I ritardi nella definitiva approvazione rischiano di costare la vita a molte persone.

A quasi due anni dal primo via libera si sono perse le tracce della legge sull’uso e sulla diffusione dei defibrillatori, approvata con voto unanime alla Camera nel luglio 2019 alla Camera e poi approdata in Commissione Igiene e sanità al Senato in sede deliberante. Per sbloccarla definitivamente servirebbero i pareri del Mef e del ministero della Salute, che però tardano ad arrivare. Un rtitardo che rischia di costare molto in termini di vite umane.

Il Ddl 1441 (“Disposizioni in materia di utilizzo dei defibrillatori semiautomatici e automatici in ambiente extraospedaliero”) definisce il programma pluriennale per favorire la progressiva diffusione e l’utilizzazione dei Dae nei luoghi e sui mezzi di trasporto, con priorità per le scuole di ogni ordine e grado e per le università. Inoltre sancisce la non punibilità per chi usa il defibrillatore senza essere specificamente formato, in base all’articolo 54 del Codice penale. E prevede che le centrali operative territorialmente competenti del 118 siano a conoscenza del posizionamento dei Dae sul territorio per aiutare il primo soccorso.

«Il parere del Mef c’era già stato nel corso dell’esame alla Camera – spiega Leda Volpi, medico e deputata (ex M5S, ora al Gruppo Misto), interpellata da Sanità Informazione –. L’iter sembrava destinato a essere spedito, ma la situazione si è arenata. In base alle informazioni raccolte, il Mef avrebbe inviato una richiesta di precisazioni tecniche al ministero della Salute. Precisazioni mai fornite, nonostante i solleciti. Mi sembra vergognoso, è una legge che gli addetti ai lavori e chi si occupa di primo soccorso aspettano da anni».

Un ritardo non spiegabile nemmeno ipotizzando il problema dei costi, dato che la legge non obbliga, ma favorisce la diffusione dei defibrillatori delle PA con più di 15 dipendenti aperte al pubblico. «Ogni anno in Italia muoiono 60mila persone di tutte le età per arresto cardiaco, e nel 2020 questi decessi sono più che raddoppiati – continua Volpi –. Noi per i 90-100mila morti all’anno di Covid abbiamo giustamente stanziato tantissime risorse. Rendiamoci conto, però, che qui si parla di 60mila morti ogni anno, e gli esperti dicono che il 40% delle vittime si potrebbero salvare con defibrillatori a portata di mano».

Qualcosa, però, sembra muoversi. Con la nota n. 7144 del 25 marzo il ministero dell’Istruzione dà via libera all’assegnazione e all’erogazione delle risorse finanziarie per l’acquisito di defibrillatori nelle scuole. E nel caso in cui la scuola ne sia già dotata, i soldi potranno essere investiti in formazione specifica per il loro utilizzo.

«Agire tempestivamente aiuta a salvare molte vite: quando interviene personale non sanitario con un defibrillatore si salva il 50% dei casi di arresto cardiaco», spiega Daniela Aschieri, direttore di Cardiologia e riabilitazione cardiologica dell’ospedale di Castel San Giovanni, alle porte di Piacenza, nonché animatrice del Progetto Vita, che da oltre vent’anni lavora in attività di sensibilizzazione sull’installazione di defibrillatori nel Piacentino. Sul sito dell’associazione campeggia un banner con i numeri: 1.068 defibrillatori installati, 57mila volontari addestrati, 128 persone soccorse grazie al progetto.

«Data la lentezza del sistema di soccorso dovuta ai fisiologici tempi di arrivo delle ambulanze – prosegue Aschieri –, avere un defibrillatore nelle vicinanze garantisce una maggior percentuale di sopravvivenza. A Piacenza, negli impianti sportivi dove i defibrillatori erano presenti, abbiamo dimostrato che si salva il 93% degli sportivi in arresto cardiaco. Dovrebbero essere presenti con la stessa capillarità degli estintori».

Sempre Aschieri illustra a Sanità Informazione come funziona un defibrillatore: «È uno strumento che ha la capacità di riconoscere, attraverso i due elettrodi che vengono posizionati sul torace, la presenza o meno di una aritmia chiamata fibrillazione ventricolare, causa del 70-80% dei casi di arresto cardiaco. Una volta riconosciuta questa aritmia, il defibrillatore si predispone a erogare uno shock elettrico che permette di interrompere l’aritmia stessa. In pratica, è la tecnologia dei defibrillatori impiantati che mettiamo sotto cute ai pazienti che hanno già avuto o che sono a rischio di avere un arresto cardiaco. Quella tecnologia, che fa funzionare in automatico il defibrillatore interno, è stata ‘esportata’ nei defibrillatori semiautomatici o automatici esterni».

E sul problema della responsabilità in caso di uso improprio: «Si parla poco del fatto che il defibrillatore non può fare danno, perché eroga lo shock elettrico esclusivamente se riconosce la fibrillazione ventricolare. Il margine di errore è praticamente pari a zero. La legge del 2001 che obbliga ad aver fatto un corso per poterlo usare è in realtà una legge obsoleta. Per questo auspichiamo che il Ddl all’esame del Senato sia presto approvato».

A Piacenza c’è un defibrillatore ogni 300 abitanti, in dotazione presso piazze, impianti sportivi e anche sulle pattuglie delle forze dell’ordine. Il rapporto costo-benefici, realizzato da Progetto Vita, è di otto defibrillatori per salvare una vita, con un costo complessivo di 8mila euro (ipotizzando un costo di mille euro l’uno). «Un costo molto più basso di quello di una dialisi», precisa Aschieri.

Anche a Torino e nel Piemonte c’è chi da anni lavora per salvare vite umane con la cultura del primo soccorso e dell’uso dei defibrillatori. Si tratta dell’Associazione italiana cuore e rianimazione “Lorenzo Greco onlus”, che prende il nome da uno sfortunato ragazzo di 12 anni morto 2014 a Torino per arresto cardiaco. Instancabile la sua attività di formazione e sensibilizzazione nelle scuole, con oltre 18mila studenti informati sui rischi cardiovascolari e più di 500 defibrillatori installati, soprattutto in Piemonte, ma anche in altre regioni, come Liguria e Sicilia. Ha contribuito anche alla cardioprotezione della metropolitana di Torino, la prima in Italia, nel 2015.

«Siamo delusi dalla lentezza dell’iter legislativo della legge sui defibrillatori, soprattutto perché l’andamento faceva sperare in un rapido iter di approvazione – spiega il presidente Marcello Segre –. Senza una legge che sancisca la liberalizzazione dell’uso del defibrillatore e cominci a far ragionare un Paese sulle loro importanza e diffusione, non si va lontano. La legge in discussione, peraltro, non obbliga all’installazione, ma favorisce un’importante sensibilizzazione. È una legge di civiltà che c’è già in 14 Paesi europei. Pensiamo agli incendi: ogni anno muoiono 150 persone, e per prevenirli c’è un estintore ogni 30 metri. Per arresto cardiaco muoiono ogni anno 60mila persone, e si fa troppo poco».

Aggiunge Segre: «Alla politica chiediamo di fare presto. Ogni minuto che passa senza un massaggio cardiaco, la probabilità di sopravvivere cala del 10%. Il defibrillatore serve a far ripartire autonomamente il cuore in fibrillazione ventricolare. Fondamentali sono i primi cinque minuti: dopo iniziano i danni cerebrali. Oggi la sopravvivenza a un arresto cardiaco è del 5%, ma pensiamo che si possa aumentare di un 30-40%. Fare cultura è fondamentale. Non basta dire: ‘abbiamo cardioprotetto’. Serve informare la popolazione, promuovere incontri. Altrimenti rimane un monumento alle intenzioni. Poi serve la manutenzione dei defibrillatori, ma al momento non c’è una norma».

Redazione Nurse Times

Fonte: Sanità Informazione

L’articolo Defibrillatori, che fine ha fatto la legge sull’uso in ambiente extraospedaliero? scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.