“Piemonte Ti Vaccina” è il video ideato dall’Assessorato alla Sanità

“Piemonte Ti Vaccina” è il video ideato dall’Assessorato alla Sanità

L’assessorato alla Sanità della regione Piemonte lancia un video per invitare gli indecisi alla campagna vaccinale.

Un video ha come obiettivo quello di sensibilizzare la popolazione verso la vaccinazione, unica via per poter uscire dalla pandemia. Sono ancora tanti i cittadini indecisi che si rivolgono al dottor Google per raccogliere le informazioni, senza tener conto della fonte, rischiando così di essere plasmati da fake news.

Secondo i dati riportati nel report del Commissario Straordinario Covid-19 la regione Piemonte ha finora somministrato 6.224.373 dosi di vaccino, di cui prima dose e monodose al 72,91% – seconda dose 65,80% della popolazione; con una percentuale di copertura per gli over 80 del 94,12%, over 70 del 87,36%, over 60 del 83,37%.

Redazione Nurse Times

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Invecchiamento, nuova ipotesi sulla perdita dei capelli: colpa della “fuga” di cellule staminali dal bulbo pilifero

Invecchiamento, nuova ipotesi sulla perdita dei capelli: colpa della “fuga” di cellule staminali dal bulbo pilifero

Questa la conclusione a cui è giunto uno studio condotto sui topi e pubblicato sulla rivista Nature Aging.

La “fuga” delle cellule staminali dal bulbo pilifero è la causa della perdita dei capelli che spesso si verifica con l’invecchiamento. Questa, in estrema sintesi, la conclusione alla quale è giunto uno studio pubblicato sulla rivista Nature Aging. Conclusione che pare smentire l’ipotesi generalmente accettata secondo cui, col passare del tempo, i capelli non crescono più perché le cellule del bulbo pilifero si esauriscono e muoiono.

Gli autori della ricerca hanno osservato a lungo la crescita dei singoli follicoli piliferi nelle orecchie di topi. E hanno notato che, quando gli animali hanno iniziato a invecchiare, a diventare grigi e a perdere i peli, le loro cellule staminali hanno iniziato a “fuggire” dai follicoli piliferi, piccole insenature a forma di tunnel da cui crescono i capelli, attraversano periodi ciclici di crescita grazie all’azione delle cellule staminali che contengono.

Sempre secondo gli autori, l’identificazione di cellule staminali che svolgono un’attività finora sconosciuta di “fuga” dalla loro nicchia fornisce nuove opportunità per comprendere e studiare in modo più approfondito le malattie associate all’invecchiamento. Le cellule staminali, infatti, svolgono un ruolo cruciale nella crescita dei capelli, sia nei topi che nell’uomo, dando origine al fusto del pelo/capello e alla sua guaina.

Dopo un certo periodo di tempo, che è breve per i peli e molto più lungo per i capelli sulla testa, il follicolo si inattiva e la sua parte inferiore degenera. Il fusto del capello smette di crescere e il capello cade, ma solo per essere sostituito da una nuova ciocca non appena il ciclo ricomincia. Infatti, anche se il follicolo si inattiva e muore, rimane una scorta di cellule staminali pronte a dare vita a nuovi capelli.

Redazione Nurse Times

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Studio shock: “Dipendenza da Instagram pericolosa per la salute mentale delle ragazze”

Studio shock: “Dipendenza da Instagram pericolosa per la salute mentale delle ragazze”

Lo sostiene lo studio reso pubblico da un ex dipendente di Facebook. Un uso inappropriato del social può causare disturbi come depressione, ansia e anoressia, alimentando anche il bullismo. Senza contare la frustrazione derivante da modelli di bellezza e stili di vita irraggiungibili ai più, promossi da brand e celebrity.

Instagram, usato intensamente, provoca danni psicologici seri nelle ragazze più giovani. Lo rivela uno studio shock reso pubblico da Frances Haugen, ingegnere informatico ed ex dipendente di Facebook, nonché gola profonda che ha consegnato alle autorità decine di migliaia di documenti e rapporti riservati, diffusi anche dal Wall Street Journal. Documenti che parlano chiaro: i social nella loro forma attuale sono “pericolosi”.

Le ricerche interne alla compagnia di Mark Zuckerberg – ha spiegato Haugen durante un’audizione al Senato – mostrano che la dipendenza da Instagram “danneggia materialmente” la salute e il rendimento scolastico in oltre il 6% dei teenager, causando disturbi come depressione, ansia e anoressia, e alimentando il bullismo. “Su Instagram non c’è via di fuga: i bulli seguono i bambini nelle loro case, nelle loro stanze”, dice Haugen. Ma non finisce qui. Perché una certa responsabilità viene attribuita anche ai brand e alle celebrity, che usano Instagram per propagandare un modello di bellezza e uno stile di vita irraggiungibile ai più, e quindi di conseguenza molto frustrante.

Nel rapporto spifferato da Haugen si legge infatti che sono soprattutto i contenuti che vertono su temi quali moda e bellezza quelli che hanno portato a maggiori casi di “confronto sociale”, con conseguenze dannose per la psiche dei giovani utenti. Ecco perché, prosegue lo studio, questo tipo di post andrebbe molto limitato dalla piattaforma. E invece non succede, anzi. Presto però questo modello di comunicazione potrebbe diventare un boomerang per gli stessi marchi. Non va sottovaluto il fatto che la tossicità ormai conclamata di certi social potrebbe contagiare pure i brand che li usano per spingere i loro prodotti, rendendoli corresponsabili dei gravissimi effetti collaterali. Con pesanti ricadute di immagine. Insomma, bisognerebbe proporre contenuti meno aspirazionali e più realistici, che sottolineino la creatività e la normalità. Meno filtri e viva la verità.

Una strada può essere quella imboccata dalla Norvegia, che per tamponare il fenomeno ha varato qualche mese fa una legge che rende illegali i fotoritocchi su Instagram nei post commerciali. I problemi, però, non si fermano qui, e talvolta sono pure molto più insidiosi come dimostra l’esperimento condotto dal senatore del Connecticut, Richard Blumenthal. Il suo staff ha creato un account falso, registrato a nome di una ipotetica ragazza di 13 anni. Nel giro di 24 ore, dopo aver seguito diverse pagine sulla dieta e sui disturbi alimentari, l’algoritmo ha quasi immediatamente consigliato alla finta teenager account molto più estremi, con contenuti su anoressia e simili.

Facebook sostiene che i termini di servizio della piattaforma impediscono agli inserzionisti di promuovere contenuti relativi alla perdita di peso o alla dieta con gli utenti di età inferiore ai 18 anni. Però, come è stato dimostrato dall’esperimento di Blumenthal, l’azienda è decisamente indietro nell’applicare questa politica. Parlando con la Cnn, un rappresentante di Instagram ha dovuto riconoscere che quegli account avevano violato le linee guida della piattaforma e, teoricamente, avrebbero dovuto essere rimossi. Invece erano ancora lì, insieme a molti altri profili pericolosi a cui hanno accesso indisturbato adolescenti e ragazzini.

“Non consentiamo contenuti che promuovono o incoraggiano i disturbi alimentari e abbiamo rimosso gli account incriminati per aver infranto queste regole – si legge nella nota diffusa dal social in risposta a Blumenthal -. Utilizziamo la tecnologia e i rapporti della nostra community per trovare e rimuovere questi contenuti il più rapidamente possibile e lavoriamo sempre per migliorare. Continueremo a seguire i consigli degli esperti di organizzazioni per la salute mentale, come la National Eating Disorder Association, per trovare il difficile equilibrio tra consentire alle persone di condividere le proprie esperienze proteggendole però da contenuti potenzialmente dannosi”.

Basterebbe, per esempio, che Instagram ci mettesse lo stesso sforzo impiegato per censurare la nudità, su cui è molto attivo, mentre post di estrema destra, razzisti e pro-disordini alimentari scivolano indisturbati tra gli utenti. E se il controllore non funziona, forse potrebbero iniziare a fare qualcosa brand, celebrità e gli stessi utenti boicottando una piattaforma che, dati alla mano, è dimostrato essere ormai assai tossica.

Redazione Nurse Times

Fonte: Harper’s Bazar

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Coronavirus e fibromialgia: un’associazione pericolosa

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Uno studio coordinato dall’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna svela le implicazioni del Covid-19 in reumatologia.

È stato recentemente pubblicato su RMD Open: Rheumatic and Musculoskeletal Diseases, rivista della società scientifica che riunisce i reumatologi di tutta Europa, uno studio coordinato dalla struttura di Reumatologia dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, diretta dal professor Riccardo Meliconi, con primo autore Francesco Ursini, professore associato in Reumatologia in servizio presso la medesima struttura. Obiettivo della ricerca, la valutazione del potenziale ruolo del Covid-19 come fattore predisponente allo sviluppo di fibromialgia, avendo i ricercatori constatato il crescente afflusso agli ambulatori di Reumatologia di pazienti che, dopo aver contratto il coronavirus, lamentavano sintomi articolari come dolore, gonfiore e rigidità.

La fibromialgia è una sindrome reumatologica piuttosto frequente nella popolazione, caratterizzata da dolore muscoloscheletrico diffuso, unitamente a una miriade di altri sintomi, come stanchezza cronica, disturbi del sonno, disturbi dell’apparato gastroenterico o alterazioni della sfera cognitiva (memoria, concentrazione).

“Nel nostro studio – afferma il professor Ursini –, grazie a un’indagine condotta su oltre 600 persone con postumi a lungo termine di un’infezione sintomatica da Covid-19, quello cioè che si intende per long Covid o post-Covid syndrome, abbiamo osservato per la prima volta al mondo che circa il 30% dei pazienti manifesta sintomi compatibili con la diagnosi di fibromialgia anche a distanza di sei mesi e oltre dalla guarigione dell’infezione acuta. Un aspetto interessante è che tra i principali fattori di rischio per sviluppare questa sindrome, che abbiamo definito FibroCOVID, vi sono in particolare il sesso maschile e l’obesità. Mentre l’obesità è un noto fattore predisponente per la fibromialgia e per le malattie muscoloscheletriche in generale, il sesso maschile è generalmente meno interessato da questa condizione”.

“Questo dato, apparentemente sorprendente, in realtà concorda con l’accertata tendenza a sviluppare forme più severe di Covid-19 nei soggetti di sesso maschile – precisa il professor Meliconi –. Pertanto, nella nostra interpretazione, lo sviluppo di FibroCOVID potrebbe essere legato a forme di Covid-19 particolarmente severe che si riverberano sull’apparato muscoloscheletrico, sul sistema nervoso e su quello immunitario per molti mesi dopo la guarigione dell’infezione primaria, generando così la sintomatologia dolorosa”.

“Il nostro studio – prosegue Ursini – conferma quello che i reumatologi di tutto il mondo stanno sperimentando quotidianamente nei loro ambulatori: un incremento importante del numero di casi di fibromialgia, patologia per la quale, purtroppo, esistono ancora poche opzioni terapeutiche. Il nostro obiettivo nel prossimo futuro sarà quello di seguire questi pazienti nel tempo per valutare se il decorso della malattia sia autolimitante, come in genere avviene nelle malattie post-virali, o se tenda a cronicizzare come nella fibromialgia primaria. Inoltre, abbiamo in programma di avviare un programma di intervento riabilitativo dedicato a tali pazienti, basato su tecniche di attività fisica adattata, in collaborazione con il gruppo di ricerca coordinato dalla prof.ssa Maria Grazia Benedetti, direttrice della struttura di Medicina fisica e riabilitativa del Rizzoli”.

Lo studio, al quale hanno contribuito i prestigiosi centri di Reumatologia italiani dell’Università dell’Aquila, dell’Università Campus Biomedico di Roma e dell’Università di Torino, rappresenta un ulteriore tassello del quadro che la reumatologia del Rizzoli sta contribuendo a delineare, sin dall’inizio della pandemia, grazie alla collaborazione con un grande gruppo di ricercatori coordinato dal professor Clodoveo Ferri, già professore ordinario di Reumatologia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, sull’associazione tra Covid-19 e malattie reumatologiche.

Redazione Nurse Times

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Intervento per tumore al colon-retto: prima si esegue, meglio è

Intervento per tumore al colon-retto: prima si esegue, meglio è

Lo rivela uno studio condotto da un team di ricerca del Policlinico Duilio Casula di Monserrato (Cagliari).

Se eseguito entro 60 giorni, l’intervento chirurgico per il tumore al colon-retto accresce la percentuale di sopravvivenza, portandola oltre l’80% a cinque anni (contro il 67,6% di attese più lunghe) e quasi al 60% a dieci anni (contro il 41% di attese più lunghe). Insomma, deve essere eseguito nel più breve tempo possibile, e non, come avviene oggi, dopo lunghi mesi di attesa, seguiti a chemio e radioterapia pre-operatoria.

La scoperta porta la firma del gruppo di ricerca guidato dal professor Angelo Restivo, che lavora nella struttura di Chirurgia colo-proctologica del Policlinico Duilio Casula di Monserrato (Cagliari), diretta dal professor Luigi Zorcolo, ed è destinata a modificare le linee guida mondiali sulla cura di questo tumore. Del team di ricerca fa parte anche la chirurga Simona Deidda. I risultati del loro lavoro sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista Jama Surgery, destando molto interesse nella comunità scientifica internazionale.

Lo studio, destinato a influenzare radicalmente l’attuale pratica clinica, è frutto del lavoro del network nazionale di ricerca sul cancro del colon-retto a cura della Società italiana di chirurgia oncologica, che comprende i più importanti centri di riferimento Italiani per la chirurgia del colon e del retto. “Si tratta di una ricerca che dà speranza ai pazienti e lustro alla nostra Azienda”, dice Agnese Foddis, commissario straordinario dell’Aou di Cagliari, complimentandosi col team di Zorcolo e Restivo. Le fa eco il direttore sanitario Ferdinando Coghe: “Il lavoro dei nostri ricercatori è fondamentale. Trovare nuove tecniche e metodiche di cura sono nel Dna del Policlinico e del San Giovanni di Dio, ospedali ad altissima specializzazione”.

“Il trattamento standard per il cancro del retto – spiega Angelo Restivo – prevede l’esecuzione di una terapia pre-operatoria che comprende la chemioterapia e la radioterapia, seguite da un tempo d’attesa, prima dell’intervento definitivo di resezione del retto, che può arrivare a oltre tre mesi. Questa strategia migliora i risultati chirurgici in parte dei pazienti, ma nel gruppo di quelli che non rispondono bene alle terapie potrebbe essere deleteria. Questi dovrebbero essere identificati rapidamente e sottoposti senza indugio alla resezione chirurgica”.

Restivo e colleghi hanno analizzato i dati di 1.064 pazienti con tumore del retto (età media 64 anni; 61,5% maschi) che mostravano uno stadio di risposta tumorale non completa alla CRT neoadiuvante (la chemio e la radioterapia) trattati nei 12 centri di riferimento. “In definitiva – spiega Restivo –, tempi di attesa più lunghi prima dell’intervento sono stati associati a una sopravvivenza più bassa rispetto a tempi di attesa più brevi, sia a cinque (67,6% contro 80,3%, rispettivamente) che a dieci anni (41% contro 57,8%)”.

Quello del colon retto è il più frequente tumore nell’intera popolazione nazionale. Se ne registrano circa 50mila nuovi casi all’anno, mille dei quali in Sardegna. In Italia, secondo le più recenti stime dell’Associazione italiana registri tumori (Airtum), relative al 2019, sono stati diagnosticati circa 15mila nuovi casi di cancro del solo retto, circa 8.800 dei quali negli uomini e 6.500 nelle donne. In Sardegna l’incidenza è di circa 70 casi ogni 100mila abitanti.

Redazione Nurse Times

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