Aumentano gli infermieri e diminuiscono i morti. Il rapporto minimo accettabile all’interno di un ambiente di cura, quale un ospedale, è di minimo 1 infermiere per ogni 4 pazienti. Eppure, in Italia c’è in media 1 infermiere ogni 11 pazienti. A confermarlo, ancora, è un studio pubblicato su Lancet.

La ricerca è stata condotta in 55 ospedali australiani. Lo studio dimostra che, quando sono in numero sufficiente, gli infermieri fanno la differenza.

Il rapporto di 1 infermiere su 4 pazienti si traduce in un calo del 7% delle probabilità di morte o riammissione e in una riduzione del 3% della degenza ospedaliera. Insomma, con un numero di infermieri adeguato i pazienti vengono curati meglio. 

L’indagine ha coinvolto 400mila pazienti e 17mila infermieri di 27 ospedali dove a partire dal 2016 c’era stato un incremento del numero degli infermieri per arrivare a un rapporto minimo di 1 a 4 durante i turni di giorno e di 1 a 7 durante i turni di notte.  I dati sono stati confrontati con quelli di 28 ospedali rimasti con un numero più basso di infermieri per paziente (1 ogni 6). I ricercatori, spiega healthdesk.it, hanno calcolato in entrambi gli scenari le probabilità di morte a 30 giorni dall’ammissione in ospedale, il rischio di un nuovo ricovero nei sette giorni successivi alle dimissioni e la durata complessiva del ricovero. E hanno scoperto che la possibilità di morte è aumentata tra il 2016 e il 2018 del 7% negli ospedali che non hanno adottato le politiche di aumento del personale ed è diminuita dell’11% negli ospedali che hanno assunto più infermieri. Tra il 2016 e il 2018, la durata della degenza è diminuita del 5% negli ospedali che non hanno attuato la ristrutturazione del personale e del 9% negli ospedali che lo hanno fatto.

Secondo i calcoli dei ricercatori, grazie all’aumento del numero degli infermieri, in due anni sono stati evitati 145 morti, 255 nuovi ricoveri e circa 30mila giorni di degenza. Con un risparmio di 33milioni di dollari australiani (21milioni di euro). 

La relazione tra assistenza infermieristica e mortalità fu inizialmente dimostrata a partire dalla metà del XIX secolo, periodo in cui avvenne la riforma degli ospedali britannici condotta da Florence Nightigale durante la guerra di Crimea. All’epoca fu evidenziata l’associazione tra attività infermieristiche, più o meno erogate, e il loro impatto su una serie di esiti del paziente, inclusa la mortalità.

A partire dal 1981 negli Stati Uniti alla University of Pennsylvania, la prof.ssa Linda Aiken iniziò a studiare le necessità numeriche di infermieri in rapporto al numero dei pazienti, per determinare la migliore assistenza infermieristica e i migliori risultati per gli assistiti. Da questi studi emerse fin da subito, che non solo il rapporto numerico infermiere paziente aveva ricadute dimostrabili sugli esiti, ma anche la composizione del gruppo di assistenza (staffing), il livello di formazione raggiunta da ciascun membro del gruppo, la composizione tra varie professionalità all’interno del gruppo (skill mix), il modo di ognuno di “stare” nel gruppo, ovvero la gratificazione, la soddisfazione o l’intenzione di cambiare ospedale (turnover) o addirittura lasciare la professione di infermiere, e il burnout giocavano un proprio ruolo.

Da queste premesse nacque lo studio Registered Nursing Forecasting (RN4CAST) finalizzato a ridefinire i modelli previsionali del fabbisogno infermieristico sulla base dell’ambiente di lavoro, dello skill mix degli infermieri e del loro impatto su esiti dei pazienti, turnover e burnout degli infermeri negli USA e in Europa.

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L’articolo Aumentano gli infermieri e diminuiscono i morti: lo studio scritto da Cristiana Toscano è online su Nurse Times.