Riceviamo e pubblichiamo un contributo a firma di Dario Porcaro (foto), vicepresidente dell’Ordine riminese.

La cronaca delle ultime ore ci dà notizia di un maxi sequestro di 4.3 tonnellate di cocaina conclusosi grazie a un’attenta attività investigativa delle nostre forze dell’ordine. Il cronista ci dice che il valore sul mercato allo spaccio è stimato in almeno 240 milioni di euro.

È pura coincidenza, ovviamente, ma una cifra molto simile a questa è quella stanziata dallo Stato a favore del rinnovo contrattuale per quel comparto che annovera al suo interno anche noi infermieri. E la metafora, allora, è sin troppo facile da proporre: il nostro rinnovo contrattuale equivale a 4.3 tonnellate di cocaina. Questa sostanza, come tutti sappiamo, serve a mistificare il contatto con la realtà, facendo illudere il consumatore di poter vivere all’interno di un delirio di onnipotenza, di “sentirsi” un dio, per poi risprofondare all’interno della propria inane quotidianità.

Tornando alla nostra realtà, questo rinnovo contrattuale, conclusa la fase di confronto, dovrà essere firmato, verosimilmente, da tutte le sigle sindacali (nel momento in cui sarà di fatto già scaduto), ma altro le risorse messe in campo non consentono. Pare però evidente che ai nostri politici piaccia così: governare il passato, perché già il presente si palesa troppo impegnativo; figuriamoci il futuro.

Non dobbiamo dimenticare, per quanto riguarda il passato, il D.lgs. 75/2017, art. 23, comma 2: “A decorrere dal 1° gennaio 2017 l’ammontare complessivo delle risorse destinate annualmente al trattamento accessorio del personale, anche di livello dirigenziale, delle amministrazioni pubbliche non può superare il corrispondente importo determinato per l’anno 2016”.

Quindi mi sembra di capire che è previsto per legge un tetto massimo, oltre il quale sarebbe illegale andare. I rinnovi contrattuali sono chiusi dentro una gabbia economica. Questo ha voluto il Parlamento, cioè i nostri rappresentanti, eletto da chi è andato a votare. Non potendo sottolineare la valenza economica del nuovo Ccnl, perché palesemente assente, se ne evidenziano le caratteristiche “culturali”. Si parla di “riclassificazione” del personale e di “incarichi” di bassa, media ed alta complessità. Le modalità attraverso le quali tutto questo dovrebbe prendere forma e concretizzarsi non sono state al momento esplicitate. Diciamo che si tratta della parte in fieri.

Altro elemento sul quale ci si può preoccupare, volendo, è che il nostro Governo intende tornare, dopo la pandemia, a un definanziamento del sistema sanità che era arrivato a toccare il 7.2% del Pil per recuperare un 6.2%. Quindi, se così fosse, un nuovo ritorno al passato. Parrebbe che il passato prossimo, ancora non del tutto concluso, non sia riuscito a lasciare alcun monito per il futuro. Il passato è di fatto la porzione temporale che si può gestire con maggiore facilità. Da questa premessa si evince con facilità che non esiste alcuna volontà politica di risolvere la questione infermieristica.

A seconda delle fonti, viene stimato in 60, 70 o 80mila unità il numero di infermieri mancanti all’appello strutturalmente. Il numero di iscritti all’università non copre il fabbisogno, quindi è acclarato che questa professione, per “povertà” di intenti, non è appetibile, non suscita interesse. Molte le responsabilità legate all’esercizio della professione, esigua la remunerazione economica (tra le più basse in riferimento alla media europea).

Direi che il ragionamento è sin troppo semplice. Esiste un riconoscimento economico delle specializzazioni infermieristiche adottabile a livello nazionale? No. Esiste un riconoscimento economico per quanto riguarda la figura infermieristica di esperto? No. Esiste una possibilità di carriera clinica sulla base della preparazione generalista? No. Perché, allora, si dovrebbero intraprendere tre anni di studi universitari, con l’aggiunta dei due previsti dalla magistrale? Per ottenere cosa? Nulla in più rispetto a un punto di partenza.

In questo tristissimo “gioco al passato”, si inserisce oggi però qualcosa di avveniristico: la figura del “super oss”, voluto dalla Regione Veneto con il placet del Coordinamento regionale Opi. All’incontro avvenuto a Pugnochiuso (FG), conclusosi lunedì scorso, momento di riflessione sul nuovo contratto in fase di discussione presso l’Aran, tutte le rappresentanze sindacali erano presenti, espresse ai massimi livelli nazionali. Nessun rappresentante si è sentito di spendere una sola parola a favore di questa scelta, e tutti hanno espresso il loro biasimo. Una pluralità di persone di differente estrazione politica e culturale: mi verrebbe da dire che non possono avere tutti torto.

Nelle nuove strutture sanitarie previste dal Pnrr alla Missione 6, che in buona parte saranno costruite grazie al denaro prestatoci dall’Unione Europea, rischiamo di sapere, ma non avere chi mettere al loro interno per farle funzionare. Perché questa prospettiva assistenziale era già stata scritta in passato sulla carta, ma non c’erano le risorse adeguate per la concretizzazione. Oggi le risorse per investimenti strutturali ci sono, ma non per l’adeguamento del personale. Il presente ci lascia quindi con un grande dubbio. È palese che, in assenza di una volontà politica che sappia stabilire una rotta, proseguiremo il nostro mandare il Ssn alla deriva, perché il futuro esige la conoscenza di un approdo sicuro, ma questa scelta pare al momento troppo impegnativa.

Concludo sull’assenza di una vera prospettiva futura, che tenga adeguatamente conto della preziosità e della conseguente fragilità del nostro Ssn. Perché le criticità sono evidenti, ieri come oggi. Non si dia poca importanza a quanto sta avvenendo nei nostri pronto soccorso, e non si pensi di poter mettere la solita pezza a copertura della scucitura. Ma la politica preferisce muoversi sulle solide acquisizioni di ciò che già ha evidenziato carenze in passato. Perché il passato non tradisce mai. E potranno sempre dirci: “Meglio di così non si poteva fare”.

Redazione Nurse Times

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