Corso su BLS Provider American Heart Association: nuovi eventi formativi

Corso su BLS Provider American Heart Association: nuovi eventi formativi

Gli appuntamenti si svolgeranno tra Firenze e Pistoia e sono organizzati da Opi Fi-Pt

Firenze, 18 ottobre 2021 – Nuove date in arrivo per il corso BLS Provider American Heart Association con uso del DAE per sanitari (Defibrillatore esterno semiautomatico). Le iniziative formative sono organizzate dall’Ordine delle Professioni Infermieristiche Interprovinciale Firenze-Pistoia. Le prime sono in programma è il 22 ottobre, dalle 14.30 alle 19.30 presso la sede Opi di Pistoia (via Renato Fucini 3) e il 27 ottobre (ore 14-19.30) nella sede di Pistoia, in via Renato Fucini. Le altre date in calendario sono: su Pistoia, presso la sede Opi, il 4 e 18 novembre, 2 e 16 dicembre; a Firenze, sempre nella sede dell’Ordine (in via Da Palestrina 11) il 17 e 26 novembre, il 9 e 20 dicembre. Tutti gli eventi si svolgono dalle 14.30 alle 19.30.

La formazione prevede esercitazioni su manichini adulti e pediatrici con dispositivo di feedback per rianimazione cardio polmonare di alta qualità.

Il corso da diritto a 12,8 crediti ECM.

L’appuntamento è importante per gli operatori sanitari al fine di acquisire conoscenze teorico-pratiche riguardo le tecniche di valutazione ed esecuzione della rianimazione cardiopolmonare.

Il BLS (Basic Life Support) è una procedura fondamentale per salvare vite dopo l’arresto cardiaco. Il corso di BLS dell’American Heart Association è stato adeguato per riflettere le nuove scoperte scientifiche nell’Aggiornamento delle linee guida 2020 dell’American Heart Association per RCP e nel trattamento delle emergenze cardiovascolari.

L’iscrizione è obbligatoria da effettuarsi tramite il gestionale TOM: https://tom.opifipt.it/ e tramite l’invio della conferma di partecipazione alla mail formazione.emergenza@opifipt.org.

Il pagamento avviene tramite bollettino PagoPa inviato alla conferma del posto.

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Gli infermieri italiani i meno pagati  d’Europa peggio di noi solo Grecia ed Estonia

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Nursing Up De Palma: «Lo stipendio dell’infermiere italiano continua a collocarsi agli ultimi posti della graduatoria europea. Peggio di noi ci sono solo Grecia ed Estonia. Per non parlare delle disparità che emergono quando prendiamo in considerazione il valore medio dei compensi tra le nostre Regioni»

«Urge individuare un meccanismo che garantisca l’equilibrio degli stipendi “a livello nazionale”, in modo da superare le evidenti differenze che esistono tra Regione e Regione. Bisogna uniformare il compenso degli infermieri italiani, portandolo al livello di quello dei colleghi europei, per rimuovere la grave sperequazione esistente. E bisogna agire con i medesimi criteri anche sugli stipendi delle altre professioni sanitarie con analoga base giuridica».

ROMA 18 OTT 2021 – «La triste e frustrante realtà dei “magri” stipendi degli infermieri italiani è sotto gli occhi di tutti. Da anni il nostro sindacato denuncia all’opinione pubblica questa scabrosa situazione.

Quanto emerge dalla graduatoria riportata, da ultimo, anche da alcuni quotidiani nazionali, in questi giorni, ci spinge a doverose riflessioni in merito a una situazione a dir poco sconfortante, e rilancia il desolante quadro che disconosce e non valorizza la realtà professionale infermieristica nell’ambito del nostro sistema sanitario. 

Si signori, l’infermiere italiano è sempre lì, agli ultimi posti di una “amara” classifica che lo vede, nel Vecchio Continente, collocarsi in una posizione dove solo Grecia ed Estonia stanno peggio di noi. 

I 27.382 euro annui di media dei professionisti di casa nostra rappresentano una cifra lontana anni luce dai 32.092 della Francia, dai 34.212 della Spagna, per non parlare delle “isole felici” Germania (45.000) e Irlanda (48.167). 

II Lussemburgo con i suoi 91.920 euro di media all’anno di stipendio rappresenta poi decisamente un altro pianeta. 

La Grecia con 19.067 e l’Estonia con 16.353, come già detto chiudono la classifica. Ma non è una gara, non esistono promozioni o retrocessioni. 

Gli infermieri Italiani sono quelli con livelli elevati di qualificazione universitaria, dottori con tutte le responsabilità del caso, ma secondi – per stipendio – alla stragrande maggioranza dei colleghi europei, anche di quelli che non possiedono la qualifica accademica di dottore.

E come se non bastasse, proprio all’interno del Servizio Sanitario Italiano, si delineano situazioni ancora più complesse e contorte, segnale palese della schizofrenia di un sistema fragile e privo di quella uniformità di regole che un Paese civile  dovrebbe garantire rispetto al marasma in cui si trovano le nostre Regioni.

E’  proprio a questi livelli, infatti, che ci troviamo ancora una volta di fronte alle altalene di 21 sistemi sanitari per 21 territori diversi. 

La graduatoria degli stipendi degli infermieri italiani, Regione per Regione, ci racconta, da anni, di una disparità inspiegabile. Basti pensare che all’ultimo posto c’è il Friuli Venezia Giulia, Regione certo molto più virtuosa rispetto ad altre dal punto di vista finanziario, simbolo per certi versi di quel nord-est che negli anni ha rappresentato una certa solidità economica. 

Che succede? Possibile che di fronte alle medesime responsabilità ed attività professionale, un infermiere italiano debba guadagnare di più o di meno, in funzione del sistema sanitario regionale in favore del quale opera?

Sono accettabili differenze che raggiungono anche la non trascurabile cifra di oltre 10mila euro all’anno in dipendenza della Regione ove si trova l’azienda sanitaria di riferimento?

Quali sono le motivazioni che si celano dietro questi differenti trattamenti? 

In pieno clima di trattative per il rinnovo contrattuale del comparto sanità, ora più che mai, urge individuare un meccanismo che garantisca l’equilibrio degli stipendi “a livello nazionale”, in modo da superare le evidenti differenze che esistono tra Regione e Regione. Bisogna uniformare il compenso degli infermieri italiani, portandolo al livello di quello dei colleghi europei, per rimuovere la grave sperequazione esistente, e bisogna agire con i medesimi criteri anche sugli stipendi delle altre professioni sanitarie con analoga base giuridica.

Per noi il tempo ed il luogo giusti per fare tutto questo coincidono con il fondamentale rinnovo del contratto in corso. 

Ci chiediamo, di fatto, se davvero saranno con noi gli altri sindacati nel sostenere queste richieste. 

Ci aiuteranno a fare muro verso le Regioni e l’ARAN , affinché finalmente aprano gli occhi su questa non più procrastinabile esigenza?

E’ tempo di comprendere, finalmente, che siamo di fronte a un contratto di vitale importanza per tutte le categorie della sanità, fondamentale per capire se la pubblica amministrazione e chi la rappresenta, si rendono conto del reale valore, dell’importanza, che tutte le professioni sanitarie rivestono, con un occhio particolare alla professione infermieristica ed a quella dell’ostetrica, per le peculiari responsabilità che li riguardano, non ultimo, lo strenuo impegno profuso ogni giorno durante la pandemia, anche a costo della propria vita», conclude De Palma.

Redazione Nurse Times

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Adelfia (Bari), abusi sugli anziani e oss che fanno gli infermieri nella Rsa: intervengono i Nas

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Rilanciamo un’inchiesta in più parti del Quotidiano Italiano sulla grave situazione della residenza Casa Caterina.

“Il direttore sanitario è presente regolarmente”, “Vengo due o tre volte a settimane”, “Io, personalmente, non l’ho mai visto in struttura”. Tre risposte diverse alla stessa domanda: in quali occasioni è presente il direttore sanitario nella residenza per anziani Casa Caterina di Adelfia (Bari)? Non lo abbiamo ancora capito, nonostante aver trascorso un’intera mattinata a fare domande.

Ciò che appare evidente è che qualcosa accade, e non è sempre nel pieno rispetto degli anziani ospiti. E a conferma del nostro presentimento siamo venuti a conoscenza della denuncia fatta da un dipendente e un ex dipendete della struttura. Una preoccupazione tanto plausibile da spingere i carabinieri del Nas a fiondarsi ad Adelfia nel giro di poche ore, mentre noi eravamo lì a cercare di capire.

Arrivano in quattro per comprendere quale sia la reale situazione nella struttura per anziani di Adelfia. Fanno accertamenti a cominciare dalle 10 del mattino e restano fin dopo mezzogiorno, quando decidiamo di andare via dopo aver raccolto il solito paio di minacce di querela e una decina di testimonianze: dipendenti, ex dipendenti, l’attuale direttore (stando a quello che ci viene raccontato), l’ex direttore di fatto, il direttore sanitario “facente funzione”, la segretaria e alcuni ospiti. Alcune delle dichiarazioni sono sconcertanti e traccerebbero uno scenario inquietante, in attesa di conoscere i risultati dell’accertamento dei Carabinieri del Nas, che erano già stati a Casa Caterina circa un mese fa, ma al netto di qualche prescrizione non era emerso niente di particolarmente grave.

Il primo intervento dei Nas – Ma andiamo con ordine. Tutto ha inizio ai primi di agosto, quando riceviamo la chiamata di un’operatrice socio-sanitaria della Rsa Casa Caterina di Adelfia. “Ho foto di materassi in condizioni indecenti, ma voglio restare anonima perché ho paura di perdere il lavoro”. Poi un’operatrice, forse la stessa, con la voce camuffata denuncia a TeleBari alcune presunte inefficienze. Com’è ovvio i colleghi della tivù sentono la voce dei vertici della struttura. A quel punto decidiamo di andare fino in fondo, perché in questo lungo periodo di pandemia troppe volte siamo stati costretti a raccontare storie di abusi e nefandezze ai danni degli anziani ospiti.

Stando a quello che veniamo a sapere, i problemi a Casa Caterina sarebbero cominciati quando sono comparsi i primi problemi di natura amministrativa. Pochi infermieri, operatori socio-sanitari in malattia a causa del forte stress, problemi con la somministrazione delle terapie agli anziani e condizioni igieniche discutibili sono alcuni dei presunti problemi registrati all’interno della struttura.

La società, o per meglio dire ciò che ne resta, difende a spada tratta il suo operato, ma veniamo a conoscenza di un’ispezione dei carabinieri del Nucleo antisofisticazione (Nas), avvenuta pochi mesi fa. Chi ha deciso di parlare con noi è sicuro che la situazione già allora fosse preoccupante, e quindi i militari non avrebbero mai potuto non accorgersi di quanto stesse accadendo. Quale ispezione è stata fatta? La struttura è stata passata al setaccio? È stata elevata una sanzione? Cosa c’è scritto sul verbale rilasciato al termine dell’accertamento? Possibile che le condizioni fossero idilliache in quel periodo, fino a precipitare in questo modo nelle ultime settimane? Sono alcune delle domande alle quali parenti degli ospiti e alcuni dipendenti scrupolosi vorrebbero risposte coerenti.

Entrando nel dettaglio, possiamo con una certa precisione sostenere che ci sarebbero 11 operatori soci-sanitari impegnati costantemente nei turni di lavoro. Sette sarebbero quelli in malattia e due in ferie, proprio in conseguenza della decisione di pagare gli stipendi con acconti. Il malcontento è palpabile, così come evidente è la carenza di infermieri. Il 26 luglio scorso, poi, si è dimesso il direttore sanitario, ma a quanto pare l’amministratore avrebbe deciso di non rimpiazzarlo. Ultimamente c’è stato il caso di positività al Covid di una dipendente, che ha comunicato l’accaduto alla Asl.

Dai documenti sarebbe emersa l’accettazione di un anziano nonostante la struttura fosse chiusa per quarantena. Da almeno cinque giorni, poi, i parenti sarebbero senza informazioni relative ai propri cari. Alcuni di loro si sarebbero presentati davanti alla struttura, ma non sarebbero comunque riusciti a entrare. C’è anche il caso di un ascensore rotto da oltre un mese, che non viene riparato. Il guasto starebbe creando diversi problemi anche al secondo elevatore, bloccatosi in diverse occasioni. In tanti si chiedono cosa accadrebbe nel caso di un incendio e come questa situazione possa essere sfuggita ai Nas.

Ma c’è un fatto che, se accertato, sarebbe ancora più grave. Non si tratta solo del caso Covid positivo e dell’accettazione dell’anziano ospite, nonostante la quarantena. Almeno non sarebbe solo quello. Il 3 agosto scorso, quello che firma dichiarandosi direttore sanitario di Casa Caterina avrebbe siglato il certificato di avvenuta morte di una 80enne, registrata intorno alle 2 di quella notte. Secondo quanto ci risulta, chi firma a quella data non era direttore sanitario. Il titolare si era infatti dimesso il 26 luglio scorso senza essere stato sostituito. Se le cose stessero così, a che titolo il medico avrebbe firmato quel certificato?

I vertici di Casa Caterina denunciano la cronica assenza di infermieri, chiedono addirittura di intercedere con la Regione per sopperire a tale mancanza, riguardante diverse strutture non solo quella di Adelfia. Una cosa è certa, i racconti che ci vengono forniti non tornano rispetto a quanto dichiarato dai vertici di Casa Caterina. Un buon motivo per una nuova ispezione. Solo in questo modo si potrebbero scongiurare eventuali conseguenze negative per gli ospiti, mettendo così a tacere le voci che da troppo tempo circolano sulla discutibile gestione della struttura.

Tornando ai giorni nostri – E la nuova ispezione arriva nei giorni scorsi. Da un lato la difesa della proprietà, convinta ci sia una macchinazione nei suoi confronti, costruita da chi rema contro ed è stato licenziato “perché non aveva voglia di lavorare”. Dall’altro la denuncia al Nas e il grido d’aiuto e il senso di colpa di tanti dipendenti, in alcuni casi ancora in servizio nella struttura. Ed è proprio uno di questi ultimi a rilasciare le dichiarazioni più forti, quelle che potrebbero costargli caro, persino il lavoro: “Ho l’audio di un’anziana che mi chiede aiuto. Non ho fatto niente ed è morta prima che potessi fare qualcosa”. Lo dice in lacrime, mentre lo intervistiamo col volto coperto. La paura è tanta.

La cosa più grave, per ammissione dello stesso direttore sanitario, sono gli operatori socio-sanitari che si sostituiscono agli infermieri nella somministrazione delle terapie, negli accessi venosi, nelle medicazioni, anche particolarmente delicate, o nella gestione dei cateteri. E proprio a causa di un catetere maneggiato da un oss sarebbe deceduto un anziano. Tutti fatti che meritano attenzione.

Senza contare le mani, le gambe e le braccia martoriate da accessi venosi fatti da chi si sarebbe dovuto limitare a spostare, lavare e cambiare gli anziani. I Nas hanno anche controllato il resto delle accuse presenti nella denuncia, arricchita da turni, ordini di servizio, fotografie e altro materiale a supporto. L’ascensore rotto, una porta tagliafuoco fuori uso, estintori non revisionati, dubbi sulla conservazione di attrezzature e medicinali o sulla originalità di alcuni attestati degli oss in servizio. E poi la mancanza degli infermieri, i turni scoperti, il ruolo del direttore sanitario e altro ancora.

Siamo convinti debba essere fatta chiarezza nel più breve tempo possibile, per il bene di tutti, anche di Peppino, l’anziano sulla sedia a rotelle che ci ha raggiunti al cancello mentre facevamo domande. L’uomo è apparso stremato, insoddisfatto. Non ci risulta sia interdetto e la sua reazione – ha accolto a colpi di stampella in testa gli operatori mandati a recuperarlo – ci ha lasciato molto perplessi, così come il resto del suo discorso. Deve prevalere l’interessare degli ospiti, le beghe amministrative tra nuovi e vecchi componenti della compagine societaria vanno risolte in altre sedi.

Redazione Nurse Times

Fonte: il Quotidiano Italiano

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TRIESTE – Ha visto morire le persone. Da sempre, in carriera, ma ogni giorno, più volte al giorno, durante il Covid. In Terapia intensiva, bardata dalla testa ai piedi, ha sudato in trincea, sofferto in trincea, pianto in trincea. Ma venerdì, finito il turno di notte, si è presentata a favore di telecamera nel cuore della manifestazione contro il Green pass del porto di Trieste.

Un intervento per ricordare alla folla il dramma della pandemia? No, il contrario. Un comizio contro il vaccino. E ora è finita nei guai, a un passo dalla sospensione e dal provvedimento disciplinare.La storia è quella di un’infermiera 56enne, iscritta all’Ordine di Trieste da 33 anni. Nadia Norbedo lavora nel reparto di Terapia intensiva dell’ospedale Maggiore di Trieste. E ha scatenato una bufera che ha fatto tremare anche i vetri del palazzo della Regione.Venerdì mattina, varco quattro del porto di Trieste. La protesta è iniziata da qualche ora, i manifestanti sono migliaia. Le telecamere di Rai3 sono accese, come il microfono. Tutto normale, meno quello che accade di lì a poco. L’infermiera, una donna di mezza età, si presenta fiera di fronte alla giornalista. E prende la parola: «Io sono contro il Green pass – esordisce -, misura restrittiva e obbligatoria che ci controlla tutti». Poi, all’improvviso, la bomba. «Non sono vaccinata, sono favorevole a una libera scelta».

Cala il gelo. La libera scelta, è persino superfluo ricordarlo, non si applica certo agli operatori sanitari, per i quali l’obbligo è sancito e codificato da mesi. Ma a quanto pare, per l’infermiera di Trieste, tutto ciò rientra nell’assoluta normalità. «Non sono vaccinata e il vaccino non lo farò – va avanti -. Mi è arrivato l’appuntamento per l’iniezione, era fissata oggi (venerdì, ndr)». Ma la donna non si è presentata, preferendo l’aria più frizzante del porto a quella di un centro vaccinale. «Quindi si va a immunizzare?», chiede la giornalista. «No, non sto bene, ho l’herpes», conclude l’infermiera nel video, rilanciato su Twitter, diventato virale in un giorno.

È il karma dei social, canali preferiti dai no-vax che in questo caso diventano boomerang. La voce, infatti, arriva ieri mattina ai piani alti della Regione. Il vicepresidente e assessore alla Salute, Riccardo Riccardi, diventa una furia. «Interveniamo immediatamente per procedere alla sospensione. Purtroppo spesso il problema è rappresentato da carte e dichiarazioni presentate dal personale sanitario».Da Trieste e verso Trieste partono telefonate. Non è difficile, il percorso. L’infermiera, a favore di telecamera, non ha mostrato solo il suo volto. Ha indicato con precisione l’ospedale di riferimento e addirittura il turno appena effettuato. Ed è un attimo che l’informazione arrivi anche all’indirizzo di Luciano Clarizia, presidente regionale dell’Ordine delle professioni infermieristiche.La polpetta avvelenata, a quel punto, è arrivata nel posto giusto. Clarizia è noto in regione per le sue posizioni durissime nei confronti degli infermieri non vaccinati. Nel Pordenonese, sua area di competenza prima di essere nominato (nel 2021) presidente regionale, si è già assistito a una pioggia di sospensioni, sia negli ospedali che nelle strutture secondarie. Si tratta quindi di un presidente che non prende prigionieri. E il fatto che gli viene presentato ha già in sé i connotati del caso.

«Abbiamo avviato immediatamente la procedura per la sospensione rapida dell’infermiera in questione – afferma Luciano Clarizia -. Inoltre è partita una segnalazione che può portare a una sanzione disciplinare». Ma c’è un passaggio ancora più duro e diretto: «Come Ordine regionale delle professioni infermieristiche – ha concluso sempre Clarizia – chiederò di perseguire l’infermiera professionalmente per le dichiarazioni assolutamente vergognose che ha rilasciato in diretta televisiva».

Redazione Nurse Times
L’articolo Infermiera di rianimazione NoVax si unisce alla protesta dei camionisti. Sospesa dopo le dichiarazioni virali sul web scritto da Dott. Simone Gussoni è online su Nurse Times.

Sindrome premestruale: la dieta per alleviare i sintomi

Sindrome premestruale: la dieta per alleviare i sintomi

Rilanciamo un approfondimento dell’Humanitas salute su un tema estremamente comune nelle donne: la sindrome premestruale (SPM). Le sue manifestazioni, fisiche ma soprattutto psicologiche, accompagnano i giorni precedenti l’inizio del ciclo mestruale e comprendono sintomi quali stanchezza, ansia, irritabilità, un malumore che può arrivare ad avere delle manifestazioni depressive, mal di testa e dolore al seno.

Tuttavia, esistono delle precauzioni quotidiane che, se attuate con regolarità, possono aiutare a diminuire questi sintomi, in particolar modo quelli associati all’umore.

Modificare la propria dieta, seguendo alcune accortezze per eliminare o ridurre quegli alimenti che favoriscono ansia e irritazione, o che interferiscono con il riposo notturno, può aiutare.

Approfondiamo l’argomento con la dottoressa Martina Gozza, dietista in Humanitas e Humanitas Medical Care De Angeli.

Attività fisica e dieta contro la sindrome premestruale

La sindrome premestruale riguarda un numero elevato di ragazze e di donne, tuttavia può essere contenuta attraverso piccoli cambiamenti al proprio stile di vita.

A partire dalla propria dieta: irritabilità e veloci cambiamenti d’umore possono essere controllati favorendo un’alimentazione sana, povera di sale e caffeina e ricca di frutta e verdura. Ciò che mangiamo, infatti, ha una grande influenza sul nostro temperamento, ma anche sulla sensazione di stanchezza e spossatezza che spesso è incentivata da diete sbilanciate, ricche di zuccheri lavorati.

Anche l’attività fisica da questo punto di vista è fondamentale: avere una vita attiva, lontano dalla sedentarietà, e svolgere con frequenza esercizi a intensità moderata può favorire un miglioramento della predisposizione mentale e dell’umore.

Sindrome premestruale: cosa mangiare e cosa evitare

Prima di tutto bisogna eliminare (o quantomeno ridurre in modo significativo) alcuni elementi come sale, alcol e caffè. Alcol e caffè, infatti, influenzano sensibilmente il riposo notturno.

Il sale, in particolare, richiede un’attenzione in più: non va limitato solamente quello utilizzato per cucinare, quanto piuttosto le percentuali contenute in cibi lavorati, conservati o precotti, come quelli che si comprano abitualmente al supermercato, dove potrebbe essere presente in concentrazioni elevate.

Verdura e frutta

Tra le verdure, particolarmente indicate sono quelle a foglia verde (cicoria, catalogna, erbette, tarassaco, radicchio e cardi), ricche di ferro e vitamine del gruppo B, indispensabili per combattere la stanchezza e per favorire il drenaggio dei liquidi.

Anche la frutta a guscio può essere un’importante alleata contro la sindrome premestruale: si possono dunque insaporire le proprie ricette con noci, nocciole e mandorle, in modo da contribuire all’apporto di magnesio e di acidi grassi polinsaturi omega-3.

Carboidrati complessi

Nel periodo premestruale si fa fondamentale l’assunzione di cibi contenenti carboidrati complessi, prodotti ricchi di fibre che contengono zuccheri naturali, che vengono assorbiti dall’organismo gradualmente, evitando quindi i picchi dei livelli di glicemia che possono avere influenza sull’umore.

Tra questi si possono scegliere:

avena,patatezuccalenticchie.Anche gli alimenti prodotti con farine integrali, come cereali in chicchi, pane e pasta integrali, garantiscono all’organismo un adeguato apporto di fibre e sono utili per migliorare situazioni di ansia e irritabilità.

Calcio e vitamina D

Anche l’assunzione di calcio e vitamina D è importantissima, in questo periodo. Il calcio si può trovare in cibi come lo yogurt, il latte, i formaggi (meglio se magri) e i prodotti a base di soia.

La vitamina D è presente in particolare in alcuni tipi di pesce, come le sardine e il salmone e nel tuorlo d’uovo.

Bere tanta acqua

Il consiglio più semplice ma anche più importante è sempre quello di bere tanta acqua (almeno 2 litri al giorno) per aiutare a ridurre il gonfiore e a migliorare i processi digestivi.

Le pazienti, per qualsiasi dubbio, devono comunque fare sempre riferimento al proprio medico di medicina generale, nutrizionista o ginecologo.

Fonte: Humanitasalute

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