Sdoganati i farmaci antinfiammatori, che sono immediatamente utilizzati. No al cortisone nelle fasi iniziali della malattia.

Cambia il protocollo varato lo scorso novembre dall’Istituto Mario Negri per le terapie domiciliari dei pazienti Covid: niente più tachipirina, ma aspirina associata all’Aulin se ci sono anche dolori. Ai primi sintomi, dunque, occorre cominiare la terapia, perché la moltiplicazione del virus si avvia nei primi 7-10 giorni. In sostanza, con questo nuovo approccio alla terapia domiciliare, sono sdoganati i farmaci antinfiammatori, che vengono immediatamente utilizzati. Via libera anche al cortisone, ma solo nei casi più seri e non nelle fasi iniziali della malattia, come sottilinea Omceo Torino.  

La nuova procedura è stata presa in considerazione e avviata, per la prima volta, da circa 30 medici di famiglia (nei giorni scorsi la Simg ha pubblicato le linee guida per le cure domiciliari da Covid), i quali hanno avuto la possibilità di sperimentarlo su una platea di 500 pazienti. Sulla scia dei buoni risultati sarà presto pubblicato uno studio coordinato dall’Istituto di ricerca diretto da Giuseppe Remuzzi.

Nel dettaglio, sono stati messi a confronto gli esiti clinici di 90 pazienti positivi al Covid curati con il nuovo protocollo sperimentale con quelli di altri 90 pazienti trattati nella maniera utilizzata fino a oggi. Da precisare che i 180 positivi erano tra loro simili per età. Il nuovo metodo, per lo meno da ciò che traspare dai risultati, si legge sul Corriere.it, è efficace.

Il tempo di guarigione dai sintomi più gravi (febbre e dolori muscolari) è molto simile con entrambe le terapie: dai 14 ai 18 giorni. Un importante miglioramento è possibile trovarlo nel persistere dei sintomi più leggeri (perdita di gusto e olfatto o affaticamento), che con la nuova terapia persistono solo nel 23% dei pazienti contro il 73%.

Il grande punto a favore, però, lo troviamo sul tema dei ricoveri: con il nuovo trattamento solo due pazienti su novanta sono andati in ospedale, ossia il 2,2%, che è un numero nettamente inferiore rispetto ai 13 su 90, il 14,4%. Benefici anche da un punto di vista di costi, infatti, per i trattamenti ordinari, subintensivi e intensivi sono stati spesi 28mila euro contro i 296mila. Come si ricorderà, le cure domiciliari dei pazienti Covid hanno incontrato fin dall’inizio dell’epidemia più di un ostacolo, aggravato anche da una serie di problemi legali. E invece si stanno facendo strada nuove terapie proprio per evitare lunghi ricoveri, se non in casi più gravi.

L’altro fronte riguarda  uno studio, in fase di applicazione a Roma, con Interferone beta per curare nel luogo di residenza 60 pazienti Covid over 65 con sintomi non gravi. Lo studio, che ha ottenuto l’approvazione dell’Aifa, è stato promosso dall’Istituto di farmacologia traslazionale (Ift) del Cnr, disegnato in collaborazione con l’Istituto superiore di Sanità (Iss), ed è pronto ad arruolare pazienti sul territorio romano. La sperimentazione sarà svolta dall’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani”, che con l’Unità speciale di continuità assistenziale regionale (Uscar) monitorerà gli effetti.

«Gli interferoni – spiegano gli esperti – svolgono un ruolo essenziale nelle infezioni virali, agendo come un campanello di allarme. Diversi studi, alcuni dei quali condotti nei laboratori dell’Iss, hanno dimostrato che in aggiunta a un’attività antivirale diretta, che si esprime al meglio nelle prime fasi dell’infezione, l’interferone beta possiede anche spiccate proprietà immunomodulatorie, tra cui l’induzione di anticorpi e la stimolazione di risposte cellulari contro il virus».

Filippo Belardelli, uno dei promotori dello studio, sottolinea: «È noto che i soggetti anziani mostrano una fisiologica riduzione dei livelli di interferone, il che li rende più vulnerabili alle infezioni. Ed è oramai chiaro che gli interferoni hanno un ruolo chiave nel controllo delle fasi più precoci di replicazione del Coronavirus e nell’attivazione del sistema immune. Ed è proprio da qui che nasce il razionale dello studio, ovvero ripristinare nei pazienti anziani livelli ottimali di interferone nelle prime fasi dell’infezione».

Per quanto riguarda i farmaci da utilizzare, nell’indirizzo entrerebbero gli anticorpi monoclonali, fermo restando che saranno i medici di famiglia a individuare il target dei pazienti che possono avere accesso a questa terapia. L’infusione probabilmente sarà comunque eseguita in ospedale, e non a casa. Non dovrebbe esserci alcun cambiamento rispetto all’uso della tachipirina, e del cortisone nei pazienti sottoposti a ossigenoterapia.

Saranno sempre i medici di base a indicare, valutando soggetto per soggetto, se usare gli antinfiammatori. Il documento del ministero dovrebbe includere, è stato spiegato, anche alcune attività di diagnostica domiciliare, come l’ecografia polmonare e i prelievi di sangue. Esami di cui si occuperanno anche le Usca regionali. Infine anche gli infermieri dovrebbero fare ingresso in questa parte delle cure contro il Covid.

Redazione Nurse Times

Fonte: DottNet

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