Covid-19: grazie alle vaccinazioni di massa da oggi le mascherine non sono più obbligatorie all’aperto in Israele

Covid-19: grazie alle vaccinazioni di massa da oggi le mascherine non sono più obbligatorie all’aperto in Israele

In Israele da oggi non è più obbligatorio l’uso della mascherina all’aperto. Una delle misure più importanti per contrastare i contagi di Coronavirus viene cancellata nel Paese grazie al boom delle vaccinazioni. 

L’uso della mascherina in Israele è ancora obbligatorio nei luoghi chiusi, ma secondo alcuni esperti anche questa regola potrebbe essere revocata entro il prossimo mese, visto il drastico calo dei contagi. La maggior parte delle scuole sono state completamente riaperte. Nelle aule sono comunque obbligatorie ancora le mascherine.

Il numero di persone attualmente gravemente malate a causa del Covid-19 si aggira in Israele intorno alle 200. A fine gennaio la cifra era di circa 1.200. Circa 5,3 milioni dei 9 milioni di abitanti del paese hanno ricevuto almeno una dose del vaccino Pfizer/BioNTech. Quasi 5 milioni di abitanti hanno ricevuto le due dosi.

Circa 1 milione di israeliani di età superiore ai 16 anni ancora non è stato vaccinato. Gli esperti hanno avvertito che il paese non ha ancora raggiunto l’immunità di gregge.

Israele, che oggi registra appena 82 casi di Covid, dopo il successo della campagna vaccinale riapre anche le scuole di tutti i gradi in presenza piena. “Il livello di presenza del virus in Israele è molto basso, grazie al successo della nostra campagna vaccinale, e quindi possiamo revocare altre restrizioni”, ha detto il ministro della Sanità, Yuli Eldestein, annunciando le misure. 

Ribandendo che la mascherina rimane lo strumento con cui “ci proteggiamo dal virus”, ha spiegato che la decisione è stata presa sulla base della raccomandazione degli esperti che hanno detto che “non sono necessarie all’aperto”.

Redazione Nurse Times

Fonte: AdnKronos
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Tutti vaccinatori. Per la FNOPI tutto bene: gli Infermieri Italiani sbagliano a protestare

Tutti vaccinatori. Per la FNOPI tutto bene: gli Infermieri Italiani sbagliano a protestare

Un fazzoletto pieno di improperi, ma con tante lacrime da coccodrillo viene esposto all’agora della comunità infermieristica incapace – secondo la FNOPI – di leggere l’attuale complessa situazione del paese (Vedi Articolo) e responsabile di reazioni scomposte (Vedi articolo) sui provvedimenti adottati da regioni e dal governo (OSS e professioni tecniche promosse a funzioni infermieristiche) che di fatto svaluta e svilisce la già precaria identità professionale degli Infermieri.

Gli Infermieri si accontentino della panacea su cui la Federazione sta lavorando ovvero sui percorsi emendativi al DL Sostegni per la temporanea liberazione dalla vincolo di esclusività (sic)

La vaccinazione e le somministrazioni di specialità farmaceutiche – secondo la FNOPI – sono solo un atto tecnico. (Sic )

Siamo basiti dalla pubblicazione della Presidente Mangiacavalli che forse, poiché è nel ruolo di Dirigente ha perso il DNA professionale degli Infermieri.

Noi a questo punto proponiamo la pratica dell’autosomministrazione del vaccino.

Tutti i cittadini che intendono vaccinarsi attraverso un corso Fad (in TV magari il sabato sera al posto della Maria De Filippi) potranno farlo ricevendo a domicilio il kit per vaccinatori provetti.

Che tristezza!

Massimo Randolfi

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Gli infermieri chiedono le dimissioni di Mangiacavalli, la FNOPI risponde:“Stiamo lavorando per Voi”

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Il grande malcontento manifestato da migliaia di infermieri che a gran voce stanno chiedendo le dimissioni della presidente Barbara Mangiacavalli (Vedi articolo) hanno spinto la Fnopi alla pubblicazione di un comunicato apparso pochi minuti fa sulla pagina Facebook della Federazione: In merito a quanto sta accadendo in queste ore sui social e su alcuni siti di informazione infermieristica, la Federazione ritiene di dover portare all’attenzione della comunità professionale alcuni elementi di aggiornamento e di riflessione per evitare uscite scomposte, pur se comprensibili, che nulla di costruttivo portano in un ragionamento complesso e articolato che esula dalla sola professione infermieristica e riguarda la tenuta sanitaria, sociale ed economica dell’intero Paese.

La Federazione sta lavorando sui percorsi emendativi al DL Sostegni e su specifici protocolli per la Professione.

Siamo convinti che in questo preciso momento storico l’obiettivo sia la salvaguardia della salute della popolazione, che passa attraverso la crescita del governo dei processi assistenziali infermieristici e non certo attraverso la salvaguardia di un singolo atto tecnico.

Preme ricordare che in altri paesi Europei, tra cui l’Inghilterra che a oggi ha una percentuale di vaccinati altissima, l’atto vaccinale è stato addirittura attribuito a personale laico dopo adeguata formazione.

L’Italia sceglie di allargare il mero atto tecnico ai professionisti sanitari laureati. Nell’ottica di sostenere la salute individuale e collettiva è necessario ricordare che già a domicilio gli infermieri attribuiscono ai caregiver atti anche complessi per garantire una continuità assistenziale altrimenti impraticabile.

Questo processo attributivo è però altamente professionalizzante nel momento in cui l’infermiere mantiene il processo e il governo di tale percorso, non tanto il mantenimento dell’atto attribuito, e tale peculiarità altamente professionale può essere ben sostenuta da chiunque lavori sul territorio.Proprio in questo senso le interlocuzioni politiche si stanno muovendo e non sono certo mirate ad abbattere il mero tecnicismo per una necessità legata alla salute dell’intera Nazione, quanto a sviluppare percorsi di responsabilità e decisionali della professione.

Non a caso, ad esempio, nel protocollo già firmato per i farmacisti la potestà certificativa dell’acquisizione dell’atto tecnico è delegata al professionista infermiere formatore esattamente come avviene sul territorio per i caregiver.

Preme peraltro sottolineare come gli strumenti a disposizione sono già molteplici: dall’abolizione del vincolo di esclusività, alle prestazioni aggiuntive previste per Legge di Bilancio. Tali strumenti vanno ben utilizzati nelle interlocuzioni Regionali e Aziendali dai singoli OPI regionali e Provinciali.Non ultimo, per ricondurre la discussione, vale la pena ricordare come tale situazione sia stata già vissuta dagli infermieri, ma “dall’altra parte della barricata”. Ad esempio quando si chiedeva a medici di formare infermieri per impianto dei PICC o per utilizzo ecografo a fini assistenziali o per altre attività tecniche e di come già allora la comunità professionali si faceva portavoce nell’affermare che non poteva essere l’atto tecnico una invasione di competenza, quanto piuttosto come questo poteva inserirsi per rispondere ad un bisogno di salute.

La Federazione farà la sua parte con un duplice obiettivo: elevare la regia e la professionalità infermieristica e supportare modelli di risposta eccezionali in una situazione eccezionale per il bene del Paese.

Parole che al momento non riscuotono il favore degli infermieri italiani che stanno chiedendo numerosi le sue dimissioni su www.change.org 

Dott. Simone Gussoni

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Ddl Zan: anche gli infermieri si schierano contro l’omofobia

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Un gruppo di infermieri dipendenti dell’ospedale Di Venere di Bari ha voluto manifestare contro l’omofobia riportando la dicitura “DDL ZAN” sulle proprie tute anti Covid.

Nel disegno di legge sono presenti “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”, una definizione ampia che non si limita alla sola comunità Lgbt.

Le fotografie dei professionisti della salute sono diventate rapidamente virali sul web, ottenendo numerosi apprezzamenti, tra i quali quelli della cantante Levante e dello stesso promotore del disegno di legge, il deputato del Pd Alessandro Zan.   

“Com’era? – scrive il parlamentare – In pandemia non ci si può occupare dei diritti? Ditelo a loro, che il Covid lo combattono, ma per davvero. Semplicemente grazie”.

Uno degli infermieri coinvolti negli scatti fotografici pubblica a commento della foto alcuni principi della sua professione che recitano: “L’infermiere presta assistenza secondo principi di equità e giustizia, tenendo conto dei valori etici, religiosi e culturali, nonché del genere e delle condizioni sociali della persona”.

Il “ddl Zan, prosegue l’infermiere – aiuterebbe a tutelare ogni cittadino dalla discriminazione, per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità, aiutando anche noi infermieri a rispettare a pieno l’articolo sopra citato”. “Pertanto, io e i miei bellissimi colleghi – conclude – ci uniamo alla ‘call to action’ lanciata da Vanity Fair in favore dell’approvazione di questo disegno di legge”.

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Bettoli:“Trasformare gli OSS in infermieri? Soluzione ideale per risolvere subito la carenza”

Bettoli:“Trasformare gli OSS in infermieri? Soluzione ideale per risolvere subito la carenza”

Proseguono gli sproloqui di personaggi che non hanno la minima idea di come risolvere la grave carenza di personale infermieristico ma che comunque hanno intenzione di dare fiato alla bocca.
È arrivato il turno di Gian Luigi Bettoli, presidente di Legacoopsociali Friuli Venezia Giulia, che critica “quell’agitazione corporativa che tutti i collegi infermieristici d’Italia (da quattro anni ordini, n.d.r.) hanno scatenato contro le prime delibere regionali per avviare i corsi di Oss ‘complementari’. La realtà è questa: non ci sono più infermieri in Italia – ricorda – ed i tanti concorsi banditi o annunciati spostano solamente i pochi infermieri disponibili dal sociale agli ospedali, lasciando sguarnito proprio il territorio e le residenze per anziani.
Il ministero della Salute, invece di moltiplicare la formazione universitaria degli infermieri (e comunque ci vorrebbero quattro anni da ora, per averli disponibili), dà indicazioni per restringere ulteriormente il numero di formandi per il prossimo anno accademico. E’ assurdo”.
La possibilità, introdotta per primo dal Veneto, poi dalla Liguria e da altre regioni e contestata duramente dagli Ordini delle Professioni Infermieristiche di tutta Italia sarebbe una risposta valida per rispondere all’emergenza coesistente.
Per Bettoli occorre fornire una risposta, in attesa di una soluzione definitiva. Un problema esiste e trova ordine in diversi fattori: “Oltre al taglio generalizzato del welfare di natura neoliberista, c’è la posizione corporativa delle professioni di area medica, che puntano tutte al ruolo ‘direttivo’ – osserva – Così non abbiamo più medici (ridotti in gran parte a burocrati); gli infermieri sono diventati mini-medici e le assistenti sociali, sono tutte dirigenti dei servizi sociali; i sociologi, poi, si sono infilati negli uffici programmazione, invece di fare ricerca nel territorio; ed ora anche gli educatori sociosanitari si sono fatti il loro ordine, seminando confusione e disorientamento tra gli educatori sociopedagogici, che sono oltre il 90% della categoria.
Pure gli psicologi hanno puntato in alto ma, subendo la concorrenza di miriadi di councelors, finiscono in gran parte per fare gli operatori educativi o assistenziali ‘privi di titolo’. La ministra Lorenzin è arrivata anche ad istituire l’ordine degli Oss (gli addetti all’assistenza). Allora mi domando: chi rimarrà a lavorare concretamente con l’utenza? Di questo passo, rimarranno solo pulitori e badanti, in una condizione di crescente precariato”.
Rispondere subito alla carenza di infermieri
Se questa è la situazione generale delle professioni sociosanitarie, per quanto riguarda in modo specifico i servizi infermieristici “è urgente rispondere subito, come hanno deciso non alcune singole regioni, ma la Conferenza delle Regioni nel suo insieme. La figura dell’OSS – C corrisponde al tradizionale (ed esaurito, sul mercato del lavoro) infermiere generico – riferisce e precisa Bettoli – che opera in collaborazione, e sotto la direzione, dell’infermiere professionale. E’ urgente averne disponibili presto, per coprire questa fase di alcuni anni in cui, altrimenti, le punture ce le dovremo fare da soli.
Quindi non sono Oss (addetti all’assistenza) ma figure maggiormente qualificate, già prevista dal sistema sociosanitario nazionale, di cui dobbiamo eventualmente lamentare il ritardo nell’attuazione. Si tratta di una figura (gli esponenti intelligenti degli OPI lo sanno) che contribuisce a facilitare lo stesso lavoro degli infermieri. E’ ora di finirla con ideologie corporative e polemiche inutili: abbiamo bisogno di risposte di sistema e questa, a breve, è una concreta risposta ad un’emergenza che dura da anni, e durerà altri ancora. Nell’interesse generale”.
Bettoli accenna invece a un altro problema, sempre relativo alla professione infermieristica: “Mi hanno segnalato come, a Roma, nelle strutture residenziali (gruppi appartamento e case famiglia) ci si trovi con numeri abnormi di infermieri delle Asl (fino a sette, in una struttura che, a questo punto, sembra più un reparto che una casa famiglia). Se questo personale fosse utilizzato laddove serve, avremmo un doppio risultato: recuperare infermieri in funzioni proprie, e liberarci di infermieri dove bisogna fare riabilitazione e reinserimento sociale”.
Dott. Simone Gussoni
Fonte: redattoresociale.it
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