Riceviamo e pubblichiamo la lettera firmata di una giovane infermiera che si rivolge al Presidente del Consiglio dei ministri.

Gentilissimo presidente Draghi,Mi chiamo Sara e ho trentatrè anni. Dopo aver conseguito i miei studi e aver raggiunto la laurea ho iniziato a lavorare come libera professionista. Ho pagato le mie tasse, proseguito nelle ambizioni e così ho tentato un concorso pubblico. Dal 2020 sono dunque una dipendente pubblica che lavora per lo Stato e svolge una professione che sembra banale, ma banale non è.

Fino a qui si potrebbe dire che, rispetto a tanti miei coetanei che vivono in costante precariato, la mia vita sia una vita a tratti invidiabile. E arrivo dunque al punto.Sono un’infermiera di terapia intensiva.Ogni giorno in cui vado a lavoro (circa 25 giorni al mese, se non di più, festivi inclusi) mi occupo di una quantità di cose incredibili e con delle responsabilità che pochi vorrebbero.

Mi occupo di verificare che i miei pazienti instabili ventilino, che i tubi endotracheali o le cannule tracheotomiche siano ben posizionati, pervi e cuffiati, interpreto il ventilatore per capire se la ventilazione è adeguata.

Interpreto i valori a monitor per comprendere se qualcosa di infausto si sta verificando, infondo farmaci altamente pericolosi che aiutano a supportare le funzioni vitali. Mi occupo di verificare che questi farmaci siano adeguatamente diluiti e che non abbiano interazioni tra di loro, mi accerto di preservare la sterilità dei presidi per ridurre il rischio infettivo.

Mi occupo delle urgenze, valuto gli accessi vascolari per verificare che siano in sede e non infetti. Sostituisco i presidi secondo protocollo. Sostituisco cateteri di varia natura. Faccio richieste sangue e controllo sangue. Controllo mille volte ogni piccola cosa in modo che gli eventi infausti capitino il meno possibile. Mi occupo di star accanto ai parenti. Aiuto i pazienti di rianimazione a riprendere le loro autonome funzionalità una volta diventati stabili. Collaboro e assisto diversi specialisti. Mi formo.

Nell’assistere pazienti Covid ho passato ore senza bere, senza andare in bagno e mettendo da parte la mia salute per quella degli altri. Sono stata trattata da untrice. E tanto altro. Amo il mio lavoro, ma il mio stipendio è di 1500 euro, più o meno come quello di tante altre categorie operaie che non hanno questo tipo di responsabilità.E mi sento male, perché non mi sento minimamente riconosciuta per ciò che svolgo. Amare il proprio lavoro dovrebbe esser un piacere di tutti, mai una scusa per non retribuire adeguatamente il servizio svolto. Diverse volte mi son sentita così demoralizzata da pensare di cambiare strada e altre volte ho anche pensato di non aver via d’uscita e di aver buttato all’aria la mia vita.

Tornassi indietro forse studierei altro.

Questo è ciò che penso e che purtroppo tanti giovani nella mia stessa situazione condividono.Provo a scriverle, provo a dirle che abbiamo un problema e a proporle di immaginare uno scenario futuro senza infermieri. Perché temo che, come si è verificato per i medici di area critica, questo è ciò che avverrà se non ci sarà riconosciuta a livello economico un’adeguata retribuzione per il lavoro che svolgiamo.Mi duole doverlo scrivere e mi duole ancora di più dover arrivare a chiedere allo Stato di non darci più per scontati.

Sara F.
L’articolo “Gentile Draghi, non considerate più gli infermieri come scontati” scritto da Dott. Simone Gussoni è online su Nurse Times.