Sull’ex infermiera, assolta a sorpresa dall’accusa di omicidio e tornata in libertà, pesa la radiazione dall’albo.

Almeno fino al 2026 Daniela Poggiali non potrà tornare a fare l’infermiera. E’ divenuta definitiva a gennaio di quest’anno, infatti, la radiazione dall’albo professionale della 49enne (già licenziata dall’Ausl Romagna), disposta nel secondo semestre del 2017 e sospesa per via del ricorso. Da lì parte il conteggio dei cinque anni previsti prima di poter ripresentare domanda.

Ma attenzione, il provvedimento nulla ha a che vedere con le accuse di avere ucciso due pazienti, dalle quali la Poggiali è stata assolta lunedì, dopo otto distinti processi. Riguarda invece i due selfie che l’ex infermiera si scattò accanto a un cadavere all’ospedale di Lugo, imitando con una smorfia il volto di un’anziana appena deceduta. Quegli scatti furono trovati dagli inquirenti nel suo telefonino durante le indagini per fare luce sulla scia di morti ritenute sospette nel reparto di Medicina.

Era passato da poco l’8 aprile del 2014, giorno del decesso della paziente 78enne Rosa Calderoni. La direzione sanitaria mise in ferie forzate l’allora dipendente. Ormai indagata, l’infermiera fu perquisita dai carabinieri del Nucleo investigativo, che trovarono le due fotografie. Sono quelle che spingono l’Ausl a licenziarla. Materia da giudice del lavoro, che convalidò il licenziamento per le immagini choc. Poco più tardi la Poggiali sarebbe finita in carcere.

Passò in secondo piano la vertenza per riavere il posto, scalzata dalla necessità di difendersi dall’accusa di avere assassinato l’anziana con iniezioni letali di potassio, con il rischio (poi concretizzatosi in primo grado) dell’ergastolo. Così il licenziamento divenne definitivo. Durante il periodo di detenzione arrivò pure la radiazione dall’albo, sempre per le stesse fotografie. La Poggiali la impugnò davanti alla Commissione professioni sanitarie di Roma, che solo all’inizio di quest’anno ha respinto il ricorso.

Fino alle ultime settimane del 2020 la 49enne non risultava pertanto radiata. Tornata in libertà, avrebbe potuto lavorare per qualsiasi clinica privata o altra azienda sanitaria diversa dall’Ausl Romagna. E infatti pare avesse preso contatti per un colloquio di lavoro in un hospice del Ravennate. L’arresto, avvenuto la vigilia di Natale, dopo la condanna a 30 anni per il presunto omicidio del paziente Massimo Montanari (sentenza del 15 dicembre, ribaltata ora in appello), ha però mandato in fumo i propositi che ora, da donna libera, dichiara di voler riprendere in mano.

Resta fuori dai vari provvedimenti disciplinari la questione dei furti in corsia, perché giunta dopo una condanna definitiva a quattro anni e quattro mesi. Sul “curriculum” della 49enne pesa la sentenza per razzia di medicinali e ammanchi di denaro (somme tra i 10 e i 150 euro) da borse di pazienti ricoverati e parenti che li assistevano. Potrebbe essere proprio questo l’ostacolo per tornare a indossare il camice.

Sul punto Alex Zannoni, presidente di Opi Ravenna, è chiaro: “Nei confronti della signora Poggiali insiste un provvedimento disciplinare preso dall’ex collegio Ipasvi, dal 2018 divenuto Opi”. Qualora la donna ripresentasse domanda a tempo debito, “l’Ordine deciderà se accogliere o meno l’istanza, previa valutazione dei carichi pendenti della persona, ma anche esaminando la compatibilità della posizione con la tipologia di lavoro”.

E qui si potrebbe scontrare la condanna per i furti, considerato che “l’Ordine deve tutelare l’utenza, svolgendo un ruolo di garanzia delle prestazioni, del decoro e dell’immagine professionale”. La norma sulle radiazioni, infatti, ora è molto più severa, e prevede anche la radiazione a vita. Per la Poggiali è tuttavia antecedente. E senza il ricorso che l’ha “congelata” fino a gennaio, avrebbe potuto ripresentare domanda già l’autunno prossimo.

Redazione Nurse Times

Fonte: Corriere di Romagna

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