A ribadire il concetto è Anna Franca Cavaliere, direttore dell’Unità operativa complessa di Ginecologia e ostetricia dell’Ospedale Santo Stefano di Prato e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

“I dati pubblicati di cui abbiamo conoscenza dicono che, nel mondo, sono ben oltre 100mila le donne in gravidanza che hanno ricevuto la vaccinazione contro Sars-Cov-2. Si tratta di dati riportati e in continua evoluzione, che crescono perché la raccomandazione per cui una donna in gravidanza possa ricevere la vaccinazione contro il Covid trova accettazione e concordanza di opinioni scientifiche tra tutti coloro che si occupano di gravidanza e anche di vaccinologia”. A riportare i dati sulle vaccinazioni effettuate per proteggere le donne in gravidanza dal Covid-19 è Anna Franca Cavaliere (foto), direttore dell’Unità operativa complessa di Ginecologia e ostetricia dell’Ospedale Santo Stefano di Prato – Usl Toscana Centro e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, intervistata dall’agenzia Dire.

Nel corso delle prime sperimentazioni sui vaccini, le donne in gravidanza non sono state inserite nei trial clinici di terza fase. “Tuttavia – ha chiarito l’esperta – sono state riportate somministrazioni di vaccino in donne che al momento della somministrazione non sapevano di essere in gravidanza, e che quindi erano nelle prime fasi della gestazione. Sono state delle cosiddette somministrazioni inavvertite e non hanno mostrato, ai controlli successivi, nessun effetto teratogeno, cioè malformazioni del feto. Poiché la teratologia è una scienza e si basa anche su dei principi, tutte le società scientifiche hanno stabilito che non c’era criterio per considerare che il vaccino a mRNA potesse interferire sul Dna perché non comanda su di esso. D’altro canto, i vaccini a vettore adenovirale erano già stati utilizzati in gravidanza senza problemi e questo dava già di per sé una rassicurazione. Ma il secondo motivo per cui le donne in gravidanza sono ritenute una categoria che dovrebbe ricevere la vaccinazione è che, in caso di infezione da Covid, corrono maggiori rischi di complicanze”.

Riguardo alla vaccinazione nelle prime fasi della gravidanza: “Inizialmente si è andati molto cauti nella somministrazione per via delle segnalazioni di iperpiressia (febbre alta che persiste per più giorni). Poiché si sa che l’iperpiressia è un teratogeno e può costituire un fattore di rischio malformativo del feto o addirittura di aborto, ha spinto a un atteggiamento prudenziale. Questa prudenza in alcuni Paesi ha portato all’indicazione di somministrare paracetamolo in via preventiva. In altri casi, ha prodotto l’indicazione di evitare la somministrazione del vaccino nel primo trimestre di gravidanza. Tuttavia il rischio di forti rialzi febbrili è la ragione per cui viene consigliata la vaccinazione antinfluenzale alle donne in gravidanza. Quindi il medico deve considerare se il basso rischio di eventuale febbre alta dovuta alla vaccinazione sia inferiore a quello di complicanze nel caso in cui la donna in gravidanza lasciata senza copertura vaccinale contragga il virus. Inoltre la vaccinazione della madre a partire dal secondo trimestre produce una immunizzazione passiva del neonato, una copertura anticorpale che dura per un tempo limitato ma che comunque lo protegge”.

E ancora: “Per tutte queste ragioni le società scientifiche nazionali e internazionali si stanno muovendo in maniera molto decisa per la richiesta di includere le donne in gravidanza come categoria prioritaria, il che richiede l’emanazione di un protocollo chiaro su come muoversi. Al contempo, le stesse società scientifiche continuano a offrire webinar formativi su questo tema, rivolti a chi si occupa della salute delle donne per dare quante più informazioni possibili. Ad esempio, una indicazione che dovrebbe esser presa in forte considerazione è che la donna in gravidanza debba effettuare la vaccinazione nel punto nascita, perché inviarla ai centri vaccinali può creare più resistenze”.

Infine: “Le donne in gravidanza hanno una immuno-modulazione diversa dalle donne non in gravidanza e questa modulazione cambia da un trimestre all’altro. Per questo noi medici dobbiamo proteggere la donna, la placenta e il bambino perché con ogni azione che facciamo li proteggiamo o li esponiamo a un rischio. Il tempo che trascorriamo con le future mamme per spiegare loro tutto questo è tempo prezioso che regaliamo alla vita nascente e alla sua salute. Per questo, anche rispetto alla vaccinazione anti-Covid, noi professionisti dobbiamo farci carico di seguire la donna e non lasciarla sola a cercare la struttura dove effettuare la vaccinazione. Il vaccino è una garanzia che le donne possano vivere serenamente la gravidanza e l’esperienza del parto, perché il ricovero per Covid, fino all’estremo del ricovero in terapia intensiva, durante la gravidanza è un’esperienza molto brutta”.

Redazione Nurse Times

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