“La politica deve assumersi la responsabilità di dare risposte”, dice il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa. Il presidente Fnomceo, Filippo Anelli, annuncia che porrà la questione al ministro Speranza, mentre il Sindacato medici italiani (Smi) minaccia uno sciopero generale e dimissioni di massa. “Fa male constatare che una misura così importante sia stata bocciata per un mero, e direi misero, calcolo economico”, il commento del segretario generale Fimmg, Silvestro Scotti.

Durante la conversione in legge del Decreto legge 221/21 sulla proroga dello stato di emergenza è caduto in Senato il subemendamento sui ristori per le famiglie dei medici morti di Covid durante la pandemia (369 in totale), presentato della senatrice Maria Cristina Cantù, che prevedeva un contributo di 100mila euro per ciascuna famiglia. Dopo aver incassato il parere contrario della Commissione Bilancio, è stato ritirato durante la discussione in Aula e riformulato come Ordine del giorno accolto dal Governo.

Uno stop che ha generato grande delusione tra i camici bianchi, che lo considerano un atto di gratitudine negata, soprattutto verso i nuclei familiari monoreddito. “Credo che in questo la politica debba assumersi la responsabilità di dare delle risposte – dichiara il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa –. Quindi, al di là di quanto accaduto in Senato, ora inizierà un altro percorso alla Camera di conversione per un altro decreto, che seguirò io, come Governo. Confido di contribuire a dare una risposta positiva a queste famiglie”.

Amaro il commento di Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo): “Dispiace che non si siano trovati i fondi per dare un ristoro, anche simbolico, oltre che economico, alle famiglie di questi colleghi, medici di famiglia, liberi professionisti, specialisti ambulatoriali, odontoiatri. Famiglie che, in molti casi, non solo hanno subito una perdita umana, ma sono anche rimaste prive dell’unica fonte di sostentamento, vedendosi negare gli indennizzi Inail”.

Sì, perché oltre la metà dei medici deceduti “sono medici di base, o comunque non dipendenti del Sistema sanitario nazionale, e le loro famiglie non sono dunque indennizzabili da parte dell’Inail in virtù di un regime assicurativo diverso, mentre le famiglie dei medici dipendenti dal Ssn potrebbero ricevere un ristoro Inail, sia pure a fronte di procedure complesse”.

Nell’annunciare che porrà la questione al ministro della Salute, Roberto Speranza, e ai presidenti delle Commissioni Sanità e Affari sociali affinchè l’emendamento bocciato in Senato sia riproposto in un altro contesto, Anelli aggiunge: “I medici che hanno perso la vita, soprattutto nelle prime fasi della pandemia, quando hanno combattuto a mani nude contro il virus, in un contesto in cui mancavano mascherine, guanti, i più elementari dispositivi di protezione, lo hanno fatto per i loro pazienti. È giusto che ora il Paese riconosca il loro sacrificio e provveda a quanti sono rimasti a ricordarli, sopportando situazioni economiche anche drammatiche”.

Laconico il commento di Alberto Oliveti, presidente dell’Enpam, la cassa previdenziale professionale cui sono iscritti oltre 370mila medici e odontoiatri attivi e circa 125mila pensionati: “Siamo passati dagli applausi all’oblio”. Minaccia invece uno sciopero generale e dimissioni di massa il Sindacato medici italiani (Smi). “Questa – afferma il segretario Pina Onotri – è una pagina nera per la politica italiana e per l’Italia. È una vergogna”.

Il no al subemendamento sul ristoro alle famiglie dei medici morti di Covid “è uno schiaffo alla memoria dei medici, molti dei quali della medicina generale, che hanno sacrificato le proprie vite pur di curare i propri assistiti in un momento drammatico”, dice Silvestro Scotti, segretario generale Federazione italiana medici di medicina gemerale (Fimmg).

E aggiunge: “Fa male constatare che una misura così importante sia stata bocciata per un mero, e direi misero, calcolo economico. Anche se oggi il Covid fa meno paura, dovremmo ricordare che i medici caduti nel corso della prima ondata sono gli stessi che tutti osannavano come eroi. Un appellativo che nessun collega ha mai inseguito né voluto, ma che ora suona quasi come una beffa per i figli, le mogli e i mariti che non potranno più abbracciare i loro cari. Riteniamo pertanto che chi di dovere debba allargare le sue vedute, rifare i conti e trovare le risorse necessarie per un indennizzo, anche solo per equiparare queste famiglie, nei diritti, a quelle di chiunque altro sia deceduto al servizio delle Stato, per terrorismo o per mafia. Perché la violenza di tutti questi eventi non può che avere eguaglianza nella risposta di uno Stato che si voglia definire civile”.

Redazione Nurse Times

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