Dopo un anno e mezzo di domiciliari, torna libero Carlo Mosca, ex primario dell’ospedale di Montichiari (Brescia). Contrariamente a quanto sostenuto da due testimoni, non avrebbe Propofol e Succinilcolina.

I giudici della Corte d’Assise di Brescia hanno assolto con formula piena il primario (sospeso) Carlo Mosca dall’accusa di omicidio volontario per le morti di due pazienti Covid, risalenti a marzo 2020. Respinta, dunque, la richiesta di condanna a 24 anni di reclusione avanzata dal pm Federica Ceschi. Basandosi sulle testimonianze di due infermieri, l’accusa sosteneva sosteneva che l’imputato, all’epoca dei fatti primario all’ospedale di Montichiari, avesse somministrato Propofol e Succinilcolina, “farmaci incompatibili con la vita”, che andrebbero utilizzati prima dell’intubazione, in quei casi mai eseguita.

Il processo si è giocato su pochi elementi accusatori. Oltre alle testimonianze dei due infermieri, ascoltati anche dalla Corte d’Assise ed entrati in contraddizione tra loro, la Procura ha prodotto un’intercettazione ambientale in cui a Mosca viene chiesto genericamente se avesse usato “quei farmaci”, e lui, in modo altrettanto generico, risponde: “Eh, sì”. Troppo poco, secondo la difesa, mentre l’accusa sosteneva che il medico, ai domiciliari dal gennaio scorso, si riferisse senza dubbio a Propofol e Succinilcolina.

“Sono sempre stato convinto dell’assoluzione, altrimenti non avrei chiesto il rito abbreviato”, ha commenta a caldo Mosca, che ha sempre parlato di complotto ai suoi danni. “Chiederò il risarcimento per questo anno e mezzo ai domiciliari. Adesso, però, non mi interessa l’aspetto economico, ma tornare al mio posto di lavoro, dove camminerò a testa alta, come ho sempre fatto”. Subito dopo la sentenza, sono stati tanti gli attestati di solidarietà arrivati al medico. “Ho persone che mi aspettano e che vogliono sapere quando ricomincio, per manifestare con degli striscioni. Sono farmacisti, medici di base, malati che ho curato. Questa è l’attesa della popolazione di Montichiari, Castenedolo e via dicendo”.

E su quanto ha sentito in aula in questi mesi: “Ho imparato che purtroppo non siamo tutti uguali e che i periti della pubblica accusa sono caduti in lacune madornali. Alunni del secondo anno dove insegno io (Università degli Studi di Brescia, ndr) che dicono che il paziente è ancora vivo e va massaggiato perché ha un pacemaker. Abbiamo detto tutto: il pacemaker non è spento ancora adesso. O fare l’autopsia dentro una bara e non su un tavolo autoptico. Ora mi sfogo: sono chiari segni di incapacità. E una persona, intanto, resta a casa sapendo queste cose, dopo aver studiato una vita”.

Quanto ai due infermieri la Corte d’assise ha disposto la trasmissione degli atti in Procura per calunnia. “Mi sembra un atto dovuto – conclude Mosca -. Penso che il giudice abbia capito bene l’ambiente, il periodo storico e le motivazioni per cui questi infermieri si sono mossi. Erano gli ultimi due arrivati, spostati da un reparto all’altro. Posso comprendere la loro delusione, ma io dovevo svolgere il mio ruolo”.

Redazione Nurse Times

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