Persistendo nel tempo, diventa una malattia nella malattia. E come tale va curato.
Non soffrire è un diritto sancito dalla legge. In Italia, infatti, la Legge 38 del 2010 riconosce il diritto all’accesso al trattamento del dolore e alle cure palliative che rientrano nei Lea, i livelli essenziali di assistenza. Eppure c’è ancora tanto da fare per lenire le sofferenze di chi convive con il dolore cronico, intenso e persistente, perché a distanza di nove anni dall’attuazione della legge non tutti ricevono assistenza e trattamenti adeguati e manca ancora una vera cultura della terapia del dolore. Lo sa bene chi ha a che fare con mal di schiena, emicrania, endometriosi, fibromialgia, artrosi, nevralgie: tutte malattie caratterizzate dalla presenza di dolore cronico.
«Questa legge ha quasi dieci anni, e purtroppo in molte aree italiane non è ancora applicata, a danno soprattutto della salute fisica e psicologica dei pazienti», denuncia Giuliano De Carolis, presidente Federdolore-Sicd (Società italiana dei clinici del dolore) e anestesista dell’Azienda ospedaliera universitaria di Pisa. Spiega, perentorio: «Molti italiani non sanno che è un loro diritto essere curati per il dolore, ed è un obbligo di legge per il medico farlo. Tanto che, se la cura non viene fatta, si può intravedere il reato di omissione nell’applicazione dei dettami della legge». Gli addetti ai lavori che si confrontano sulla questione denunciano che in Italia il dolore è tuttora sottostimato e spesso non adeguatamente trattato, con evidenti ripercussioni sulla qualità di vita dei pazienti e con un notevole impatto sulla sostenibilità della spesa sanitaria e socioassistenziale.
«I cittadini – puntualizza Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva – lamentano mancanza di informazioni, servizi non attivati o funzionanti a singhiozzo, carenza di personale specializzato. E ancora eccesso di burocrazia, mancanza di interazione tra i servizi per la terapia del dolore e le cure palliative in ospedale e anche domicilio. Spesso le famiglie devono sostenere costi privati per accedere alle terapie più opportune e personalizzate contro il dolore, soprattutto nelle fasi terminali della malattia. E oltre al peso economico, grava spesso lo stigma, il vedere cioè sottovalutato, anche dal punto di vista psicologico e culturale, l’aspetto del dolore, come se questo fosse secondario rispetto alla malattia in sé. I cittadini avvertono ancora la sensazione che la sofferenza sia insita alla malattia e che come tale vada “sopportata”».
Il dolore, si sa, è una sensazione, sensoriale ed emotiva, ed è anche un meccanismo di difesa del nostro organismo, un campanello d’allarme che si attiva segnalandoci che qualcosa non va. Ma se il dolore acuto, quello cioè che compare all’improvviso, per esempio dopo un trauma, ha una durata limitata e sparisce una volta affrontata la causa che l’ha provocato, il dolore cronico, invece, è destinato a persistere nel tempo. E diventa così una malattia nella malattia. E come tale va curato.
«Con il trascorrere del tempo, per molti pazienti la situazione si fa difficile – spiega De Carolis – e, purtroppo, molti finiscono col rassegnarsi: il dolore viene sopportato o sottovalutato dal paziente in quasi un terzo dei casi, oppure curato con antidolorifici non specifici e, di conseguenza, non risolutivi. E dopo le prime cure, spesso sufficienti per la fase acuta, un paziente su quattro non riesce più a far fronte alla sofferenza, perché le cure non sono più efficaci. I tentativi di trovare nuove strade farmacologiche non hanno sempre successo, e il paziente stesso, scoraggiato, non crede più a soluzioni possibili».
È per tutti questi motivi che il consiglio è di rivolgersi agli specialisti dei centri di terapia del dolore (federdolore-sicd.it) e informarsi sulle iniziative del nuovo progetto di telemedicina, annunciato in occasione del Congresso nazionale Federdolore, nato con l’intento di offrire assistenza anche a distanza. Giusta attenzione al dolore, misurazione della sua intensità, registrazione nella cartella clinica e trattamento adeguato. E poi farmaci a disposizione anche a domicilio e, in caso di malattie allo stato terminale, ricovero nel luogo più idoneo. Sono questi alcuni dei diritti fondamentali che vanno assolutamente tutelati.
«Con la campagna “In-dolore” – conclude Gaudioso – abbiamo redatto una guida (è scaricabile dal sito www.cittadinanzattiva.it) con informazioni e consigli su che cosa fare e che cosa “pretendere”, a casa, dal medico di famiglia, nelle strutture sanitarie, per non soffrire inutilmente». E nei casi in cui si vede negato il proprio diritto «a non soffrite inutilmente», lo stesso Gaudioso invita a «segnalarlo alla direzione sanitaria e alla Asl di riferimento, oltre che alla sede più vicina del Tribunale per i diritti del malato». Perché non è vero che al dolore bisogna abituarsi e che sopportarlo vuol dire essere forti.
Redazione Nurse Times
Fonte: La Stampa
 
L’articolo Dolore cronico: combatterlo si può e si deve scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.