Si è svolta a Roma una tavola rotonda con i membri della sezione infermieristica della S.I.M.S.Pe. Onlus. Per la Federazione era presente Pierpaolo Pateri.

La detenzione è una restrizione della naturale condizione di libertà dell’uomo. Sebbene la stessa non consenta l’ordinario utilizzo dei servizi di cui fruiscono tutti i cittadini, l’intervento dello Stato deve essere finalizzato a garantire tutte quelle attività che consentano ai detenuti di fruire del diritto alla salute e, nei casi consentiti, anche dell’istruzione e del lavoro.

L’ordinamento penitenziario si deve adeguare all’art. 27 della Costituzione Italiana che testualmente recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Inoltre il trattamento penitenziario “deve essere conforme ad umanità ed assicurare il rispetto della dignità della persona”.

L’Italia, recependo per la prima volta il DPCM 2008, che ha sancito il passaggio dell’assistenza   sanitaria per i detenuti al sistema sanitario nazionale, ha sancito il principio secondo il quale i LEA, sono applicabili anche in ambito penitenziario. L’ultimo aggiornamento dei LEA risale al 1996, dunque si tratta sicuramente di un passo fondamentale per l’adeguamento dell’offerta di cure ai bisogni di salute della popolazione, compresa quella detenuta. Infatti l’articolo 58 del DPCM 12 gennaio 2017 recita: ”Ai sensi dell’art. 2, comma 283, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, il Servizio Sanitario Nazionale garantisce  l ‘assistenza sanitaria alle persone detenute, internate ed ai minorenni sottoposti a provvedimento penale, secondo quanto previsto dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 1° aprile 2008 recante “Modalità e criteri per il trasferimento al Servizio sanitario nazionale delle funzioni sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse finanziarie e delle attrezzature e beni strumentali in materia di sanità penitenziaria”.

Si tratta di una importante novità, da valorizzare, a partire dalla quale è necessario approfondire come vengono garantiti e/o dove sono assicurati i Lea alle persone detenute. L’attività di monitoraggio è in particolare estremamente importante: il sistema nazionale di monitoraggio dei Lea non contiene infatti alcun riferimento a tale aspetto. Da qui è possibile comprendere quanto in realtà sia estremamente complicato dar seguito a quanto previsto dalla normativa Nazionale, tenendo soprattutto in considerazione che gli operatori della salute in carcere sono un numero rilevante in Italia e anche a loro è richiesta la massima professionalità nell’erogare assistenza.

Su questo argomento il senatore viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, ha promosso, assieme alla senatrice Bruna Piarulli, della Commissione Giustizia di Palazzo Madama, una tavola rotonda con la partecipazione degli infermieri membri della sezione infermieristica della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (S.I.M.S.Pe. Onlus).

“Il problema carceri e sanità – ha detto Sileri – mi è sempre stato a cuore: sono nicchie su cui è necessario accendere i riflettori. Manca personale e al centro della nostra agenda, dell’agenda di Governo,  dovremmo stilare un cronoprogramma che si occupi delle emergenze: carenza di medici e infermieri, retribuzioni, carceri, salute mentale, territorio. Ad esempio per le carceri è fondamentale organizzare ciò che poi c’è fuori per una vera riabilitazione e per un’assistenza a tutte quelle problematiche che sono subentrate con la detenzione”.

Nonostante la carenza, il numero di professionisti infermieri che opera in carcere è di gran lunga superiore agli operatori sanitari di altre categorie. Questo anche per le loro caratteristiche professionali, deontologiche, etiche e morali, che si inseriscono  in quel quadro assistenziale che li vede protagonisti nell’erogare assistenza e assistenza infermieristica nelle comunità confinate.

“Il carcere è ambito fortemente patogeno – ha detto la sentarice Piarulli – e il rischio di salute è maggiore dell’ambiente extracarcerario: dipendenze,  infezioni, patologie psichiatriche, cronicità.  I detenuti fanno parte a tutti gli effetti del Snn, ma spesso chi li assiste non sono figure omogenee all’interno delle strutture come dovrebbero essere. C’è un disallineamento nel rapporto giuridico ed economico e c’è necessità di avere all’interno dei carceri dotazioni organiche precise”. 

Il gruppo infermieristico S.I.M.S.Pe, che da anni opera in questo campo e per questo ha avuto modo di conoscere diverse realtà che possono essere inserite in quel concetto più ampio di comunità confinate, ha avuto modo di incontrare in questi anni  circa un migliaio di operatori Infermieri e di conseguenza, al fine di rendere un po’ più chiara la situazione legata all’assistenza infermieristica in carcere, cercherà di esporre gli aspetti positivi e quelli negativi della situazione, cercando poi di   ricavare il delta    positivo o negativo, quale risultato di un’attenta analisi.

Durante la tavola rotonda, Pierpaolo Pateri, presidente dell’OPI Cagliari e in rappresentanza della Federazione nazionale degli ordini delle professioni sanitarie, ha sottolineato che se in generale, l’infermiere è l’unica figura professionale che, occupandosi di assistenza, quotidianamente entra in contatto con il detenuto, è anche quello che corre quotidianamente  il rischio nello svolgimento del proprio lavoro: non sempre l’assistito è persona tranquilla con il quale è possibile effettuare un percorso assistenziale senza problemi e spesso l’infermiere è minacciato dal detenuto con lo scopo di ricevere farmaci non prescritti. La somministrazione stessa è una procedura che richiede molta più attenzione rispetto agli altri ambienti lavorativi dal momento che gli aghi possono rappresentare un’arma.

“È fondamentale – ha sottolineato Pateri – avere una preparazione adeguata nell’affrontare un contesto lavorativo come quello presente all’interno dei penitenziari, per salvaguardare se stessi e soprattutto, cosa più difficile, per erogare un’assistenza sanitaria, e in particolare infermieristica, adeguata. Da questo punto di vista sono insufficienti gli strumenti per realizzare una formazione adatta”.

E Pateri ha annunciato la volontà della Fnopi di riattivare il tavolo tecnico della Federazione per approfondire tematiche peculiari dell’assistenza infermieristica all’interno delle comunità confinate,  ma non solo, individuare criticità e fornire elementi utili agli organi nazionali e al Comitato centrale della Federazione per formulare proposte operative ma anche promuovere confronto continuo tra operatori sul piano nazionale col coinvolgimento Opi, diffondere le buone pratiche e studiare possibili soluzioni a criticità evidenziate. La figura dell’infermiere, ha spiegato Pateri,  ha l’importantissimo compito di creare un rapporto con il soggetto privato della libertà, il quale non sempre si mostra fiducioso e disponibile. “In campo penitenziario – ha aggiunto – l’educazione del paziente circa la sua patologia, il trattamento e le complicanze, è fondamentale come in qualsiasi altro contesto. In particolare, il detenuto si dimostra più reticente verso qualsiasi tipo di trattamento, quindi la conoscenza del suo stato di salute è il primo passo per promuoverla. Con l’apprendimento, non si fa altro che motivare il detenuto al cambiamento, optando per stili di vita più sani, o nel caso della tossicodipendenza – situazione frequente in ambito carcerario – a intraprendere un percorso di disintossicazione”.

Da un’analisi effettuata nel 2015 proprio dalla Società italiana di Medicina Penitenziaria e Sanità Penitenziaria (SIMPSe-Onlus), su una popolazione di riferimento di quasi 100.000 detenuti transitati nelle carceri italiane, circa la metà non sapeva di essere malato; nel 60-80% dei casi era presente almeno una patologia e almeno due persone su tre erano malate, come ha rilevato nel 2015 Sergio Babudieri, direttore scientifico Simspe-Onlus, consulente infettivologo della Casa circondariale di Sassari e direttore malattie infettive università di Sassari.

Nell’ambito della sanità penitenziaria le competenze infermieristiche sono di natura tecnico specialistica, organizzativo-gestionale e relazionale-comunicative proprie del profilo dell’infermiere e devono integrarsi con l’interfaccia organizzativa del ministero di Giustizia e il rispetto delle esigenze di sicurezza degli istituti penitenziari.

In questo senso si potrebbero identificare sei aree specifiche di competenza:1. rispetto dei diritti dei soggetti detenuti, riflessioni deontologiche e considerazioni etiche, transculturalità, educazione sanitaria del detenuto e gestione del counselling;2. valutazione del profilo epidemiologico e della domanda di salute dei detenuti e analisi delle situazioni prevalenti che in penitenziario richiedono l’intervento infermieristico;3. gestione della assistenza infermieristica nel contesto penitenziario, in relazione alla legislazione penitenziaria e alla normativa sanitaria vigente;4. integrazione interprofessionale, abilità di mediazione e cooperazione;5. definizione delle opportunità di cura da parte del SSN e di percorsi assistenziali negli ambiti d’intervento di promozione, prevenzione, cura, riabilitazione e palliazione;6. gestione delle terapie farmacologiche, con particolare riferimento a farmaci sostitutivi e gestione di terapie per salute pubblica comunitaria, medicina interna, odontoiatria, cardiologia, malattie infettive, oncologia.

In queste il ruolo dell’infermiere potrebbe manifestarsi nel programmare e garantire una corretta presa in carico del detenuto; garantire le fasi del processo assistenziale; garantire processi assistenziali applicando i principi legislativi che regolano l’ambito penitenziario; programmare e gestire l’assistenza in un contesto multiculturale; gestire problematiche assistenziali peculiari della popolazione detenuta; programmare e gestire interventi di tipo educativo e relazionale; definire e applicare le norme in materia di igiene ambientale, valutare e gestire situazioni di sanità pubblica e igiene ambientale nel contesto specifico degli istituti penitenziari; gestire le situazioni di urgenza e di emergenza, ed eventi critici.

Infine, per sottolineare l’importanza dell’assistenza infermieristica in questi ambienti confinati, Pateri ha ricordato alcuni articoli del nuovo Codice deontologico che ben illustrano la volontà di prendersi cura. Subito all’articolo 3, infatti, il Codice prevede che l’Infermiere cura e si prende cura della persona assistita, nel rispetto della dignità, della libertà, dell’eguaglianza, delle sue scelte di vita e concezione di salute e benessere, senza alcuna distinzione sociale, di genere, di orientamento della sessualità, etnica, religiosa e culturale. Si astiene da ogni forma di discriminazione e colpevolizzazione nei confronti di tutti coloro che incontra nel suo operare.

Ed è essenziale accanto a questo la prescrizione dell’articolo 4: “Nell’agire professionale l’Infermiere stabilisce una relazione di cura, utilizzando anche l’ascolto e il dialogo. Si fa garante che la persona assistita non sia mai lasciata in abbandono coinvolgendo, con il consenso dell’interessato, le sue figure di riferimento, nonché le altre figure professionali e istituzionali. Il tempo di relazione è tempo di cura”.

Il tutto, visti gli argomenti affrontati e le soluzioni possibili, supportato dall’articolo 7 dove si stabilisce appunto che l’infermiere promuove la cultura della salute favorendo stili di vita sani e la tutela ambientale nell’ottica dei determinanti della salute, della riduzione delle disuguaglianze e progettando specifici interventi educativi e informativi a singoli, gruppi e collettività. “Anche confinate”, ha sottolineato Pateri.

Redazione Nurse Times

Fonte: Fnopi

L’articolo Assistenza infermieristica nelle comunità confinate: Fnopi riattiverà un tavolo tecnico scritto da Redazione Nurse Times è online su Nurse Times.