“Dopo sette anni, si può dire con assoluta certezza che non esistono uccisioni avvenute in passato o morti causate dall’imputata”, si legge nel dispositivo della pronuncia della Corte d’Assise d’Appello di Bologna, datata 25 ottobre 2021, che scagiona l’ex infermiera dell’ospedale di Lugo.

Nessuna manipolazione dei reperti da parte dell’imputata, mancanza di un movente plausibile, indici statistici sulla mortalità in corsia non riconducibili a specifiche condotte, ma soprattutto il metodo con cui era stata attribuita l’iniezione letale di potassio non è accettato in maniera unanime dalla comunità scientifica.

Sono queste, in sintesi, le motivazioni con le quali la Corte d’Assise d’Appello di Bologna ha spiegato l’assoluzione pronunciata il 25 ottobre scorso nei confronti di Daniela Poggiali, la 49enne ex infermiera accusata di avere ucciso l’8 aprile del 2014 all’ospedale Umberto I di Lugo (Ravenna) la paziente 78enne Rosa Calderoni a poche ore dal ricovero.

“Ora, dopo sette anni, si può dire con assoluta certezza che non esistono uccisioni avvenute in passato o morti causate dalla Poggiali”, scrive la Corte in un passaggio delle 253 pagine di sentenza. “Una vicenda processuale molto complessa – ha chiarito il presidente della Corte, nonché estensore della motivazioni Stefano Valenti, in pensione da fine 2021 -, che come tale espone a un serio rischio di disorientamento”.

Del resto si trattava del sesto grado di giudizio, una sorta di appello-ter. In primo grado la Corte d’Assise di Ravenna aveva condannato all’ergastolo l’imputata, poi assolta in altrettanti appelli a Bologna sconfessati da altrettante Cassazioni a Roma. “Se nel testo della relazione” il consulente tecnico della Procura “avesse avuto cura di chiarire meglio i confini, invero minimali, del consenso del suo metodo, si sarebbero probabilmente evitati i cinque gradi di giudizio e forse anche lo stesso rinvio a giudizio”. Così si legge nelle motivazioni.

Inoltre gli stessi autori dello studio “hanno fatto ricognizione dei loro errori, ammettendoli ed emendandoli con uno studio del 2020”. Tanto che se la consulenza fosse stata affidata ai medesimi esperti nel 2021, “il risultato sarebbe stato neutro”.

Quanto alle due foto che ritraggono l’ex infermiera sorridente e con i pollici alzati accanto a una paziente di 102 anni appena morta, si tratta di “condotta deprecabile, che evidenzia una personalità di bassa caratura morale e spirituale”. Sono cioè scatti “la cui esibizione ha sicuramente ma indebitamente impressionato i giurati”, ma non “valutabili come elemento di prova” o come indice di “personalità portata all’omicidio”.

E quanto alle statistiche che sin dall’inizio attribuivano alla Poggiali tassi di mortalità in corsia superiori di tre-cinque volte a quelli degli altri infermieri, esse avrebbero potuto avere “valore di input conoscitivo per orientare una articolata indagine”. Ma ciò “fu compromesso dalla frettolosa e maldestra sovrapposizione della iniziativa inquisitoria e repressiva adottata dai vertici Asl, pur a fronte di un sospetto omicidio, e quindi indebitamente”.

A questo punto la Procura generale di Bologna dovrà decidere se impugnare o meno per la terza volta in Cassazione. Nel caso del 94enne Massimo Montanari, un precedente paziente deceduto in ospedale a Lugo il 12 marzo 2014, non c’era stata impugnazione: la 49enne era stata assolta sempre il 25 ottobre scorso a fronte di una condanna in primo grado in abbreviato a 30 anni, con conseguente giudicato sulla custodia cautelare in carcere.

Redazione Nurse Times

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