L’ipotesi di reato è quella di lesioni colpose. Per la querelante, chi la operò avrebbe dovuto svolgere accertamenti più approfonditi prima di diagnosticare una neoplasia maligna.

Tutto cominciò con una caduta in bicicletta e col forte dolore addominale che ne derivò. Per questo motivo una donna di 47 anni si recò al pronto soccorso, dove fu sottoposta agli accertamenti del caso e le fu diagnosticata una neoplasia maligna renale, che richiedeva un urgente intervento chirurgico. Era l’agosto di quattro anni fa e la signora andò sotto i ferri all’ospedale San Donato di Arezzo per l’asportazione del rene destro. Peccato che il successivo esame istologico accertò che l’organo era sano: nessun tumore.

Seguì una querela, dalla quale scaturirono due procedimenti: uno penale e uno civile. Ebbene, sabato ha avuto luogo l’udienza preliminare per decidere se archiviare il caso o accogliere l’istanza e andare a processo? Il gup si è riservato la decisione dopo aver ascoltato le parti e acquisito il fascicolo.

Due i medici indagati per lesioni colpose, ossia gli urologi che seguirono e operarono la paziente. A loro era inizialmente contestata una condotta caratterizzata da negligenza per non aver disposto ulteriori accertamenti clinici prima di procedere all’intervento chirurgico: biopsia o esame endoscopico/citologico.

La perizia affidata dal magistrato a un consulente, pur confermando il dato oggettivo dell’asportazione di un organo sano, ha però stabilito che ulteriori accertamenti non non avrebbero comunque fornito una risposta univoca e certa sulle caratteristiche del rene. Di qui la posizione della Procura, che ritiene inutile processare i medici, dato che non potrebbero essere condannati.

Di tutt’altro avviso l’avvocato che assiste la donna, secondo il quale dalla consulenza tecnica d’ufficio disposta dal giudice civile, con ben sei specialisti, sarebbe emerso che in quel quadro neoplastico inesistente e in un contesto di non urgenza gli esami endoscopici avrebbero certamente scongiurato il danno. Non solo. Anche l’oncologo incaricato in sede penale ha parlato di violazione delle linee guida, con l’omissione di esami che andavano invece eseguiti.

Quanto poi all’osservazione che un qualche problema di ristagno il reno lo presentasse, il difensore della 47enne ha obiettato che l’eventuale intervento doveva essere conservativo, e non certo consistere nell’asportazione dell’organo. Il 14 giugno l’udienza in sede civile, con il quarto giudice chiamato a occuparsi del controverso caso.

Redazione Nurse Times

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