Stimolata dalle immagini forti che arrivano dal subcontiunente, molti Paesi hanno cominciato a inviare aiuti. Polemiche per la decisione di non fermare il cricket.

In India l’epidemia di coronavirus è fuori controllo. I forni crematori lavorano 24 ore su 24 e i cadaveri sono bruciati in strade su pire improvvisate, per le quali sta cominciando a scarseggiare la legna. Nel giro di poche settimane il virus ha moltiplicato a dismisura il tasso di positività, facendo registrare numeri da record e provocando un collasso sanitario degli ospedali delle regioni più colpite, come Nuova Delhi o il Maharashtra occidentale. 

Diversi Paesi hanno bloccato gli arrivi dal subcontinente indiano, ormai epicentro globale della pandemia con un totale di oltre 17,6 milioni di casi e quasi 200mila decessi. Al contempo sono cominciati ad arrivare i primi aiuti internazionali: all’aeroporto di New Delhi sono stati scaricati i ventilatori e i concentratori di ossigeno spediti dal Regno Unito, le prime forniture mediche di emergenza ad arrivare nel Paese. Da Downing Street, però, hanno fatto sapere di non avere vaccini extra da condividere con l’ex colonia britannica, essendo concentrati al momento sulla campagna di immunizzazione nazionale.

Anche gli Stati Uniti si sono impegnati a fornire aiuti di emergenza, tra l’altro anche le materie prime necessarie per la produzione di vaccini, oltre a dispositivi di protezione, test diagnostici rapidi e persino respiratori. Washington sta anche studiando la possibilità di inviare rifornimenti di ossigeno. E il ministro della Salute spagnolo, Arancha Gonzalez Laya, ha annunciato l’invio di 7 tonnellate di attrezzature mediche, sottolineando che “nessuno sarà al sicuro finché non lo saremo tutti”.

Secondo fonti governative, il premier indiano Narendra Modi sta facendo forti pressioni per accaparrarsi la quota maggiore delle 60 milioni di dosi di AstraZeneca che gli Usa intendono mettere a disposizione dei Paesi più bisognosi a livello mondiale. I primi 10 milioni potrebbero ricevere il via libera per l’esportazione “nelle prossime settimane” e il resto a giugno, ha riferito la Casa Bianca. Tarik Jasarevic, portavoce dell’Oms, ha denunciato come “parte del problema” il fatto che in India “molti corrono in ospedale (anche perché non hanno accesso a informazioni)”, senza che ce ne sia reale motivo, esacerbando l’emergenza.

L’esercito è stato chiamato a collaborare per far fronte all’epidemia, dopo che il capo di Stato maggiore della difesa, il generale Bipin Rawat, ha parlato ieri con Modi. A New Delhi, una delle città più colpite, la polizia di frontiera indo-tibetana ha riaperto un ospedale da campo che era stato allestito durante la prima ondata lo scorso anno.

La Jsw Steel Ltd, una delle grandi aziende siderurgiche indiane, sta tagliando la produzione di acciaio per aumentare le forniture di ossigeno liquido, utilizzato negli altiforni, da mettere a disposizione delle autorità sanitarie. L’obiettivo è arrivare a più di 900 tonnellate al giorno entro la fine di aprile e a più di 20 mila tonnellate per l’intero mese. Anche Tata Steel Ltd. e Jindal Steel & Power Ltd. hanno fornito ossigeno per scopi medici nelle ultime settimane.

In questa situazione sta scatenando un’ondata di polemiche la decisione di non interrompere l’Indian Premier League, il torneo di cricket più ricco del mondo e la sesta competizione sportiva per valore economico dopo football americano e calcio europeo. Nel 2019 era stato traslocato negli Emirati Arabi per l’emergenza Covid, ma quest’anno gli organizzatori lo hanno confermato in sei località indiane, sia pure a porte chiuse, con bolle bio-sicure e regole rigorose sulla quarantena.

In questa 14esima edizione sono già state disputate una ventina di partite e si va avanti, con la finale prevista per il 30 maggio ad Ahmedabad. Qualche giocatore, però, ha già scelto autonomamente di lasciare il torneo, come gli australiani Adam Zampa, Kane Richardson e Andrew Tye, o la stella indiana dei Delhi Capitals, Ravi Ashwin.

Redazione Nurse Times

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