Coronavirus, le riflessioni di un infermiere in prima linea: “Rispettateci, voi che vivete nell’altro mondo…”.

Coronavirus, le riflessioni di un infermiere in prima linea: “Rispettateci, voi che vivete nell’altro mondo…”.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il messaggio del collega Nicola De Giosa.

Nicola De Giosa

La cosa che più mi sta devastando è non poter abbracciare le persone alle quali voglio bene. Sento che ne ho bisogno… Ne ho bisogno perché la stanchezza è tanta, e un abbraccio in questo momento sarebbe pura energia. Mi mancano Marco e Alessandro, i miei figli. Mi manca Rosa, mia moglie. Mi mancano la mia casa, la mia famiglia, i miei amici. Mi manca la mia vita e mi manca tutto, dopo l’ennesima, lunga giornata di lavoro.

Una delle tante giornate che ormai troppo si somigliano. Una delle tante passate a respirare solo quello che quella maledetta maschera permette. Una delle tante passate con la tuta-corazza, che di corazza, poi, non ha proprio niente. Perché tutto arriva e ti travolge. Tutto arriva e non te ne accorgi. Tutto arriva e ti cambia… E quindi mi resta solo la mia mente, che da giorni è quella famosa scogliera. Mi resta la mia mente, che da settimane affronta l’uragano. La mia mente… ancora di salvezza, punto di partenza, rifugio della mia anima, consolatrice dei miei dolori. La mia vera corazza…

Ed è proprio la mia mente che mi riporta a quel famoso giorno, quando a soli 17 anni ho indossato per la prima volta la divisa. Che emozione… Mi sentivo così inadeguato e vulnerabile. Che emozione… Mi preparavo a essere un infermiere. Un lavoro come tanti, pensavo. Un lavoro… Ecosì è stato fino a quando ho lavoricchiato qua e là. Poi Milano… Grande esperienza, grande bagaglio professionale. Ho cominciato a capire che essere infermiere  significa essere diversi. Significa guardare il mondo da un’altra parte.

Poi la rivoluzione, l’esplosione personale e professionale: la terapia intensiva, la rianimazione… Da più di 21 anni vivo continuamente in due mondi diversi: quello degli altri, fatto di cose comuni, normali, scontate, programmate, e quello della terapia intensiva, fatto di luci, suoni assordanti, odori forti, cose strane, persone strane, fatti e cose per niente scontate. Un mondo strano… Un mondo che sembra completamente scollegato con chi è fuori, perché tutto assume una dimensione diversa. Ciò che è nero per gli altri, per noi può essere grigio o addirittura bianco. Ciò che è centimetro per gli altri, per noi sono chilometri.

Tutto è  strano. Tutto è diverso da fuori. Tutto è diverso quando si va fuori. Perché quando tolgo quella maschera, quando finisco di lavorare, quando lascio luci, suoni e odori, quando passo nell’altro mondo, tutto è meravigliosamente unico, reale, carnale… Un soffio di vento sulla faccia,  un raggio di sole, la pioggia sul viso, l’odore della natura, gli abbracci, le parole, gli sguardi… Tutto è così prezioso… La vita è preziosa. Noi lo sappiamo, e ora anche voi lo sapete.

E’ bastato questo invisibile nemico a farvi scoprire questo mondo a molti sconosciuto. Un mondo che tanto ha da insegnare, che tanto ci cambia, che tanto mi ha cambiato. Un mondo, la rianimazione e il mio lavoro, che ora più che mai vi guarda. E che spera che almeno voi, quelli dell’altro mondo, ci rispettiate. Perché noi siamo stanchi, e a casa vorremmo tornare. E questa tragedia, poi, raccontare. Perché di racconti è fatta la vita. E i due mondi insieme ce la possono fare, se a casa decidete di stare.

Nicola De Giosa

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Coronavirus: effetti benefici di remdesivir su 53 pazienti.

I dati relativi all’uso dell’antivirale di Gilead Sciences sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine.

Un’analisi di coorte di 53 pazienti gravemente malati e ricoverati in ospedale con infezione da Covid-19 che hanno ricevuto il remdesivir, l’antivirale di Gilead Sciences, ha mostrato un beneficio terapeutico. I dati sono stati appena pubblicati sul New England Journal of Medicine. La maggior parte dei pazienti di questa coorte internazionale ha dimostrato un miglioramento clinico e non sono stati identificati nuovi segnali di sicurezza con il trattamento sperimentale.

Come detto, ma lo vogliamo sottolineare, non si tratta di uno studio randomizzato e controllalo, ma di una osservazione dei dati di un gruppo di pazienti in condizioni molto gravi che hanno ricevuto il farmaco nell’ambito dell’uso compassionevole. Cionondimeno, questi dati sono importanti e aprono uno spiraglio di luce in questa terribile epidemia che sta devastando il mondo intero.

“Attualmente non esiste un trattamento provato per Covid-19. Non possiamo trarre conclusioni definitive da questi dati, ma le osservazioni di questo gruppo di pazienti ospedalizzati che hanno ricevuto remdesivir fanno ben sperare”, ha dichiarato Jonathan D. Grein, direttore dell’Epidemiologia dell’ospedale, Cedars-Sinai Medical Center, Los Angeles, e autore principale dell’articolo della rivista. “Attendiamo con ansia i risultati degli studi clinici controllati per convalidare questi dati”.

“Sebbene i risultati osservati in questa analisi sull’uso compassionevole siano incoraggianti, i dati sono limitati”, ha detto Merdad Parsey,  Chief Medical Officer, Gilead Sciences. “Gilead ha in corso diversi studi clinici per il remdesivir con i dati iniziali previsti nelle prossime settimane. Il nostro obiettivo è quello di aggiungere al crescente corpus di prove il più rapidamente possibile per valutare in modo più completo il potenziale del remdesivir e, se del caso, sostenere un uso più ampio di questo farmaco sperimentale”.

In Paesi con alta prevalenza di Covid-19, Gilead sta conducendo due studi clinici di fase 3 su remdesivir, gli studi SIMPLE. I dati dello studio SIMPLE in pazienti con malattia grave sono attesi nel mese di aprile. Saranno seguiti a maggio dai dati dello studio SIMPLE in pazienti con malattia moderata.

Inoltre, Gilead sta sostenendo diversi studi clinici condotti da altre organizzazioni, tra cui due studi condotti nella provincia di Hubei, in Cina. Gilead è stata informata che lo studio in Cina in pazienti con malattia grave è stato chiuso anticipatamente a causa del basso numero di arruolamenti; l’azienda attende la pubblicazione di questi dati per consentire una revisione approfondita dei risultati.

Lo studio in Cina in pazienti con malattia da lieve a moderata è in corso. Uno studio globale di remdesivir condotto da NIAID continua ad arruolare pazienti e i dati di questo studio sono attesi per maggio. Infine, ulteriori studi di remdesivir e altri trattamenti sperimentali per il Covid-19, basati su un protocollo master dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno iniziato ad arruolare pazienti in paesi di tutto il mondo. Ad oggi, a livello, mondiale più di 1.800 pazienti hanno ricevuto il remdesivir.

I dati del report pubblicato sul NEJM – Nel rapporto pubblicato sul NEJM sono descritti gli esiti di una coorte di pazienti ricoverati per gravi Covid-19 che sono stati trattati con remdesivir su base compassionevole. E’ stato fornito il remdesivir su base compassionevole ai pazienti ricoverati con Covid-19, la malattia causata dall’infezione da SARS-CoV-2. I pazienti erano quelli con infezione confermata da SARS-CoV-2 che avevano una saturazione di ossigeno del 94% o meno mentre respiravano aria ambientale o che ricevevano supporto di ossigeno.

I pazienti hanno ricevuto un ciclo di 10 giorni di remdesivir, composto da 200 mg somministrati per via endovenosa il primo giorno, seguiti da 100 mg al giorno per i rimanenti 9 giorni di trattamento. Questo rapporto si basa sui dati dei pazienti che hanno ricevuto il remdesivir nel periodo dal 25 gennaio 2020, fino al 7 marzo 2020, e hanno dati clinici per almeno 1 giorno successivo. Il 64% (n=34/53) dei pazienti, al basale era stato sottoposto a ventilazione meccanica, di cui quattro anche all’ossigenazione extracorporea a membrana (il sangue viene fatto circolare attraverso un polmone artificiale per ossigenare).

Il 68% dei pazienti che hanno ricevuto il remdesivir ha registrato un miglioramento nella classe di supporto dell’ossigeno in un follow-up mediano di 18 giorni. Il 57% (n=17/30) di quelli sottoposti a ventilazione meccanica sono stati estubati e il 47% (25/53) del totale è stato dimesso dall’ospedale.

Dopo 28 giorni di follow-up, l’ incidenza cumulativa del miglioramento clinico è stata dell’84% (dimissioni dall’ospedale e/o almeno un miglioramento di due punti dalla linea di base in una scala predefinita di sei punti). Il tasso di mortalità complessivo è stato del 13% (n=7/53), inferiore al 18% (n=6/34) in un sottogruppo di pazienti in ventilazione invasiva. Non sono stati osservati nuovi segnali di sicurezza.

Commento allo studio – Ad oggi, nessuna terapia ha dimostrato efficacia confermata scientificamente per i pazienti affetti da Covid-19. Questo rapporto preliminare descrive i risultati clinici in una piccola coorte di pazienti gravemente malati di Covid-19 e trattati con remdesivir. Anche se i dati di diversi studi randomizzati e controllati in corso forniranno presto ulteriori informazioni sulla sicurezza e l’efficacia del remdesivir per Covid-19, i risultati osservati in questo programma di uso compassionevole sono i migliori dati attualmente disponibili. In particolare, è stato osservato un miglioramento dello stato di supporto dell’ossigeno nel 68% dei pazienti e la mortalità complessiva è stata del 13% su un follow-up mediano di 18 giorni.

In un recente studio randomizzato e controllato con lopinavir-ritonavir in pazienti ospedalizzati per Covid-19, la mortalità a 28 giorni è stata del 22%. E’ importante notare che solo 1 dei 199 pazienti di quello studio riceveva una ventilazione invasiva al basale. Negli studi di serie di casi e di coorte, in gran parte provenienti dalla Cina, sono stati riportati tassi di mortalità dal 17 al 78% in casi gravi, definiti dalla necessità di ricovero in un’unità di terapia intensiva, ventilazione invasiva o entrambe.23-28 Ad esempio, su 201 pazienti ospedalizzati a Wuhan, in Cina, la mortalità è stata del 22% in totale e del 66% (44 su 67) tra i pazienti che hanno ricevuto una ventilazione meccanica invasiva.

A titolo di confronto, la mortalità del 13% osservata in questa coorte di pazienti affetti da compassione remdesivir è degna di nota, considerando la gravità della malattia in questa popolazione di pazienti. Tuttavia i pazienti arruolati in questo programma di trattamento compassionevole non sono direttamente paragonabili a quelli studiati in questi altri rapporti. Ad esempio il 64% dei pazienti trattati con remdesivir riceveva una ventilazione invasiva al basale, incluso l’8% che riceveva ECMO, e la mortalità in questo sottogruppo era del 18% (rispetto al 5,3% dei pazienti che ricevevano un supporto non invasivo di ossigeno), e la maggioranza (75%) dei pazienti era di sesso maschile, aveva più di 60 anni di età ed era affetta da patologie coesistenti.

Sfortunatamente, il programma di uso compassionevole non ha raccolto dati sulla carica virale per confermare gli effetti antivirali del remdesivir o qualsiasi associazione tra la carica virale di base e la soppressione virale, se esiste, e la risposta clinica. Inoltre, la durata della terapia con remdesivir non è stata del tutto uniforme nello studio, soprattutto perché il miglioramento clinico ha permesso la dimissione dall’ospedale.

L’efficacia di una durata più breve della terapia (ad esempio, 5 giorni, rispetto ai 10 giorni), che permetterebbe il trattamento di un maggior numero di pazienti durante la pandemia, è in corso di valutazione in studi randomizzati di questa terapia. Non sono stati rilevati nuovi segnali di sicurezza durante la terapia a breve termine del remdesivir in questa coorte per uso compassionevole.

L’interpretazione dei risultati di questo studio è limitata dalle piccole dimensioni della coorte, dalla durata relativamente breve del follow-up, dalla potenziale mancanza di dati a causa della natura del programma, dalla mancanza di informazioni su 8 dei pazienti inizialmente trattati e dalla mancanza di un gruppo di controllo randomizzato. Sebbene quest’ultima precluda conclusioni definitive, i confronti con coorti contemporanee della letteratura, in cui ci si aspetta che l’assistenza generale sia coerente con quella della nostra coorte, suggeriscono che il remdesivir possa avere un beneficio clinico nei pazienti con Covid-19 grave.

Tuttavia altri fattori possono aver contribuito a differenze negli esiti, tra cui il tipo di assistenza di supporto (ad esempio, farmaci concomitanti o variazioni nelle pratiche ventilatorie) e differenze nei protocolli di trattamento istituzionale e nelle soglie di ospedalizzazione. Inoltre, l’uso della ventilazione invasiva come proxy della gravità della malattia può essere influenzato dalla disponibilità di ventilatori in un determinato luogo. I risultati di questi dati incontrollati saranno informati dagli studi randomizzati e controllati con placebo in corso sulla terapia con remdesivir per Covid-19.

Remdemsivir – Il farmaco è un analogo nucleotidico che viene metabolizzato a livello intracellulare ad un analogo dell’adenosina trifosfato che inibisce le polimerasi dell’Rna virale. In sostanza, remdesivir blocca un enzima chiamato Rna polimerasi che il virus Ebola – e altri virus RNA, tra cui SARS-CoV-2 – utilizza per replicarsi. Un recentissimo studio pubblicato su Science ha messo in luce che il  “motore” della replicazione virale è proprio l’enzima polimerasi nsp12, lo stesso che è il bersaglio del remdesivir. Autore della ricerca è il gruppo di Yan Gao, dell’Università Tsinghua di Pechino.

Il farmaco antivirale ha un’attività ad ampio spettro contro i membri di diverse famiglie di virus, tra cui filovirus (ad esempio Ebola) e coronavirus (ad esempio, SARS-CoV e coronavirus della sindrome respiratoria mediorientale [MERS-CoV]) e ha dimostrato un’efficacia profilattica e terapeutica in modelli non clinici di questi coronavirus. I test in vitro hanno anche dimostrato che remdesivir ha un’attività contro la SARS-CoV-2. Remdesivir sembra avere un profilo di sicurezza clinica favorevole, come riportato sulla base dell’esperienza di circa 500 persone, tra volontari sani e pazienti trattati per l’infezione acuta da virus Ebola, e supportato dai nostri dati.

La produzione di remdesivir sta accelerando – Gilead ha accelerato la produzione del remdesivir, ha dichiarato l’amministratore delegato Daniel O’Day in una lettera aperta sabato, in cui parlava anche dei “miglioramenti di processo” che hanno dimezzato i tempi di produzione di remdesivir da un anno a sei mesi. Grazie a questo programma di produzione accelerato, entro la fine del mese di maggio Gilead prevede di donare 1,5 milioni e mezzo di dosi di remdesivir per studi clinici in corso e, attraverso i suoi programmi di accesso ampliato e di utilizzo compassionevole.

Questi 1,5 milioni di dosi, equivalenti a 140.000 cicli di terapia, che si stima debba essere di 10 giorni,  sono pronti per la distribuzione o nelle fasi finali della produzione, come ha confermato Valentino Confalone, Vice President e General Manager di Gilead Italia, in una recente intervista rilasciata all’Adn Kronos. Inoltre Gilead spera di avere altri 360mila cicli pronti per ottobre, ed entro la fine dell’anno, se l’azienda raggiungerà il suo obiettivo, avrà realizzato 1 milione di cicli di terapia.

Redazione Nurse Times

Fonte: PharmaStar

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Coronavirus, infermiera italiana a Londra: “Qui il personale sanitario è meno protetto”.

Rilanciamo l’intervista rilasciata a HuffPost da una collega che lavora in Inghilterra.

“Italiani, svegliatevi!”. Era questo l’appello lanciato a inizio aprile da Linda Pasqui, un’italiana residente a Londra che, dopo aver contratto il coronavirus, si era vista negare assistenza medica e la possibilità di essere ricoverata in uno degli ospedali della capitale britannica. D’altro canto, invece, ci sono le autorità sanitarie inglesi, che assicurano come la situazione sia sotto controllo e le strutture ospedaliere siano in grado di fronteggiare l’epidemia da Covid-19. Ma qual è la verità? Lo abbiamo chiesto direttamente a chi negli ospedali ci lavora tutti i giorni, sempre a contatto con i contagiati.

Sara (nome di fantasia) è un’infermiera e ricercatrice italiana da anni impiegata in una struttura della zona a nord di Londra. Attualmente si occupa di trial clinici sui pazienti risultati infetti, per cercare di studiare un vaccino contro il coronavirus. Ci ha chiesto di non rivelare il suo vero nome per una ragione precisa: “L’ospedale dove lavoro ha espressamente proibito al suo personale di non rilasciare interviste alla stampa. E lo stanno facendo tutti gli ospedali del Paese perché, secondo il mio punto di vista, cercano di nascondere quale sia la vera situazione all’interno delle strutture ospedaliere, diversa da quella che vogliono far credere”.

 Stando a quanto riportano i media più accreditati, la situazione negli ospedali inglesi sembra essere ancora gestibile, con posti letto e macchinari per le cure intensive disponibili. Ma la BBC ha fatto sapere che in alcune città della Gran Bretagna le strutture ospedaliere non consentirebbero più il ricovero di pazienti dai 70 anni in su, in caso presentino i sintomi del coronavirus.

Com’è la situazione nel centro in cui lavori?“Il nostro ospedale ha cominciato a fare discriminazioni in tal senso, con i pazienti al di sopra dei 65 anni. Da noi è ancora possibile venir ricoverati se si hanno più di 65 anni, ma se si chiama l’ambulanza o il numero verde 111 (dedicato all’emergenza covid-19, ndr), dicendo di avere tutti di sintomi del virus, quella telefonata non viene considerata come alta priorità. Quindi, tanto per intenderci, se hai meno di 65 anni l’ambulanza può arrivare in 10 minuti. Se sei più grande può mettercene 50…”.

Qual è il senso di questa direttiva?“È difficile dare una risposta univoca, ma di sicuro non dipende dalla disponibilità dei posti letto. Nella nostra struttura, infatti, ci sono ancora circa 443 posti liberi (mentre la situazione in rianimazione è ben diversa). In generale, quindi, c’è spazio per accogliere i malati. La spiegazione che mi dò è che la vita dei più anziani sembra avere meno valore agli occhi di chi gestisce le strutture ospedaliere, quindi meglio curare e dare la priorità ai giovani”.

Dicevi che nel reparto di rianimazione la disponibilità di posti letto è inferiore…“Sì, attualmente ci sono solamente 20 posti liberi. E questo potrebbe essere un problema, perché abbiamo notato che le condizioni dei pazienti affetti da coronavirus peggiorano rapidamente. In molti sono stati costretti a venir trasferiti in rianimazione nel giro di pochi giorni”.

La politica dell’Nhs (il National Health Service, ovvero sistema sanitario pubblico del Regno Unito) riguardo all’epidemia del covid-19 è cambiata nel tempo. A marzo, ad esempio, veniva imposto l’autoisolamento in casa a chiunque ne presentasse i sintomi, sottolineando che non fosse necessario né sottoporsi al test né recarsi in ospedale, a meno che, dopo 7 giorni, le condizioni di salute non fossero ancora migliorate. Ora sembra esserci un atteggiamento più cosciente della gravità della situazione, è così?“Agli inizi di marzo, quando è scoppiata l’emergenza in Gran Bretagna, chiamando il numero verde 111 l’unica domanda che veniva posta ai possibili contagiati era: “Siete stati all’estero?” Se la risposta era negativa, allora non veniva presa alcuna misura aggiuntiva: il malato non veniva sottoposto al tampone per il coronavirus né a cure specifiche. Poi la direttiva è cambiata e si è iniziato a curare e a testare specificatamente per il covid-19 chiunque solo chi dichiarava di avere tutti e 3 i seguenti sintomi: difficoltà respiratoria, tosse e febbre alta. Ora lo screening è maggiore che in passato, si fanno più tamponi”.

Si tratta di misure sufficienti a contrastare l’epidemia? Nel Regno Unito non sembra si sia ancora raggiunto il picco di contagi. “Assolutamente no”. 

Cosa andrebbe fatto?“Innanzitutto, bisognerebbe aumentare – e di molto – lo screening sulla popolazione. Inoltre, bisognerebbe sottoporre al tampone il personale sanitario che è quotidianamente a contatto coi contagiati. Fino a pochissimi giorni fa, a dottori e infermieri non veniva fatto alcun test. Poi si dovrebbero isolare sin da subito le persone che presentano i sintomi da coronavirus e ricoverare i malati: i posti letto ci sono, ma le autorità sanitarie impongono a chi è potenzialmente contagiato (e a chi vive sotto lo stesso tetto) di auto-isolarsi in casa per 14 giorni. So di tantissimi infermieri e dottori che sono stati costretti a restare a casa per due settimane senza sapere se effettivamente affetti o meno da coronavirus, perché non sono stati sottoposti al tampone”.

È diventato virale il video diffuso a fine marzo da Linda Pasqui, un’italiana residente a Londra e risultata positiva al covid-19. Tra le altre cose, nel filmato accusava che il personale sanitario in Inghilterra non dispone di alcuna mascherina. Com’è la tua situazione attuale?“Quasi la stessa. L’unica mascherina che viene data al personale sanitario per proteggersi – anche per entrare in diretto contatto con pazienti che sono risultati positivi al coronavirus – è quella chirurgica, che non serve a niente. Servirebbero i modelli FFP2 e FFP3, riservati solo a chi lavora nella cosiddetta “area critica”. Ho chiesto informazioni a tre miei colleghi che operano in Italia (sia al Nord, che al Centro e al Sud) riguardo a come viene protetto il personale sanitario lì e tutti mi hanno confermato di indossare la mascherina FFP3, se costretti a trattare pazienti positivi al tampone. In Italia sono più avanti che in Gran Bretagna da questo punto di vista. Nel Regno Unito non siamo tutelati”.

 Hai paura di essere infettata?“Moltissima. Inoltre, mio marito è asmatico: ho il terrore di poter trasmettergli il virus”.

Benché la Gran Bretagna sia in lockdown dal 23 marzo, non si è ancora arrivati a una restrizione della mobilità personale così forte come in Italia: ad esempio, non c’è bisogno di un’autocertificazione per spostarsi e, in generale, si vede ancora molta gente per la strada. Cosa ne pensi?“Il Governo inglese ha iniziato ad agire in ritardo. Io sono stata in Italia poco prima che venisse approvato il lockdown e mi sono sentita molto più sicura lì. Nel Regno Unito, al momento, le regole imposte non sono altrettanto restrittive e parte della cittadinanza non le rispetta: c’è troppa gente in giro e spesso non viene rispettata la distanza di sicurezza di 2 metri. Penso proprio che i tempi di ripresa dalla pandemia saranno più lunghi che in Italia”.

Tu ti stai occupando in particolare di trial clinici su pazienti infetti, affinché si possa arrivare a una cura contro il virus. Stando alla tua esperienza medica e alle informazioni in tuo possesso, quanto ci vorrà prima che la popolazione possa essere sottoposta a una vaccinazione contro il covid-19?“Non è prevedibile, anche perché c’è la possibilità di una mutazione del virus, esattamente come accade con quello della comune influenza. In tal caso bisognerebbe cambiare la formula del vaccino di continuo”.

Parlando più in generale, quali sono le principali differenze tra il sistema sanitario inglese e quello italiano?“Innanzitutto, che quello inglese è più ricco rispetto al nostro. Questo vuol dire che il personale medico dispone di più attrezzature (e migliori) rispetto ai colleghi italiani (mascherine a parte…). Inoltre, in Italia per gli infermieri non c’è possibilità di carriera, non esistono nemmeno ruoli specifici. Detto questo, in Italia siamo in grado di lavorare meglio con i pochi mezzi che abbiamo e c’è un livello di attenzione e di pulizia maggiore. Tanto per fare un esempio, io ho lavorato in neurochirurgia in entrambi i Paesi e il numero di infezioni postoperatorie è molto più alto nel Regno Unito. Se dovessi scegliere dove farmi curare, sceglierei sicuramente l’Italia”.

Redazione Nurse Times

Fonte: Huffington Post

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Coronavirus, in Inghilterra partono a fine aprile i test di un vaccino sull’uomo.

Nella messa a punto è coinvolta un’azienda italiana. Il farmaco, da testare su 550 volontari, potrebbe essere disponibile a settempre.

Inizieranno a fine aprile in Inghilterra i test sull’uomo – 550 volontari sani – del vaccino per il Covid-19, messo a punto dal Jenner Institute della Oxford University insieme all’azienda italiana Advent-Irbm di Pomezia. Lo ha annunciato l’ad di Irbm, Piero Di Lorenzo, il quale ha dichiarato all’Ansa che prevede di “rendere utilizzabile il vaccino già a settembre per vaccinare personale sanitario e forze dell’ordine in modalità di uso compassionevole”.

L’Irbm è una società italiana fondata nel 2009 a Pomezia, operante nel settore della biotecnologia molecolare, della scienza biomedicale e della chimica organica. Di Lorenzo annuncia che è “ormai in fase finale la trattativa per un finanziamento di rilevante entità con un pool di investitori internazionali e vari governi interessati a velocizzare ulteriormente lo sviluppo e la produzione industriale del vaccino”.

“Si è deciso di passare direttamente alla fase di sperimentazione clinica sull’uomo in Inghilterra – spiega Di Lorenzo all’Ansa –, ritenendo sufficientemente testata la non tossicità e l’efficacia del vaccino sulla base dei risultati di laboratorio, che sono stati particolarmente efficaci”.

Qualche settimana fa il Jenner Institute dell’Università di Oxford ha stipulato un contratto con Advent Srlper la produzione del primo lotto del nuovo vaccino per il coronavirus ChAdOx1 nCoV-19 per i test clinici. Il vaccino seed stock è stato prodotto dal Clinical Biomanufacturing Facility dell’Università britannica ed è stato trasferito all’Advent per la fase produttiva.

Sara Gilbert e i suoi collaboratori del Jenner Institute sono stati tra i primi ricercatori a iniziare a lavorare su un vaccino per il Covid-19, facendo leva sull’esperienza accumulata con un altro vaccino contro un altro coronavirus, la sindrome respiratoria del Medio Oriente (Mers), che ha dimostrato di indurre forti risposte immunitarie contro la Mers dopo una singola dose del vaccino nella prima sperimentazione clinica che ha avuto luogo a Oxford. Un secondo studio clinico del vaccino Mers è in corso in Arabia Saudita, dove si sono verificati la maggior parte dei casi di Mers. Lo stesso approccio alla realizzazione del vaccino è stato adottato per il nuovo vaccino contro il coronavirus.

“Tutto è iniziato a dicembre quando i cinesi hanno isolato e sequenziato il virus – aveva dichiarato Di Lorenzo a Sky Tg 24 –. Il nostro partner britannico ha subito sintetizzato il gene della proteina interessata, la proteina cattiva che crea il contagio (denominata Spike). Dopo quel passaggio siamo stati coinvolti anche noi, che abbiamo unito la nostra expertise e con le nostre conoscenze abbiamo messo a disposizione il veicolo, lo shuttle che deve caricarsi il gene della proteina sintetizzata a Oxford per produrla nell’organismo al fine di produrre gli anticorpi contro il Covid-19”.

I vaccini sono prodotti utilizzando una versione sicura di un adenovirus. Un altro virus che può causare una comune malattia simile al freddo. L’adenovirus è stato modificato in modo che non possa riprodursi all’interno del corpo, ed è stato aggiunto il codice genetico per fornire le istruzioni per la produzione della proteina Spike del coronavirus, consentendo all’adenovirus di produrre questa proteina dopo la vaccinazione. Ciò comporta la formazione di anticorpi contro la proteina Spike, che si trova sulla superficie dei coronavirus. In qualcuno che è stato vaccinato, gli anticorpi contro lo Spike possono legarsi al coronavirus e impedirgli di causare un’infezione.

Redazione Nurse Times

Fonte: PharmaStar

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Coronavirus, festa di Pasqua a Lodi per 6 amici: uno è positivo e gli altri lo sapevano.

Per i giovani trasgressori, scoperti dagli agenti della questura, è scattata la denuncia penale.

Lui è positivo al Covid-19 ed è chiuso in casa con la compagna e un’altra coppia di giovani coinquilini. Si annoiano e così, la sera di Pasqua, organizzano una festa con musica ad alto volume, coinvolgendo un’altra coppia di amici. La bravata incosciente è finita con sei denunce penali e altrettanti obblighi di quarantena per sei giovani di Lodi – una minorenne e gli altri fra i 19 e i 24 anni –, scoperti dagli agenti della questura mentre trascorrevano la serata di domenica in un appartamento del centro, in spregio a tutte le norme di distanziamento sociale.

Il peggio è emerso quando, durante i controlli, uno di loro ha ammesso di essere positivo al coronavirus. E tutti gli altri, secondo quanto raccontato agli agenti, ne erano a conoscenza. Il controllo è scattato alle 19 di domenica sera sulla base di diverse segnalazioni arrivate dai condomini di un palazzo di viale IV novembre, lungo i giardini pubblici Barbarossa.

Musica ad alto volume, risate, frastuono insopportabile: quando gli agenti delle volanti hanno bussato alla porta dell’appartamento, vi hanno trovato sei ragazzi (tre coppie). Quattro abitano nell’appartamento, gli altri due arrivavano da fuori. «Abbiamo portato la spesa ai nostri amici, e già che c’eravamo abbiamo pensato di mangiare qualcosa insieme», la spiegazione fornita alla polizia.

Dai controlli è emerso come uno degli occupanti dell’appartamento fosse in quarantena da giorni per essere risultato positivo al coronavirus. In più i due amici arrivati da fuori – un lodigiano di 21 anni e una minorenne di 17 anni che vivono insieme – sono recidivi: la settimana scorsa erano già stati sanzionati durante un controllo per essere stati trovati in giro per la città senza motivo («Facevamo una passeggiata»).

Una situazione ad altissimo rischio, quella riscontrata durante il festino proibito, con la probabilità di contagiarsi fra di loro e poi trasmettere il virus alle rispettive famiglie. I sei sono stati denunciati per violazione del Testo unico delle leggi sanitarie e i loro nomi comunicati all’Ats che ha imposto a ciascuno di loro un ulteriore periodo di quarantena di due settimane. L’inchiesta a loro carico prevede l’arresto da tre a 18 mesi e sanzioni da un minimo di 500 a un massimo di 5mila euro.

Redazione Nurse Times

Fonte: Corriere della Sera

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