L’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali ha fatto chiarezza durante un apposito convegno.

Il ricorso alle prestazioni intramoenia in regime di libera professione deve essere una libera scelta del cittadino, non una scorciatoia all’interno del sistema di cure o, peggio, un tappabuchi per le lacune dell’assistenza pubblica. Ma soprattutto dovrà essere, all’interno del Servizio sanitario nazionale, un modello sempre più aderente alle normative che ne regolamentano l’attività, per incardinarsi al meglio nelle innovazioni che coinvolgeranno il settore sanitario italiano, dalla digitalizzazione alla riforma della medicina territoriale. È questo il chiaro messaggio emerso durante il convegno organizzato da Agenas, nell’ambito del quale sono stati presentati i dati relativi al Rapporto ALPI sull’esercizio dell’attività libero-professionale intramuraria.

La fattispecie è regolata dalla Legge quadro n. 120 del 2007, su cui si è poi incardinato l’Accordo Stato-Regioni del 2010 che ne ha definito alcuni parametri essenziali, come la determinazione in volumi dell’attività erogabile, la determinazione oraria, il monitoraggio a garanzia di un bilanciamento con l’attività istituzionale. Poi,  con il Decreto Balduzzi del 2012, la materia ha conosciuto una profonda innovazione, con la determinazione degli spazi previsti per l’ALPI e l’obbligo di tracciabilità dei pagamenti.

«L’attività libero professionale intramuraria rappresenta un valore aggiunto per le Aziende e i cittadini nella misura in cui permette agli utenti di accedere a servizi assistenziali aggiuntivi scegliendo il professionista di fiducia – afferma Rossana Ugenti, direttore generale delle Professioni sanitarie e risorse umane del Ssn presso il ministro della Salute. – Non può in alcun modo tradursi in una sostituzione dell’attività istituzionale né costituire un rimedio alle inefficienze del sistema. A fronte di ciò, i dati ci dicono che nel 2020 c’è stato un calo del 33% delle prestazioni erogate in intramoenia rispetto all’anno precedente, mentre il calo sulle prestazioni in regime istituzionale, sempre rispetto al 2019, è stato pari al 26%. Per quanto riguarda invece i professionisti che esercitano attività intramuraria libero-professionali, questi si sono ridotti del 18% dal 2013 al 2020. Le Regioni con il maggior numero di medici che esercitano questa attività sono la Valle d’Aosta, il Veneto e la Liguria, mentre il dato più basso si ritrova in Sardegna e nella Provincia autonoma di Bolzano».

«La maggior parte delle Regioni e delle aziende è in via di progressivo adeguamento alle linee guida sull’attività libero-professionale intramuraria – afferma Maria Pia Randazzo, dirigente dell’Ufficio Statistica e flussi informativi sanitari dell’Agenas –, anche grazie all’operato degli organi di controllo e monitoraggio. Tuttavia, l’unica Regione ad aver adempiuto globalmente sia per quanto riguarda gli indicatori regionali che quelli aziendali sono le Marche. Il Friuli e la Sicilia sono indietro sugli indicatori regionali, ma nel complesso grossi passi avanti sono stati fatti rispetto al 2019».

«In Regione Lombardia – afferma Letizia Moratti, vicepresidente e assessore al Welfare regionale – consideriamo strategico mantenere dati aggiornati sulle prestazioni in libera professione intramuraria, e ci accingiamo a prevedere l’obbligo di rendicontare in dettaglio, anno per anno, tutti gli ambiti dell’attività intramoenia così come già previsto per l’attività istituzionale, attuando contemporaneamente un sistema di monitoraggio delle possibili criticità, come l’eccesso dei volumi erogato rispetto all’attività istituzionale, eventuali scostamenti dei tempi d’attesa previsti per il regime di libera professione rispetto ai corrispondenti in regime istituzionale così da poterci avvalere, come direzione generale welfare, di azioni ispettive e di verifica sul campo».

«I miglioramenti si intravedono, sia rispetto al tracciamento dei pagamenti sia dei luoghi preposti all’intramoenia, con il 91% dei servizi erogato negli spazi previsti, sia rispetto all’agenda, per la quale la maggior parte delle prestazioni viene erogata attraverso i Cup – dichiara Valeria Fava, responsabile del Coordinamento Politiche della salute di Cittadinanzattiva –. Occorre tuttavia accelerare da parte delle regioni l’approvazione dei Piani straordinari per il recupero delle prestazioni sospese a causa del Covid-19, vigilare e rendere trasparenti i dati sull’andamento dei recuperi, sui modelli organizzativi adottati dalle regioni per garantire il ripristino delle prestazioni, sulle tempistiche previste e sull’utilizzo dei fondi stanziati. In alcune realtà il rapporto tra prestazioni erogate in intramoenia e nel canale istituzionale (che non deve superare il 100%, ossia per ogni prestazione erogata nel canale intramurario ce ne deve essere almeno una erogata nel pubblico) evidenzia che per i cittadini il ricorso all’intramoenia non è una libera scelta ma una scelta obbligata. Il rapporto certifica infatti che, in 13 regioni su 21, si rilevano situazioni in cui il suddetto rapporto è superiore al 100% soprattutto nell’ambito della visita e della ecografia ginecologica».

«Non possiamo negare la fuga dal settore pubblico di alcune specialità e l’appiattimento di questo settore – commenta Enrico Coscioni, presidente Agenas –. Su questi aspetti è necessario riflettere per poter dare alla cittadinanza adeguate risposte di salute. Parliamo di nuovi modelli assistenziali e territoriali, ma siamo certi che l’organizzazione ospedaliera sia ancora quella conforme alle esigenze dei cittadini? Fondamentale smantellare impostazione a silos del sistema, soprattutto tra pubblico e privato accreditato, che impoverisce l’uno e l’altro ambito a danno dell’assistenza ai cittadini. Da questo punto di vista sarà necessario procedere a una profonda riorganizzazione ospedaliera».

Redazione Nurse Times

Fonte: Sanità Informazione

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