate ma che nel corso del
cammino si “perdono”; il difficile sta nel perseverare quando arrivano le
difficoltà e si presentano gli ostacoli. Però è un’esperienza che ti
arricchisce a livello umano; è stare a contatto con persone che hanno un
vissuto duro e difficile ma che comunque riescono sempre a insegnarti qualcosa:
impari a conoscerle e vivi le loro storie un po’ in prima persona, riuscendo a
cogliere aspetti che non immagineresti».

«A differenza degli altri che hanno un rapporto personale con il centro ed
espletano la propria attività all’interno delle singole strutture, io mi occupo
di tutto quello che riguarda il contatto con l’esterno – spiega Cira Russo, infermiera coordinatrice delle funzioni
amministrative e burocratiche, dell’approvvigionamento farmaci, del carico
farmaci sostitutivi agli stupefacenti-. Questo significa, per tutte
le ottanta persone presenti nei cinque centri che fanno parte della
cooperativa, coordinare tutte le attività legate all’ambito sanitario che non
possono essere fatte all’interno delle strutture. Si va dalla gestione degli
appuntamenti presi tramite Cup alla relazione con le farmacie per
l’approvvigionamento dei farmaci, dai contatti con il medico di base che
prescrive la ricetta del farmaco alla restituzione degli esami clinici,
passando dalla prenotazione delle sedute di fisioterapia, degli esami ematici e
vis dicendo. Ovviamente c’è anche la cura del rapporto con il SerD e
l’approvvigionamento del metadone e dei farmaci sostitutivi. Poi c’è la parte
amministrativa, con la gestione delle esenzioni e dei redditi. In sintesi, i colleghi
che sono presenti in struttura curano i pazienti dal punto di vista
terapeutico-personale; io invece mi occupo di coordinare tutta quella rete
esterna di servizi necessari agli utenti che è parte integrante del loro
processo di cura».

«La comunità di Corso Amendola vista dagli altri centri è un po’ come il traguardo di una lunga maratona – spiega Arianna Michi, infermiera della Comunità Corso Amendola di Pistoia, dove è attivo il progetto Restart –. Solo quando l’utente vi entra capisce che è un nuovo, complicato, punto di partenza. La finalità principale è quella di accompagnare i nostri utenti in un percorso di riadattamento alla vita di ogni giorno. Questi ritornano progressivamente a vivere la città e il mondo reale per tornare ad avere una propria indipendenza e sapere affrontare le difficoltà esterne che possono ripresentarsi. Vengono inoltre sostenuti nella ricerca di un’attività lavorativa, del mantenimento di hobby, attività sportive e commissioni che dovranno effettuare nel loro futuro. Nel nostro ruolo specifico, oltre alla preparazione e a un’educazione alla giusta assunzione della terapia farmacologica e/o dei farmaci sostitutivi prescritta, in questo centro gli utenti vengono aiutati attraverso il lavoro di equipe, con la finalità che un domani, quando avranno terminato il programma, siano pienamente autonomi nella gestione della loro vita nell’aspetto sanitario e nella cura di sé. Ad oggi non è semplice per un infermiere adattarsi a un ruolo complesso come quello che ha nelle comunità di recupero. Il percorso formativo a livello universitario non è molto esaustivo e non riesce a preparare la nostra figura nel migliore dei modi; conciliare la tua professione con quella di educatori, psicologi, psicoterapeuti e psichiatri non è banale. Delle dipendenze non si parla mai abbastanza e, purtroppo, i pregiudizi sono all’ordine del giorno, anche se noi cerchiamo di fare del nostro meglio».

Redazione Nurse Times

L’articolo Gli infermieri nelle comunità di recupero: a contatto con le dipendenze scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.