Faceva iniezioni per ridurre l’adipe ma provoca necrosi: estetista nei guai

Faceva iniezioni per ridurre l’adipe ma provoca necrosi: estetista nei guai

A Siena, un’estetista ha fatto a una cliente delle iniezioni per ridurre l’adipe senza averne titolo, ma così è riuscita a provocare non benefici, ma solo delle lesioni.

Si tratta, in particolare, di un’estetista di Poggibonsi, una donna italiana di 54 anni, che è stata smascherata e denunciata dalla Polizia di Stato per esercizio abusivo della professione medica e lesioni colpose. La donna, infatti, praticava infatti iniezioni di fosfatidilcolina per ridurre l’adipe ad una cliente, con conseguenti lesioni sui glutei e sull’addome, e un’importante reazione immunitaria sfociata in una necrosi muscolare.

A riportare l’accaduto è M. Costanzo su “La Nazione”. Una volta allertate le forze dell’ordine, sono partite le indagini, condotte dai poliziotti del Commissariato di Pubblica Sicurezza di Poggibonsi, coordinate dal Sostituto Procuratore presso il Tribunale di Siena Silvia Benetti.

Nel corso delle indagini, durante la perquisizione, sono state rinvenute, in casa ed all’interno dell’autovettura della donna, diverse fiale contenenti il principio attivo utilizzato per le iniezioni. All’interno del negozio, gli agenti hanno trovato anche una siringa per le iniezioni sottocutanee ed uno specifico roller utilizzato per agevolare l’assorbimento di prodotti mesoterapici, strumenti di per sé legali, ma adatti a pratiche estetiche invasive effettuabili solo da personale sanitario specializzato.

L’attività di polizia giudiziaria messa in atto dai poliziotti del Commissariato ha quindi consentito d’ individuare ed interrompere una pratica molto pericolosa per la salute.

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Vaccinazione anti Covid a studenti infermieri: “Anche se il timore avrà più argomenti, scegli la speranza”.

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Finalmente dopo tanti mesi hanno concesso il vaccino anche a noi studenti infermieri del polo Moscati di Avellino.

“Pronta?”, E in un attimo mi è passato davanti quanto successo da un anno a questa parte. Un anno di baci e abbracci mancati, di gite, cinema, teatro e concerti. Un anno privo di tavolate ai ristoranti e in casa, di uscite a tutti gli orari. Un anno privo di aerei che partono, di ‘oggi caffè?’. Lavoro, scuola, università.. tutto fermo. Giorni in cui regnava il silenzio, giorni in cui sono andate via tante persone, troppe. Giorni che, in un modo o nell’altro, ci segneranno per sempre. In quel momento è come aver visto una luce, finalmente!

Sarà che non vedevo l’ora, sarà che l’ho fatto nel mio posto️, ma è stato un’emozione. È una fortuna poterlo fare, i vaccini rappresentano una prevenzione fondamentale per la salute, uno dei traguardi più importanti conseguiti, costituiti da scienza e progresso. Vaccinarsi è un gesto d’altruismo, di rispetto, verso se stessi e verso gli altri, e verso chi, purtroppo, non può beneficiare di questa opportunità. 

Per cui più è alto il numero di persone vaccinate, più si riduce la probabilità di chi non lo è, di contrarre il virus. Bisogna farlo, per noi, per tutti, per riprendere in mano la vita che da un pò di tempo abbiamo fermato.

Abbiate anche voi fiducia nella scienza, fiducia in chi ha dedicato la sua vita a questo. È solo una la strada per tornare ad abbracciarci, a viaggiare, a condurre una vita normale: alla libertà. Lasciate che la paura del vaccino venga sopraffatta dalla paura di rivivere ancora questo terrore. E come diceva Seneca, “anche se il timore avrà più argomenti, scegli la speranza”. 

Raffaella Amabile, tirocinante infermiera dell’ospedale Moscati di Avellino. 

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La distribuzione della responsabilità medica nel caso in cui siano coinvolti più operatori del mondo sanitario

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Nel giudicare il comportamento dei sanitari che si sono succeduti tra intervenuto chirurgico e degenza post-operatoria, la Corte di Cassazione ha chiarito ancora il concetto secondo cui l’accertamento sulla responsabilità sanitaria deve essere compiuto valutando cosa sarebbe accaduto se la condotta dovuta da ciascun sanitario fosse stata tenuta “anche verificando se la situazione di pericolo non si fosse modificata per effetto del tempo trascorso o di un comportamento dei successivi garanti”

La vicenda trae origine da un intervento non riuscito di artroprotesi all’anca culminato con la morte del paziente. Dal decesso di quest’ultimo è partito un procedimento penale che ha visto come imputato il medico chirurgo poiché “avrebbe errato nel posizionamento delle leve nella parte anteriore dell’acetabolo e sulla superficie mediale del collo del femore e nell’uso degli strumenti taglienti, così provocando la lesione vascolare dei vasi maggiori e minori; e avrebbe, inoltre, omesso di sottoporre il paziente, in presenza di grave anemia indicativa di una importante perdita ematica, poi esitata in shock ipovolemico, a revisione della ferita chirurgica, procedura che avrebbe palesato l’esistenza della lesione e imposto l’esecuzione di un intervento di sutura, in luogo della somministrazione di ben 17 sacche ematiche”.

Il chirurgo, già condannato nei primi due gradi di giudizio, ha proposto ricorso per Cassazione rappresentando che egli era entrato in servizio alle 8:10 e che, dall’ematocrito disposto, era risultato un lieve miglioramento del quadro ematico; l’imputato aveva lasciato l’ospedale alle ore 14:41, senza che si fossero manifestate condizioni tali da far presagire l’evoluzione poi manifestatasi e la necessità di eseguire una revisione della ferita; il peggioramento dei valori era stato riscontrato successivamente alle ore 17:50, a due ore di distanza dall’allontanamento dell’imputato che aveva affidato il paziente alle cure di altri sanitari, i quali non avevano mai notiziato lo stesso dei risultati peggiorativi del prelievo pervenuti alle 17:50. In buona sostanza, secondo l’imputato, al momento in cui lasciava l’ospedale non vi era alcuna evidenza clinica del peggioramento.

La Suprema Corte, nel confermare la condanna per omicidio colposo ha precisato che, richiamato il dato non contestato, che il quadro ematico, nel momento in cui l’imputato si era allontanato dall’ospedale, non poteva considerarsi in remissione, sia per la modesta entità del miglioramento registrato la mattina dell’intervento, in quanto erano già state somministrate numerose sacche ematiche; ma anche avuto riguardo al fatto che alle ore 11:50 di quello stesso giorno, quindi mentre il chirurgo era ancora in servizio, ne erano state trasfuse altre due, circostanza che lascia presagire un mancato miglioramento delle condizioni del paziente.

Oltre a questo, i giudici dei primi due gradi hanno dato rilievo al comportamento superficiale e approssimativo del medico che neppure aveva dato disposizioni ai colleghi subentranti in ordine alle condizioni del paziente concludendo, quindi, che sebbene l’evento morte non si sia verificato nell’arco temporale in cui il chirurgo era in servizio, la colpa del decesso sia a lui ascrivibile.

Quindi, nell’escludere che le condotte poste in essere dai medici intervenuti successivamente possano essere ritenute da sole sufficienti a determinare l’evento morte, ai sensi dell’art. 41 comma 2 c.p., i giudici del “palazzaccio”, hanno posto in rilievo il comportamento superficiale e approssimativo dell’imputato che neppure aveva dato disposizioni ai colleghi subentranti in ordine alle condizioni del paziente.

Pertanto, sulla base di tale ragionamento logico-giuridico, con la sentenza n. 3922 del 4 febbraio 2021 la quarta sezione penale della Suprema Corte di Cassazione ha confermato la condanna per omicidio colposo già inflitta al chirurgo nei precedenti gradi di giudizio. 

Avv. Tommaso Gioia

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Scende le scale di casa mentre sta telefonando a una collega con uno smartphone di servizio durante l’orario di smartworking. Cade scivolando per mezza rampa mentre parlava e si provoca un paio di fratture. Dopo un lungo braccio di ferro con l’Inail con l’assisentanza della Cgil di Treviso, l’incidente è stato riconosciuto come infortunio sul lavoro.  

Smark working e infortunio sul lavoro: il fatto

La protagonista è una 50enne di Treviso impiegata amministrativa di un’azienda metalmeccanica, , riporta leggo.it. La donna è riuscita a farsi riconoscere, oltre ai giorni di malattia, un risarcimento pari a 20mila euro per il danno biologico, e visite e terapie gratis per i prossimi dieci anni. 

Il dettaglio determinante nella battaglia contro l’Inail sarebbe stato uno: l’impiegata stava parlando al telefono con una collega durante l’orario di lavoro usando il telefono aziendale. 

“È la prima volta che viene riconosciuto un infortunio sul posto di lavoro in modalità smartworking – hanno detto dalla Cgil trevigiana – il ricorso che abbiamo presentato sta facendo scuola. L’Inail ha riconosciuto un nesso di causalità, dimostrando un atteggiamento di grande disponibilità”.

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Fials: Una goccia nell’oceano i 40 mln che Stato-Regioni destina al personale in prima linea nel 2020

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Ancora niente per il 2021?

 “Una goccia nell’oceano: questi 40 milioni di euro non basteranno di certo per la remunerazione aggiuntiva del ‘premio covid’ al personale sanitario del SSN impegnato nell’emergenza pandemica. Questi soldi non sono davvero niente, dal momento che al massimo gli operatori in prima linea hanno ricevuto 2mila euro per il periodo marzo-dicembre 2020. E ancora a molti ne sono arrivati solo la metà, come avvenuto in Puglia, se non addirittura un bel niente, come avvenuto in Sicilia e Calabria.

Una vergogna nella vergogna, se pensiamo che le risorse stanziate dal decreto Cura Italia e dalla legge di bilancio 2021 si riferiscono solo al ‘premio covid’ 2020, mentre nulla è previsto per il 2021. E diverse regioni, specie nel sud o in piano di rientro, si sono astenute dal mettere in bilancio ulteriori ‘risorse aggiuntive premianti’ come previsto dal decreto Rilancio”. A denunciarlo Giuseppe Carbone, segretario generale Fials, commentando i fondi destinati alle regioni per le indennità Covid, frutto dell’intesa raggiunta in Conferenza Stato-regioni.

Nella top ten dei 40 milioni di euro stanziati ieri, al primo posto c’è la Lombardia con 6.632.197 euro, seconda classificata la regione Lazio che porta a casa 3.872.898 euro, seguito a breve distanza da: Campania con 3.726.145 euro; Sicilia con 3.273.242 euro; Veneto con 3.249.741 euro. Neanche 3 milioni vanno all’Emilia Romagna e al Piemonte (rispettivamento 2.975.722 e 2.954.051 euro).

All’ottavo posto, la Puglia con 2.663.238 euro, al nono la Toscana con 2.521.645 euro, e decima è la Calabria che raccoglie 1.279.032 euro. Dal decimo posto in poi si posizionano: Sardegna, con 1.098.709; Liguria, con 1.076.303; Marche, con 1.027.622; Abruzzo, con 876.847; Friuli Venezia Giulia, con 824.729; Umbria, con 596.295; Basilicata, con 375.674; le province autonome di Trento e Bolzano, con 354.449 e 340.569. Chiude la Valle d’Aosta con 84.168 euro.

“Leggere queste cifre pietose, una media di circa 70 euro lordi ogni operatore sanitario per tutto l’anno 2020 – spiega Carbone – serve a capire in cosa consiste la forza di investimento messa in campo per i fondi contrattuali dei dirigenti medici e sanitari e degli operatori del comparto sanità in questo delicato momento storico di grave emergenza.

Senza peraltro alcuna previsione da parte del Governo per il 2021, anno in cui il personale sanitario ormai stanco e provato sta rivivendo lo stesso dramma di un anno fa. Registriamo quotidianamente il malcontento degli operatori che si sta diffondendo sempre di più e si traduce anche in iniziative di protesta da più parti: da Bologna a Palermo, da Milano a Crotone”.

“La Fials non resta a guardare – attacca il segretario generale – e chiede alla politica di risolvere quanto prima il problema della scarsità delle risorse e la conseguente mancata corresponsione del ‘premio Covid’ e delle indennità a chi ha lavorato in trincea e continua a farlo, tra straordinari non pagati, riposi saltati e turni senza fine”.

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