Sarebbe molto bello e rassicurante poter dire che sì, i chimici e i divulgatori ce l’hanno messa tutta per coinvolgere il pubblico, i pubblici, nella grande e affascinante storia degli elementi e della materia e che ciò che non ha funzionato è dovuto ad una diffidenza da parte del pubblico. Verso ciò che richiama veleni, incertezza e scenari di tossicità da guerre mondiali. Dopotutto è proprio da lì, dalla Prima Grande Guerra, che la visione della chimica ha preso una deriva verso una concezione negativa, attirando verso di sé credenze e percezioni che hanno contribuito a nutrire la nota dicotomia “naturale-chimico”.
Ma se analizziamo bene la situazione possiamo facilmente renderci conto di come le responsabilità siano condivise da più attori presenti in scena e di come gli scenari di guerra abbiano fatto, in un certo senso, da spartiacque.
E prima? Prima, durante il diciannovesimo secolo, come nota il chimico e planetarista Steve Miller, c’era un forte entusiasmo nei confronti di ciò che lo studio sistematico e scientifico della materia aveva permesso di creare. Coloranti artificiali, farmaci e nuovi prodotti di sintesi erano entrati come una ventata di novità in un mondo che affrontava i frutti della rivoluzione industriale con spirito di innovazione. Continua…
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