I consigli del pediatra Riccardo Bonifanti sulla gestione di una malattia che colpisce bambini e giovani adulti.

Il diabete di tipo 1 è una malattia cronica che colpisce bambini e giovani adulti, accompagnandoli per tutto il corso della vita. In particolare, insorge maggiormente tra i sei mesi e i 30 anni di età, con due picchi: intorno ai 5 anni; tra i 10 e i 12 anni, con lo sviluppo puberale. È pertanto importante che tutti gli attori della quotidianità siano preparati a supportarlo nella gestione della malattia, compresi coloro che opperano in ambito scolastico.

“All’inizio dell’anno scolastico – spiega il professor Riccardo Bonifanti, pediatra diabetologo dell’Irccs Ospedale San Raffaele – spetta alla famiglia informare il preside e gli insegnanti, consegnando loro un documento chiamato Piano individuale di trattamento diabetologico, contenente tutte le indicazioni su: tipo di terapia; valori glicemici di riferimento; dose di glucagone da somministrare in caso di necessità; numeri di telefono dei genitori e del Centro diabetologico che ha in cura il piccolo. Inoltre, tramite l’azienda sanitaria di riferimento, la famiglia deve fare richiesta del servizio infermieristico per poter predisporre giornalmente la visita di un infermiere esperto che si rechi a scuola per somministrare l’insulina ai bambini che sono ancora troppo piccoli per gestirsi in autonomia”.

Spesso, però, è il genitore stesso che preferisce recarsi a scuola per la somministrazione dell’insulina, scegliendo un istituto nelle vicinanze dell’abitazione o del luogo di lavoro. Per un’organizzazione ottimale dell’attività scolastica di un bambino diabetico è quindi necessaria la collaborazione di tutti gli attori coinvolti: genitori, personale scolastico e soggetti sanitari territoriali, ciascuno in relazione alle rispettive competenze e responsabilità, per garantire al bambino l’adeguata continuità terapeutica, durante l’orario scolastico.

A scuola, si dovrà quindi provvedere a: controllare la glicemia; somministrare l’insulina; gestire eventuali ipoglicemie; garantire la giusta alimentazione; garantire lo svolgimento in sicurezza delle attività ludico-sportive.

In particolare, lo scopo della misurazione della glicemia è quello di fornire informazioni precise dei livelli di zucchero del sangue in modo tale da calibrare la somministrazione di insulina in base all’effettivo bisogno, 15 minuti prima dei pasti mediante iniezioni multiple o pompe a infusione continua.

“Fortunatamente molte cose sono cambiate in meglio grazie alla tecnologia che oggi viene in aiuto ai genitori – dice Bonfanti –. A tutti i bambini in età prescolare o fino ai sette-otto anni, infatti, viene oggi proposto un sistema tecnologico per l’effettuazione della terapia formato da un microinfusore e un sensore continuo della glicemia che, il più delle volte, interagiscono tra di loro: i microinfusori hanno al loro interno degli algoritmi di comportamento che sono in grado di determinare, se necessario, un aumento o riduzione della somministrazione di insulina e predispongono boli di correzione automatica”.

I sensori misurano la glicemia ogni tre minuti, rendendo possibile ai genitori del bambino, grazie ad apposite app da installare sul telefonino, monitorare a distanza l’andamento delle glicemie, e tenendoli aggiornati insieme all’insegnante presente in aula. È comunque fondamentale che il bambino porti sempre con sé un kit di emergenza contenente: la siringa o la penna per l’erogazione dell’insulina; lo zucchero per contenere eventuali ipoglicemie.

Tra le complicanze, spiccanio l’ipoglicemia, anche nella sua forma più grave, e l’iperglicemia, L’ipoglicemia si verifica quando i valori di zucchero nel sangue sono troppo bassi ed è di solito preceduta da alcuni sintomi: difficoltà di concentrazione; fame; tremore; sonnolenza; irritabilità; pallore; sudorazione; crisi di pianto; difficoltà di coordinamento; annebbiamento della vista. Per innalzare il livello di glucosio nel sangue va consumato dello zucchero o delle bevande contenenti zucchero.

“I sistemi tecnologici già citati hanno allarmi di soglia e predittivi e permettono di segnalare un’eventuale ipoglicemia, facendo sì che il genitore possa telefonare all’insegnante avvisandolo di dare al bambino una caramella o un succo di frutta”, afferma Bonfanti.

L’ipoglicemia non va sottovalutata: la sintomatologia potrebbe peggiorare portando, se non corretta per qualche ora, a convulsioni, perdita di conoscenza, fino al coma. Bonfanti puntualizza: “È importante sottolineare che l’evoluzione negativa di un’ipoglicemia è legata al tempo di esposizione e non all’abbassamento dei valori di per sé”.

In caso di grave ipoglicemia, quindi, con perdita dei sensi o coma diabetico, risulta ovviamente impossibile dare da mangiare al bambino per innalzare i suoi livelli glicemici. In questi casi entra in gioco il glucagone, un importante farmaco in grado di ristabilire il livello di zuccheri nel sangue permettendo entro cinque-dieci minuti un innalzamento della glicemia con ripresa della coscienza e, quindi, la possibilità di poter nuovamente dare al bambino liquidi o cibi zuccherati.

L’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha approvato la completa rimborsabilità (fascia A) del glucagone spray nasale, rendendo possibile una somministrazione alternativa all’iniezione intramusolare, con effetto identico e senza la necessità di particolare preparazione: “Può essere somministrato a dose intera a partire dai quattro anni e richiede una normale conservazione, anche nello zainetto del bambino”, spiega Bonfanti.

L’iperglicemia, al contrario, si riscontra quando i valori di zucchero nel sangue sono troppo alti. Può verificarsi: dopo un pasto troppo sostanzioso; con l’assunzione di una quantità insufficiente di insulina.

In condizione di grave iperglicemia prolungata, ad esempio superiore a 300mg/dl per più ore, il bambino: può apparire debole o assonnato e irritabile; può manifestare sete eccessiva; presenta il bisogno di urinare frequentemente. In questo caso, va contattata la famiglia per un’eventuale dose extra di insulina.

Redazione Nurse Times

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